Andrea Doria/La Vita/3

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La Vita
Capitolo 3

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Un importante servizio alla Repubblica di Genova ebbe occasione di rendere Andrea Doria, quando, nel 1503, si manifestò in Corsica una preoccupante ribellione. Veramente, a domarla, il Senato aveva designato Niccolò Doria, che si accinse volonterosamente al compito. Ma la assunzione del Cardinale Giuliano dalla Rovere alla cattedra di Pietro - successo col nome di Giulio II al senese Pio III (Todeschini) morto dopo meno di un mese di regno, e a sua volta successo ad Alessandro VI - allontanò Niccolò dal suo compito, perché richiamato a Roma dal nuovo Pontefice suo amico, a riprendere il posto di capitano delle guardie pontificie. Andrea fu chiamato a sostituirlo, e portò a termine il gravoso incarico con molta abilità e con saggia decisione, talché in tempo relativamente breve ogni ribellione poté dirsi domata, nell’isola inquieta: la sua azione fu giustamente considerata e solennemente elogiata. E valse a vieppiù far risaltare, agli occhi dei reggitori della Repubblica, quelle doti delle quali già parlava la sua fama.

Un movimento popolare, deciso a portare le classi più basse ai sommi vertici del governo, avviene a Genova nel primo autunno del 1506, guidato dal tintore Paolo da Novi, che verrà poi eletto primo Doge del popolo. La vittoria plebea costringe i nobili ad abbandonare in fretta la città per salvare almeno la vita, e molti di essi trovano rifugio a Savona: fra questi è pure Andrea Doria. La buona occasione per correre alla riscossa, venne offerta agli esuli, poco dopo, dai preparativi che la Repubblica popolare genovese - aiutata e confortata da Giulio II, ciò che suscitò l’ira e l’indignazione di Luigi XII - stava compiendo per conquistare Monaco, feudo di Giovanni dei Grimaldi. Naturalmente, primo pensiero di tutti fu quello di correre in aiuto del minacciato: e Andrea Doria, più esperto di tutti ìn tal genere di cose, fu richiesto di consiglio.

Egli offerse tre strade al desiderio di rivincita dei suoi compagni d’esilio: la prima, che gli sembrava la più efficace, recare aiuto d’armi e d’armati al Grimaldi, talché le truppe popolari, animate forse da molto fervore, ma inabili alle armi, uscissero rapidamente sconfitte, con le conseguenze prevedibili per il regime creatosi in Genova; la seconda, più problematica dato l’umore del popolo genovese, consistente in un colpo di Stato, per riportare al potere una delle vecchie famiglie; e la terza, infine, il ricorso all’aiuto del Re di Francia.

Fu scelta la più difficile da percorrersi, basata sulla ingenua fiducia che quei nobili ancora avevano sull’attaccamento dei genovesi alle vecchie fazioni. Fu fatto, a tal scopo ritornare in fretta Ottaviano Fregoso da Bologna, - dove stava alla corte di Giulio II, da poco trionfalmente entrato nella città emiliana - per entrare di soppiatto in Genova, radunare i più influenti degli uomini già fedeli alla sua famiglia e, se possibile, attuare senz’altro il colpo di Stato. Ottaviano - ch’era stato accompagnato da Bologna alle vicinanze di Genova (Sampierdarena) dallo stesso Andrea Doria - eseguì il pericoloso incarico, ma dovette ascrivere alla sua buona stella se riuscì, dopo vani colloqui con i già suoi fedeli, ad uscire incolume dal territorio della Repubblica.

Si ricorse allora alla prima strada: intervento armato contro gli assedianti di Monaco. Non fu neanche necessario combattere, poiché bastò l’annuncio di truppe ben inquadrate e ben armate che si avvicinavano, per disperdere nelle truppe popolari ogni proposito di aggressione, come aveva previsto Andrea Doria. Compagnie intere disertarono, e le poche fanterie rimaste furono costrette a ripiegare su Ventimiglia, dove finirono per praticamente arrendersi alle truppe del duca di Savoia accorse in aiuto del Grimaldi.

