Audizioni Commissione d'inchiesta Federconsorzi/21

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Audizione Clemente

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SENATO DELLA REPUBBLICA--------------------------------------------------CAMERA DEI DEPUTATI

XIII LEGISLATURA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL DISSESTO DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI __________ RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA DI MARTEDÌ 12 OTTOBRE 1999 __________ Presidenza del presidente Melchiorre CIRAMI


I lavori hanno inizio alle ore 12,05. (La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente)

Presidenza del presidente CIRAMI

I. Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Prima di procedere all'audizione del dottor Claudio Clemente, direttore principale del Servizio vigilanza sugli enti creditizi della Banca d'Italia, consentitemi di rendere alcune brevi comunicazioni. Facendo seguito alle richieste di acquisizioni documentali, formulate dal primo gruppo di lavoro nella riunione del 5 ottobre 1999, ho intenzione di richiedere ai direttori generali delle banche creditrici della Federconsorzi alla data del commissariamento di fornire informazioni sull'entità dei rispettivi crediti e di trasmettere documentazione relativa alla costituzione e all'evoluzione del rapporto creditizio. Ho invece già chiesto al Procuratore della Repubblica di Roma e al Procuratore della Repubblica di Perugia di voler autorizzare i custodi giudiziari da loro nominati a rilasciare copia della documentazione sottoposta a sequestro che, di volta in volta, in relazione allo sviluppo degli accertamenti, sarà richiesta dalla Commissione.

Vi informo infine di aver preso contatti con la segreteria della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, al fine di acquisire informazioni sui documenti archiviati a titolo Federconsorzi ai quali ha fatto riferimento l'ex senatore Robusti sia nella lettera a noi indirizzata che nel corso dell'audizione del 7 ottobre 1999. Da un primo riscontro, risulterebbe che parte di questi documenti sono effettivamente custoditi nell'archivio di tale Commissione e possono essere facilmente acquisiti, trattandosi di atti pubblici. Altra documentazione indicata dovrebbe essere invece conservata nell'archivio della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'AIMA, di cui Robusti è stato Presidente.

II. Audizione del dottor Claudio Clemente, direttore principale del Servizio vigilanza sugli enti creditizi della Banca d'Italia

PRESIDENTE. La Commissione procede oggi all'audizione del dottor Claudio Clemente, direttore principale del Servizio vigilanza sugli enti creditizi della Banca d'Italia, che ringrazio per aver accolto, con cortese disponibilità, il nostro invito.

Prima di dare la parola al dottor Clemente, per una breve relazione sul ruolo svolto dalla Banca d'Italia nella vicenda Federconsorzi, avverto che i nostri lavori si svolgono in forma pubblica, secondo quanto dispone l'articolo 7 della legge istitutiva, e che è dunque attivato, ai sensi dell'articolo 12, comma 2, del nostro Regolamento interno, l'impianto audiovisivo a circuito chiuso.

Qualora da parte del dottor Clemente o di colleghi lo si ritenga opportuno in relazione ad argomenti che si vogliono mantenere riservati, disattiverò l'impianto audiovisivo per il tempo necessario.

Preciso infine che dell'audizione odierna è redatto il Resoconto stenografico, che sarà sottoposto, ai sensi dell'articolo 12, comma 6, del Regolamento interno, alla persona ascoltata e ai colleghi che interverranno, perché provvedano a sottoscriverlo apportandovi le correzioni di forma che riterranno, in vista della pubblicazione negli Atti parlamentari.

Do quindi la parola al dottor Clemente per un'esposizione sul ruolo che la Banca d'Italia ha avuto nell'intera vicenda Federconsorzi.

CLEMENTE. Signor Presidente, onorevoli senatori e deputati, ho ricevuto l'invito rivolto da questa Commissione di riferire in ordine alla vicenda che interessa la Federconsorzi, ossia la Federazione italiana dei consorzi agrari, con specifico riferimento all'operazione di cessione delle attività della Federconsorzi alla Società Gestione per il Realizzo spa (S.G.R.).

Sarò lieto di rispondere, per quanto possibile, alle domande che gli onorevoli deputati e senatori intenderanno rivolgermi, con l'auspicio che, al termine di questa seduta, la Commissione possa disporre di informazioni e indicazioni che possano risultare d'ausilio per l'adempimento delle sue funzioni.

Ritengo comunque utile fornire preliminarmente alcune brevi indicazioni intese a delineare il ruolo della Banca d'Italia con riguardo ai rapporti tra le banche e le imprese nell'eventualità di crisi di queste ultime; in tale ambito va infatti inquadrata la vicenda all'attenzione della Commissione, della quale fornirò anche gli elementi a conoscenza dell'organo di vigilanza.

Passo ora a trattare della vigilanza creditizia e finanziaria.

Le autorità creditizie esercitano i poteri di vigilanza ad esse attribuiti dalla legge, avendo riguardo alla sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all'efficienza e alla competitività del sistema finanziario, nonché all'osservanza delle disposizioni in materia creditizia. Questo principio determina un quadro di riferimento che presuppone la natura eminentemente imprenditoriale dell'attività bancaria, criterio cardine al quale le autorità amministrative improntano l'intera azione di vigilanza.

Le banche allocano liberamente le risorse finanziarie sulla base di valutazioni che tengono conto delle indicazioni provenienti dal mercato, nelle forme e presso i soggetti ritenuti in possesso di adeguati requisiti di affidabilità; le aziende di credito, come soggetto imprenditoriale, assumono un'alea, l'alea che connota tipicamente qualunque attività che, combinando capitale e lavoro, si sostanzi nella fornitura di beni e servizi per il mercato.

Le banche presentano tuttavia un'ulteriore peculiarità che ne connota tipicamente l'operato: quella di essere imprese il cui oggetto è l'assunzione e la gestione dei rischi, in particolare di credito.

Sotto tale profilo, compito della Banca d'Italia è valutare essenzialmente la loro capacità di fronteggiare i rischi assunti e l'impatto che l'eventuale deterioramento dei crediti può determinare sulla stabilità dei singoli intermediari, sul sistema bancario e, in ultima analisi, sull'economia nel suo complesso.

L'azione di controllo delle autorità creditizie viene svolta nel pieno rispetto dell'autonomia dei soggetti vigilati; l'organo di supervisione non può e non deve sostituirsi agli amministratori nelle scelte d'impresa, né entrare nel merito dei rapporti di credito o di singole operazioni di affidamento.

Coerentemente con il riconoscimento da parte del legislatore della natura di impresa dell'attività bancaria, il metodo di supervisione si è andato evolvendo, sin dalla seconda metà degli anni Ottanta, in senso "prudenziale", basato cioè sulla identificazione di regole generali che definiscono l'ambito entro il quale si esplica l'autonomia imprenditoriale. Tali limiti sono andati esprimendosi, prevalentemente, in termini di coefficienti parametrati al patrimonio e di regole comportamentali ispirate a criteri di corretta gestione, divenute progressivamente neutrali rispetto allo schema organizzativo e alla vocazione operativa dei soggetti vigilati; nell'ambito di questa cornice regolamentare è sottoposto a vaglio il complessivo grado di equilibrio delle banche. La rischiosità insita nella concessione di finanziamenti viene in particolare contenuta entro limiti calcolati rapportando al patrimonio aziendale il complesso dei crediti erogati dalle banche, ponderato secondo opportuni coefficienti.

