Antonio Rosmini/XXXI

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Capitolo XXXI

../XXX ../XXXII IncludiIntestazione 14 giugno 2008 75% saggi

XXX XXXII


Aveva egli già, per scansare scandali, interrotta la stampa d’un discorso sullo scadimento degli studi ecclesiastici, scadimento confessato fin da papa Pio VIII. Non diede in luce una lunga e dotta risposta a chi riprese il suo libro delle Piaghe della Chiesa, ma domandò all’autorità dove stesse l’errore per poter ritrattarlo; e non avendo risposta altra che generica, si sottomise puramente e semplicemente. I timorati intanto, al timore di condanne, sbigottivano e s’astenevano dal leggere anco que’ libri del Rosmini che tutti debbono confessare essere di pro’ e onore alla Chiesa, e, non leggendo, condannavano più comodamente e con più sicurezza. Venne da ultimo il Dimittantur ad acquetarli; e il dimittantur dopo tanta guerra, dopo un severo esame d’uomini dotti e taluni mal disposti innanzi d’esaminare, è trionfo. Ma il Rosmini che intendeva di voler appartenere, egli e i suoi, alla Chiesa discente non alla insegnante, sottomettendosi acquistò tanto più merito quanto più meditate erano le sue parole e con grande amore educate, quanto più pure egli sentiva le proprie intenzioni, e passionate e deboli le obbiezioni mossegli. Doveva il Rosmini sottomettersi non solo per non si aggregare a que’ preti, che, scuotendo il giogo volontariamente impostosi, se lo trovano però sempre sul collo, se non colpevoli, infelici e impotenti e sospetti ad ambe le parti; doveva non solo perchè dalla sorte sua dipendeva la sorte di una società diletta al suo cuore, la quale altrimenti si sarebbe spersa e divisa in sè medesima, e data rea gioia ai falsi zelanti, e vile disperazione ai timidi d’ogni bene; doveva non solo per non contraddire alla professione altamente fatta d’intera docilità; ma doveva per dare un esempio di quella fortezza di mansuetudine ch’è più difficile di ogni forza di resistenza, e da ultimo più efficace; doveva per confermare co’ fatti la sua fede nel vero, e nel tempo che del vero è ministro. Illustrabit, mihi crede, tuam amplitudinem, hominum iniuria1.

Note

  1. CIC.