Antonio Rosmini/V

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Capitolo V

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IV VI


L’amore delle eleganze italiane al Rosmini era stato ispirato e dalla felice natura e dalla meditazione sapiente e dagli esempi di parecchi suoi concittadini, e da’ colloquî del Cesari, che ogni anno da Verona veniva a passare in Rovereto l’autunno, e conversare fra gli altri col Pederzani il quale aveva avviato il Cesari stesso negli studi della lingua, e fornite alla ristampa del Vocabolario assai giunte. Il Pederzani, studioso di Dante ne interpretava alcuni passi in modo nuovo e vero; delle quali piccole scoperte il Rosmini giovane si rallegrava a quel vecchio stizzoso con umile condiscendenza, non però sì che non sentisse esserci più importanti scoperte da fare, e troppo il peso dato a quelle minuzie, e che non gli pesassero i perpetui ragionari sopra la medesima materia, da’ quali or si schermiva destramente e ora li pativa con rassegnazione virtuosa. Questo fu sempre mirabile in lui, sapere, per la carità del prossimo, perdere il tempo, non si mostrare avaro di tanto tesoro anche negli anni che più ne sentiva il pregio, e più lo incalzava la vita fuggente e la foga delle sue grandi idee, e la coscienza della propria missione. Non so se il convivere con gente giovanile per indole e taluni affettatamente giovialoni per imitazione de’ novellieri e de’ comici del trecento e del cinquecento, facesse il Rosmini amante della facezia nelle giovanili sue lettere e ne’ colloqui famigliari; o se piuttosto lo disponesse a ciò la serenità della mente e la pace dell’animo, e l’indulgenza pia verso i così abituati, i quali egli non poteva trasportare di volo nelle altezze del suo pensiero non respirabili ad essi. A credere questo piuttosto che l’altro m’induce il vedere che fin negli anni maturi, fin ne’ dolori della malattia sua mortale, fioriva sulle sua labbra il sorriso a velare la mestizia, e la celia a ricoprire qualche verità troppo austera, o fare accessibile qualche avvertimento tropp’alto. E mi sovviene che, leggendogli io ne’ Promessi Sposi, non ancora usciti alla luce, il colloquio di D. Abbondio con Federico e la sovrana comparazione del povero prete spaurito dalla coscienza de’ doveri suoi che il suo Vescovo gli ricordava, ad uccello ghermito e rapito in insolite altezze; il Rosmini fece un cenno fra di sorriso e di brivido da dimostrare com’egli entrasse ad un tempo e nella mente del Vescovo e nella testa del pievano con senso misto di compiacenza e pietà. Certo è che neanco nell’età meno esperta gli uscirono mai di bocca celie sconvenienti, le quali egli in altri riprendeva col silenzio, per tema che la parola paresse indiscreta o immodesta. E nondimeno quella ilarità che a quando a quando mi suonava ironia (chè la virtù e il senso prendono senza volerlo sembiante d’ironia, appunto perchè si temperano dagli eccessi, e la stessa temperanza aggiunge loro e finezza e autorità), quel vederlo abbassarsi a trastulli quasi puerili, senza intenderne il perchè, dispiaceva, confesso, alla giovinezza mia più turbata che raccolta, più torba che mesta.