Si tratta di un sistema di regole le quali non si sostituiscono al ruolo del mercato ma lo integrano e ne correggono le imperfezioni, rispettandone i meccanismi. Sono norme di prudenza e di corretta gestione bancaria.

In nessuna fase del processo che ho descritto è oggetto di analisi preventiva la situazione finanziaria o produttiva delle singole imprese assistite dal finanziamento bancario, né l'individuazione precoce delle loro difficoltà o dell'eventuale crisi; è questo un esame che compete alle banche, chiamate a stimare il livello di affidabilità dei richiedenti il prestito e a controllare costantemente l'andamento delle linee di credito concesse.

Spetta infatti ai competenti organi degli enti creditizi la responsabilità della correttezza e della validità economica delle operazioni poste in essere; ad essi compete altresì assicurare che l'operatività complessiva avvenga nel rispetto delle regole di vigilanza.

Passo ora a trattare della vicenda della Federconsorzi e dell'azione della Banca d'Italia.

Come è noto, la Federconsorzi, società cooperativa a responsabilità limitata regolata dal decreto legislativo 7 maggio 1948, n. 1235, e dalle norme del codice civile in materia di imprese cooperative (articoli 2514 e seguenti), era a capo di un conglomerato di rilevanti dimensioni composto da un numero ragguardevole di società operanti nei settori agricolo, immobiliare, assicurativo, bancario e finanziario.

I controlli governativi contemplati dalle norme riguardanti le società cooperative erano affidati, dall'articolo 35 del decreto legislativo n. 1235 del 1948, al Ministero dell'agricoltura e delle foreste.

All'epoca dell'assunzione dei provvedimenti di rigore da parte del competente Dicastero, i debiti della Federconsorzi verso le banche italiane ammontavano, in base ai dati segnalati alla centrale dei rischi, a 2.200 miliardi circa, erogati da un numero assai consistente di intermediari (circa 150). La Federconsorzi era anche affidata da istituzioni bancarie estere: si è avuta conoscenza di un prestito di 200 milioni di ECU, organizzato da The Mitsubishi Bank di Londra, e di un prestito di 88 milioni di ECU organizzato da The Sumitomo Bank di Londra.

Il dissesto della Federconsorzi è stata la prima e purtroppo non ultima crisi di rilevanza internazionale che ha colpito le imprese del nostro paese nei primi anni Novanta, periodo interessato dalla più grave recessione post-bellica, e che ha rischiato di mettere a repentaglio la credibilità del sistema Italia. Situazioni siffatte, ove non adeguatamente e prontamente comprese e interpretate, sono suscettibili di produrre effetti negativi sul generale andamento dell'economia e della finanza, con la possibilità di creare crisi sistemiche.

Come sempre accade in questi casi, la Banca d'Italia è stata sollecitata da organismi internazionali, banche, specie estere, società di rating, ad assumere un ruolo diretto nella vicenda, ruolo che la Banca centrale, coerentemente con le proprie funzioni istituzionali, non poteva avere.

Era comunque ben presente l'esigenza di preservare il clima di fiducia sui mercati: vennero così mantenuti aperti canali di comunicazione con i vari soggetti che avevano interessato la Banca d'Italia.

In diverse occasioni fu rappresentato a esponenti del sistema bancario italiano e internazionale che la valutazione del merito di credito della Federconsorzi non poteva essere fondata sul convincimento che essa costituisse di fatto un organismo pubblico e che lo Stato italiano si sarebbe accollato le perdite di gestione o sarebbe comunque intervenuto a sostegno della Fedit.

Si ribadì anzi che le banche esposte avrebbero dovuto autonomamente e responsabilmente valutare la convenienza delle diverse opzioni percorribili, avendo anche riguardo, per quelle italiane, ai riflessi di immagine che ne sarebbero potuti derivare sui mercati internazionali.

Al manifestarsi della crisi la vigilanza ha immediatamente condotto un'azione volta a verificare i riflessi che le esposizioni assunte dal sistema bancario verso il conglomerato Federconsorzi potevano avere sulla sana e prudente gestione dei soggetti vigilati.

La crisi della Fedit non ha pregiudicato la stabilità di alcuna delle banche esposte. La complessiva credibilità del sistema finanziario italiano è risultata salvaguardata anche in virtù dell'azione svolta dalla Banca d'Italia nei confronti degli interlocutori esteri.

Come noto, successivamente all'avvio delle iniziative rivolte alla soluzione della crisi della Federconsorzi, sono stati lamentati ritardi da parte di alcuni soggetti, ritardi parzialmente riconducibili alle contestazioni in ordine alla natura privilegiata o meno di taluni crediti, alle rimostranze dei dipendenti del gruppo Fedit posti in mobilità, alle controversie relative alle attività della Federconsorzi oggetto di cessione alla S.G.R.. I creditori, specie quelli esteri, hanno a più riprese rappresentato alla Banca d'Italia le conseguenze negative per l'immagine del Paese sui mercati finanziari derivanti da tali ritardi. Anche in questa fase, è stata cura della banca centrale evitare il manifestarsi di crisi di credibilità.

La Banca d'Italia non esercita un ruolo attivo nelle procedure finalizzate alla risoluzione delle crisi di impresa; spetta ai creditori infatti individuare le modalità operative e i criteri reputati più idonei a meglio tutelare i propri diritti. La disciplina attualmente in vigore stabilisce che le banche possono, ove lo ritengano conveniente, trasformare in capitale di rischio i crediti vantati nei confronti di soggetti in crisi, nel rispetto di una specifica procedura, che indica le condizioni ritenute necessarie perché la partecipazione avvenga in presenza di elementi che garantiscano il risanamento dell'impresa; nel caso in cui il risanamento non sia reputato possibile vengono previste precise condizioni per la trasformazione dei crediti in azioni, al solo scopo di un più agevole realizzo delle attività del soggetto debitore. Le banche debbono soltanto notificare tali interventi alla Banca d'Italia.

Anche all'epoca dell'operazione S.G.R. le iniziative avviate dalle banche per recuperare i crediti non erano assoggettate a specifici interventi autorizzativi, contrariamente a quanto stabilito in via generale dalle disposizioni emanate dalla Vigilanza in materia di partecipazioni. La possibilità delle banche di acquisire partecipazioni nel capitale di imprese era infatti circoscritta ad una puntuale tipologia riconducibile, in definitiva, a soggetti esercenti attività bancaria, ovvero attività collaterali o funzionali a questa, ed era sottoposta alla preventiva autorizzazione della Banca d'Italia. Il rilievo di azioni finalizzato ad agevolare il recupero dei crediti ovvero a una migliore tutela dei diritti delle banche poteva essere invece liberamente effettuato, prescindendo dalla natura dell'attività svolta dal soggetto partecipato e da adempimenti autorizzativi; in tali casi si richiedeva soltanto una comunicazione alla Vigilanza.

