Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XXXII

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Capitolo XXXII

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Battaglia di Faenza


Venuto a Roma il generale austriaco Colli per dirigere la difesa di questo Stato, avrà conosciuta senza meno la impossibilità di sostenerlo con un pugno di gente senza disciplina, e senza esperienza alcuna del guerreggiare. Bravo e onorato militare avrà parlato chiaro al Governo, e vedendo che i suoi consigli erano male accolti, o giungevano troppo tardi si sarà accomodato al tempo, aspettando lo sviluppo fortuito degli avvenimenti. Probabilmente si sperava che gli Austriaci dassero in Lombardia bastantemente da fare ai Francesi, sicché questi non si potessero volgere alle terre della Chiesa. Comunque sia il generale Colli passò un paio di mesi a Roma in feste onori, e conviti, e le cose della guerra restarono come prima. Tutte le truppe pontificie ascendevano a circa diecimila uomini, e un quarto di questa gente si era adunata a poco a poco in Faenza. Imola perché troppo vicina a Bologna erasi abbandonata, e la resistenza doveva farsi sul fiume che corre fra le due città suddette. Il barone Carlo Ancajani di Spoleto, il quale, in Baviera se non erro, aveva imparato a fare gli esercizii, comandava quell’armata di 2500 soldati con grado di colonnello. Un padre Altieri, frate di non so qual ordine, erudito nelle matematiche, stava là non so con qual grado, e con quali istruzioni, ma pareva che la somma delle cose dipendesse da lui in gran parte. Inaspettatamente si sentono gli inimici ingrossati a Bologna, e si conoscono determinati ad invadere si corre al flume, si mettono alcuni cannoni sul ponte, e si sta preparati alla difesa. Il giorno 2 di febrajo del 1797 alla matina, i Francesi attaccarono, forti di circa diecimille uomini. I cannoni del ponte spararono, e qualche Francese morì. Ben presto però l’inimico si accinse a guadare il fiume e vistosi dai papalini che i Francesi non temevano di bagnarsi i piedi, addio, si gridò nel campo, si salvi chi può, e tutti fuggirono per duecento miglia, né si fermarono sino a Fuligno. Non esagero, ma racconto nudamente quei fatti che accaddero in tempo mio, e dei quali viddi alcuna parte. Un tal Bianchi maggiore di artiglieria venne imputato di avere caricati i cannoni con li fagiuoli. Ho letto la sua difesa stampata, e sembra scolpato bastantemente, ma il fatto dei fagiuoli fu vero, e questa mitraglia figurò nella guerra fra il Papa e la Francia. L’oro e i principj seduttori della republica penetravano per tutto, e i Francesi non isdegnavano di agevolarsi la vittoria con questi mezzi.

In Recanati la notizia della Battaglia di Faenza giunse la sera dei 4 mentre stavamo in teatro, e sparse in tutti la costernazione e l’allarme. Li due giorni seguenti si passarono in mestizia ricevendo conferme di quell’avvenimento, e aspettandone le conseguenze. Qui diamo un passo addietro. Il mio fratello rimasto a Roma fra le truppe ebbe un calcio di un cavallo, e tra questa disgrazia, tra la melanconia di trovarsi giovanetto di 17 anni lontano dalla famiglia e in un caos di cose nuove e disordinate, cadde malato. Domandò ed ottenne il permesso di venire a casa per un poco e allora stava con me. Fratanto, non so perché, dallo squadrone Bischi che si trovava in Romagna e dove stavano i suoi cavalli ed equipaggio lo avevano passato allo squadrone Borgia restato in Roma. La mattina dei 7 un foriere recò notizia che lo squadrone Borgia passerebbe di qui nello stesso giorno, e recò l’ordine al mio fratello di unirsi al corpo, e marciare. Quest’ordine fu un colpo di fulmine per la famiglia, e la mia povera Madre ne restò desolata. La guerra non si vedeva più in lontananza, e si sentiva tutta la assurdità di mandare in campagna a battersi e comandare uno squadrone, un fanciullo convalescente, che era stato soldato 15 giorni, e che educato fralle carezze domestiche, non aveva idea veruna di milizia e di esercizii guerreschi. Egli andava sicuramente a morire. Gli occhi della mia buona Madre e di tutta la Famiglia erano rivolti verso di me: aspettando il mio giudizio, piuttosto che il mio volere. Considerai che le cose dello Stato erano perdute e il sagrifizio di un povero ragazzo non le avrebbe salvate; riflettei che la Religione e l’onore non imponevano il morire senza profitto, e risolvei che mio fratello non partirebbe. Egli ne restò desolato e voleva marciare a tutti i patti, ma dové cedere al volere degli altri. Montato in una carrozza andai di volo a incontrare il cavaliere Borgia, e lo incontrai alla testa del suo squadrone nel piano di San Leopardo. Gli feci conoscere trovarsi il mio fratello fresco di male, durare tuttora il suo permesso di assenza, essergli mancati il tempo e il modo per istruirsi alquanto nel suo nuovo mestiero, non avere né equipaggio né cavalli che si erano perduti probabilmente nello scontro di Faenza, e insomma essere inutile ed impossibile che egli marciasse col corpo. Quel comandante fece alcune difficoltà, forse per salvare una certa apparenza, ma poi si accordò di lasciarlo in pace purché io nel nome del fratello rinunziassi il servizio, e promettessi in dono al corpo due belli cavalli da tiro che si consegnerebbero nel giorno seguente ad un altro squadrone nel suo passaggio. Non so come quel signor comandante potesse esigere la dimissione del mio fratello, e li due cavalli miei, ma so che acconsentii a tutto lietamente, e il cavaliere Borgia scese un momento in casa Melchiorri per averne da me obbligazione scritta che rilasciai. Tornato a casa con questa conclusione rallegrai la cara mia Madre, e tutta la Famiglia, e darei oggi cento cavalli per potermi ricordare di avere procurata a mia Madre un’altra compiacenza simile. Mio fratello bensì ne restò afflitto sdegnato e mortificato, quasi denigrato nell’onore, e andò a nascondere nelle soffitte tutti gli ornamenti e distintivi militari dei quali ormai si riputava indegno. Astrattamente diceva bene, ma in quello stato concreto di cose disperatissime, io gli salvai la vita, ed egli non mancò a verun dovere; e chi non manca al dovere non manca all’onore. Nella confusione orribile del giorno seguente taluno domandò i due cavalli promessi da me, ma la situazione della casa mia lontana dalla strada di passo, e la fretta che tutti ebbero di fuggire non permisero troppe ricerche, e i cavalli furono risparmiati per sempre.