Audizioni Commissione d'inchiesta Federconsorzi/4

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Audizione Miriano-Razzi

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Audizioni Commissione d'inchiesta Federconsorzi 5

SENATO DELLA REPUBBLICA CAMERA DEI DEPUTATI XIII LEGISLATURA

COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL DISSESTO DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI


RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA DI MARTEDI’ 23 FEBBRAIO 1999


Presidenza del Presidente Melchiorre CIRAMI


I lavori hanno inizio alle ore 12,05. (La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente) Presidenza del presidente CIRAMI Audizione del procuratore della Repubblica di Perugia, dottor Nicola Miriano, e del sostituto procuratore, dottor Dario Razzi.

PRESIDENTE. La Commissione procede oggi all’audizione del dottor Miriano, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, e del sostituto procuratore dottor Razzi che ringrazio per aver accolto con cortese disponibilità il nostro invito. Questa prima audizione si inscrive - secondo l’unanime avviso dell’Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei Gruppi - nel giro d’orizzonte a carattere generale sulla complessa tematica affidata dalla legge alla nostra Commissione. In questo quadro dovranno essere ascoltate tutte le autorità che si sono, a vario titolo, occupate del dissesto della Federconsorzi - penso alla commissione ministeriale, al giudice fallimentare, al commissario giudiziale - così che la Commissione possa acquisire la più ampia informazione.

Esaurita questa fase, preliminare e necessaria, che integra opportunamente la documentazione acquisita, la Commissione sarà in grado di definire le ulteriori iniziative da avviare, anche attraverso l’articolazione in appositi gruppi di lavoro, ovviamente a carattere istruttorio e comunque referente rispetto al plenum, allo scopo di dare incisività ed operatività all’inchiesta. Prima di dare la parola al dottor Miriano ed al dottor Razzi per una illustrazione dello stato dell’inchiesta da loro condotta, avverto che i nostri lavori si svolgono in forma pubblica, secondo quanto dispone l’articolo 7 della legge istitutiva, e che è dunque attivato, ai sensi dell’articolo 12, comma 2, del nostro Regolamento interno, l’impianto audiovisivo a circuito interno. Qualora da parte dei nostri ospiti o di colleghi lo si ritenga opportuno in relazione ad argomenti che si vogliono mantenere riservati, disattiverò l’impianto audiovisivo per il tempo necessario. Preciso infine che dell’audizione odierna è redatto il resoconto stenografico che sarà sottoposto, ai sensi dell’articolo 12, comma 6, del Regolamento interno alle personalità ascoltate e ai colleghi che interverranno, perché provvedano a sottoscriverlo, apportandovi le correzioni di forma che riterranno, in vista della pubblicazione negli Atti parlamentari.

Dò la parola al dottor Miriano ricordando che, se non vado errato, la competenza dell’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Perugia sul passaggio del patrimonio della Federconsorzi alla S.G.R. (Società per la Gestione del Realizzo), è motivata dalla circostanza che, tra gli indagati, vi è il dottor Ivo Greco, presidente del tribunale fallimentare di Roma, che autorizzò la procedura fallimentare.

Preciso che la nostra è una Commissione d‘inchiesta che ha poteri analoghi a quelli della magistratura ordinaria, non ci sono sovrapposizioni di competenze ma competenze parallele, per cui se i colleghi della Procura di Perugia riterranno in qualsiasi momento della seduta che alcune notizie debbano restare riservate provvederemo a disattivare l’impianto o eventualmente potremmo secretare quella parte di dichiarazioni.

MIRIANO. Premetto che ho la responsabilità dell’ufficio presso il quale si è svolta questa inchiesta e che la mia conoscenza della stessa è limitata agli elementi generali, così come in linea di massima per tutte le inchieste, che sono circa seimila in un anno e, di questo genere, circa 300-400, quindi non ho la conoscenza dettagliata e profonda del mio collega dottor Razzi. L’inchiesta è pervenuta presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Perugia intorno ai primi mesi dell’anno 1996 ed è approdata come modello 45 che nel nostro linguaggio riguarda fatti al momento non costituenti reato. E’ pervenuta presso il nostro ufficio perché, tra le persone sulle quali potevano essere espresse delle valutazioni, c’era il dottor Ivo Greco, che era presidente del Tribunale fallimentare di Roma. Poco dopo, se non vado errato nel marzo 1996, la procedura è stata iscritta nel registro modello 21, quello cioè dove si iscrivono le persone indagate, perché emergevano fatti che potevano essere suscettibili di valutazione penale. Premetto che ho assunto il mio incarico nel luglio 1997, quindi ho trovato la procedura già in corso, ma, tra le procedure di cui mi sono interessato personalmente come mio dovere, c’è stata anche questa. Ho partecipato anche direttamente ad alcuni atti istruttori quali, ad esempio, l’esame testimoniale del senatore Andreotti; ho partecipato all’interrogatorio del professor Capaldo, uno degli indagati. Comunque, come ho già detto, la vicenda è arrivata a Perugia perché tra gli indagati c’era il presidente del tribunale fallimentare di Roma, quindi, ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale, ce ne dovevamo interessare noi. Al dottor Greco si rimprovera una omissione di atti di ufficio raccordata al fatto, secondo le nostre censure, di aver occultato una istanza presentata nel maggio del 1992 dai commissari governativi FEDIT perché presso il tribunale fallimentare di Roma era in piedi da qualche tempo la procedura fallimentare della FEDIT, che aveva presentato un profilo di interesse del giudice fallimentare. Mentre si profilava la sorte dei beni della FEDIT, che, pur non godendo ottima salute, erano cospicui, di grande valore (le valutazioni a mio avviso più attendibili parlano di circa 4000-4900 miliardi, quindi un patrimonio notevolmente appetibile) intervenne una istanza presentata dai commissari governativi, che avrebbero dovuto condurre in porto la liquidazione della FEDIT, nella quale si segnalava la necessità della messa in liquidazione della società; in particolare, il capitale sociale della FEDIT aveva raggiunto livelli che avrebbero dovuto comportare la convocazione dell’assemblea dei soci, quindi in un certo senso mettere in luce alcune circostanze che probabilmente non avrebbero consentito l’operazione che poi è giunta sotto la nostra attenzione. Il dottor Greco, secondo le nostre censure (indico dei fatti già a conoscenza degli indagati e delle loro difese), questa istanza non la portò subito all’attenzione della procedura, la tenne custodita in qualche modo, secondo noi per favorire quella che fu l’operazione non legittima. Infatti, una convocazione dell’assemblea avrebbe messo in evidenza alcune circostanze e situazioni che avrebbero fatto rumore e, secondo noi, non avrebbero consentito l’acquisto dei beni da parte di un certo gruppo con un notevole ritorno economico. Un’altra censura che abbiamo rivolto al dottor Greco è quella di avere affidato la richiesta delle valutazioni e delle stime al professor Francesco Carbonetti, che poi è risultato essere partecipe del gruppo, della società che avrebbe acquisito i beni FEDIT, quindi in un certo senso il futuro acquirente valutava quello che avrebbe comprato. Questa è la parte essenziale. Naturalmente si è arrivati a tali deduzioni attraverso una serie laboriosissima e pesante di indagini (in relazione alle quali il dottor Razzi potrà essere più preciso); alcune di queste indagini, però, non hanno ancora ottenuto risposta, come ad esempio certe rogatorie estere che, a nostro avviso, non hanno impedito di andare avanti con la procedura. Naturalmente, il quadro criminale risulta più ampio; sono state commesse anche violazioni della legge fallimentare, che - se occorre - potremo illustrare in modo più dettagliato. Ritengo che questo sia l’aspetto generale della questione; se il signor Presidente lo riterrà opportuno, nel merito potremo rispondere alle vostre domande sia io e sia soprattutto il dottor Razzi.

RAZZI. Sono Dario Razzi, sostituto procuratore della Repubblica del tribunale di Perugia.

Raccogliendo l’invito rivoltomi dal Presidente, svolgo una premessa riguardante lo stato della procedura.

Le indagini sono praticamente concluse ed io contavo addirittura di fare le richieste definitive prima di tale data, ma ciò non è stato possibile; in ogni caso, mi libererò di questo fascicolo, che da troppo tempo mi vede impegnato, al più tardi nei primi giorni del mese di marzo.

Direi che non si pone un problema di segretezza per le indagini, perché tutto quanto risultante è stato già contestato agli indagati; forse si pone un problema di riservatezza nel senso che, fino a quando il fascicolo non verrà trasmesso con le richieste al GIP, probabilmente sarebbe antipatico che gli indagati trovassero...

PRESIDENTE. Attenda qualche momento, dottor Razzi, affinché si possa disattivare il circuito audiovisivo interno, in modo che lei possa svolgere liberamente la sua esposizione.

RAZZI. Per vostra comodità, ho predisposto due documenti che posso mettere a vostra disposizione: uno riporta la cronologia essenziale e l’altro i capi di imputazione elevati ai principali indagati; vi prego di farne copie fotostatiche.

Come ha già ricordato il procuratore Miriano, il processo nasce perché si è verificata una sorta di coincidenza. Innanzi tutto, stavo già svolgendo un’indagine su una branca di questa vicenda riguardante l’attività zootecnica della FEDIT che, nell’ipotesi accusatoria, consisteva in una sorta di giro fittizio di ingenti quantitativi di bestiame; poiché tutta l’attività zootecnica della FEDIT faceva capo operativamente a Perugia, mi interessavo personalmente della questione. Successivamente, in un certo periodo si sono iniziati a trarre alcuni elementi da questa vicenda, ma soprattutto sono state presentate delle istanze, delle denuncie abbastanza vaghe ed, infine, anche un’istanza di sequestro da parte di un avvocato che, se non ricordo male, aveva un qualche collegamento col senatore Robusti (che penso sia di estrazione Lega Nord o almeno così si presentò). Contemporaneamente, sono state assunte analoghe iniziative davanti alla procura della Repubblica di Roma; qui era pendente un altro procedimento, credo per bancarotta, nei confronti degli amministratori FEDIT in gestione ordinaria. Con le nuove denunce si segnalava che, approfittando di una cattiva gestione di FEDIT, che nel corso degli anni aveva portato ad una crisi economica, oltre che finanziaria, della FEDIT stessa, si era inserito poi un gioco speculativo volto in sostanza all’appropriazione dell’intero patrimonio di FEDIT da parte di una cordata.