E' nell'ambito dell'assunzione di partecipazioni per recupero di crediti che va inquadrata l'iniziativa promossa nel 1992 da alcuni dei creditori più rilevanti della Fedit. Questi individuarono nella costruzione di una società finalizzata al rilievo e allo smobilizzo delle attività della Federconsorzi, denominata S.G.R. (Società Gestione per il Realizzo s.p.a.), lo strumento più idoneo per facilitare il recupero delle loro esposizioni. In base alle informazioni comunicate dal Banco di Santo Spirito alla Banca d'Italia nel maggio del 1992, l'iniziativa prevedeva l'istituzione, da parte di una decina dei maggiori creditori, di una società per azioni con un capitale sociale di 30 miliardi di lire da sottoscrivere in proporzione ai rispettivi crediti. La società avrebbe avuto per oggetto la gestione, l'affitto, l'acquisto, la vendita di attività immobiliari e mobiliari, nonché il compimento di qualsiasi operazione finanziaria ad esso finalizzata, ivi compresa, l'acquisizione e la cessione di partecipazioni. All'iniziativa avrebbero potuto prendere parte, ove l'avessero ritenuto conveniente, anche altri soggetti creditori della Federconsorzi. La società si sarebbe resa cessionaria delle attività della Fedit, per la quale era stata avviata la procedura di concordato preventivo con decreto del tribunale di Roma del luglio 1991. La società avrebbe altresì offerto ai creditori portatori di diritti non superiori a un miliardo, che non intendevano partecipare all'iniziativa, la facoltà di cedere alla stessa le attività in questione. Le motivazioni dell'iniziativa venivano identificate nella possibilità di assicurare una più efficace tutela delle ragioni creditorie delle banche interessate, altrimenti destinate a subire le dispersioni connesse con i lunghi tempi di realizzo e con gli oneri di una procedura concordataria che si profilava di rilevante complessità e durata. Come precisato nell'informativa rassegnata dalle banche, al rilievo da parte della società dei beni della Fedit si sarebbe dato corso solo subordinatamente all'omologa del concordato preventivo, procedura concorsuale nell'ambito della quale il progetto necessariamente andava a inscriversi.

Dell'intervento delle banche nel capitale della società di smobilizzo la Banca d'Italia prese nota nel giugno del 1992. In tale sede si precisò - in ossequio al principio della natura imprenditoriale dell'attività bancaria sulla quale mi sono poc'anzi soffermato - che ogni valutazione e connessa responsabilità sui vari profili della iniziativa non poteva che far carico esclusivamente ai competenti organi aziendali. Rimango a disposizione per rispondere ai quesiti che la Commissione riterrà opportuno rivolgermi.

PRESIDENTE. Dottor Clemente, avrei una serie di quesiti da porle, ai quali seguiranno eventuali domande dei colleghi.

La Fedit, pur essendo proprietaria di banche ed esercitando il credito agrario non era sottoposta alla vigilanza e al controllo della Banca d'Italia: vuole indicarne alla Commissione le ragioni tecniche, al di là di quello che ha già detto?

CLEMENTE. Perché la Fedit non era un'azienda di credito.

PRESIDENTE. Però era proprietaria di banche.

CLEMENTE. Attualmente la normativa relativa ai controlli sul sistema bancario prevede che le capigruppo di gruppi bancari sono sottoposte al controllo della Banca d'Italia; all'epoca non c'era una normativa di gruppo che imponesse un controllo esteso anche alle capigruppo di gruppi bancari. In ogni caso, anche alla luce dell'attuale normativa, la Federconsorzi non sarebbe stata soggetta a controlli da parte della Banca d'Italia, perché è un soggetto industriale e non bancario o finanziario. Nel caso di un soggetto industriale che controllasse una banca - cosa peraltro esclusa dal sistema normativo oggi in vigore - questo non potrebbe essere sottoposto a controlli da parte della Banca d'Italia non essendo un soggetto bancario o finanziario. Sono le banche al di sotto di questo soggetto che vengono sottoposte a controllo.

PRESIDENTE. La Banca d'Italia seguiva direttamente o indirettamente le vicende Fedit e, in caso positivo, chi se ne occupava?

CLEMENTE. La Banca d'Italia non ha mai seguito le vicende della Federconsorzi, appunto perché non era oggetto di suoi controlli. La Banca d'Italia se ne è occupata nella fase di emersione della crisi per gli effetti che un dissesto delle dimensioni della Federconsorzi rischiava di provocare sulla stabilità del sistema bancario italiano. Altrettanto è stato fatto in altri casi di rilevanti dimensioni, come ad esempio la Ferruzzi.

PRESIDENTE. Premesso che, in base alle leggi vigenti, per le operazioni di ammasso i consorzi ricevettero cambiali agrarie che scontarono presso le banche, che a loro volta le scontarono presso la Banca d'Italia al tasso di interesse dell'1 per cento, può dirci di quanto è rimasta creditrice la Banca d'Italia nei confronti dello Stato?

CLEMENTE. Attualmente l'esposizione che figura nel bilancio della Banca d'Italia dovrebbe ammontare a 2.894 miliardi. E' noto che era stata ipotizzata in un decreto-legge la conversione di questo credito in titoli di Stato, decreto successivamente reiterato e poi decaduto per la mancata conversione in legge.

PRESIDENTE. Che incidenza ha la legge che è stata approvata riguardante il riordino dei consorzi agrari su questo credito che la Banca d'Italia vanta nei confronti dello Stato?

CLEMENTE. Se le mie informazioni sono corrette, quella norma dovrebbe riguardare solo l'esposizione non cambializzata dei consorzi agrari, non quella della Federconsorzi o della Banca d'Italia, nel senso che tende, in sostanza, a ripianare le eventuali perdite di esposizione dei consorzi agrari relative agli ammassi e non quelle, analoghe quanto a natura, presso la Federconsorzi e presso la Banca d'Italia.

La Federconsorzi dovrebbe avere un credito nei confronti dello Stato di circa 1.000 miliardi, se non vado errato. Ovviamente, il mancato pagamento di queste somme alla Federconsorzi avrebbe dei riflessi sul sistema bancario in termini di mancato riparto di queste somme.

PRESIDENTE. La Vigilanza della Banca d'Italia è esercitata sia mediante l'esame delle informazioni periodiche a cui le banche sono tenute, sia mediante l'emanazione di istruzioni, sia, infine, mediante ispezioni periodiche o straordinarie. In particolare, le disposizioni che la Banca d'Italia è chiamata ad emanare riguardano il contenimento del rischio. L'entità complessiva dell'indebitamento della Fedit, nei confronti del sistema bancario, superiore a 6.000 miliardi, propone oggettivamente a questa Commissione alcuni temi di indagine sui quali la invito a riferire per quello che ci può dire: il rispetto delle direttive di vigilanza da parte delle banche; l'adeguatezza del monitoraggio dei crediti Fedit; l'adeguatezza dell'attività di controllo della Banca d'Italia nei confronti delle banche creditrici della Fedit.