Ma poiché la Repubblica popolare, nonostante quello smacco, non accennava a sfaldarsi, fu richiesto per ultimo l’aiuto di Luigi XII, che non desiderava di meglio: già Signore di Milano, con un esercito di svizzeri e con l’aiuto del marchese di Mantova e di quello del Monferrato, marciò subito su Genova che - debolmente aiutata da Roma, nonostante le grandi promesse pontificie - cadde in sua mano dopo aspra resistenza ed alterne vicende tra le truppe e il popolo. Il sovrano di Francia entrò nella città il 29 aprile 1507, dicendo: «Superba Genova, te ho guadagnato con le armi in mano». Alla totale dedizione della città, prosternata ai suoi piedi chiedendo pietà e misericordia, egli rispose con una dichiarazione di perdono generale. Ma lo storico ginevrino I. L. Simondo Sismendi, nella sua Storia delle Repubbliche Italiane nel Medio Evo (vol. IV, capo 104) chiama «perdono mentito» quello del re francese. Infatti egli ordinò l’arresto e la condanna di numerosi cittadini implicati nella costituzione della Repubblica popolare, costrinse la città ad avere e mantenere una guarnigione francese di 400 uomini, nonché tre galee francesi di guardia nel porto: e, non sembrandogli sufficiente la sorveglianza del forte del Castelletto autorizzò la costruzione di un’altra fortezza. I francesi non perdettero tempo, e subito fecero costruire sul porto quel nuovo strumento del loro dominio, che fu giudicato una delle più potenti fortezze d’Europa. Si chiamò di Codefà (Capo del Faro) o anche «Briglia» o la «Mauvoisine» (Malvicina); e i genovesi la chiamarono «fortezza della Lanterna»: munita di numerose e precise artiglierie, poteva paralizzare ogni movimento nel porto, poiché tutto lo dominava, e tutto lo batteva. I genovesi dovettero fornire gli uomini e il danaro per costruire quella triste espressione della dominazione straniera. E’ facile pensare con quanto amore i cittadini di Genova guardassero a quelle mura!

Anche il primo Doge del popolo, Paolo da Novi, il 10 luglio 1507 ebbe mozzato il capo, dopo aver subito la confisca dei beni, in seguito al «perdono» del sovrano francese. Il Doge, riuscito a mettersi in salvo dopo l’entrata dei francesi nella città, era giunto a Pisa, affidandosi ad un amico che gli aveva promesso di condurlo a Roma: ma con un ignobile tradimento, lo consegnò per danaro ai francesi, che lo condussero subito a Genova.

La vita riprese nella Repubblica il ritmo di prima, con le solite rivalità dei nobili, ai quali la lezione recente non aveva evidentemente insegnato nulla.

Intanto in Italia le guerre non avevano tregua: dapprima una Lega stabilita a Cambrai, riuniva il Papa con la Spagna, la Francia, l’Impero, Ferrara, Mantova e Firenze contro Venezia, che usciva battuta dal conflitto, mentre i francesi più degli altri ne traevano vantaggio, impadronendosi di numerose importanti città, quali Bergamo, Brescia, Cremona e Peschiera: il Pontefice riebbe le sue terre di Romagna, e la Puglia fu degli Spagnoli.

Ma il Re di Francia e l’Imperatore di Germania complottavano per un accordo religioso a carattere scismatico: e il Papa li prevenne, bandendo una nuova Lega, che si chiamò Santa, e che ebbe per parola d’ordine il grido del Pontefice: Fuori i barbari! Barbari erano, per l’occasione, i Tedeschi e i Francesi, questi ultimi particolarmente odiati dalle popolazioni per il loro malgoverno. Alla Lega presero parte, col Papa, Venezia e Spagna. Vinsero, i francesi, a Casalecchio, e poi a Ravenna l’11 aprile 1512, dove persero il loro più famoso eroe, il ventitreenne Gastone di Foix, duca di Némours. Ma dopo queste vittorie, cominciò per loro la serie nefasta: Brescia si rivoltò, e ritornò ai Veneziani; Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico il Moro, con un esercito di svizzeri, espulse i francesi da Milano, e a sua volta, per un improvviso tradimento degli Svizzeri, ne fu espulso e costretto a ritirarsi a Novara, dove però gli svizzeri, pentiti di quanto avevano fatto, rinforzati e rincorati da un loro valoroso ufficiale, il capitano Mottino, sconfissero in modo decisivo i Francesi, che furono costretti a ripassare le Alpi. Lo Sforza riebbe così Milano, il Papa entrò a Parma e a Piacenza, i Medici tornarono a Firenze, ma gli svizzeri vollero per sé il Canton Ticino nonché la Valtellina.

