Autobiografia (Monaldo Leopardi)/Capitolo XXXVI

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Capitolo XXXVI

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Tumulto per le armi



Restò qui comandante di piazza un Capitano Prouveras antico onorato militare delle truppe reali di Francia il quale si condusse bene, e risparmiò al paese molti dispiaceri. Venne constituita una Magistratura col nome di municipalità, e fu composta di galantuomini. Io non vi presi parte ma le cose marciarono bene. I Francesi appena arrivati avevano ordinato che tutti indistintamente sotto pena di morte depositassero tutte le armi di qualunque sorte nel palazzo del Comune, e la paura fece che quell’ordine riscuotesse una grande obbedienza. Il palazzo del publico era diventato un vero Arsenale in cui si raccolsero migliaia di Archibugi ed armi di ogni specie. Nessuno della mia famiglia era Armigero, nulladimeno vi mandai 63 bocche da fuoco e molte spade palossi, e cose simili. In una mattina, qual fosse non ricordo con precisione, affettatamente, o casualmente non so, insorse la voce che il giorno si restituirebbero le Armi, e il popolo della città e contado si adunò nella piazza in grandissimo numero. Dopo di avere aspettato molte ore tranquillamente, all’improvviso, eccitato forse da qualche tristo, si sollevò, e rotte le porte quelle armi andarono a rubba pigliando ognuno le sue e quelle che gli piacevano più. Indi temendo lo sdegno dei Francesi, dei quali in quel giorno veruno era qui, occupò le strade, segnatamente la postale verso Loreto, e si dispose a resistere. Questa sedizione inaspettata ci colmò di terrore, e condusse la città due dita lontana dalla sua rovina. Il primo pensiero fu di spedire una persona destra in Loreto, perché se qualche uffiziale o truppa stassero sul venire, aspettassero che il tumulto fosse calmato, e questo incarico geloso venne affidato al mio buon prete Ferri che lo disimpegnò egregiamente. Incontrò nella strada Cacault, Ministro della Republica diretto a Roma il quale se avvanzava era morto. Con le sue buffonate lo fece retrocedere, e in Loreto operò che si aspettasse il nostro avviso. Fratanto qui chiunque aveva influenza e spirito cittadino si impegnò a calmare la sedizione, e il Paroco di S. Agostino portò il Ssmo Sagramento fra i sollevati, i quali calmati finalmente, tornarono alle case proprie sicché il comandante nostro che si trovava in Loreto casualmente, all’avviso speditogli tornò, e trovò il paese tranquillo. Ma nel giorno seguente arrivò con una mano di soldati il Generale Rusca il quale spumante di rabbia, dichiarò che abbrucierebbe la città in punizione del tumulto preceduto, e preparò per questa operazione alquante torcie a vento. Io risi di queste minaccie perché non si abbrucia un paese a sangue freddo, e non si abbrucia con una torcia, ma il popolo ne restò sbigottito. Tutto terminò bene perché quel povero Diavolo di Rusca gridava assai, ma non era il peggiore.