Dalla cronologia si trae un elemento essenziale, che riguarda la data del 27 maggio 1992: in tale data, infatti, si verificano tre circostanze concomitanti. Innanzi tutto, viene depositato il bilancio FEDIT 1991 (ovviamente, i risultati economici erano conosciuti già da prima, ma il deposito ufficiale è avvenuto proprio in quella data). La risultanza di quel bilancio era che FEDIT aveva perso il capitale sociale; la conseguenza civilistica per i commissari governativi doveva essere quella di convocare un’assemblea straordinaria per mettere in liquidazione ordinaria Federconsorzi. L’assemblea straordinaria comportava che tutti i consorzi italiani, molti dei quali allo sbando per analoghi problemi finanziari, si dovevano riunire in un’assemblea che - c’era da ritenere - sarebbe stata abbastanza "calda". Nello stesso giorno, l’avvocato Casella (uno studio legale di Milano) presentava una proposta di acquisto in blocco di tutte le attività del patrimonio FEDIT per un prezzo pari a lire 2.150 miliardi. Sempre nello stesso giorno, uno dei tre commissari governativi, Cigliana, presentava un’istanza al giudice delegato, dottor Greco: in sostanza, poiché FEDIT aveva perso il capitale sociale, lui aveva il dovere civilistico di convocare un’assemblea straordinaria, ma - riferisce Cigliana - poiché in un caso analogo (quello, in particolare, dell’Agrifactoring) il tribunale di Roma aveva elaborato una giurisprudenza dalla quale sembrava di capire che non occorresse convocare l’assemblea straordinaria per mettere in liquidazione la società, in quanto era già in corso una procedura liquidatoria (in questo caso, il concordato preventivo), per sua sicurezza voleva avere indicazioni su come comportarsi, se cioè convocare l’assemblea straordinaria e mettere in liquidazione ordinaria FEDIT oppure no. Tale istanza, però, non ha avuto risposta.

Quando si profilò che sarebbe "andato in porto" il piano proposto dall’avvocato Casella di rilevare in blocco tutta l’attività, i tre commissari governativi si dimisero, esprimendo anche dei dissensi, e subentrò un nuovo commissario governativo, il quale, nel passaggio delle consegne, venne a conoscenza della pendenza di questa istanza e chiese lumi nel merito; il dottor Greco (riferisce il commissario governativo Piovano) estrasse dalla sua borsa questa istanza, tergiversando ed affermando che magari si poteva nominare un consulente per ottenere una risposta, e quindi riconsegnò l’istanza aggiungendo le frasi - afferma sempre Piovano - "istanza riconsegnata, istanza ritirata". Da un documento del commissario governativo Cigliana, prodotto da Piovano, si fornisce una qualche spiegazione di tale episodio. In sostanza, si afferma che l’istanza era stata concordata con gli organi della procedura perché si aveva il timore che il concordato preventivo, ossia la procedura concorsuale in piedi davanti al tribunale di Roma, potesse essere scavalcata da una liquidazione coatta amministrativa. Comprendere questo passaggio non è semplice: la liquidazione ordinaria consegue al fatto della perdita del capitale; la liquidazione coatta amministrativa è un provvedimento amministrativo che può disporre il Ministro indipendentemente dalla liquidazione ordinaria e dal concordato preventivo; il concordato preventivo è la procedura in corso. Sta di fatto che c’era il timore che potesse scattare una liquidazione coatta amministrativa.

Quello che si può desumere da questa serie di elementi è che un’assemblea straordinaria di decine e decine di consorzi, molti dei quali in difficoltà, avrebbe potuto in qualche maniera far esplodere la questione e rendere il Ministro politicamente più sensibile ad un provvedimento di liquidazione coatta amministrativa. La conseguenza giuridica di un eventuale provvedimento di liquidazione coatta amministrativa sarebbe stata quella di bloccare il concordato preventivo; ossia la procedura di concordato preventivo avrebbe potuto riprendere, ma si sarebbe dovuto rimuovere il provvedimento amministrativo del Ministro attraverso il ricorso al TAR. Evidentemente, il provvedimento di liquidazione coatta amministrativa poteva mandare in fumo la proposta Casella. Tutto ciò, come dicevo, avviene contestualmente il 27 maggio 1992. Per questo vengono contestati al dottor Greco, al capo a), l’omissione di atti di ufficio e l’occultamento dell’atto che, di fatto, non venne acquisito agli atti della procedura.

Il capo b) si riferisce ad un’altra anomalia procedurale, ossia questo piano di rilevamento in blocco delle attività prevede un prezzo di 2.150 miliardi (successivamente parleremo degli aspetti economici). Un primo rilievo che è stato fatto è questo: si è accettata una proposta del genere, ma quali erano i parametri tecnici a disposizione di chi doveva prendere una decisione? C’era una perizia collegiale disposta dal tribunale fallimentare, che è quanto di più ufficiale possa esserci. La perizia ripetutamente si esprime affermando in termini estremamente prudenziali che il valore minimo di questo patrimonio era di 4.800 miliardi. C’è poi una stima del commissario giudiziale, ossia il braccio destro del giudice delegato nella procedura, che, di fatto, abbassa a circa 3.900-4.000 miliardi, ma, spiega, attuando una percentuale di diminuzione in via prudenziale. Quindi, si viaggia intorno ad una stima di 4.000 miliardi attestata ufficialmente. Non c’è alcun altro atto avente carattere tecnico o tecnico-finanziario che dia un supporto all’accettazione di una proposta del genere (quella di 2.150 miliardi).

Accade che, nel disporre delle indagini, non mirate allo scopo raggiunto, per verificare nel corso della procedura quali fossero i consulenti e le parcelle, mi sono imbattuto in una stranezza: veniva disposta la liquidazione di una parcella di 10-20 milioni circa per una serie di stime fatte dal professor Carbonetti, una riguardava la vendita di un singolo cespite (una banca di Ferrara), le altre due riguardavano una stima sulla congruità dell’offerta di 2.150 miliardi. La prima stranezza è che il professor Carbonetti, in epoca successiva e fin dalla costituzione, è amministratore di S.G.R. e successivamente subentra a Capaldo alla presidenza. Dunque, vero è che, al momento di effettuare queste stime, non era ancora amministratore e non poteva esserlo perché S.G.R. non era costituita, ma la riflessione che ho fatto è che, se era stato possibile presentare una proposta di simile importanza, evidentemente gli interessi sottostanti dovevano essere già costituiti, anche perché l’offerta era vincolante da parte dell’avvocato Casella per conto di una costituenda società. L’ulteriore anomalia e che questi atti sono scomparsi. Ho ritrovato delle copie: sono delle copie di archivio del commissario giudiziale, ma gli atti non sono rinvenibili né presso la procedura né presso la Procura della Repubblica di Roma, che veniva indicata come luogo possibile avendo effettuato un primo sequestro, né altrove. Si imputa quindi di avere occultato queste tre consulenze. Le tre consulenze vengono depositate (ripeto, notizie ufficiali ne avevo soltanto dal provvedimento di liquidazione) il giorno prima della sentenza di omologa del concordato, quindi è verosimile pensare che sia stato dato incarico per avere questo supporto tecnico al momento di deliberare l’approvazione del concordato che prevedeva anche l’acquisto dei 2.150 miliardi. Accade che l’udienza in cui è deliberata la sentenza di omologa è del luglio 1992, il deposito della motivazione è dell’ottobre dello stesso anno. Nella motivazione non si fa alcun cenno alla valutazione fatta dal professor Carbonetti circa la congruità del prezzo. La conseguenza che se ne può trarre è che probabilmente, tra il luglio 1992 e l’ottobre dello stesso anno, si è avuta notizia che Carbonetti avrebbe fatto parte del Consiglio di amministrazione di S.G.R.: non c’è altra spiegazione, ed ecco perché l’imputazione di cui al capo b) che riguarda l’occultamento.

Il capo c) riguarda l’operazione vera e propria. Come ho detto, si parte da un raffronto tra il prezzo pagato e le stime: questa differenza fa dimettere tre commissari governativi, fa dimettere anche il commissario governativo che è succeduto a questi (i primi tre erano, oltre a Cigliana, Gambino e Locatelli; il successore era Piovano) e l’operazione viene portata a termine dall’ulteriore commissario governativo, D’Ercole. La struttura finanziaria di questo accordo è in linea di massima questa: si indica un prezzo di 2.150 miliardi, oggetto della compravendita (che ha la struttura di un preliminare) non sono i beni esistenti al momento dell’accordo, del contratto, ma i beni esistenti al novembre 1991. La filosofia è quella di prendere tutto senza fare un inventario dettagliato, che sarebbe stato anche impossibile. Ma c’è da considerare la circostanza che, essendoci un divario temporale tra la data di riferimento dei beni e l’effettiva stipulazione del contratto, medio tempore, parte di questi beni potrebbero essere stati ceduti. Allora, l’accordo prevede che quanto già incamerato sarebbe dovuto andare in detrazione dal prezzo da corrispondere. Poi, vengono stabilite tre rate: una prima minore, a distanza di dieci giorni dal cosiddetto atto-quadro, e altre due rate fino ad un anno e mezzo. Come dicevo, dimenticata per un momento la sproporzione tra prezzo e valori stimati, si è cercato di capire se sul campo, dal punto di vista operativo, tale sproporzione ci fosse ancora. Parte dell’indagine, quindi,qq è stata dedicata a capire quale fosse l’effettivo impegno finanziario della S.G.R.. E’ risultato che la prima rata è stata pagata integralmente con quanto trovato in cassa e anche le altre rate non sono state pagate se non attraverso compensazioni con quello che continuava ad affluire in cassa; restava un’ultima rata di circa 700-725 miliardi (cito a memoria e, quindi, qualche cifra potrebbe non essere esatta). Ci sono però due meccanismi contrattuali che fanno ritenere che l’impegno effettivo sia stato minore di questa cifra. Il primo è la rateizzazione. Siamo all’accordo del 1993, la rateizzazione è prevista ad un anno e mezzo e da 2.150 miliardi si scenderebbe verosimilmente intorno ai 2.000 miliardi di lire. Il secondo meccanismo contrattuale consiste nel fatto che anche dopo la stipulazione dell’atto-quadro, vale a dire dell’atto con il quale viene fissato l’impegno delle parti a trasferire tutto il patrimonio da FEDIT a S.G.R., si è scelto di lasciare gestire in capo a FEDIT le vendite, le cessioni dei crediti e le transazioni; probabilmente vi era anche un intento fiscale, perché se S.G.R. trovava il compratore per un’azienda era inutile fare il doppio passaggio, in quanto la faceva cedere direttamente comportandosi, in sostanza, come un amministratore di fatto. E lo stesso vale per i crediti. Ciò significa che se i beni venivano venduti prima della scadenza della terza rata, praticamente S.G.R. non otteneva solo il beneficio della rateizzazione, ma anche quello dell’incameramento del controvalore che, fino alla scadenza della rata, avrebbe prodotto interessi. Dall’impegno effettivo dei circa 700-725 miliardi, quindi, ero arrivato approssimativamente a quantificare in circa 600 miliardi la spesa realmente sostenuta da S.G.R.. Tale ultima cifra è confermata anche da altri due rilevamenti, il primo dei quali è la dichiarazione del responsabile del settore finanziario della S.G.R. (che è a verbale e mi pare si chiami Rossetti), secondo cui, all’epoca, la punta massima è stata di 580-600 miliardi di lire; un altro è l’accertamento della Guardia di finanza che ha esaminato via via la situazione finanziaria. Pertanto, l’effettivo esborso per fare fronte a tale operazione può considerarsi intorno alla suddetta cifra (miliardo più, miliardo meno). Accade poi che questi 2.000 miliardi confluiscono nella procedura, la quale va a disposizione dei creditori. Poiché i soci di S.G.R. sono anche creditori della procedura, ho fatto un riscontro per verificare quanto questi avrebbero percepito come creditori concorsuali; è emerso che, attraverso quanto avrebbero ricavato dal riparto dell’attivo, avrebbero di fatto (miliardo più, miliardo meno) coperto l’impegno di S.G.R..

