Andrea Doria/La Vita/5

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La Vita
Capitolo 5

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Uno dei punti più discussi della vita di Andrea Doria è stato il suo passaggio dall’uno all’altro dei due grandi rivali che si contendevano la supremazia in Europa, e soprattutto, per quanto ci interessa, in Italia. Alcuni storici ne hanno fatto grave appunto all’Ammiraglio, ed hanno attribuito al suo «cambiamento di fronte» la sconfitta francese dinanzi a Napoli. Abbiamo già avuto occasione di esprimere a tal riguardo la nostra precisa opinione, che è poi quella anche dei suoi migliori biografi: non crediamo necessario ripeterci. Nel caso poi di Andrea Doria, più ancora che in quello di altri principi passati da una bandiera all’altra, giocarono fattori di grande valore morale: il suo amore per Genova, prima di tutto, e la continua slealtà del re di Francia, poi, e più che di lui, dei suoi ministri e dei suoi consiglieri.

La importante vittoria navale di Filippino Doria, mise il Re in una favorevole situazione, della quale egli approfittò per progettare nuove imprese e nuove iniziative. Fra queste, primissima, quella di togliere definitivamente Savona ai Genovesi per farne un feudo da dare ad uno dei suoi fedeli. Questa notizia conturbò Genova, che tentò tutte le strade per dissuadere il Re dal suo progetto: una straordinaria ambasceria di dodici eminenti persone nulla ottenne, e si ricorse allora all’Ammiraglio che, in una esposizione scritta fece presente al Re i danni che avrebbe avuto Genova da tale distacco, nonché i danni che avrebbe potuto avere lo stesso sovrano, alienandosi l’affetto dei genovesi. Ma quegli non cedette. Il Doria, che non aveva tralasciato di ricordare il sacrificio dei suoi per la gloria del Re, fu profondamente offeso da quella ingiustificata cocciutaggine, e reiterò le sue insistenze, facendo chiaramente comprendere che. se il Re non avesse abbandonato tale suo progetto, egli sarebbe stato costretto a lasciare il suo servizio.

Francesco I non rispose alla insistente richiesta, ma con fare sprezzante fece richiedere al Doria alcuni personaggi fatti prigionieri da Filippino. Ciò era contrario ai loro accordi, perché di spettanza dell’Ammiraglio era ogni persona o cosa ch’egli avesse preso con le sue galee, epperciò rifiutò in modo deciso, richiedendo anzi al Re il pagamento mai ottenuto di precedenti impegni, fra i quali la taglia per il riscatto del principe d’Orange, dal Doria fatto prigioniero. Il sovrano, dando prova di grave slealtà, mentre trattava col Doria, ordinava al comandante di una sua flotta, nel trasferimento da Marsiglia a Napoli, di fermarsi a Genova e di arrestare a tutti i costi l’Ammiraglio. La cattura non fu effettuata perché, per sfuggire alla pestilenza che infieriva nella città, egli si era ritirato nel castello di Lerici, seco portando i più importanti dei suoi prigionieri, fra i quali, il Colonna e il del Vasto. Quando fu informato delle non amichevoli intenzioni di Francesco I, investì un nuovo messaggero reale, e lo pregò di comunicare al Re che si riteneva libero da ogni impegno verso di lui: dispose subito il richiamo di Filippino con le galee, ed offrì i suoi servigi al Pontefice, col quale, però, per l’inabilità dello incaricato pontificio, non riuscì sulle prime ad accordarsi, e quando il Papa addivenne ad accordo era già tardi, poiché Andrea Doria aveva già scelto la sua strada.

Il principe Colonna e il marchese del Vasto, che godevano la piena fiducia di Carlo V, gli fecero concrete proposte in nome dell’Imperatore, fra le quali quella di dargli il titolo e il rango di re o signore di Genova, ch’egli rifiutò decisamente, non volendo togliere alla sua città la libertà, ma anzi, se possibile, assicurarla e aumentarla. A tal riguardo chiese di lasciare al suo giudizio il momento e il modo di metter Genova in politica libertà, chiese inoltre un assegno fisso di 60.000 ducati all’anno in cambio dell’obbligo di tenere 14 galee in armi agli ordini dell’Imperatore. L’accordo, che avrebbe poi dovuto esser sanzionato dal Sovrano, venne concluso a Lerici, nella casa recante attualmente il n. 3 di via Carpaneta, sulla quale si può leggere la seguente iscrizione: D.O.M. - And. Ab. Auria - Husus Domus Hosp. - HIC - Ex Gallo Factus Hispanus - A. MDXXVIII. A seguito di questo accordo, il Doria iniziò da quel momento quella azione al fianco della Spagna che seguitò fino al termine della sua vita, e che molto bene recò anche alla sua città.

Il marchese del Vasto stesso portò subito a Filippino l’ordine di sospendere l’azione a favore dei francesi, e giunse a buon punto, proprio mentre il 28 maggio egli stava per iniziare combattimento contro la flotta spagnola. Richiesto intanto del suo intervento, Andrea Doria, con le galee rimastegli, partì per Napoli. Il primo scontro con i francesi avvenne ad Ischia dove, per quanto la sua flotta battesse bandiera bianca, fu dai francesi e dai veneziani fortemente battuta con le artiglierie, alle quali egli validamente rispose, pur senza soffermarsi. Avendo appreso che l’ex-Principe di Melfi, Giovanni Caracciolo, già agli ordini dell’Imperatore e poi passato al Re di Francia - per cui Carlo V aveva annullato il conferimento del titolo principesco - stava assediando Gaeta, si diresse a tal volta, e lo assalì, obbligandolo a difendersi, e costringendolo a togliere l’assedio.

Su Napoli intanto si addensava la minaccia del visconte di Lautrec, che marciava a grandi tappe. Le truppe che avevano saccheggiato Roma, e per sette mesi vi si erano trattenute, mossero alla difesa di Napoli: ma i bagordi, le risse, e soprattutto la peste, avevano decimato quell’esercito che, da quarantamila uomini, era ridotto a poco più dì diecimila, privi di volontà, e pieni di acciacchi. Non sarebbero certo state quelle truppe a fermare il maresciallo francese.

Lo fermò invece alle porte di Napoli l’azione di Andrea Doria, nonché la-terribile realtà della pestilenza che, ben presto, fece strage delle sue truppe, colpendo infine a morte anche lui. L’Ammiraglio fu il vero animatore della popolazione napoletana che, in quei terribili frangenti, rifornì di viveri e di acqua e di medicine, assicurandola che l’avrebbe difesa fino all’ultimo.

La morte del maresciallo Lautrec diede il tracollo alla situazione: le poche truppe non ancora colpite dal male abbandonarono l’assedio, l’armata veneziana ritenne miglior partito rientrare a Venezia, e quella francese, rimasta sola sul mare contro le galee di Andrea Doria, preferì far vela verso il porto di Marsiglia. Ma l’ammiraglio non le lasciò pace: l’inseguì, la molestò, l’obbligò al combattimento due volte, presso Genova e davanti a Varazze, catturando quattro galee, che - come comunicò al Re - trattenne a titolo di risarcimento di quanto ancora da Francesco I a lui dovuto.