Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XXVIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XXVIII

../Capitolo_XXVII ../Capitolo_XXIX IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Autobiografie

Capitolo XXVII Capitolo XXIX



Prodigi asseriti di alcune immagini


In quei giorni in Ancona pregando il popolo nella chiesa cattedrale di s. Ciriaco parve ad alcuno che una immagine in pittura assai venerata di Maria, aprisse e movesse gli occhi pietosamente. Bastarono pochi momenti per diffondere in Ancona e in tutta la Marca la fama di questo avvenimento portentoso, e tutti corsero in quella chiesa dove il prodigio si assicurava rinnovato ogni giorno più volte. Io vi andai il giorno 29 di giugno, ma per quanto osservassi l’immagine nella prossimità maggiore, ed anche in quelli istanti nei quali il popolo gridava, «Ecco il miracolo, eccolo» io niente vidi. Conobbi bensì che poteva accadere un inganno visuale perché i raggi di luce partendo dalle fiaccole tremolanti, riflettuti dal cristallo che cuopriva l’immagine, percuotevano tremolanti anche essi la pupilla dello spettatore, e questo attribuiva all’occhio dipinto il vacillare involontario e inavvertito dell’occhio suo, come a chi viaggia in vettura sembra che gli alberi e le siepi si muovano. Nulladimeno restai con qualche dubbio non fosse l’indegnità mia di impedimento al vedersi da me quel prodigio che tanti asserivano di avere veduto replicatamente, ma quando sentii che in ogni città e in ogni vicolo le immagini sante profondevano un miracolo eguale, e che nella stessa città di Ancona non solo altre immagini lo rinuovavano in altre chiese, ma nella chiesa istessa di s. Ciriaco aprivano e chiudevano gli occhi persino alcune immaginucce dipinte sul volto, conclusi essere tutto un giuoco di fantasia riscaldata, ed ebbi meraviglia come il Governo non si prestasse a farlo cessare.

È incredibile il numero delle immagini che in quei giorni si publicarono miracolose in Roma e in cento luoghi dello Stato, e quante raccolte si stamparono di quelle effigie, e quante opere vennero publicate per dilucidarne i portenti, e quanti uomini saggi ne vissero persuasi, e cercarono di persuaderne gli altri. Ricorderò la Madonna di Monte Santo, cioè una immagine di Maria detta delle Grazie, situata in una chiesuola suburbana di quel paese. Non so quale fanatico publicò che le campane di quella chiesa avevano suonato di notte senza che alcuno le muovesse, e tanto bastò perché tutta la provincia corresse per più settimane a visitare il nuovo santuario. Là non ci erano aprimenti, e serramenti di occhi, ma si vedevano miracoli e grazie frequenti nelle persone inferme o storpie, e soprattutto si vedeva un buon curato, credo Gezzani, tanto ricco di Fede quanto povero di giudizio, il quale urlava come un ossesso, e faticava con le mani e coi piedi per persuadere altri e sé stesso che quei miracoli erano veri. Fui anche là e mi trovai presente alla guarigione istantanea di un nano storpio che gettò via entrambe le cruccie, e per compimento di grazia raccolse buona quantità di elemosina dagli spettatori devoti. Io stesso avevo veduto questo briccone domandare la carità in Pesaro rampando sulle stampelle, e poi lo avevo veduto, un miglio lungi da quella città, caminare speditamente con le stampelle sotto il braccio.

Un giorno in Recanati, ad alcuno che pregava nella chiesa di s. Domenico sembrò che aprisse gli occhi una immagine della B.ma Vergine stante in un altare situato alla parte dell’evangelo, e corsane la voce si adunò popolo grande in un momento. Passando io di là e sentendo che in quella chiesa si faceva un baccano indecente, comprai alcune candele, e suggerii a qualche Sacerdote di trattenere il popolo in orazione. A qualche ora della notte, restando la chiesa piena tuttora, io ci tornai, e alzandosi una voce, ecco il miracolo, e ripetendo moltissimi eccolo, eccolo, parve anche a me di vedere girarsi sensibilmente gli occhi di quella Immagine. Mi corse un brivido per tutte le membra, e provai quella sensazione che a mio credere avranno provata gli spettatori allorquando il Salvatore gridò, Lazzaro vieni fuori, e Lazzaro uscì vivo dal sepolcro. Poco appresso per altro, conobbi di avere sbagliato fino dal primo momento supponendo il miracolo nella icona o quadro maggiore dell’altare, laddove il popolo credeva di vederlo in una immaginetta posta nell’ornato superiore che mai avevo avvertita. Mi confermai pertanto nel giudicare che tutto fosse giuoco di fantasia o inganno dei sensi, e che se bisogna essere molto ritenuti nel credere gli avvenimenti ordinari si deve esserlo di più quando si tratta di avvenimenti portentosi. Iddio che ha constituito nella natura l’ordine presente può sospenderlo a suo piacere, e alla sua onnipotenza costa lo stesso spingere le acque dei fiumi verso l’oceano o verso la sorgente loro. Talora ha operato questi prodigi e maggiori, ma non dobbiamo credere che ciò accada frequentemente, senza ragione gravissima, e senza quella maestà che accompagna le azioni di Dio il quale non si diverte, come i fanciulli, a guastare l’opera delle sue mani. Io credo tutti i miracoli che riconosce la Chiesa, dubito di alcuni altri, e ricuso fede a tutti quelli che sento operati ai giorni miei. Forse avrò sbagliato qualche volta, ma sicuramente con questo metodo si sbaglia poco.

Nel giorno 29 di giugno, nel quale io ero in Ancona come ho già detto, vi arrivarono pure due uffiziali francesi per esaminare la piazza, prenderne i disegni, e concertare quanto bisognava per occuparla secondo il convenuto. Questi furono i primi soldati della Republica che si videro di qua dal Rubicone, e si esposero grandemente venendo soli in uno Stato allora fremente contro quanto portava nome di Francia. Probabilmente quella Republica, speculando col sangue dei suoi cittadini, intese di esporli al furore del popolo perché li massacrasse, e il Papa avesse a pagarli con qualche milione, ma allora non ottenne l’intento. Il popolo li guardò attonito, e li lasciò passare. Si chiamavano Verdier, e Dufur. Il primo era più giovane e sembrava di grado maggiore. Vennero a far colazione in una locanda in quella camera dove io pranzavo con alquanti amici, che tutti restarono mutoli e tremanti come il sorce se vede il gatto. Quando presi una botteglia per offerirla a quelli, e attaccarci discorso mi dissero, Requiem eternam, e si raccomandarono l’anima allorché que’ Francesi, eccitati da me, li invitarono ad accostarsi. L’ottimo Domenico Giordani Bolognese chirurgo in Recanati, disse tutto tremante, anch’io ho l’onore di essere republicano e il sig. Gio. Battista Cimini che avendo la moglie piuttosto giovane e bella ne era geloso, domandò a quelli ufficiali di accordargli una guardia quando le truppe venissero in Recanati; tanto è vero che un diavolo caccia l’altro. Dei due Francesi il Verdier era più moderato o più cauto; l’altro diceva chiaramente che avrebbero invaso tutto lo Stato e umiliati i Bassà rossi, cioè i Cardinali. Se avesse parlato di pochi non avrebbe bestemmiato. Io dissi che non ci meschiavamo di cose politiche ma affezionati al nostro governo non bramavamo di cambiarlo, e allora tacquero.