Da ciò si ricava il concetto (se non mi sono sbagliato a fare i conti, ma finora nessuno me li ha contestati) che, se la procedura concorsuale fosse andata avanti speditamente, nel giro di qualche tempo prevedibilmente si sarebbe arrivati ad effettuare un’operazione a rischio zero: si sarebbe, cioè, azzerata l’esposizione derivante dal pagamento dell’ultima rata e quanto rimasto si sarebbe potuto rendere in attivo. Vorrei fare un’annotazione. Come leggerete dal capo c), esso comprende i reati di bancarotta, per la svendita a prezzo vile dell’intero patrimonio, e di abuso d’ufficio. Dalla sentenza di omologa del concordato - da cui sono desunte le cifre - si ricava che, detratti gli importi per i creditori privilegiati e per quelli in prededuzione, per i creditori chirografari restava una somma pari al 32 per cento (sulla base delle previsioni effettuate al momento dell’omologa del concordato preventivo); poiché la legge prevede che per fare un concordato preventivo occorre soddisfare come minimo il 40 per cento dei creditori chirografari (tali calcoli sono stati fatti sulla base dei dati contenuti nella sentenza di omologa), di fatto era impossibile omologare il concordato. La sentenza riporta i dati numerici da cui si desumono tali percentuali, ma omette di effettuare il calcolo: il redattore considera, a tale proposito, che la vicenda è complessa ed unica, senza precedenti, fa considerazioni di carattere politico-generale, ma il rilievo non appare superato. Sembra che, poi, in sede di fatto tale situazione si sia aggiustata, nel senso che si sia arrivati al 40 per cento, ma non so bene come ciò si sia verificato: in ogni caso, all’epoca dell’omologa del concordato si stava al di sotto del minimo di legge. Dicevo che questo lavoro era stato svolto per vedere quale era l’esposizione. La seconda conseguenza del ragionamento, sostanzialmente, era la seguente: azzerato l’impegno finanziario con il riparto della procedura, si poteva evincere quanto restava. Si sono analizzati, quindi, i singoli cespiti residuati dopo il pagamento della terza rata; parte di tali cespiti sono stati sequestrati a suo tempo dall’autorità giudiziaria di Perugia. I dati essenziali sono i seguenti. C’è un pacchetto BNA, che attualmente si può valutare in circa 170 miliardi, in quanto la metà è stata venduta dalla custodia per 85 miliardi; vi sono le azioni di tre società immobiliari ancora sequestrate per un valore di circa 266 miliardi, e ciò è desunto dalla relazione dell’attuale amministratore delle società; poi ci sono altri immobili venduti da queste società immobiliari dopo il pagamento della terza rata per 20 miliardi ed altri immobili ancora che sono stati venduti dopo la terza rata per 162 miliardi, così come gli immobili residui S.G.R. per altri 150 miliardi, e incassi di crediti dopo la terza rata da parte di S.G.R. per 316 miliardi. Poi vi sono alcune voci che richiedono dei chiarimenti. Per quanto riguarda i crediti residui verso i CAP: ci sono rapporti di credito tra Federconsorzi e consorzi agrari che ammontano a 1.000 miliardi nominali, 1.052 per l’esattezza, di difficile stima perché molti sono in difficoltà. Ma c’è un dato di fatto: questi consorzi agrari sono a loro volta creditori verso lo Stato per i famosi crediti nei confronti del M.A.F. per gli ammassi. Sembra che complessivamente a questi CAP, debitori verso FEDIT e quindi S.G.R., vadano circa 300 miliardi (286-300 miliardi, penso siano stati inseriti addirittura nella legge finanziaria). Quindi, questi crediti, dato che 286 miliardi dovrebbero tornare da parte dello Stato, dovrebbero valere almeno 300 miliardi, perché basta aggiungere gli immobili e qualsiasi altro bene in loro dotazione e finora erano stati considerati carta straccia.

C’è poi la questione più generale del credito del M.A.F. di cui era titolare FEDIT. Penso che la questione sia nota a chi mi ascolta: originariamente si trattava di crediti che facevano capo a consorzi, poi nei rapporti con FEDIT parte di questi crediti è stata trasferita a FEDIT che è diventata a sua volta creditrice verso lo Stato. A quello che risulta il credito è riconosciuto dallo Stato, anche se non è liquido perché non è mai stato inserito in una legge finanziaria. Originariamente, all’epoca della conclusione di questa operazione, erano nominalmente 400-450 miliardi; siccome è previsto un interesse vantaggiosissimo, anche se finora lo Stato non lo ha pagato, che mi pare sia di quattro punti sopra il tasso di sconto, al 31 dicembre di quest’anno è lievitato a 1.066 miliardi. A questo punto l’imbarazzo che si prova è questo: può un organo dello Stato, pubblico ministero o anche giudice delegato, dubitare che lo Stato non onori un debito riconosciuto? Lo può? Sta di fatto che, risolto questo primo problema, bisogna fare un’altra considerazione: può darsi che questo credito non valga niente, ma potrebbe incidere notevolmente sull’economia dell’accordo, quindi le alternative a non considerarlo nulla potrebbero essere quella di escluderlo dall’accordo oppure di considerarlo con delle variabili. Così ci si espone alla possibilità di regalare dai 500 a 1.000 miliardi. Comunque, mettendo da parte questo discorso, arriviamo che, dopo il pagamento della terza rata, dovrebbero esserci dai 2.000 ai 3.000 miliardi.

Non ho parlato di altre due questioni, una che riguarda Fedital Polenghi, di cui parlerò, e l’altra che concerne le dispersioni di attivo. Si tratta essenzialmente di due fenomeni, uno riguarda alcuni immobili, e vi confesso che non ho fatto indagini approfondite sul punto perché sarebbe diventato troppo dispersivo per l’alto numero di immobili, ma, per esempio, risulta che l’immobile di piazza Indipendenza a Roma poteva essere ceduto alle Ferrovie dello Stato ad un prezzo vantaggiosissimo e non è stato fatto. C’è accenno di qualche vendita di favore effettuata da S.G.R., tra l’altro il responsabile del settore immobiliare è stato licenziato, o meglio è stato fatto dimettere. C’è poi un altro episodio: in cassaforte FEDIT vengono rinvenuti 800 miliardi di cambiali. Si tratta per lo più di cambiali verso consorzi agrari ed in minima parte con agricoltori e soggetti privati. I problemi principali sono che non erano stati iscritti in bilancio come crediti cambiari e che andavano in scadenza in epoche varie, anche quando i debitori erano in bonis, mentre, nel momento in cui sono state trovate, il debitore era in liquidazione coatta amministrativa: quindi se fossero state azionate a tempo debito avrebbero trovato un debitore solvente. Dunque, è documentata quanto meno una dispersione di attivo. L’anomalia sta nel fatto che è stata fatta una consulenza contabile per verificare se, per caso, si trattava di crediti ulteriori rispetto a quelli contabilizzati e sembrerebbe di no, cioè si tratta degli stessi crediti considerati non cambiariamente, non risultano però nei bilanci come crediti cambiari, non sono stati contabilizzati come tali, ma erano crediti cambiari, e questi sono stati sequestrati. Poiché l’atto quadro prevedeva per il trasferimento dei crediti, in particolare quelli cambiari, la girata e poiché questa non è stata apposta, attualmente queste cambiali sono sotto sequestro e la custodia le sta azionando fronteggiando le analoghe azioni che S.G.R. fa presso le varie procedure liquidatorie appunto con questa motivazione: si trattava di crediti cambiari, voi non potete azionarle in quanto non ne siete venuti legittimamente in possesso attraverso girata. PRESIDENTE. E la garanzia? RAZZI. Non si sa bene a che titolo venissero emesse. Il consulente non è in grado di ricostruire neppure i passaggi; certo, in passato probabilmente c’era un atteggiamento di favore di FEDIT verso i consorzi, nel senso che le lasciava nel cassetto, senza azionarle e non si comprende perché lo abbia fatto anche S.G.R. poi. Un altro problema riguarda Fedital, ma ne parlerei alla fine. Riassumendo, se consideriamo i 1.000 miliardi del M.A.F. arriviamo all’incirca a 3.000 miliardi, oltre il pagamento della terza rata, come attivo che ci si poteva aspettare. Se non consideriamo i 1.000 miliardi siamo intorno ai 2.000, il che conferma le stime di 4.000-4.800 che si avevano fin dall’inizio. Con questi valori, se facciamo una operazione, che sicuramente sul piano formale non è la più elegante, ma di cui in questo contesto non si può fare a meno, ossia verificare quale sia la percentuale che sarebbe andata ai creditori in procedura ed ai creditori soci di S.G.R., emerge che ci si poteva aspettare per gli altri il 32 per cento, per i soci di S.G.R. il 32 per cento più il resto, il che porta ad una percentuale, più o meno, del 100 per cento se si tratta di 2.000 miliardi e del 200 per cento nel caso di 3.000 miliardi. La domanda che è stata fatta al dottor Greco era se si ricordava di aver dato incarico al professor Carbonetti. La risposta è stata questa: "Non ricordo di aver dato incarico a Carbonetti circa la valutazione della congruità dell’offerta di 2.150 miliardi fatta dall’avvocato Casella". La risposta pare inverosimile: si tratta di un parere liquidato dal dottor Greco e depositato il giorno prima della sentenza di omologa. Ha detto ancora: "Seppi che Carbonetti era succeduto a Capaldo alla presidenza di S.G.R. avendolo appreso da lui successivamente. Probabilmente ero già venuto a conoscenza che era componente del consiglio di amministrazione di S.G.R.. Non capisco perché avrei dovuto chiedere un parere sulla congruità dell’offerta Casella quando ci era evidente che l’offerta non era congrua, ma che c’erano motivi di opportunità per accettarla". Questa è la vicenda. C’è poi l’ultimo capo di imputazione che riguarda la vicenda Fedital Polenghi. Siamo in epoca antecedente e si tratta dell’unico cespite aziendale di un certo rilievo venduto dalla procedura al di fuori dell’accordo dell’atto quadro. C’era una prima stima del collegio peritale del tribunale che mi sembra lo quantificasse intorno agli 80-90 miliardi di lire; la stima effettuata dal mio consulente quantifica il valore di questo bene in circa 130 miliardi di lire. In realtà, vi è una procedura alquanto strana. Ad un certo punto, viene bandita una prima asta, che però va deserta, ad un prezzo fissato di 110 miliardi; alla seconda, poi, viene presentata una sola offerta da parte della Cragnotti & partners che, in sostanza, è di 55 miliardi, purché "entrino" 20 miliardi di finanziamento. Ciò sembrerebbe strano dal punto di vista economico, perché si chiede al venditore di immettere 20 miliardi di lire, perchè io offra 20 miliardi di più (e quindi, togliendo 20 miliardi da una parte e dall’altra, posso capire quale sia l’effettivo tenore dell’accordo). In realtà, sembra che tale situazione derivi da una pressione del tribunale di Milano. La Fedital, che controlla Polenghi, era in amministrazione controllata ed accumulava debiti; quindi, da parte di Milano c’era una certa fretta di interrompere tali emorragie. Da Milano risulta che si era fatta avanti la Kraft con l’intenzione di rilevare il tutto, ma a Roma probabilmente non era gradita questa soluzione; tuttavia, sostanzialmente, Milano avrebbe fissato l’udienza con il rischio di mandare in fallimento la Fedital e, se questa fosse andata in fallimento, evidentemente la partecipazione di Fedital si sarebbe azzerata o comunque attenuata. L’operazione Kraft non viene appoggiata da Roma e, per far fronte all’iniziativa di Milano ed evitare che il tribunale di Milano dichiarasse il fallimento, da Roma fanno questa operazione finanziaria e tentano in un primo momento un’autorizzazione per finanziare Fedital attraverso il ricorso al credito, che viene bocciata; allora, viene provata la strada della ricapitalizzazione, per cui i soci FEDIT introducono i 20 miliardi richiesti da Cragnotti. Ripeto che si tratta solo di un incidente di percorso, che comunque non incide sull’effettivo prezzo dell’operazione, semmai sul rapporto tra prezzo e valore, vale a dire 130 miliardi di valore per un prezzo d’acquisto di 45 miliardi, oppure 110 miliardi di valore per un prezzo d’acquisto di 25. La procedura si svolge a Roma in modo poco corretto e vi sono alcune anomalie. L’incarico di fornire assistenza ad eventuali interessati viene affidato ad una merchant bank, individuata poi nella Swiss bank. Questa non ha poteri di negoziazione e quindi è completamente neutra sul punto. La Swiss bank (che, tra l’altro, è socia della Cragnotti & partners, come lo è la Banca di Roma) comunque ha tenuto un comportamento estremamente corretto; i funzionari della Swiss bank, infatti, in corso d’asta segnalano che la modalità della procedura non avrebbe consentito la presentazione di altre offerte oltre a quella di Cragnotti, perché i termini sono stretti e soprattutto perché in quei termini gli interessati non potevano verificare presso la sede, accedendo alla contabilità, se i dati prospettati erano veritieri e quindi se potevano presentare una qualche offerta; tanto più che, se comunque avessero voluto presentare un’offerta e poi ritirarsi, avrebbero dovuto pagare una penale elevatissima, pari a 5 miliardi di lire. Termini ristretti, impossibilità di verificare la congruità dell’offerta ed elevata penale in caso di offerta comunque proposta e poi ritenuta non soddisfacente: tutto questo trova risposta da parte delle procedure, nel senso che viene prorogato il termine fino al periodo a cavallo delle festività di Natale, con la conseguenza che è ancora soltanto la Cragnotti & partners a presentare l’offerta. Tra le altre condizioni formulate dalla Cragnotti & partners c’era anche quella che l’acquirente poteva dare incarico ad una società di revisione - la KPMG - per poter limare il prezzo dell’offerta: se la KPMG avesse evidenziato che dal bilancio di esercizio fossero risultati valori inferiori, si sarebbero dovuti detrarre dal prezzo fino a 10 miliardi di lire. Il risultato di tutto ciò è stato che, a fronte dei 130 miliardi di valore (se intendiamo ricomprendere anche i 20 derivanti dal rifinanziamento), l’offerta di 55 miliardi, con la revisione della KPMG su incarico del Cragnotti e senza alcun controllo della controparte, scende quasi al minimo, cioè a 46,5 miliardi; quindi, il prezzo reale pagato, detratti i 20 miliardi da ambo le parti, è pari a 26,5 miliardi a fronte di un valore di almeno 110 miliardi.