CLEMENTE. Occorre che io faccia una premessa contenuta in parte anche nella relazione che ho letto. In realtà i crediti delle banche italiane nei confronti della Federconsorzi risultavano pari a poco più di 2.000 miliardi, 2.200 per la precisione. La differenza rispetto alla cifra di 6.000 miliardi che lei prima ha citato, signor Presidente, probabilmente è dovuta all'applicazione del concetto di gruppo.

PRESIDENTE. Esatto.

CLEMENTE. In realtà, se si andava a verificare la complessiva esposizione del sistema bancario nei confronti del gruppo Federconsorzi e controllate, risultava che tale esposizione era maggiore. La Banca d'Italia, all'epoca della dichiarazione della crisi, avviò un'indagine ad hoc per verificare l'importo dell'esposizione nei confronti del gruppo Federconsorzi; all'epoca le norme di vigilanza non facevano riferimento alla nozione di gruppo (siamo nel 1991), quindi la Banca d'Italia non esercitava il controllo sul gruppo bancario e non considerava, in via generale, le imprese affidate intese come gruppo; ma aveva riguardo alle sole esposizioni individuali, non essendo previsti gli strumenti per ricondurre i soggetti esposti al gruppo di appartenenza.

Questo discorso può spiegare in parte la differenza tra l'importo di poco più di 2.000 miliardi e quello di 6.000 miliardi (che peraltro sembra considerare anche i consorzi agrari ed escludere gli ammassi).

Con riferimento al rispetto delle disposizioni di vigilanza, una verifica effettuata nella fase attuale, ormai a quasi dieci anni di distanza rispetto a quei momenti, ci indica che le esposizioni che le banche segnalavano nei confronti della Federconsorzi, a livello individuale, non superavano i limiti previsti dalla vigilanza in termini di coperture patrimoniali e in termini di concentrazione del rischio. Sto parlando di limiti generali riferiti all'intero sistema delle banche di cui è possibile effettuare un'analisi statistica.

Come pure ho detto nella relazione, le banche che risultavano esposte nei confronti della Federconsorzi non hanno subìto, in conseguenza della sua crisi, danni tali da mettere a repentaglio la loro stabilità. Questa è anche una risposta, in parte, alla domanda relativa all'azione di vigilanza sulle banche, azione che, ripeto, non può arrivare ad entrare nel merito delle scelte delle banche di erogare un credito a un soggetto ovvero ad un altro; compito della vigilanza è limitare l'impatto che le scelte di investimento hanno sulla situazione patrimoniale della banca, cosa che si realizza preventivamente con la fissazione di regole prudenziali; nel caso Federconsorzi, verificatosi il dissesto, si è voluto analizzare l'impatto che tale crisi avrebbe potuto provocare sul sistema delle banche italiane.

PRESIDENTE. Dottor Clemente, ricordando che l'insolvenza della maggior parte dei consorzi agrari nei confronti del sistema non si era verificata nel 1991, bensì molto tempo prima, le chiedo: il sistema bancario e la Banca d'Italia avevano avuto dei segnali tecnici delle gravi difficoltà della Fedit prima del commissariamento del 17 maggio 1991?

CLEMENTE. Direi di no, non avevamo indicazioni negative da parte del sistema, perché il sistema non classificava la Federconsorzi come "sofferenza" nelle segnalazioni di vigilanza. Non avendo la Banca d'Italia una responsabilità di controllo sulle imprese non bancarie, non finanziarie, la conoscenza della situazione di tali imprese è mediata attraverso le informazioni che arrivano dal sistema bancario; la Federconsorzi non era qualificata come sofferenza, quindi la recuperabilità dei crediti che la riguardavano non risultava messa in dubbio da parte di nessuna azienda di credito.

PRESIDENTE. Nelle risultanze della commissione d'indagine ministeriale disposta dall'allora ministro Poli Bortone, si leggono alcuni rilievi relativi al fatto che gli affidamenti delle banche verso la Fedit avvenivano senza adeguate garanzie reali. Ora lei, dottor Clemente, nell'esercizio del sindacato di vigilanza della Banca d'Italia, può valutare questo aspetto?

CLEMENTE. Dunque la domanda è, in sostanza, se le banche dovevano acquisire garanzie reali nei confronti dell'esposizione verso la Federconsorzi.

PRESIDENTE. Esatto.

CLEMENTE. Questo argomento è in parte contenuto anche nella relazione che ho letto alla Commissione: in realtà la valutazione dell'affidabilità delle imprese e quindi della necessità o meno di acquisire garanzie reali è rimessa alle singole banche. Adesso non so dirle rispetto a quanti di quei crediti a cui si è fatto cenno, pari a 2.200 miliardi, le banche avevano garanzie reali.

PRESIDENTE. Se vado ad orecchio, per 36 miliardi.

CLEMENTE. Evidentemente le banche avevano ritenuto che l'affidabilità della Federconsorzi fosse tale da non richiedere garanzie reali a fronte dell'esposizione.

PRESIDENTE. Per quanto è a sua conoscenza, Bankitalia ha mai ricevuto "sollecitazioni" da parte di banche estere connesse all'esigenza di chiarire la natura giuridica della Federconsorzi?

CLEMENTE. Negli incontri che sono stati fatti alcune banche estere hanno chiesto chiarimenti alla Banca d'Italia in ordine alla situazione della Federconsorzi, anche con riferimento alla natura giuridica di quest'ultima. Come ho detto nella relazione, abbiamo fatto presente alle banche che lo chiedevano che la natura giuridica della Federconsorzi era quella di una società cooperativa e che quindi essa non era un ente pubblico, ai sensi della legislazione italiana. Le banche hanno fatto presente che era interpretazione generalizzata da parte del sistema bancario, quantomeno estero, di essere in presenza di un ente pubblico.

PRESIDENTE. Avete ricevuto mai doglianze da parte delle filiali londinesi delle banche giapponesi o delle filiali londinesi delle banche italiane, in particolare dell'Istituto San Paolo e della BNL, che curavano la principale operazione di finanziamento di 400 milioni di ECU?

CLEMENTE. Lei immagino alluda alle due operazioni delle banche giapponesi.

PRESIDENTE. Esatto, la prima della Sumitomo e la seconda della Mitsubishi.

CLEMENTE. Sì, se non ricordo male ci sono stati degli incontri, non so se con rappresentanti di entrambi gli istituti, ma comunque con soggetti che parlavano a nome almeno di uno di essi, e, appunto, quando alludo alle rimostranze delle banche estere, faccio proprio riferimento, tra l'altro, a questi istituti.

BUCCIERO. In che data? Le date sono importanti.

