Asolani/Libro primo/XXXIV

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Libro primo - Capitolo XXXIV

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In questa guisa, o donne, Amore da ogni lato ci afflige; così da ogni parte, in ogni stato, fiamme, sospiri, lagrime, angoscie, tormenti, dolori sono de gl’infelici amanti seguaci; i quali, acciò che in loro compiutamente ogni colmo di miseria si ritruovi, non fanno pace giamai né pure triegua con queste lor pene, fuori di tutte l’altre qualità di viventi posti dalla lor fiera e ostinata ventura. Perciò che sogliono tutti gli animali, i quali, creati dalla natura, procacciano in alcun modo di mantener la lor vita, riposarsi dopo le fatiche e con la quiete ricoverar le forze, che sentono esser loro ne gli esercitii logore e indebolite. La notte i gai uccelli ne’ lor nidi e tra le frondi soavi de gli alberi ristorano i loro diurni e spaziosi giri; per le selve giacciono l’errabonde fiere; gli erbosi fondi de’ fiumi e le lievi alghe marine, per alcun spazio i molli pesci sostenendo, poi gli ritornano alle loro ruote più vaghi; e gli altri uomini medesimi, diversamente tutto ’l giorno nelle loro bisogne travagliati, la sera almeno, agiate le membra ove che sia e il vegnente sonno ricevuto, prendono sicuramente alcun dolce delle loro fatiche ristoro. Ma gli amanti miseri, da febbre continua sollecitati, né riposo, né intramissione, né alleggiamento hanno alcuno de’ lor mali: ad ogni ora si dogliono, in ogni tempo sono dalle discordanti lor cure, quasi Metii da’ cavalli distraenti, lacerati. Il dì hanno tristo e a noi è loro il sole, sì come quello che cosa allegra par loro che sia, contraria alla qualità del loro stato; ma la notte assai piggiore, in quanto le tenebre più gl’invitano al pianto che la luce, come quelle che alla miseria sono più conformi; nelle quali le vigilie sono lunghe e bagnate, il sonno brieve e penoso e paventevole e spesse fiate non meno delle vigilie dal pianto medesimo bagnato. Che comunque s’adormenta il corpo, corre l’animo e rientra subitamente ne’ suoi dolori, e con imaginazioni paurose e con più nuove guise d’angustia tiene i sentimenti sgomentati insidiosamente e tribolati, onde o si turba il sonno e rompesi appena incominciato o, se pure il corpo fiacco e fievole, sì come di quello bisognoso, il si ritiene, sospira il vago cuore sognando, triemano gli spiriti solleciti, duolsi l’anima maninconosa, piangono gli occhi cattivi, avezzi a non men dormendo che vegghiando la imaginazion fiera e trista seguire. Così a gli amanti, quanto sono i lor giorni più amari, tanto le notti vengono più dogliose, e in esse per aventura tante lagrime versano, quanti hanno il giorno risparmiati sospiri. Né mancha umore alle lagrime, per lo bene aver fatto lagrimando de gli occhi due fontane; né s’interchiude a mezzo sospiro la via, o men rotti e con minor impeto escono gli hodierni del cuore, perché de gli esterni tutto l’aere ne sia pieno. Né per doglie il duolo, né per lamenti il lamento, né per angoscie l’angoscia si fa minore; anzi ogni giorno arroge al danno e esso d’ora in ora divien più grave. Cresce l’amante nelle sue miserie, fecondo di se stesso a’ suoi dolori. Questi è quel Tizio che pasce del suo fegato l’avoltoio, anzi che il suo cuore a mille morsi di non sopportevoli affanni sempre rinuova. Questi è quello Isione che, nelle ruota delle sue molte angoscie girando, ora nella cima ora nel fondo portato, pure dal tormento non si scioglie giamai, anzi tanto più forte ad ogni ora vi si lega e inchiodavisi, quanto più legato vi sta e più girato. Non posso, o donne, aguagliar con parole le pene, con le quali questo crudel maestro ci afflige, se io, nello stremo fondo de gl’inferni penetrando, gli essempi delle ultime miserie de’ dannati dinanzi a gli occhi non vi paro: e queste medesime sono, come voi vedete, per aventura men gravi. Ma è da porre oggimai a questi ragionamenti modo e da non voler più oltra di quella materia favellare, della quale quanto più si parla, tanto più, a chi ben la considera, ne resta a poter dire.