Sulla questione c’è una consulenza da me disposta dalla quale si rileva che la KPMG ha effettuato la revisione sulla base dei princìpi applicabili per la redazione di un bilancio di esercizio e quindi facendo riferimento al patrimonio netto contabile, mentre il criterio da adottare in vista della cessione di azienda dovrebbe essere quello del valore di mercato. Il valore dei marchi, in tal modo, viene sottostimato ed il fondo oneri futuri (previsto in vista di una ristrutturazione di Fedital) così come gli sconti fiscali per le perdite pregresse non venivano considerati. L’unica coincidenza tra le due operazioni è che tra i soci della Cragnotti & partners c’è la Banca di Roma, così come tra i soci della S.G.R.: non risulta altro collegamento. PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Razzi per la sua esposizione. Prima di cedere la parola ai colleghi, vorrei rivolgerle una domanda (non è una semplice curiosità) volta a capire il meccanismo riguardante gli intuibili rapporti circolari - a mio modo di vedere - tra la FEDIT, l’ufficio del giudice fallimentare, l’accaparramento dei beni da parte della S.G.R. e la successiva liquidazione. Vorrei sapere, cioè, se avete potuto indagare su come e quando tutta questa circolarità era in relazione con una parte del dissesto finanziario della FEDIT, se cioè tutto questo fosse stato preordinato per mettere in ginocchio la FEDIT, per poter lucrare questo profitto successivo attraverso l’operato della S.G.R.. Infatti, tra i rapporti che si rifanno al dissesto generale della FEDIT, ne viene evidenziato uno dalla Commissione ministeriale, che è proprio quello relativo ai rapporti bancari di affidamento della FEDIT nel periodo pregresso da parte di quelle stesse banche, alcune delle quali poi le ritroviamo come soci di S.G.R.. Questa circolarità del rapporto può essere cominciata prima, ponendo in dissesto la Federconsorzi per potersi accaparrare i beni? Vorrei sapere se è stata fatta questa indagine. E’ un mio pensiero, ma a volte mi sembra che individuiamo l’associazione a delinquere in altri aspetti della vita corrente mentre in questi rilevanti rapporti di vita finanziaria è un capo di imputazione che trascuriamo.

RAZZI. Non è stato trascurato. S.G.R. penso che rappresenti tutto il sistema bancario italiano, ci sono tutte le più grandi banche, ma è vero che queste erano le maggiori creditrici di FEDIT. Forse voi potrete dirci qualcosa di più in proposito.

PRESIDENTE. Il nostro lavoro futuro si impernierà su questo: verificare se tra le cause del dissesto della Federconsorzi c’è quella del rapporto con il sistema creditizio cui la FEDIT ricorreva senza le opportune garanzie; se questa facilità di credito era per mettere in ginocchio la FEDIT e conseguentemente innescare le procedure che poi sono sfociate nei capi di imputazione. RAZZI. C’è il problema delle banche estere che pensavano che FEDIT fosse un ente pubblico per cui era affidata anche presso banche estere. Qualche elemento di pubblicità all’esterno lo manifestava, lo millantava, ma di fatto un collegamento c’era, quanto meno dal punto di vista politico.

Circa l’ipotesi che FEDIT sia stata messa in ginocchio prima, per poter poi prendersi i beni, posso dire che sicuramente era malgestita, ha accumulato una marea di debiti, tuttavia aveva un patrimonio enorme. Il problema nasce quando il Ministro Goria commissaria FEDIT. Nella cronologia il 17 maggio 1991 è il primo atto, è il passaggio fondamentale. Da quello che ho potuto ricostruire attraverso le fonti di prova (le dichiarazioni della moglie e del segretario che hanno poi consentito l’accesso al suo archivio privato dove abbiamo trovato delle bozze; è stato poi ascoltato il professor Dezzani che era uno degli esperti chiamati a rivedere i bilanci FEDIT) si desume che Goria, insediatosi al Ministero dell’agricoltura, che era sostanzialmente un Ministero di serie B rispetto agli impegni politici che aveva rivestito prima, aveva notato che i bilanci non erano del tutto credibili per cui nominò suoi esperti per vederci meglio e si accorse che c’era uno scoperto notevole. Allora si mosse per attuare un salvataggio della Federconsorzi. L’idea di Goria era quella di liquidare, di vendere parte dell’attivo, tacitare i creditori e, con quello che restava, mantenere una struttura più esile, ma più agile, di supporto all’agricoltura italiana: pensare di fare un progetto del genere senza il sostegno delle banche sarebbe stato illusorio. Accade che Goria commissaria e dal giorno dopo vengono revocati i fidi a Federconsorzi. Fino a quel momento era ancora affidata: da un accertamento effettuato alla centrale rischi della Banca d’Italia risulta che non aveva utilizzato tutti gli affidamenti, non mi risulta che avesse pignoramenti o altre procedure esecutive, ma il debito era ingente. Dunque, Goria commissaria e le banche revocano i fidi; Goria propone una soluzione con le banche che viene bocciata per cui, da maggio 1991 si arriva al luglio 1991, si va in concordato preventivo. Pertanto l’idea di Goria dura dal 17 maggio al 4 luglio.

PRESIDENTE. Se le banche fino a quel momento avevano affidato addirittura senza neanche il calcolo istruttorio o di rischio, come risulta in diversi atti, mi chiedo come si spiega questa rigidità delle banche al tentativo di Goria. Fa immaginare che ci possa essere stato un collegamento tra un’omissione del calcolo del rischio nella fase istruttoria dell’affidamento e l’irrigidimento quando poi, con la chiusura dei conti, .......