CLEMENTE. Questo non glielo so dire esattamente. Dovrebbe essere avvenuto in prossimità dell'evento del commissariamento della Federconsorzi; però se alla Commissione interessa la data precisa, posso tentare di verificare.

BUCCIERO. Ripetendo, dottor Clemente, che le date sono molto importanti, le domando: quand'è che le banche estere hanno chiesto lumi alla Banca d'Italia per conoscere la natura giuridica della Federconsorzi? Prima o dopo la crisi della stessa?

CLEMENTE. Sicuramente dopo; almeno che a me risulti, non ci sono stati contatti precedenti alla nascita della crisi della Federconsorzi con la Banca d'Italia da parte di istituti bancari esteri. Dunque, se la domanda è sul prima o dopo, la risposta è: sicuramente dopo.

PRESIDENTE. Ma queste doglianze che esternavano le banche estere avevano un certo fondamento dal punto di vista tecnico dell'affidamento bancario?

CLEMENTE. Le richieste che venivano dalle banche sono venute sicuramente dopo la vicenda della crisi della Federconsorzi.

PRESIDENTE. Ma le doglianze, la sorpresa di trovarsi in questa situazione?

CLEMENTE. Per quello che risulta a me, ciò è avvenuto soltanto dopo la crisi della Federconsorzi. Vorrei precisare che i riferimenti che facevo nella mia relazione iniziale erano tutti relativi ad eventi verificatisi dopo la vicenda del commissariamento della Federconsorzi.

PRESIDENTE. Un'altra domanda. E' a conoscenza di come sono stati liquidati i crediti delle banche straniere?

CLEMENTE. No, non è a mia conoscenza.

PRESIDENTE. Tenuto conto della minaccia - almeno così pare di leggere - contenuta negli scritti delle banche giapponesi di una ritorsione al mancato pagamento da parte dello Stato dei debiti, sotto forma di chiusura da parte dei mercati internazionali alle richieste di credito di enti pubblici italiani, ci sono state delle iniziative da parte della Banca d'Italia?

CLEMENTE. A me non risultano iniziative. Ripeto che, a fronte delle richieste di chiarimento circa la situazione soggettiva della Federconsorzi, la risposta è stata intesa a chiarire che il soggetto non era pubblico e quindi non era corretta l'idea, che il sistema estero evidentemente si era fatto, di trovarsi di fronte a un soggetto pubblico. La natura stessa della cooperativa ne escludeva la natura pubblica.

Però, per quanto a me risulta, non sono state minacciate specifiche "ritorsioni" nei termini che lei indicava, signor Presidente.

E' chiaro che la questione sottostante a questi incontri era sempre che la solvibilità del sistema pubblico italiano poteva essere messa in dubbio a seguito di questa vicenda. Questo era sottinteso o era esplicitamente detto, ma "minacce" concrete non ne sono mai state avanzate.

PRESIDENTE. Più che di "minacce" parlerei appunto di "promesse di ritorsione".

CLEMENTE. No, a me non risulta che ne siano state fatte, almeno per quanto mi concerne.

PRESIDENTE. Negli scritti pare di leggere che ci furono delle ritorsioni. In caso positivo, vorrei sapere se la Banca d'Italia assunse delle iniziative per scongiurarle. Le dico questo perché, nel suo intervento introduttivo, lei ci ha riferito che c'era la preoccupazione di difendere il clima di fiducia nel sistema bancario. Questa fu una decisione tecnica o politica?

CLEMENTE. È una impostazione che ha fondamenti tecnici e che "grava" sulla Banca d'Italia per i riflessi che una crisi generalizzata nel sistema delle imprese …

PRESIDENTE. Dottor Clemente, per essere più espliciti, fu una decisione tecnica affidata agli uffici tecnici della Banca d'Italia, oppure una decisione politica affidata all'organismo politico della Banca d'Italia, cioè al Governatore della Banca d'Italia o al suo ufficio?

CLEMENTE. Non sono in grado di dare una risposta di questo genere. Per quanto mi risulta, sia direttamente, perché ho preso parte a qualcuna di queste riunioni, sia indirettamente, l'atteggiamento della Banca d'Italia nei confronti di queste situazioni in genere, non soltanto nei confronti della Federconsorzi, è di creare un clima di affidabilità del sistema fornendo risposte costruttive alle richieste del sistema bancario straniero, cioè dimostrare al sistema bancario straniero che le regole giuridiche e tecniche vengono rispettate; questo a tutela della credibilità del sistema bancario nel suo complesso e anche dell'immagine dell'Italia.

PRESIDENTE. Mi è parso di capire che la difesa del clima di fiducia avvenisse anche indipendentemente dal rispetto stretto delle norme tecniche di gestione e di controllo del credito.

CLEMENTE. In genere questa attività viene svolta dagli uffici della Banca e si basa su elementi oggettivi, altrimenti sarebbe un'azione politica e non tecnica.

PRESIDENTE. Avete assunto delle iniziative allorché è scattata l'operazione S.G.R. e, in caso positivo, quali?

CLEMENTE. Come ho accennato nella relazione introduttiva, la costituzione e l'acquisizione di pacchetti di azioni della S.G.R. da parte del sistema bancario era un'operazione che le banche potevano realizzare liberamente, in quanto sottratta alla normativa generale di vigilanza in materia di partecipazioni. Le banche avevano il solo obbligo di notificare l'esigenza di sottoscrivere il capitale della S.G.R. alla Banca d'Italia, cosa che hanno fatto e a cui si è dato esito con una lettera in cui si prendeva atto della costituzione della S.G.R., esattamente nel giugno del 1992. Nella lettera veniva ribadito, altresì, che l'operazione era liberamente assumibile, che tutte le scelte di merito riguardavano le aziende e, inoltre, che l'operazione si inquadrava in una procedura concorsuale.

PRESIDENTE. Avete documentazione di questi rapporti nei confronti della S.G.R.?

CLEMENTE. Abbiamo la lettera di risposta.

PRESIDENTE. Premesso che alcune banche italiane creditrici della Fedit hanno volontariamente rinunciato alla par condicio nei confronti di quelle giapponesi (Sumitomo e Mitsubishi) nella procedura concorsuale (concordato preventivo) Agrifactoring, con una operazione denominata tecnicamente postergazione dei loro crediti nei confronti di quelli esteri, può riferire alla Commissione se l'operazione è nota alla Banca d'Italia, se è stata approvata e perché, come si spiega una rinuncia, apparentemente ingiustificata e gratuita, in danno degli azionisti all'incasso potenziale di miliardi di crediti?

CLEMENTE. Lei fa riferimento alla vicenda Agrifactoring, che giuridicamente è separata dalla vicenda Federconsorzi.