L’animatore della Lega Santa, Giulio II, non poté raccogliere i frutti della vittoria, poiché mancò poco prima della disfatta francese di Novara. A suo successore fu eletto, il giorno 11 marzo 1513, il cardinale Giovanni de’ Medici -che a Ravenna era caduto prigioniero dei Francesi - e che assunse il nome di Leone X.

La Repubblica di Genova, sballottata fra i contendenti , non poteva naturalmente tenersi estranea a tutte queste convulsioni. La Lega Santa, intervenendo negli affari interni della Repubblica, volle che Giano Fregoso fosse il nuovo Doge di Genova. Il Fregoso, valoroso condottiero di una compagnia mercenaria, in quell’epoca al servizio di Venezia, marciò rapidamente attraverso l’Appennino, giungendo a Chiavari e di là minacciando il presidio francese di Genova. Le richieste di aiuto e di soccorso che il Governatore Rochechouard rivolse agli alti comandi delle truppe francesi in Lombardia, non ebbero esito, e Giano poté entrare nella città e prenderne possesso il 20 giugno 1512, mentre i francesi si ritiravano nelle due fortezze del Castelletto e della Briglia.

In uno dei suoi preziosi studi su quel turbinoso periodo lo storico Emilio Pandiani (Il primo comando in mare di Andrea Doria, in Miscellanea Storica - Genova, Società Ligure di Storia Patria, 1935) annota che Genova si trovò in quel tempo nella necessità di crearsi una flotta «di casa», ossia un gruppo di vascelli di sua proprietà per la difesa del Porto e della città. Fino ad allora la Repubblica era sempre ricorsa - nelle sue necessità di offesa e di difesa alle navi di proprietà dei suoi cittadini, sistema che dava luogo a numerosi inconvenienti. Il Senato dispose pertanto la costruzione di due galee, sotto la direzione e la sorveglianza di Andrea Doria, che dava così inizio alla sua carriera marinara. Per il pericolo incombente delle artiglierie della Briglia, il cantiere fu stabilito fuori del porto, e precisamente come afferma il Pandiani, alle foci del Rivotorbido, sulla marina di Sarzano. L’atto con cui il Senato - in data 6 ottobre 1512 - commetteva tale incarico ad Andrea Doria, precisava anche che delle due navi egli avrebbe poi assunto il comando. Infatti pochi mesi dopo, con documento stipulato dinanzi al notaro Pietro Canepa il 2 marzo 1513, egli ebbe confermato tale incarico, e il 6 marzo entrava ufficialmente al servizio della Repubblica, presentando al Senato gli equipaggi delle due galee.

Mentre egli si preparava a prendere il comando di queste due navi destinate alla difesa della città - ciò che sarebbe avvenuto non appena esse fossero fornite di ogni loro armamento - veniva designato Niccolò Doria al comando dell’armata che diremo «esterna» reclutata. secondo il vecchio sistema, per la difesa del mare e dei traffici. Niccolò assumeva il suo Comando con la solennità tradizionale di tali cerimonie il 12 marzo, e il giorno stesso partiva per portare a compimento la missione affidatagli.

L’assedio alle truppe francesi rinchiuse nella Briglia - che Giano Fregoso aveva iniziato appena nominato Doge della Repubblica - proseguiva intanto dalla terra e dal mare. La partenza, di Niccolò Doria con la flotta esterna unita al fatto che le due galee della difesa diretta non erano ancor pronte, spinse i francesi - il cui servizio informazioni funzionava certo molto bene - a tentare l’invio da Marsiglia, con abile strattagemma, di un tangibile soccorso agli assediati. Una loro nave, infatti, doppiata Genova al largo, a Genova ritornò dal Levante, sfuggendo perciò ad ogni sospetto, e con la scusa di scaricare grano. Ma, giunta nel Porto, di resse la prua verso la Briglia, collocandosi sotto la protezione dei cannoni della fortezza, e disponendosi a scaricare viveri e munizioni.

Un ardimentoso uomo di mare, Emanuele Cavallo, indignato per l’inganno, ottenne dal Doge l’autorizzazione di armare subito una nave, e di andare contro il legno nemico: raccolto un pugno di prodi, fra i quali Andrea Doria, egli sfidò le artiglierie della Briglia, e precipitò sulla nave francese, catturandola. Nel combattimento, il Doria rimase colpito, e fu subito creduto morto: ma per fortuna trattavasi solo di grave stordimento.