RAZZI. La parte antecedente al commissariamento non l’ho approfondita. La mia idea è che la prospettazione dell’affare nasce il 17 maggio 1991, non prima. Prima, c’era un ente che sembrava in sella, con i suoi appoggi e con la sua affidabilità: non penso che le banche già da prima possano aver ordito, non avevano interesse. Si può ricostruire quanto sia accaduto, forse, da una testimonianza di Pellizzoni, che dovrebbe essere stato l’ultimo amministratore delegato di Federconsorzi, il quale riferisce questo. E’ fatto notorio che il professor Capaldo era persona di riferimento, anche durante la gestione ordinaria, per la Federconsorzi (mi pare che a lui facessero tenere colloqui per l’assunzione di dirigenti, tra cui Pellizzoni). Egli riferisce che l’ipotesi del commissariamento, previo accordo con il sistema bancario (solo in questo quadro aveva un senso che il Ministro commissariasse), aveva costituito all’epoca oggetto di ripetute discussione in FEDIT con Pellegrino Capaldo il quale, come risulta dalle dichiarazioni dello stesso Pellizzoni e di altre persone, era stato consulente di grande rilievo FEDIT. Nel corso di dette discussioni, riferisce Pellizzoni, Capaldo gli confermò di aver suggerito al Ministro Goria l’ipotesi del commissariamento, previo accordo con un gruppo di banche che assicurasse il sostegno necessario. Questo è un primo passaggio che potrebbe darci una idea di quello che è successo, (sempre che Pellizzoni confermi quello che ha dichiarato in altra epoca). Ci sono altri passaggi con riflessi politici; Goria si muoveva con progetti, e diede incarico ad un finanziere, un certo Gennari di studiare qualcosa con BONIFICHE SIELE ma il progetto Gennari fallì perché egli ebbe disavventure giudiziarie con la Consob. Ora mi pare sia in America centrale. Un’altra ipotesi di cordata la stava addirittura mettendo in piedi uno dei commissari governativi, Locatelli, ma non sembrava una cosa seria. Ancora un’altra cordata, che si può riferire al ministro Goria (ma dovrebbe essere di estrazione Coldiretti), era quella che faceva capo alla Akros di Roveraro. Quest’ultimo riferisce che andò a parlarne con il Presidente del Consiglio dei ministri dell’epoca, senatore Andreotti, il quale gli disse di parlarne con Goria e Capaldo; Roveraro riferisce ancora che ebbe numerosi incontri con il professor Capaldo dal quale ricevette suggerimenti e consigli per presentare la proposta, ma poi improvvisamente, il 27 maggio 1992, l’avvocato Casella presentò la proposta per conto della costituenda società S.G.R., lasciando sorpreso lo stesso Roveraro. Questi sono i passaggi emersi sulla base delle dichiarazioni testimoniali: Capaldo suggerì a Goria il commissariamento; c’è poi un riferimento in base al quale Andreotti indicò a Roveraro Capaldo come persona che si interessava della faccenda. Più di questo, però, non sono stato in grado di sapere. Vi era anche un altro elemento la cui fonte è Lobianco di Coldiretti, cioè uno dei maggiori interessati in vista del commissariamento in quanto FEDIT era controllata economicamente da Coldiretti: egli, ovviamente, si batté per evitare questa soluzione. Si è parlato di varie riunioni avvenute, in una occasione, anche nel salotto privato di Andreotti, alla Presidenza del Consiglio, con gli onorevoli Cristofori e Cirino Pomicino alla presenza di Forlani. In sostanza, Goria aveva già deciso di commissariare; Lobianco riferisce poi di un incontro fugace avuto con Forlani successivamente, quando si era consapevoli di come si sarebbe sviluppata l’operazione e - afferma sempre Lobianco, ma non ha confermato Forlani - che Forlani avrebbe detto di essere stato ingannato. Questo riferimento è attribuibile esclusivamente a Lobianco. PRESIDENTE. Questa prima panoramica risulta molto utile, tenuto conto che siamo solo all’inizio dei nostri lavori; in tale fase, quindi, non potremo certamente esaurire tutte le nostre esigenze volte a conoscere l’esito dell’indagine che oggi iniziamo. Prego i colleghi di rivolgere ai nostri ospiti domande concise per risposte brevi, in modo da poter disporre in questa prima panoramica di un quadro sufficiente per impostare il nostro lavoro. DE CAROLIS. Signor Presidente, cercherò di tenere conto, nei limiti del possibile, della sua richiesta. La ringrazio, comunque, per l’opportunità concessami nel porre per primo i quesiti ai nostri ospiti: non so molto più degli altri colleghi, ma ho vissuto queste vicende negli anni citati presso la Commissione agricoltura della Camera dei deputati e quindi ho vissuto in prima persona le iniziative poste in atto nel merito dai Ministri citati dai magistrati, come Diana, Goria e - per ultimo - Fontana. Innanzi tutto, per quanto riguarda il problema della Società di gestione per il realizzo (S.G.R.), è vero che la maggioranza dei soci era costituita dalle banche. Va evidenziato, però, un aspetto di cui si parlò tanto: la Banca d’Italia, nel prendere atto della volontà delle banche creditrici della FEDIT di partecipare alla costituzione della S.G.R., stabilì che l’operatività della società dovesse essere limitata statutariamente, ma anche di fatto, a rilevare e successivamente smobilizzare le attività della Federconsorzi.

Ho voluto fare questa premessa collegandomi alla giusta osservazione svolta dal Presidente, perché - se ho ben compreso - l’ipotesi di reato formulata dovrebbe essere quella che la società dei creditori, cioè la S.G.R., ha acquistato ad un prezzo vile (tenendo conto delle stime citate) e il commissario giudiziale ha fatto una valutazione, ai fini del concordato preventivo, un po’ superiore ai 3.900 miliardi: mi spavento perché si passa da 4.800 a 3.900 miliardi come se niente fosse! La S.G.R., quindi, acquistò per 2.150 miliardi. Se ho ben capito, dottor Razzi, lei ha fatto riferimento a tre rate: ricordo che la prima scadeva il 2 agosto 1993 ed ammontava a 322 miliardi; poi ve ne era una seconda al 2 agosto 1994 di 913,75 miliardi e non parlo della sorte della terza rata, perché lei ne ha già parlato abbastanza, di 913,75 miliardi con scadenza ai primi mesi del 1995 (se non erro, a febbraio), che costituisce un argomento tanto dibattuto dalla stampa.

Il primo quesito che rivolgo al dottor Razzi è il seguente: l’ipotesi di reato è quella del prezzo vile oppure è un’altra? Io l’ho ascoltata molto attentamente, ma il dubbio mi è rimasto. Il secondo quesito - e concludo il mio intervento - è volto a sapere se sia vero che gli immobili di proprietà FEDIT furono valutati a prezzi altissimi; tutto dipende dalle stime e da chi le ha fatte. Si vocifera (ne ho sentito parlare in passato, ma anche in questi giorni) che un cespite immobiliare di poco più di 6.000 metri quadrati netti, con fitto bloccato, venne stimato per oltre 200 miliardi, per un valore di circa 35 milioni al metro quadrato. So che a Roma, nel periodo del boom economico, chi voleva acquistare a piazza Ungheria - per citare la zona eccelsa della capitale - doveva pagare 8-9 milioni per metro quadrato: qui parliamo di 35 milioni di lire! Allora, vorrei sapere se risponda al vero questa notizia ed, in caso affermativo, se lei abbia potuto ricostruire i motivi per i quali i periti fecero una simile valutazione, che io considero esagerata.

Concludo osservando che, in realtà, ci troviamo di fronte ad uno spaccato della storia del nostro paese molto importante. Ringrazio il dottor Razzi per la precisione e la puntualità delle sue indagini, ma le risposte ai quesiti formulati ci servono anche per iniziare la nostra inchiesta - come osservava il Presidente - e per conoscere vicende così complesse della storia del nostro paese. CARUSO Antonino. Vorrei rivolgere alcuni quesiti telegrafici volti a meglio comprendere alcuni passaggi delle relazioni, che nell’insieme sono state chiare ed esaustive, o a completare alcuni aspetti del problema.

Per quanto riguarda la Polenghi Lombardo, mi sembra che la vendita sia avvenuta tra il dicembre 1991 ed il gennaio 1992, quindi in un data che è equidistante rispetto a quella di ammissione al concordato preventivo (luglio 1991) e alla data di omologa del concordato preventivo (luglio 1992). Questa vendita avviene non a cura dei liquidatori dei beni nominati nella sentenza di omologa, ma dei commissari governativi, previa autorizzazione del giudice delegato e previo parere del commissario giudiziale. Pongo questa domanda perché ho letto nel documento predisposto che su questa vicenda sono chiamati a rispondere il dottor Greco e il signor Cragnotti e nessuna altra delle parti che, se non inquadro male il problema dal punto di vista processuale-fallimentare, hanno espresso una volontà piena nella conclusione dell’operazione, quanto meno in termini teorici (se poi fosse coartata è un’altra questione). La KPMG riceve l’incarico di valutare il bene nella procedura di concordato preventivo secondo criteri che la condurranno ad un certo risultato, anziché secondo altri che il dottor Razzi ha individuato con grande attenzione e che sono corretti. Vorrei quindi sapere se, per quanto hanno potuto acquisire gli inquirenti, KPMG poteva essere consapevole del fatto che le venisse chiesto di fare qualcosa fuori tema o se, viceversa, le informazioni fornite a KPMG prescindevano da questa conoscibilità. Il dottor Razzi si è poi soffermato diffusamente sulla presentazione della proposta il 27 maggio 1992, che è il giorno in cui, tra l’altro, avviene il deposito del bilancio 1991 di FEDIT, che apre tre scenari possibili: la liquidazione coatta amministrativa, il concordato preventivo, la liquidazione ordinaria della società, previa assemblea dei consorzi. Condivido in tutto la riflessione che fa, a margine, il dottor Razzi e cioè che l’assemblea dei soci, che avrebbe portato alla liquidazione ordinaria, avrebbe avuto effetti dirompenti anche con riferimento ai soci dei consorzi locali. Ma, recuperando dalla mia memoria, mi sembra che l’ipotesi della liquidazione coatta amministrativa ha una madre processuale che è la sentenza dell’autorità giudiziaria ordinaria di dichiarazione di insolvenza, sulla quale s’innesta il provvedimento amministrativo che dirotta la sorte della società dal fallimento ordinario a quello amministrativo; per dirla in maniera impropria, la liquidazione coatta amministrativa, come forma fallimentare riservata ad alcuni tipi di società (le banche, le assicurazioni, i consorzi). Vorrei quindi sapere se risulta che l’autorità giudiziaria ordinaria, attraverso i canali consueti, sia stata sensibilizzata a pronunciarsi per la mera dichiarazione di insolvenza della FEDIT, che peraltro era in re ipsa perché era stata depositata la domanda di concordato preventivo e ciò costituiva una confessione dell’imprenditore sullo stato di insolvenza stessa. La domanda, per chiarire meglio ai colleghi, mira a comprendere il motivo per cui non fu seguito il percorso della liquidazione coatta amministrativa che, almeno in termini teorici, avrebbe comportato gli stessi effetti della liquidazione attraverso il concordato, ma in maniera assolutamente più trasparente e più controllabile perché si sarebbe aggiunto il doppio controllo, amministrativo e giudiziario, mentre oggi il controllo amministrativo avviene a distanza di tempo e la nostra Commissione ne è una prova.

Infine, una curiosità: lei ha detto che il capo dell’ufficio le ha "scaricato" addosso l’inchiesta, perché lei già ne aveva una che si agganciava ad una precedente indagine sull’attività zootecnica. Vorrei sapere se si riferiva alle 92.000 mucche mancanti, alle perizie fatte da due periti nominati dal Tribunale di Roma.

PRESIDENTE. Senatore Caruso, direi di non ampliare il campo in quanto dovremmo avvalerci ulteriormente delle conoscenze del dottor Miriano e del dottor Razzi. Per cui invito a limitarci alle questione poste.

CARUSO Antonino. Era solo una curiosità, anche perché c’è un paradosso e cioè il passivo della FEDIT è stato aggravato dal pagamento della tassa di registro della sentenza che ha visto condannare i periti che hanno "mancato" le 92.000 mucche.

RAZZI. Premetto che, come ho anticipato, a fine mese-inizi di marzo, le richieste verranno depositate, quindi, una volta che sarà possibile l’accesso ai documenti, potrete trovare la traccia per chiederne altri e sviluppare le questioni che vi interessano. Naturalmente l’ottica è del pubblico ministero, per cui se si instaura un rapporto di collaborazione si può prendere in considerazione, attraverso una persona delegata dalla commissione, la possibilità di estrapolare gli atti anche difensivi di maggiore interesse.