L'Agrifactoring aveva la caratteristica di essere partecipata al 50 per cento dalla BNL e da altre banche italiane. Della vicenda la Banca d'Italia ha avuto notizia, al pari dei problemi che nascevano sull'assetto di Federconsorzi, anche a motivo delle proteste che venivano dal sistema bancario internazionale per la circostanza che, a differenza della Federconsorzi, in cui assumevano trovarsi di fronte ad un soggetto pubblico, nel caso dell'Agrifactoring le banche estere assumevano trovarsi di fronte ad un soggetto che era posseduto da banche italiane, quindi in qualche misura dotato di una maggiore affidabilità. In realtà, l'Agrifactoring non apparteneva a nessun gruppo bancario: non era integrata infatti nel gruppo BNL; d'altro canto in generale i soci, e quindi la BNL, rispondono nei limiti della partecipazione al capitale.

Dei tentativi di ricomposizione di questa vicenda, nell'ottica anche sotto questo profilo della credibilità del sistema bancario, la Banca d'Italia ha avuto notizie del tutto informali; è stata una vicenda totalmente gestita in autonomia dal sistema bancario, anche con riferimento alla scelta della postergazione; scelta, immagino, suggerita dall'esigenza di mantenere la credibilità sui mercati internazionali.

PRESIDENTE. La postergazione è collegata con l'operazione S.G.R., nel senso che costituisce il prezzo della non opposizione delle banche giapponesi che non vi presero parte e che fecero fallire, non aderendovi, la liquidazione volontaria che era stata progettata dal ministro Goria?

CLEMENTE. Non sono a conoscenza di questa vicenda.

MAGNALBO'. Non ho capito bene cosa ha detto il dottor Clemente sulla convinzione generale che la Fedit fosse un soggetto giuridico pubblico e, come tale, coperto e protetto dalla struttura statale. Vorrei poi sapere se, quando dice che gli organi delle singole aziende creditizie rispondono del loro operato, questo significa che debbono seguire determinate procedure e, in caso affermativo, quali sono le fonti normative di dette procedure. Abbiamo visto che la Vigilanza non si interessa molto dell'attività delle banche sotto il profilo delle scelte che queste assumono, giacché trattasi di una attività di natura imprenditoriale. Vorrei sapere se la Vigilanza non si interessa nemmeno di come le banche poi formano i bilanci in base a scelte imprenditoriali sbagliate, che hanno portato comunque a conseguenze negative. Da quando e in virtù di quali leggi, regolamenti o circolari, la Vigilanza si occupa dei gruppi? Il pericolo che, in base a queste scelte, il sistema bancario sia destabilizzato nel suo complesso, la Vigilanza lo ha riferito ai 2.250 o ai 6.000 miliardi che sono venuti fuori? Di certo abbiamo chiarito che, quando le banche dicono che non possono fare nessuna operazione perché temono le ispezioni della Banca d'Italia, questo non è vero, giacché diviene un modo per non erogare il credito.

CLEMENTE. Per quanto riguarda l'asserita natura di soggetto pubblico della Federconsorzi, devo ricordare che la Federconsorzi non era una banca ma un'impresa come tante altre. Quando nacque la crisi della Federconsorzi fui sorpreso nel constatare la natura giuridica della Federconsorzi, che era una società cooperativa; ma con ciò esprimo un'impressione personale che non ha nulla a che vedere con le valutazioni che il sistema bancario estero era tenuto ad effettuare sulla Federconsorzi: tale sistema, quando ha avuto contatti con la Banca d'Italia, ha sempre sostenuto che era convinto di trovarsi di fronte a un soggetto pubblico. Ora, perché fosse convinto di questo non so dirvelo. MAGNALBO'. Questo discorso comunque riguardava le banche estere?

CLEMENTE. Le banche estere sicuramente; si sono avuti prevalentemente rapporti con banche estere. Ne abbiamo avuti anche con banche italiane, ma questa convinzione era manifestata prevalentemente, se non esclusivamente, dalle banche estere e non so se le banche italiane avessero questo tipo di convinzione.

Questa è dunque la risposta per quanto riguarda il primo aspetto.

Circa il discorso dell'imprenditorialità e quindi della responsabilizzazione dell'imprenditore bancario, occorre considerare che la vigilanza della Banca d'Italia sulle banche ha come obiettivo quello di garantirne la stabilità e l'efficienza; essa si realizza sul complesso delle operazioni, non su singole operazioni: un comportamento diverso sarebbe non solo impossibile ma anche controproducente; infatti, in concreto sarebbe difficilmente realizzabile una vigilanza talmente capillare da intervenire su ogni singola operazione di credito sia pur di rilievo, ma, appunto, non sarebbe neanche utile, perché ci si sostituirebbe al sistema bancario: si andrebbe cioè ad esercitare un'attività pubblica di controllo su scelte imprenditoriali, deresponsabilizzando di conseguenza le banche. Questo forse è l'aspetto cui lei faceva riferimento, signor Presidente, nell'ultima sua domanda. Quindi non è una scelta, quella della Banca d'Italia di non interessarsi preventivamente delle singole operazioni di credito, ma una conseguenza della funzione esterna di controllore che le è propria e che è comune in generale agli altri sistemi di vigilanza. Per quanto è a mia conoscenza, non mi risultano Autorità di vigilanza che operino interventi preventivi su un fido che la banca eroga; ammesso che fosse possibile, non lo si farebbe; l'analisi di vigilanza è a posteriori, cioè riguarda l'effetto che un'eventuale crisi di un'azienda può determinare sulla situazione delle banche e quindi consiste nel valutarne le conseguenze: se cioè le banche hanno, nei confronti di questa crisi, presìdi sufficienti per garantire la propria stabilità.

Ovviamente sono state poste delle regole generali organizzative e di rischiosità complessiva che le banche devono rispettare in rapporto al patrimonio. La banca ha come attività tipica l'assunzione del rischio e deve contenere l'ammontare complessivo dei rischi in limiti percentuali rispetto al patrimonio, affinché sia possibile garantire in astratto la sua solvibilità. È chiaro che, se si verifica una crisi sistemica, nessun limite prudenziale o regola organizzativa può essere utile a salvare una banca, però, nel caso di singole situazioni di crisi di imprese, i limiti posti dalla Banca d'Italia, di tipo prudenziale che definiscono cioè il perimetro complessivo dell'attività della banca, sono funzionali ad evitarne la crisi. Quindi alla Banca d'Italia interessa - non vorrei essere noioso nel ripetere questo concetto - che la banca sia stabile, non se il singolo affidato sia più o meno solvibile e che garantisca il rientro alla banca del credito concesso.

MAGNALBO'. Vorrei sapere, dottor Clemente, se la vigilanza è in grado di entrare nel merito della formazione dei bilanci, quando si tratta di assorbire o indicare una perdita che è stata conseguenza di un affidamento errato.

CLEMENTE. Uno dei momenti in cui le banche verificano se l'entità dei crediti in portafoglio sia valutabile al valore di iscrizione contabile è quello del bilancio. La Banca d'Italia ovviamente non ha la possibilità di verificare a distanza se le valutazioni delle banche siano corrette o meno, deve fare riferimento alle valutazioni che debbono effettuare le banche stesse. La Banca d'Italia ha a disposizione lo strumento ispettivo attraverso il quale può verificare, sempre però a posteriori, se l'affidamento della banca ha avuto buon esito e se è stato concesso secondo criteri non corretti.