Fra gli storici ci fu chi di questa fortunata gesta diede il merito al Doria, ma in verità come conferma il Pandiani sull’autorità della Cronaca del Senarega - fu il Cavallo che ideò, organizzò e comandò la spedizione, mentre il Doria, già nominato comandante di flotta, v’intervenne volontariamente, per contribuire al successo, ma non ebbe alcuna responsabilità.

Intanto gli Adorno, aiutati dalle truppe francesi, si avvicinavano alla città e sconfiggevano i soldati mandati loro incontro dal Fregoso. La situazione di Giano si era d’altra parte resa assai difficile per l’uccisione di uno dei Fieschi, compiuta da Fregosino, suo fratello: il popolo era irritato, la fazione degli Adorno lavorava contro di lui, ed egli si preoccupò per sé e per i suoi, e pregò Andrea Doria di condurlo alla Spezia, con le galee. Antoniotto e Girolamo Adorno entrarono allora in città, ma il loro governo durò soltanto tre settimane, poiché la disfatta francese di Novara, li costrinse ad allontanarsi in fretta da Genova.

Richiamato dai cittadini, fu allora doge Ottaviano Fregoso, preferito dai cittadini stessi al cugino Giano, cui fu in un primo tempo affidato il governo di Savona, ma che ben presto cadde in sospetto di Ottaviano, e riusci a prendere il mare prima di finire in prigione.

Ottaviano Fregoso era uomo di grandissime qualità: Emilio Pandiani nella sua forte opera «Genova e Andrea Doria sugli albori del 1500» (Genova, Ed. Lupa - 1949-1950) dà grande rilievo alla sua figura e, sulla scorta dei maggiori scrittori dell’epoca, ne definisce i pregi, il valore e la virtù. Appena assunto il potere, confermò ad Andrea Doria il comando del mare, e intensificò l’assedio alla fortezza della Lanterna, Tale assedio, che si protrasse ancora per molti mesi, ebbe vicende alterne, e dimostrò validamente la forza di resistenza, lo spirito di sacrificio e il valore ammirevole delle truppe francesi assediate. Solo la mancanza assoluta di ogni rifornimento e le tristissime condizioni sanitarie .indussero quei prodi a cedere, il 26 agosto 1514. Trattati con riguardo dalla Repubblica, essi poterono subito raggiungere Marsiglia, dove furono fatti segno di onori trionfali.

La «Briglia» venne distrutta per ordine di Ottaviano Fregoso: e fu certamente questo un errore, poiché la potente fortezza avrebbe potuto servire alla difesa di Genova in caso di necessità: ma tanto era l’odio dei genovesi, che il Doge non credette di opporsi a un desiderio ch’era da tutti profondamente sentito.

In quello e negli anni successivi importantissimi compiti furono affidati ad Andrea Doria, fra i quali quello di liberare il mare dai corsari turchi che disturbavano la navigazione, e compivano scorrerie recando gravi danni ai centri costieri. Dopo vittoriosi scontri minori, il Capitano si trovò a combattere con sole due galee e quattro piccole navi, contro nove di un famoso corsaro, che aveva sostato nell’isola di Pianosa. Il combattimento ebbe luogo il 22 aprile 1519 tra l’isola d’Elba e l’isola di Pianosa, e fu un vero capolavoro di arte marinara e militare, nel quale si rivelarono le grandi qualità di comandante e di uomo di mare di Andrea Doria, giustamente per tal fatto messe in gran luce dal Giustiniani nei suoi Annali. Scontro violentissimo che - nonostante la disparità di mezzi e di uomini - terminò con la vittoria genovese. Il Doria ebbe molte perdite, ma dei turchi solo venticinque ne sopravvissero, e con i sette vascelli corsari fatti prigionieri, furono condotti a Genova, al seguito del vincitore.

Nel settembre del 1514, poco dopo la caduta della «Briglia», con nove galee e 4 brigantini, il Doria comandò anche una spedizione contro l’ammiraglio Prégent, ritiratosi verso le acque della Spagna, dopo aver catturato una nave di Francesco Cattaneo. Il Capitano fu soggetto in tale occasione a molte critiche perché ritornò a Genova senza aver incontrato la flotta del Prégent. Ma Ottaviano Fregoso mise fine ad ogni chiacchiera, giustificando pienamente il comportamento del Doria che, per ragioni di, oculata prudenza, venuto a conoscenza della potente composizione della flotta avversaria, preferì rinunciare a uno scontro nel quale la Repubblica avrebbe avuto troppi danni in uomini e in navi.