Per quanto riguarda la questione del bestiame essa fa parte dello stesso concordato preventivo, ma non fa parte dell’atto quadro, ossia S.G.R. acquista tutto tranne il bestiame. Per quanto riguarda gli immobili, con riferimento alla domanda del senatore De Carolis, l’ottica dell’indagine è partita dalle stime dell’epoca, quelle cioè che dovrebbero influenzare chi deve prendere una decisione. Le considerazioni sulla crisi di mercato, sulla possibilità che le stime siano state gonfiate o siano inesatte sono tutte apprezzabili, ma il primo dato che emerge è che all’epoca delle decisioni nessuno faceva questo tipo di considerazioni. Non c’è alcun supporto tecnico a scelte diverse da quelle che si potevano ricavare dagli atti ufficiali e del resto c’era una perizia d’ufficio del Tribunale, suddivisa a seconda della natura dei beni, fatta da un collegio peritale che, potrà anche essere composto da sprovveduti, ma è nominato dal Tribunale che prende le decisioni. A parte questo non voglio aggirare il problema, tant’è vero che l’indagine, per come ho cercato di esporla, era volta ad effettuare un qualche risconto ex post che prescindesse dall’eventualità di una stima non attendibile. I dati che ho esposto, cioè, si basano su fonti S.G.R. per quanto riguarda i realizzi ottenuti e, se si tratta di immobili venduti a prezzo inferiore rispetto a quello originariamente stimato dai periti, si tratta dei prezzi effettivi. Per quel che resta, si è cercato di effettuare stime basate su criteri il più oggettivi possibile e la banda di oscillazione è quella, a parte la questione dei crediti (se, cioè, questi 1.000 miliardi valgono qualcosa o non valgono nulla). I crediti verso i consorzi nominalmente ammontano a 1.000 miliardi, ma a loro volta i consorzi devono incamerare dallo Stato circa 300 miliardi per gli stessi crediti. Questi, quindi, sono i valori. Del resto, effettuare nuovamente altre stime su nuovi valori di mercato per migliaia di immobili sarebbe stato, forse, come non fare più niente. Si è preferito, dunque, piuttosto che ripetere altre stime, fare qualche riscontro sul realizzato e sul realizzabile residuo. Su Fedit è stata fatta la liquidazione coatta amministrativa e la questione dell’insolvenza probabilmente era in re ipsa. Nessuno si è posto il problema.

A tale proposito, ricordo l’interrogatorio del dottor Greco al quale era stato rivolto il seguente quesito: in caso di concorrenza dei due istituti - la liquidazione coatta amministrativa ed il concordato preventivo - quale prevale? Non intendevo sapere qual era la giurisprudenza, ma qual era il convincimento del dottor Greco. Il dottor Greco, all’epoca, ha messo a verbale che, se fosse stata disposta la liquidazione coatta amministrativa, il concordato si sarebbe bloccato e, quindi, si sarebbe dovuto far ricorso al TAR per sbloccarlo. La norma fallimentare, infatti, se era esplicita per il fallimento, non lo era altrettanto per il concordato preventivo. Per quanto riguarda la KPMG, non si sono rilevate responsabilità, dal momento che la procedura ha autorizzato esclusivamente Cragnotti a dare incarico alla società di revisione e l’incarico è stato conferito sulla base del bilancio di esercizio: nessuno ha rilevato alcunché. Del resto, la KPMG ha ricevuto quell’incarico. Per quanto riguarda altri responsabili, la questione è stata sollevata sulla Fedital, ma potrebbe valere anche per tutto il resto. Si tratta, in realtà, di reati a struttura complessa, perché si snodano in un lungo periodo di tempo e soprattutto sono a condotte parcellizzate: il commissario giudiziale, cioè, certamente interviene, ma è stretto nella vicenda FEDIT, da un lato, dall’atteggiamento del tribunale di Milano che richiede una qualche soluzione prima di andare in fallimento e, dall’altro, dalla volontà del giudice delegato di Roma. I margini operativi, pertanto, sono veramente minimi ed egli diventa un semplice portavoce. La vicenda più rilevante che si evince al capo c), cioè l’intera operazione, è che il comitato dei creditori interviene a più riprese, ma a volte i soggetti cambiano oppure prendono parte ad una prima frazione dell’operazione senza avere contezza del resto. Pertanto, nell’individuare eventuali responsabilità, si è cercato di intravedere i soggetti che si ritiene partecipino all’operazione con una certa continuità oppure quelli che singolarmente intervengono nei momenti essenziali e con atti di particolare rilevanza. Questo è il criterio dell’operazione descritta al capo c). Ad esempio, il ruolo di Capaldo emerge fin dall’epoca del commissariamento ed arriva fino alla costituzione della S.G.R. che poi viene lasciata a Carbonetti. Il professor D’Ercole è l’ultimo commissario governativo e probabilmente è quello che fa meno, ma è anche quello che sottoscrive l’atto-quadro, mentre gli altri commissari, invece, si erano dimessi in precedenza per non farlo. Diventerebbe estremamente insostenibile, quindi, in sede processuale dal punto di vista della prova, introdurre altre responsabilità, perché ognuno si attesterebbe sulla non conoscenza di aspetti precedenti o sulla non partecipazione ad atti successivi. Si tratta, infatti, di condotte frazionarie. MIRIANO. So per certo che il dottor Razzi si è posto anche il problema di un allargamento della responsabilità giudiziaria, nel senso che il tribunale fallimentare è un organo collegiale e, quindi, egli potrebbe chiarire come mai le sue censure si siano limitate al dottor Greco e non ad altri. RAZZI. Sì, avevo dimenticato questo aspetto. Innanzi tutto, c’è una parte dell’attività - quella dei capi a) e b) - che sicuramente non era conosciuta da nessun altro; in secondo luogo, il dottor Greco era il presidente della sezione fallimentare del tribunale di Roma, giudice delegato nel concordato preventivo e presidente del tribunale dei ministri e, quindi, una persona sicuramente in grado di incutere una certa soggezione professionale oltre che, per l’appunto, ufficiale nei confronti dei giudici a latere, che molto spesso intervengono in parte della procedura, ma non in altra. Del resto, lo stesso presidente in questo caso era anche relatore. Quindi, un po’ per esperienza diretta... ma si sa che nelle pratiche collegiali è il relatore che tiene informati gli altri.

LEONE. Signor Presidente, vorrei avere soltanto alcuni chiarimenti a completamento dell’ampia esposizione dei procuratori. Mi ricollego alla pregnante riflessione svolta dal Presidente in ordine ai lavori di codesta Commissione: lei ha affermato, dottor Razzi, che praticamente non ha condotto le sue indagini alla verifica delle modalità di accesso al credito da parte della FEDIT (se non sbaglio), perché era anteriore; poi ha detto con convinzione che "l’idea" dell’affare è comunque nata successivamente, ed ecco perché lei la sgancia da eventuali attività. Innanzi tutto, vorrei sapere da cosa lei ricavi con certezza che l’idea sia nata successivamente, anche se in qualche suo passaggio vi è una preordinazione al fine di giustificare un’eventuale imputazione di associazione per delinquere (che pure, per la verità, potrebbe esserci anche staccando la fase precedente rispetto a quella che parte dal maggio 1991). Le chiedo, quindi, in base a quale criterio o dato lei ritenga che le cose siano scollegate. Vorrei avere, poi, qualche altro chiarimento a completamento di quanto ha affermato. Quando lei parlava dell’offerta di 2.150 miliardi per tutta l’attività, si riferiva solo agli immobili o davvero a tutta l’attività? RAZZI. Mi riferivo a tutta l’attività. LEONE. Era questo che volevo sapere. Lei ha citato, poi, delle percentuali in ordine al concordato e ai creditori chirografari (32 per cento): cosa accade per il resto? RAZZI. "Per il resto" in che senso? LEONE. Il concordato, cioè, come era fatto? Io non conosco le sue caratteristiche! Lei ha affermato, inoltre, che c’era stata una sorta di intesa tra le banche per addivenire al commissariamento, almeno così mi pare di aver capito. Vorrei sapere dunque perché revocare i fidi se le banche erano state interpellate ed erano d’accordo con il commissariamento. E’ una curiosità che vorrei approfondire.

PASQUINI. La prima domanda riguarda se siano state effettuate analisi precedenti alla data in cui si rileva lo stato di crisi economica della Federconsorzi per vedere in quanto tempo si è formata quella situazione, dal momento che metto in relazione l’atteggiamento delle banche con l’andamento della crisi economica. Infatti, il patrimonio della Federconsorzi - è una ipotesi - non avrebbe comunque salvato la FEDIT di fronte ad una crisi economica che avanzava inesorabile. Pertanto, sarebbe interessante sapere da quanto tempo era in corso questa crisi economica che poi ha colpito in generale il settore agricolo.

La seconda domanda è anche un po’ ingenua: volevo approfondire quale fosse il rapporto tra le competenze e le possibilità di intervento dell’autorità giudiziaria e la vigilanza che doveva svolgere il Ministero dell’agricoltura, e quindi il Ministro Goria che decise il commissariamento. Come mai non vi erano state negli anni precedenti decisioni che potevano andare anche in direzione, dopo il commissariamento, della liquidazione coatta amministrativa? E’ evidente che tra liquidazione coatta amministrativa e concordato preventivo c’è una bella differenza: la prima ha il vantaggio di sottrarre alla magistratura tale questione, ma pone termine alla durata della società, che va in liquidazione, il concordato preventivo invece non ha questi riflessi. Vorrei sapere dunque come mai non vi sia stata questa attività di vigilanza o come mai è avvenuta in ritardo. Una risposta in proposito ce l’ho. Il comportamento delle banche, subito dopo il commissariamento del ministro Goria non mi stupisce affatto in quanto si sa che c’è una commistione tra pubblico e privato e la Federconsorzi nel nostro paese da sempre l’ha rappresentata: quando la mano pubblica ha preso le distanze commissariando, il privato è corso ai ripari. La domanda comunque riguardava il rapporto tra le competenze dell’autorità giudiziaria e la vigilanza del Ministero.

OCCHIONERO. Nella legge finanziaria dello scorso anno erano previsti 1.500 miliardi in tre anni che riguardavano il debito dello Stato nei confronti dei consorzi agrari e della FEDIT. Poi, sia alla Camera che al Senato, le interpretazioni su quei finanziamenti prima sono stati per l’ammasso volontario, poi 1.100 miliardi erano per la restituzione ai Consorzi agrari, alla fine non se ne fece niente né del disegno di legge esaminato presso la Commissione agricoltura né del provvedimento legislativo presentato dal Governo. Nella legge finanziaria di quest’anno mi sembra che il Senato abbia aggiunto 500 miliardi per i consorzi agrari: il dottor Razzi ha detto che lo Stato ha fatto proprio questo debito, accumulatosi negli anni. Vorrei capire quando questo è stato deciso dal Governo italiano, se c’è responsabilità del Ministero del Tesoro e quali rapporti hanno fatto sì che un debito degli anni 1949-1953 venisse riconosciuto nel 1996.

PRESIDENTE. Non voglio interferire con le domande dei commissari, ma evitiamo di chiedere ai magistrati risposte politiche.

OCCHIONERO. Non chiedo una risposta politica. La domanda è se il giudice abbia accertato, ed era suo compito, sia nei confronti dei privati e, proprio perché riveste un’alta funzione pubblica, anche nei confronti del Ministero del tesoro, se è lecito o no che i rendiconti di un debito risalente al 1953 siano stati presentati, se non mi sbaglio, nel 1993-94, cioè a distanza di 40 anni. Vorrei sapere dunque se ha accertato questa responsabilità.