VENETO Gaetano. Dottor Clemente, le pongo due domande soltanto. La prima è la seguente: la vigilanza in genere conduce ispezioni di routine o mirate sulle banche? Non è mai successo alla vigilanza di sollevare osservazioni o rilievi o, in alcuni casi, di contestare infrazioni? Per esempio, facendo il nome di una banca molto vicina (nel senso che è qui a Roma), cioè quello della Banca di Roma (ma potrebbe essere anche quello della BNL o della Cassa di Risparmio di Roma prima dell'unificazione con la Banca di Roma), non vi è mai successo di rilevare un'enorme discrasia tra affidamenti, crediti concessi e garanzie patrimoniali così basse, anzi, per usare il termine esatto, infime, nel rapporto di 1 a 150? Non è intervenuto mai nessun rilievo, nessuna ispezione? Faccio questa domanda anche in relazione alla stabilità non solo del sistema bancario ma della banca specifica, naturalmente.

Capisco bene, anche per pregressa esperienza e frequentazione personale con la Banca d'Italia, che l'interesse di quest'ultima sia rivolto al sistema paese e al sistema bancario in generale; tuttavia sarebbe interessante, quando si conduce un'ispezione di routine o mirata, rilevare che, per esempio, il sottoscritto Gaetano Veneto è affidato per oltre 22 miliardi e presenta a garanzia un garage del valore di 150 milioni (questo è infatti il caso in cui ci troviamo).

La seconda domanda è la seguente. Nel 1992, per la precisione a cavallo fra il settembre-ottobre 1991 e il marzo-aprile 1992, l'ABI ebbe occasione di tenere un incontro a livello politico, che poi si trasformò in una commissione tecnica (non si capisce bene perché; e capisco che lei potrà rispondermi, giustamente, che non sono affari della Banca d'Italia). È interessante sapere che l'ABI ritenne di riunire delle banche per valutare la situazione di dissesto della Federconsorzi, evidentemente interessante per il sistema bancario, per l'ABI, e tale da ipotizzare dei suggerimenti, delle soluzioni. Rispetto ad una situazione del genere, un'antica esperienza avrebbe forse potuto condurre - pongo una domanda - la Banca d'Italia a supportare, a stimolare la costituzione, che in genere si fa (per questo parlo di un'esperienza antica) di un pool di banche, il quale, alleggerendo il rischio, potesse dare comunque un supporto all'eventuale recupero, ad un rilancio, o comunque contribuisse a far sì che non intervenisse quel commissariamento che poi c'è stato, sorprendente, fra un venerdì e un lunedì, in cui un Ministro si è trovato, da una certa soluzione, di fronte ad un commissariamento.

La domanda è la seguente: di fronte a questo fenomeno, comunque pesante, di alcune migliaia di miliardi, certamente più di 5.000, con garanzie per 36 miliardi, come mai alcune banche, molte, ma specificamente alcune italiane più delle altre, stimolate, provocate, non direi offese ma comunque pesantemente trattate da banche straniere, come la Bank of Tokyo, anziché costituire un pool di banche ritennero di costituire la S.G.R.?

CLEMENTE. Quando gli ispettori della Banca d'Italia effettuano una verifica presso una banca, evidentemente analizzano un campione di crediti selezionato con metodologia statistica, perché sarebbe impossibile verificare singolarmente tutti i crediti della banca, e individuano le posizioni sulle quali concentrare l'analisi per verificarne la recuperabilità; in tale ambito viene all'attenzione anche l'insieme delle garanzie che la banca ha acquisito per garantire il ritorno dei crediti erogati.

Ritengo obiettivamente difficile in sede ispettiva fare una valutazione sulla congruità delle garanzie, se non ovviamente quando è di particolare evidenza la differenza fra le caratteristiche del credito e la garanzia offerta.

Per quanto riguarda il caso specifico della Federconsorzi, a me non risulta che nel corso di ispezioni siano stati sollevati problemi (in relazione all'affidamento della stessa effettuato dalle banche nel periodo immediatamente precedente al suo commissariamento), sull'eventuale ridotta dimensione della garanzia rispetto all'affidamento; tale circostanza è possibile attribuirla anche alla particolare funzione svolta dalla Federconsorzi nell'ambito del sistema dei consorzi agrari, all'insieme delle garanzie implicite che per la Federconsorzi derivavano da crediti nei confronti dello Stato. Però esprimo a questo punto una valutazione personale.

Per quanto riguarda la riunione ABI non sono a conoscenza della circostanza. Quindi, non sono in grado di valutare il contenuto dell'iniziativa dell'ABI né se la Banca d'Italia ne abbia avuto parte in qualche misura. Francamente penso di no, perché altrimenti ne sarei informato. Portando il discorso sul piano generale, posso dire che la Banca d'Italia non viene coinvolta nella progettazione di piani di ristrutturazione delle imprese, quindi tenderei ad escludere un coinvolgimento diretto della Banca d'Italia. Il periodo trascorso ha visto il sistema bancario fronteggiare numerose e rilevanti crisi di industrie. Il ruolo della Banca d'Italia è stato limitato - perché così doveva essere - a sostenere - nei termini di cui dicevo prima - la credibilità del sistema Italia. Neanche nei casi più clamorosi la Banca d'Italia è intervenuta nei disegni dei piani di ristrutturazione predisposti dal sistema. In questi casi si è sempre cercato di salvaguardare l'immagine del sistema favorendo la circolazione delle informazioni sulle operazioni che venivano poste in essere, per quanto queste ci riguardavano.

BUCCIERO. Penso di aver compreso che la crisi della Fedit è scoppiata in mano alla Banca d'Italia nel momento del commissariamento, perché prima - a quanto pare - non erano pervenuti segnali di rischio alla Banca d'Italia. Mi limito a chiedere qualche esempio di banche che al momento della crisi la Banca d'Italia ha rilevato tra le più esposte.

Vorrei sapere, poi, se la credibilità del sistema che la Banca d'Italia vuole tutelare è stata messa mai in forse dalla vicenda Fedit e se, a seguito di tale vicenda, la Banca d'Italia ha ritenuto di autoproporsi un diverso metodo di controllo, oppure di chiedere al Parlamento nuove norme; insomma, se si è preoccupata delle "pezze a colori" da applicare ad un sistema che evidentemente aveva lasciato perplessi parecchi, per lo meno al momento della crisi della Fedit.

CLEMENTE. Non sono molto d'accordo con l'affermazione che la crisi è scoppiata in mano alla Banca d'Italia. Non conoscevamo la situazione della Federconsorzi semplicemente perché non rientrava tra i soggetti vigilati.

