Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XXIV

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Capitolo XXIV

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Il vestiario deve distinguere i ranghi



Quella foggia di vestire dignitoso che assunsi non so se per orgoglio per riflessione e per capriccio, mi riuscì utile assai, perché mi impose un contegno conveniente, mi liberò da molte spese, e mi conciliò il rispetto del popolo. Per educazione e per natura fui sempre alieno dall’abbassarmi, ma se avessi avute altre inclinazioni bisognava resistergli o cambiare vestiario, giacché con la spada al fianco e sempre in abito di parata non si poteva cadere in bassezze anche volendolo. Effettivamente nessun povero mi ha creduto superbo, ma nessun inferiore ha presa mai con me veruna confidenza. L’economia viene secondata assai da questo vestiario che esclude una serie numerosa di abiti, e una spesa eccessiva nei pochi che si conservano; e però cinque o sei canne di panno nero hanno formato sempre tutto l’accivimento del mio guardarobba. Infine l’abito sodo e signorile ha riscosso sempre, e riscuoterà sempre il rispetto del volgo, perché il volgo rispetta quelli dei quali si crede inferiore, e non si crede inferiore di coloro che vestono come lui. Per riscuotere un rispetto vero, generale, e costante ci vogliono talenti e condotta, ma è incredibile quanto concorra un vestiario dignitoso a conciliare il rispetto di quelli con i quali si tratta. Negli anni della Repubblica i soldati francesi e italiani furenti per la uguaglianza, e i plebei del paese innalzati alle dignità municipali e più furenti di quelli mi rispettarono costantemente, e Giovanni Tati sartore, Presidente della municipalità ossia maire di Recanati veniva a parlarmi di affari, e aspettava il mio comodo in sala seduto coi servitori. Oggi quando esco di casa con un abito o con un mantello un po’ più vistosi ricevo inchini un po’ più profondi del solito. Vestitevi con dignità, accompagnatevi con pochi, salutate tutti cortesemente, date qualche soldo in elemosina, e sarete rispettato assai, e sempre se non vorrete commettere a bella posta azioni capaci di meritarvi disprezzo. Coloro che hanno immaginato di sconvolgere gli ordini della società e di rovesciarne le istituzioni più utili e rispettate hanno incominciato dall’eguagliare il vestiario di tutti i ceti raccomandando la causa loro alla moda. Finché i cavalieri portavano la spada al fianco, vestivano abiti raccamati, e caminavano col servitore appresso, e finché le dame si mostravano col corredo delle regine, la filosofia poteva gridare a sfiatarsi ma il popolo non si induceva a credersi eguale di quelli che ammirava per sentimento, rispettava per abitudine, e lasciava grandeggiare per necessità. Si sono espulse le spade, i galloni, i broccati, le pettinature, e si sono sostituiti il sans façon, il desabillié, il cambrich, i pantaloni, i baffi e i grandi scopetti. Questi abiti costano due baiocchi, e tutti hanno due baiocchi, e tutti li due baiocchi sono compagni, sicché tutto il mondo è uguale, e di tutta la carne umana si è fatta una massa sola. Non più distinzioni, non più ranghi, non più ordini di società ma uguaglianza di tutti in tutto, e promiscuità di tratto, di educazione, di matrimoni, di massime, e di viltà che non si vedevano in alcuni ceti perché divisi dai ceti vili, e che gli stessi ceti vili procuravano di evitare, perché intendevano di emulare i ceti superiori.