ANTOLINI. Anch’io volevo riferirmi a questa situazione, ma ne do una interpretazione diversa. Questi debiti erano stati accettati e riportati in bilancio dai consorzi agrari per tutti i 40 anni, ma vorrei sapere dai magistrati se non credono che tutte le richieste di finanziamenti (1.500 miliardi in tre anni, 1.100 miliardi quest’anno) alla fine non siano soldi che in qualche maniera S.G.R. e le banche, in particolare, vorrebbero riprendersi ancora sul conto Federconsorzi.

PINGGERA. La domanda è molto semplice, ma la risposta potrebbe aiutarmi a capire. Abbiamo saputo dai magistrati che c’è un complesso d’immobili molto vasto, quindi ci potrebbero venire in aiuto valutazioni statistiche o valori d’esperienza, se ci sono, indicati in percentuale, che ci dicano qualcosa sul divario tra il valore di mercato dei beni immobili ed il valore che può essere definito in sede di asta giudiziaria. Questo può essere uno degli elementi da mettere sulla bilancia per valutare quello che è successo o forse potrebbe contribuire a comprendere meglio.

RAZZI. Per quanto riguarda il rischio che i crediti del M.A.F. possano tornare a S.G.R., il credito era originariamente CAP, per una parte trasferito a FEDIT e quello che interessa è stato sequestrato. In corso d’istruttoria, S.G.R. ha fatto una transazione con la procedura e una parte di questa è consistita proprio nella rinuncia a questi 1.000 miliardi nominali di credito per il M.A.F. In conseguenza di ciò il credito è stato dissequestrato e rimesso a disposizione della procedura. Quindi, se lo Stato dovesse pagare, finirebbe a disposizione di tutti i creditori, senza distinzione. Sulla crisi FEDIT non è possibile dare una risposta, ma è abbastanza intuitivo che i due periodi vanno separati sia per quanto riguarda i rapporti tra FEDIT e banche sia per quanto riguarda i rapporti tra FEDIT e mondo politico. Tra l’altro, questo periodo di tempo è intersecato da vicende politiche-giudiziarie che hanno cambiato completamente il quadro, ossia quello che ci si poteva aspettare nel 1991-92 è sicuramente diverso da quanto ci si poteva aspettare successivamente. Ma, finché Fedit era in bonis l’immagine esterna era che essa aveva ancora affidamenti a disposizione, un patrimonio ed una struttura, collegamenti politici importanti, per cui le banche a tutto potevano pensare salvo che far fallire FEDIT. Finché potevano fare credito a FEDIT, finché lo Stato garantiva e le forze politiche davano un sostegno, non c’era motivo di pensare ad una fine del genere.

Il problema nasce con l’idea del commissariamento, perché - come ho evidenziato poc’anzi - commissariare, senza avere il sostegno delle banche per attuare quel piano del ministro Goria, era un suicidio, un fallimento politico per lo stesso Goria.

Riferivo che, da dichiarazioni testimoniali, sembrerebbe che a suggerire il commissariamento sia stato lo stesso Capaldo, il quale però (provenendo da uno dei più grandi gruppi bancari), se come "consulente" diceva una cosa del genere al Ministro, doveva anche dirgli implicitamente che ci sarebbe stato un appoggio.

Per quanto riguarda la crisi Fedit, non mi sono interessato del passato per un semplice motivo: non so come si siano comportate le banche, se abbiano aperto troppo i cordoni nei suoi confronti, per il semplice fatto che ciò riguardava la gestione ordinaria ed era pendente un procedimento penale per bancarotta sulla questione da parte della procura di Roma; sul disfacimento di FEDIT, poi, tutto era avvenuto in fase liquidatoria: diversi erano i soggetti e gli scopi, sia dei soggetti che della stessa società.

Per quanto concerne la domanda che mi è stata rivolta in ordine all’autorità giudiziaria e al Ministero dell’agricoltura, non so che tipo di risposta si richieda.

PRESIDENTE. Ritengo si tratti di una risposta politica che penso non le competa, a meno che non abbia elementi in merito.

RAZZI. Sul riconoscimento del credito ho fatto un interpello al Ministero dell’agricoltura chiedendo se il credito in questione fosse certo e liquido; mi hanno risposto che era certo, ma non liquido ed esigibile perché il Parlamento, nonostante vari tentativi svolti nel corso degli anni, non era mai arrivato ad inserire l’impegno di spesa nella legge finanziaria. Il fatto che negli anni esso sia lievitato in questo modo dipende dall’originaria regolamentazione, che mi sembra prevedesse - cito a memoria - quattro punti sopra il tasso ufficiale di sconto.

OCCHIONERO. Il Ministero dell’agricoltura ha risposto che il credito era certo, ma vi ha anche fornito la documentazione del patto, dell’accordo...

RAZZI. Sì, certo.

OCCHIONERO. ...tra il Ministero dell’agricoltura ed i consorzi agrari sull’ammasso? E lo ha anche quantificato negli anni?

RAZZI. Sì; per rispondere dovrei avere la pratica a portata di mano, perché con i dati di cui ora dispongo non sono in grado di farlo puntualmente. Sinteticamente, questo è quello che risulta e del resto in tal senso si è espresso il commissario governativo ed ha risposto il Ministero. Mi pare, comunque, che questa domanda sottintenda il fatto che lì vi sia stata una sorta di meccanismo truffaldino: non lo so, perché non ho svolto indagini su un’eventuale truffa, per la quale non sarei competente e che magari risalirebbe al 1940. So qual è l’attuale situazione. Questi dati sono stati esposti in bilancio per anni e nessuno ha mai avuto niente da dire. Può darsi, comunque, che ci sia qualcosa che non vada.

Per quanto riguarda le stime degli immobili, la domanda ritorna ad un quesito precedentemente formulato. Attualmente il venduto è più del residuo; quindi, i conti più attendibili che si possono fare sono sul realizzato, come elemento di riscontro a posteriori.

VENETO. Signor Presidente, chiedo se sia possibile tornare un po' più puntualmente sull’argomento concernente la politica di erogazione del credito da parte delle banche, fino al giorno della sentenza del 1992 emessa dal tribunale di Roma, e sul ruolo del professor Pellegrino Capaldo.

A pagina 62-63 della sentenza di omologazione del concordato preventivo FEDIT si afferma che "Federconsorzi ha goduto fino al giorno antecedente al suo commissariamento di un’ampia fiducia del ceto creditorio e del sistema bancario. Lo testimonia l’entità dei debiti accumulati, senza che gli istituti bancari ritenessero più prudente sospendere o almeno ridurre le erogazioni di finanziamenti". Si legge ancora che "La stessa Federconsorzi precisa nel suo ricorso introduttivo (pagina 14) che a fronte di un’esposizione debitoria indicata in quella sede in £ 5.045,755 milioni, solo 36 miliardi circa risultavano assistiti da garanzie reali, il che dimostra l’ampia fiducia di cui Federconsorzi ha goduto sino al momento del commissariamento".

Nell’audizione tenutasi davanti alla Commissione d’indagine governativa, il dottor Cocco, che è stato un membro del collegio sindacale di Agrifactoring (non so se lei ha avuto occasione di leggere i rapporti tra FEDIT ed Agrifactoring), ha affermato che: "C’è un verbale in cui io feci riferimento a questa società (...). C’è un parere del professor Capaldo che era la massima autorità e tutto si faceva a suo parere" in ordine ai crediti erogati dalle banche. Del resto, il dottor Cocco ha precedentemente affermato (a pagina 4 della dichiarazione rilasciata in Commissione) che "non si muoveva foglia alla FEDIT, soprattutto quando bisognava ripianare le perdite o aumentare il capitale sociale, se non c’era il parere del professor Capaldo". Questo è riportato a verbale: sono atti pubblici.

Le pongo il quesito per il seguente motivo. E’ chiaro che, come qualcuno ha giustamente evidenziato in precedenza anche a proposito dell’eventuale liquidazione coatta amministrativa, quando "inizia a piovere" naturalmente tutti si riparano; quindi, al momento della sentenza, le banche sono corse ai ripari e hanno "aperto l’ombrello"! Cosa pensa, dottor Razzi, del fatto che fino al giorno precedente c’era l’erogazione di credito ed il rapporto, per quanto riguarda le garanzie reali, era di 1 a 100, e poi, successivamente alla sentenza, le banche hanno iniziato ad operare in modo forse un po' opinabile? Qualcuno si è riferito all’associazione a delinquere, ma lasciamo stare la questione. Non le pare che forse, su questo tema, andava approfondito il rapporto e l’analisi dei comportamenti del ceto bancario in relazione a FEDIT e all’intreccio con Agrifactoring?

Anch’io ho una piccola curiosità. Si è parlato di circa 800 miliardi di cambiali, ma vorrei sapere se siano stati reperiti (se ricordo bene) storicamente nel sequestro di un caveau e se, in quell’occasione, si sia trovato solo questo o anche qualcos’altro. Ciò è penalmente rilevante e comunque utile per noi al fine di ricostruire l’andamento creditizio del sistema e i reali bilanci; a quanto risulta, infatti, vi sarebbe stata - se ricordo bene - una contabilità parallela.

MISURACA. Vorrei rivolgere ai nostri ospiti due brevi domande perché le valutazioni politiche le faremo successivamente. Il dottor Razzi ha affermato che, come Commissione, a marzo avremo tutti gli atti. Vorrei approfittare della sua presenza, però, per chiedere se siano stati ascoltati dalla procura di Perugia i presidenti della FEDIT o se siano stati acquisiti dichiarazioni o verbali prima del commissariamento. Anche lei, dottor Razzi, si poneva un interrogativo nel merito: bisogna capire il motivo per cui viene fuori il commissariamento. Io mi chiedo anche se ci siano state resistenze da parte della FEDIT e quindi se esistano dei verbali.

Per quanto riguarda la Fedital, i rami di azienda, lei parla nel documento di un marchio Polenghi Lombardo, vorrei sapere se ci sono altri marchi e se lei ha indagato anche su altre sottostime di marchi, eventualmente gradirei sapere quali. Infine, sugli 800 miliardi cui faceva riferimento il collega Veneto, vorrei sapere se di queste cambiali è stato fatto un accertamento, se provengono da transazione commerciale o non ne è stata verificata la provenienza.

CHIUSOLI. Ringrazio innanzi tutto il dottor Miriano e il dottor Razzi per il loro contributo. Il commissariamento e il successivo mancato appoggio delle banche fa parte probabilmente di una guerra per bande sulla quale si potrà sviluppare in seguito una parte del nostro lavoro, ma non ritengo vada affrontato oggi. Inserendomi nel filone delle domande ingenue, se ho capito bene il dottor Greco, rispondendo alle domande sulla consulenza Carbonetti, ha detto che l’offerta non era congrua, ma c’erano motivi di opportunità per accettarla. Volevo sapere se lei gli ha chiesto quali fossero questi motivi di opportunità.

RAZZI. Sono scritti nella sentenza.