BUCCIERO. A posteriori, la Banca d'Italia ha avvertito che le percentuali di rischio erano talmente alte che forse era sfuggito…

CLEMENTE. È un discorso che, secondo me, non è calzante con riguardo alla vicenda Federconsorzi. In realtà, nessuna banca ha avuto dei problemi insormontabili per effetto della Federconsorzi, non è stata una crisi che ha determinato instabilità nelle banche. Da questo punto di vista, posto che nessuna banca ha avuto da soffrire in termini di stabilità per effetto della vicenda di Federconsorzi, ciò vuol dire che le regole di vigilanza hanno funzionato, hanno impedito cioè una sovraesposizione del sistema bancario nei confronti della Federconsorzi.

BUCCIERO. Poteva aggiungersi però ad altri rischi per altri creditori di alcune banche. La Federconsorzi non era l'unica debitrice nei confronti delle banche; le banche hanno mille debitori, quindi la vicenda Fedit poteva aggiungersi ad altre. È l'ammontare del debito complessivo nei confronti delle banche che determina il rischio a livello di sistema.

CLEMENTE. L'esposizione delle singole banche nei confronti della Federconsorzi non era tale da generare un problema di stabilità. Vi sono state diverse situazioni di crisi tra le banche, ma posso affermare che nessuna di queste è riconducibile alla vicenda Federconsorzi.

Da questo punto di vista - come dicevo - la conclusione potrebbe essere che le regole erano efficaci perché hanno impedito che nella vicenda Federconsorzi le banche si esponessero al di sopra delle proprie capacità patrimoniali.

Devo anche dire che, dal 1991 ad oggi, la strumentazione a disposizione della Banca d'Italia è profondamente cambiata. In particolare, nel 1992, con il recepimento della seconda direttiva comunitaria, sono state introdotte nuove regole di vigilanza, che tra l'altro fanno riferimento al gruppo bancario nel suo complesso e non solo alle singole aziende; successivamente, nel 1993, il testo unico bancario ha consentito di riformulare in maniera sostanziale molti degli strumenti a disposizione della vigilanza.

BUCCIERO. La vicenda Fedit ha in qualche modo contribuito a questa spinta verso una diversa disciplina della vigilanza?

CLEMENTE. Il cambiamento di ottica della vigilanza nel controllare le banche non è dovuto alla vicenda Fedit, ma alla coscienza che bisognava adeguare le regole al mutato contesto in cui la vigilanza doveva operare. L'affermarsi dei gruppi ha imposto alla Banca d'Italia alcune modifiche nelle modalità di vigilanza. Peraltro la nuova impostazione riviene anche dall'evoluzione delle regole in sede internazionale e in particolare dalla seconda direttiva bancaria emanata in sede europea.

MAGNALBO'. Dottor Clemente, vorrei sapere se conosce il professor Carbonetti e in che periodo ha lavorato alla Banca d'Italia.

CLEMENTE. Conosco il professor Carbonetti, in quanto è stato un collega della consulenza legale, però non riesco a datare il periodo in cui ha lasciato la Banca d'Italia, sicuramente da molto tempo. Peraltro, trovandosi al vertice di una banca italiana, mantiene comunque dei contatti con la Banca d'Italia.

PRESIDENTE. Dottor Clemente, è in grado di dirci qual era la banca più esposta in relazione al suo stato patrimoniale nei confronti della Fedit.

CLEMENTE. In termini di entità assoluta, non in rapporto al patrimonio, l'istituto più esposto era il San Paolo di Torino, per 166,9 miliardi a dicembre del 1990.

PRESIDENTE. E in rapporto al patrimonio?

CLEMENTE. In questo momento non ho elementi per rispondere, però, se la notizia interessa, posso sicuramente fare avere i dati necessari. Posso assicurare, comunque, che nessuno dei dati individuali che abbiamo ricalcolato supera il patrimonio come limite di concentrazione del rischio previsto dalla Banca d'Italia.

PRESIDENTE. E considerando il complesso dei debiti Fedit e dei consorzi, qual era la banca più esposta, sia in termini relativi che assoluti?

CLEMENTE. Quelli che attualmente ho a disposizione sono dati calcolati sulla base di un'indagine svolta all'epoca presso il sistema bancario (quindi non sono dati che derivano dalle segnalazioni statistiche alla Banca d'Italia) e indicano in circa 8.000 miliardi (comprensivi degli effetti riscontati presso la Banca d'Italia) l'esposizione complessiva del sistema e in circa 4004 miliardi la maggiore esposizione relativa rapportata al patrimonio dell'Istituto Casse di risparmio delle Venezie e della relativa sezione.

PRESIDENTE. Poi eventualmente questi tabulati che lei ci ha fatto vedere si riserva di trasmetterceli?

CLEMENTE. Va bene, le farò avere sia il tabulato che deriva dall'indagine condotta presso il sistema bancario sia quello ricostruito sulla base delle segnalazioni in possesso della Banca d'Italia.

PRESIDENTE. Risulta che la BNL rivendicava che la Agrifactoring faceva parte del suo gruppo. Che cosa risulta - se risulta - specificamente alla Banca d'Italia a questo riguardo? E cosa cambierebbe se non fosse così?

CLEMENTE. La Agrifactoring non faceva parte del gruppo B.N.L.; anzi, diciamo che la B.N.L. sosteneva che la Agrifactoring non faceva parte del suo gruppo.

PRESIDENTE. Risulterebbe diversamente, però questo lo potremo anche chiarire.

CLEMENTE. La B.N.L. affermava che la Agrifactoring non faceva parte del gruppo B.N.L.. Fatto sta che, al momento in cui è stata emanata la normativa sui gruppi bancari, la Agrifactoring non è stata iscritta al gruppo della B.N.L., e questo anche per richiesta della B.N.L. stessa.

MAGNALBO'. Dottor Clemente, quei tabulati sono il risultato di indagini vostre?

CLEMENTE. Un tabulato è quello che promana dai nostri sistemi automatici; è un tabulato storico relativo alla sola Federconsorzi, parte dal 1991 ed è stato ricostruito con i dati dell'epoca. Un altro tabulato è stato redatto all'epoca a seguito di un'indagine ad hoc, appunto per verificare l'esposizione di tutto il gruppo Federconsorzi, attraverso un interpello del sistema bancario, avvenuto subito dopo il commissariamento della Federconsorzi. Si tratta di un tabulato di cui ho solo un originale che venne redatto all'epoca e che non è nei nostri sistemi automatici. Farò avere una copia a questa Commissione aggiornata utilizzando i nostri sistemi automatici.

PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Clemente per la disponibilità che ci ha mostrato in quest'audizione e per il contributo fornito ai lavori della Commissione e dichiaro conclusa l'audizione.

Ricordo che l'Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei Gruppi è convocato per giovedì 14 ottobre 1999, alle ore 14, mentre la Commissione tornerà a riunirsi martedì 19 ottobre 1999, alle ore 12, per procedere all'audizione del dottor Guido Rosa, presidente dell'Associazione fra le banche estere in Italia.

I lavori terminano alle ore 13,10.