Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XXX

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Capitolo XXX

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Offerta per la guerra e mio viaggio a Roma



Al Principe niente si deve donare perché il Principe non può essere riconoscente, e perché chiunque gli dona perde il donativo, e poi paga il tributo come gli altri. Con tutto ciò alcuni donarono di buona fede, altri per interesse, ed altri per ambizione di essere inscritti nella nota degli offerenti che si publicava con le stampe regolarmente. Il donatore più generoso fu il principe Colonna il quale armò sontuosamente un reggimento intiero a sue spese. Si disse costargli cento mila scudi. Non mancarono astuti i quali si fecero inscrivere nelle note e non pagarono, ma io troppo lontano per ogni titolo da questa sagacità sodisfeci bensì la ambizione mia puerile ma la pagai a prezzo di rigore. Il mio fratello Vito, ragazzo di 17 anni, entusiasmato dal suono delle trombe guerriere volle aruolarsi, e la Madre nostra e i congiunti acconsentirono, un po’ perché allora ogni galantuomo approvava quanto si faceva contro i Francesi, un po’ perché si consideravano le cose lontane e non conoscevamo cosa fosse la guerra, e soprattutto perché quei cari parenti non avevano cuore di controdirci. Risolvetti dunque di accompagnarlo a Roma, e partii con esso alli 3 di novembre. Colà offerii all’erario del Principe trecento scudi all’anno durante la guerra, e offerii di equipaggiare e mantenere a mie spese il fratello e un altro volontario in un corpo di cavalleria, che doveva chiamarsi distinta, e comporsi di persone di qualche rango, e venne effettivamente formata di cavalcanti e facchini. Pagai li scudi 300 anticipatamente, providdi due buoni cavalli, armai, equipaggiai, e mantenni il fratello e il volontario, e in premio di mille scudi almeno che questa ragazzata mi costò, venni descritto nella nota degli oblatori. In Roma due ragazzi senza guida e senza rapporti dovevano capitar male ma le cose andarono passabilmente. Mi presentai al conte Pietro Gaddi tenente generale e comandante allora di tutte le armi pontificie, e gli raccomandai il fratello che voleva assumere il servizio come soldato comune, per dovere gli avvanzamenti suoi al merito solamente. Il mio eroismo e la mia filosofia infantile mi dipingevano come un assurdo chiedere o accettare un grado distinto prima di averlo meritato. Gaddi era uomo amabilissimo, non so se tanto da comandare in capo un’armata in campagna, ma certo cavaliere ornatissimo e onoratissimo. Concepì subito un’amicizia particolare per me, o forse ebbe compassione di due bambocci che andavano a sagrificarsi senza giudizio, e senza peccato. Si offerì di esser padre al mio fratello, ci condusse al segretario di Stato e ci usò attenzioni e cortesie molte. Mio fratello entrò nel corpo come semplice volontario, ma dopo quattro giorni ebbe un brevetto di secondo tenente, e dopo altri quattro giorni ebbe un altro brevetto di tenente in primo, e se egli ed io avessimo chiesto diventava maresciallo in cinque settimane. Tutto ciò si intende avendo egli 17 anni e 6 mesi, e non conoscendo un punto solo di quanto ci vuole per essere uffiziale o soldato.

Quei preparativi bellicosi facevano veramente pietà. Roma era piena di sbarbatelli coperti d’oro e di piume che si pavoneggiavano nelle strade e pensavano alla guerra come pensano all’apostolato i fanciulli che giuocano all’altarolo. Tutto si vedeva in lontano. Bologna era occupata; lo stato era sguarnito; dieci marce portavano l’inimico alla capitale, e Roma rideva sonnacchiosa e si teneva sicura da una invasione Francese come noi ci teniamo sicuri da una scorreria dei Persiani. Dopo pochi giorni abbracciato il Fratello partii per occuparmi del mio matrimonio. Qui voglio dire che l’ottimo Gaddi mi è stato amico fino alla sua morte seguita l’anno 1823 al Porto di Fermo, e che il volontario mantenuto da me fu un bravo giovane bolognese chiamato Mantichetti, il quale però commise il fallo di non fuggire con gli altri, e morì in battaglia.