Andrea Doria/La Vita/8

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La Vita
Capitolo 8

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Il l° novembre 1535 moriva Francesco Sforza duca di Milano, e Antonio de Leyva, capo delle truppe imperiali, prendeva possesso del ducato in nome di Carlo V, dando così a Francesco I una ragione di più per riprendere, a poca distanza di tempo, la guerra.

L’Imperatore si trattenne nel dolce clima napoletano tutto l’inverno, e a Napoli ricevette l’omaggio di molti principi italiani, fra i quali Alessandro de’ Medici, cui concesse in sposa una sua figlia naturale quattordicenne, Margherita. A Napoli egli poté prendere anche contatto con la vera vita dei suoi dominii, ed ebbe una sicura visione del pessimo comportamento dei nobili e delle truppe, che vessavano le popolazioni con prepotenze e tassazioni inaudite. Di ciò molto si preoccupò, e, cercando il modo di rimediare a quella situazione, chiese al Doria, come a uomo di sua completa fiducia e che aveva perfetta nozione delle cose d’Italia, che cosa avrebbe potuto fare. Con tutta sincerità, il Principe lo consigliò ad allontanare subito da Napoli e dalla Sicilia il Vicerè, causa prima di ogni malumore, sostituendolo con un uomo fedele, ma anche severo nei riguardi, dei suoi, e giusto nei riguardi di tutti. Solo un provvedimento decisivo poteva evitare che i sudditi giungessero alla disperazione, e perdessero ogni fiducia anche, nella giustizia e nella saggezza dell’Imperatore. Richiesto anche del suo parere sulla situazione di Milano, egli rispose che quanto aveva detto per Napoli si adattava ugualmente a Milano: Governo diretto dell’Imperatore anche là, con un Vicerè saggio ed onesto.

Con questi provvedimenti Carlo V si sarebbe assicurata la fedeltà dei sudditi, e avrebbe potuto avere tranquillità assoluta circa i dominii italiani, anche combattendo in lontani lidi. Né dimenticava mai il Principe di insistere con l’Imperatore sul progetto già esposto al Pontefice: abbandono di ogni ostilità fra principi cristiani, e santa alleanza invece - sotto l’egida del Papa e della Croce - per la distruzione degli infedeli, il cui ardimento sempre si rinnovava. Accedeva a questa idea l’Imperatore, e, ancora entusiasmato dalla vittoria di Tunisi, già prospettava una grande spedizione su Algeri, alla quale non avrebbe rifiutato la collaborazione francese. Ma Francesco I, che, in quegli anni di pace, aveva potuto riorganizzare i suoi eserciti, alla notizia dell’occupazione del ducato di Milano da parte di Antonio de Leyva, mosse improvvisamente in campagna, senza nemmeno procedere alla dichiarazione di guerra: suo primo obbiettivo, facilmente raggiunto e conquistato fu Torino, con buona parte del Piemonte. Il duca Carlo III, cognato di Carlo V per aver sposato donna Beatrice del Portogallo, sorella dell’Imperatrice, dovette abbandonare in fretta la Capitale, sottostando forzatamente all’aggressione.

Fu necessario correre ai ripari, e Carlo V, consigliato anche dal Principe, riprese il grande progetto del Connestabile di Borbone, ossia quello di portar ’la guerra nelle terre del nemico, invadendo la Provenza. Il Doria avrebbe dovuto con l’Armata portare un esercito sulla riviera francese, compiendo tutte le azioni di guerra che avesse ritenuto utili all’impresa; l’Imperatore, con un altro forte esercito, dopo aver liberato Torino, avrebbe dovuto entrare in Francia, riunendosi, sul territorio avverso, con le truppe trasportate dal Principe.

Le fanterie italiane, tedesche e spagnole., giunsero rapidamente davanti a Torino, comandate da Antonio de Leyva, ma quivi furono raggiunte dal Cardinal di Lorena, messaggero di proposte del Re, che chiedeva il ducato di Milano per il suo secondogenito Enrico d’Orléans. Tali proposte, dopo trattative e tregue, furono nettamente rifiutate dall’Imperatore, che era ormai entrato nell’ordine di idee sostenuto dal Principe, e cioè: governo diretto del ducato, con un suo Vicerè.

Rotte le tregue, nuovi piani furono fatti, e la guerra venne portata rapidamente in terra di Francia, dopo aver lasciato poche truppe a continuare l’assedio di Torino. La campagna di Francia fu però veramente disgraziata, sia per la resistenza opposta dalle città minori, sia, soprattutto, per la devastazione del paese, effettuata dalle truppe francesi in ritirata. Mancante di viveri e decimato dalla dissenteria e da altre malattie, il grande esercito dovette perciò rapidamente ritirarsi.

Ma era giunta intanto al campo notizia che, nonostante gli accordi stretti a Roma col Pontefice e coi Veneziani, il Re di Francia stava arruolando uomini ed ammassando mezzi anche nei loro Stati e in altri Stati minori, facendo diffondere tra i Principi italiani la voce che l’Imperatore aspirasse, a loro danno, al regno unico d’Italia. Già oltre diecimila fanti erano stati cosi raccolti ed armati, e progettavano di correre al soccorso di Torino assediata e di conquistare Genova, ritenuta a giusta ragione utilissima agli scopi imperiali.

Tal notizia diede subito motivo ad Andrea Doria di richiedere all’Imperatore che alla difesa della città - nell’interesse soprattutto dello Imperatore stesso - fosse provveduto al più presto, con l’invio di forze sufficienti. Ottenuta subito l’adesione imperiale, egli inviò a Genova Antonio Doria al comando delle sue galee, e con lui il capitano Agostino Spinola, con cinquecento fanti. Da Genova, questi distaccò le truppe, comandate dal fratello Bartolomeo, a Novi, per essere in posizione favorevole, pronte ad ogni mossa del nemico. Ma, avendo avuto nuova che questi, marciando a grandi giornate, era giunto ad Arquata, Bartolomeo, senza perder tempo, dopo aver inviato messi ad Agostino per informarlo del suo piano, si cacciò per le montagne e, incurante del clima afoso dell’agosto, con marcia di eccezionale rapidità, scese a Voltri, dove trovò pronta la galea da lui richiesta, per entrare rapidissimamente in città. Giunto il nemico dinanzi alle mura durante la notte, sul far dell’alba tentò di entrare a Genova, ma fu ributtato con tanta violenza, che ritenne miglior partito abbandonare l’impresa.

Liberata Genova da questo rischio, l’Imperatore vi poté sostare molti giorni, di ritorno dalla Provenza, ospitato dal Doria con quella signorilità della quale già abbiamo parlato. Indi, accompagnato dal Principe, nel novembre 1536 rientrò in Spagna.