PREDA. Mi pongo un problema che è già stato sollevato: prima del 17 maggio 1991 c’erano degli organi che dovevano vigilare e mi sembra che lei sia partito da quella data.

Per quanto riguarda la par condicio dei creditori, si è verificata con il 145 e il 200 per cento per alcuni creditori e con il 32 per cento per altri creditori. C’è anche un comitato dei creditori: vorrei sapere che cosa ha detto e fatto, quale valutazione abbia dato.

Credo che nei confronti dei consorzi ci sia stato forse un complotto da parte delle banche in tutta questa partita ma, collegandomi ad un’altra osservazione fatta in proposito, vorrei sapere il ruolo del Tesoro nei confronti delle banche rispetto a questi crediti erogati dalle banche.

PRESIDENTE. Vorrei chiudere con due brevissime domande. Innanzitutto, per quanto riguarda l’epoca precedente la gestione del dissesto della Federconsorzi, ho annotato sette possibili cause di dissesto (gestione amministrativa delle società, rapporti con il sistema bancario, amministrazione e patrimonio immobiliare, acquisizione delle partecipazioni, sistema contabile, rapporti con le organizzazioni professionali, vigilanza del Ministero), tra tutte queste quella che in questa fase pare abbia contato è quella relativa ai rapporti bancari proprio per questo eccesso di fiducia delle banche, a volte immotivato sotto il profilo della legge bancaria, cui è seguito un irrigidimento. Vorrei sapere dunque, relativamente alla fase precedente della gestione, se presso la procura di Roma siano stati aperti dei giudizi e come si sono conclusi.

Chiedo inoltre al dottor Miriano e al dottor Razzi se, conclusa la loro fase investigativa, allorché depositeranno le richieste finali, ci possono comunicare un elenco delle persone ascoltate con i relativi verbali, di modo che la Commissione possa decidere chi ascoltare tra queste o anche altre per approfondire l’inchiesta.

MIRIANO. Per quanto concerne l’ultima richiesta del Presidente, penso sia doveroso da parte nostra, una volta chiusa l’indagine, fornire la massima collaborazione; per cui gli atti che saranno oggetto di deposito presso il giudice delle indagini preliminari saranno a vostra disposizione e troverete i nomi delle persone informate sui fatti in modo che potrete decidere se ascoltare quelle o altre.

Per quanto riguarda le vicende penali romane, ritengo che notizie ufficiali le dovrà fornire l’autorità giudiziale romana, comunque ci siamo informati e chiarirà meglio il dottor Razzi. RAZZI. Su questi ultimi aspetti mi risulta che siano stati richiesti 40-50 rinvii a giudizio, praticamente tutto il ceto dirigente della FEDIT ante commissariamento. Non so se ci siano implicazioni anche con il Tesoro e la Banca d’Italia, ma sono aspetti. Una volta che si stabilisca che il commissariamento e il concordato preventivo segnano una crasi nella vita della FEDIT quello che è avvenuto prima è stato fatto in ragione di qualcosa, quello che è avvenuto dopo (che alla procura di Perugia interessa solo ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale, ossia in quanto c’è una procedura giudiziale ed una responsabilità ipotizzabile a carico di un magistrato) in realtà si muove da parte di soggetti contrapposti ai precedenti amministratori e per finalità del tutto diverse. Quindi, mettere insieme i due periodi sarebbe un artificio.

Circa l’associazione a delinquere, non mi pare ipotizzabile che le banche già prima del commissariamento abbiano dato credito a Federconsorzi per vederla poi fallire perché non era ipotizzabile che un’eventualità del genere si verificasse. Le banche straniere pensavano addirittura che Federconsorzi fosse un ente statale. Evidentemente il momento essenziale di valutazione è il commissariamento: come può un ministro con l’esperienza del ministro Goria commissariare FEDIT e realizzare un piano di salvataggio se non ha assicurazioni che il sistema bancario lo appoggerà.

CARUSO Antonino. Lobianco quando dice che ha contattato .....

RAZZI. Forlani ha detto che non si ricorda l’episodio e comunque di non essere stato contattato da nessuno, ma Lobianco è espressione Coldiretti, quindi della vecchia dirigenza e c’è una contrapposizione di fatto tra quest’ultima e le banche. Del resto, quando questo procedimento nasce, avviene contestualmente, in forma nebulosa all’inizio, sia a Perugia che a Roma. Un giorno si ebbe un incontro alla procura della Repubblica di Roma, allora procuratore capo era il dottor Giudiceandrea, con i sostituti che seguivano quella parte, perché già era pendente il procedimento per bancarotta per la vecchia dirigenza, e si arrivò concordemente alla stessa conclusione e cioè che c’era una cesura tra i due periodi e dunque la procura di Perugia poteva tranquillamente interessarsi della vicenda legata alla procedura giudiziale, quindi l’operazione S.G.R., e la procura di Roma interessarsi della gestione precedente. Non so poi quali capi di imputazione siano stati elevati, se ci siano responsabilità ministeriali o di altro genere per la vicenda precedente. I dirigenti Federconsorzi sono stati ascoltati, non ricordo quali, anche perché sono stati ascoltati in relazione all’altro procedimento, quello sull’attività zootecnica.

MISURACA. Forse li avrà ascoltati meglio la procura di Roma.

RAZZI. Sicuramente perché lì sono indagati o imputati, almeno presumo. Per quanto riguarda il credito precedente vale lo stesso discorso: non me ne sono interessato perché, se c’è stata una concessione generosa di credito o un ricorso abusivo al credito in epoca antecedente, dovrebbe ricadere sotto gli accertamenti romani. Per quanto riguarda la vicenda Agrifactoring, non ne ho parlato ma c’è connessione con questa vicenda perché anche Agrifactoring era in concordato preventivo ed il giudice delegato era il dottor Greco, perché la giurisprudenza del tribunale fallimentare di Roma, richiamata da Cigliana nell’istanza del 27 maggio 1992, riguardava proprio Agrifactoring, per la parziale coincidenza dei soci Agrifactoring con il sistema bancario dietro S.G.R. e per la singolare vicenda per cui a distanza di anni Agrifactoring propone una causa, a prima vista pretestuosa, contro la procedura concorsuale FEDIT, bloccando di fatto il riparto. Non so se valga la pena di parlarne adesso, ma sostanzialmente il riparto dell’attivo della procedura FEDIT viene bloccato perché Agrifactoring sostiene di aver votato il concordato FEDIT ignorando di avere dei crediti privilegiati. Come saprete, la regola è che il creditore privilegiato, che vota e forma una maggioranza per approvare un concordato, perde il privilegio. A distanza di tre o quattro anni (non ricordo esattamente) Agrifactoring scopre di avere, senza saperlo, centinaia di miliardi di crediti privilegiati - così almeno sostiene, ma il tribunale civile di Roma le ha dato torto - e quindi, a quel punto, vuole rientrare nel concordato tra i creditori privilegiati. Nel frattempo, era intervenuto il sequestro da parte dell’autorità giudiziaria di Perugia e tutta l’operazione era stata ridisegnata: di fatto, quei crediti privilegiati, che Agrifactoring sosteneva di avere scoperto solo di recente, erano iscritti nel bilancio dell’epoca come tali e quindi la loro qualificazione, se fosse o no privilegiata, poteva essere fatta tre anni prima. Comunque - ripeto - il tribunale civile di Roma ha dato torto ad Agrifactoring.

E’ stata posta una domanda sulle cambiali, che sono ancora sequestrate, ma c’erano altre cambiali rientrate, ulteriore documentazione contabile (ma non operativa) ed anche dei valori.

PRESIDENTE. La domanda specifica che le ha rivolto il collega Veneto è volta a sapere se sia stata trovata la documentazione relativa ad una contabilità parallela.

RAZZI. Forse l’ho sentito dire da un’altra Commissione parlamentare.

VENETO. Mi sembra di ricordare che si parlava di questo nella Commissione di indagine (la nostra è una Commissione di inchiesta) che concerneva il presidente del collegio dei sindaci Cocco. Vorrei sapere, insomma, se risulti una contabilità parallela.

RAZZI. Ritengo che chi volesse mettere le mani in quelle cose dovrebbe avere molta pazienza: dovrebbero esserci 20 o 30 chilometri di contabilità misurata in scaffali, dati in gestione ad una società, che mi sembra si chiamasse "Plurima". Un’altra parte sta a Roma, a piazza Indipendenza, e in queste scaffalature l’archiviazione del materiale in realtà non ha un ordine: se qualcuno dovesse cercare un documento, negli scaffali vi sono i faldoni, ma dubito che possa trovare qualcosa. Per quanto riguarda l’associazione per delinquere, non basta mettersi in società, occorre un piano per un numero indeterminato di delitti. Nel caso di S.G.R. è un’operazione che lì inizia e lì finisce.

Marchi Fedital: sicuramente è il marchio Polenghi e non mi ricordo se si tratti di più marchi Polenghi o di altri; a memoria, però, mi sembra di ricordare che la principale partecipazione Fedital sia stata in Polenghi (almeno quella più incidente). Il ramo Polenghi finisce dentro Cirio, saldandosi con un’altra operazione che dovrebbe avere interessato la procura di Roma.

I motivi di opportunità: nella sentenza di omologa, in sostanza, si afferma che (cito sempre a memoria) l’operazione è unica nel suo genere e che probabilmente è la più grande transazione commerciale mai verificatasi in sede processuale, e quindi sfugga ai normali canoni interpretativi; sul piano difensivo si sostiene che si vendeva tutto in blocco...

PRESIDENTE. "...per il carattere risolutivo globale": cito testualmente. Questa è stata la motivazione!

RAZZI. Insomma: pochi, maledetti e subito! Tra le fonti di prova vi sono appunti manoscritti del commissario governativo dell’epoca, Cigliana, particolarmente attendibili, dai quali emergono alcune circostanze circa il dissenso dei commissari governativi sulle operazioni ad un prezzo vile.

PRESIDENTE. Sarebbe interessante acquisire tali appunti.

RAZZI. In particolare, c’è un appunto databile marzo 1992, in cui si dà atto del fatto che Greco ha assicurato che avrebbe atteso la cordata fino ad ottobre 1992: siamo a marzo - quindi, prima del 27 maggio - e l’attesa va fino ad ottobre, che è la data di deposito della sentenza.

PRESIDENTE. Mi sembra che sia sufficiente questa prima conversazione con il procuratore Miriano e con il sostituto procuratore Razzi per quanto riguarda la situazione dello stato di investigazione in quel di Perugia. E’ chiaro a tutti noi che, ai fini della nostra conoscenza, dovremmo riuscire a saldare questo periodo con quello precedente, il cui accertamento non era nelle competenze della procura di Perugia. Ringrazio i nostri ospiti per le preziose informazioni che ci hanno fornito.

Rinvio all’Ufficio di Presidenza, che sarà convocato per martedì prossimo, 2 marzo, presumibilmente alle ore 10,30, la definizione del calendario delle prossime audizioni: queste saranno abbastanza numerose e avranno come scopo l’approfondimento delle problematiche succintamente espresse nell’audizione odierna. Dichiaro conclusa l’audizione e rinvio il seguito dell’indagine ad altra seduta.

I lavori terminano alle ore 14,25.