Azioni egregie operate in guerra/1639

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1639

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Quattro Eserciti mise in Campo quest’anno la Francia per altrettanti assedj; e l’avere gli Eserciti Austriaci resi di niun valore due di questi, cagione principalissima ne furono due Generali Italiani, D. Ottavio Piccolomini, e il mentovato Carlo Andrea Caracciolo Marchese di Torrecuso. Sulla Mosa al di sopra di Namur siede Teonville, Piazza stimatissima per le fortificazioni che la circondano, per alcune paludi, che la coprono a Settentrione, e per esser passo di Fiandra in Alemagna. Il Generale Sig. di Feuquieres l’aveva assediata con Esercito Francese. Il Cardinal Infante appoggiò al Piccolomini l’incombenza di soccorrerlo. Questi, fatta la rassegna de’ suoi, li vide numerosi di dieci mila Fanti, e sei mila Cavalli. Trovatigli animosi, e feroci si dichiarò, che voleva far conoscere agli Spagnuoli, che gli Alemanni non erano venuti solo per godere i buoni trattamenti, prestati loro dal Cardinale, ma per corrispondere alla generosità d’esso Principe col sagrificare la vita a sollievo degl’interessi di quella Splendida Nazione. S’avanzò poi in ordinanza ristretta, e benissimo intesa , risoluto, e fermo di combattere, se i Francesi persistevano nell’assedio. Al primo arrivo sforzò un quartiero, ed introdusse soccorso nella Piazza; indi avendo inteso, che il Generale Feuquieres, raccolte le sue genti, si era posto in battaglia con a’ fianchi la Mosa, ed un fosso profondo, che va intersecando quella Campagna ad Occidente, il Piccolomini urtò sopra de’ Francesi con la Cavalleria; e quantunque incontrasse una durissima resistenza, pure la respinse di là da un sito predominante sul loro fianco. Ivi piantò subito alcuni Cannoni, e con essi fece bersagliare terribilmente i Regj. Questi, non potendo tenersi sotto il tormento di tante palle, dalle quali erano traforati i squadroni dalla fronte al centro, si ritirarono, per occupare nuovo sito. Il Piccolomini non diede loro tempo da ristabilirvisi. Precipitosamente scagliossi sopra di loro con tale impressione, che fece volger le spalle a que’ Squadroni. Spiccossi all’ora il Feuquieres colla propria riserva, rincorando i suoi a secondarlo. Ma anch’egli, incalzato dal Piccolomini, fu ferito gravemente, e circondato dagli Alemanni, fu fatto prigione. Scampati i Cavalli, la Fanteria fu abbandonata alla discrezione de’ Tedeschi, che penetrando attraverso i Battaglioni, ne fecero crudelissima strage. Sei mila rimasero sul campo, perdettero il Bagaglio, e dieci Cannoni con quantità di Ufficiali, datisi prigionieri. Quest’azione accrebbe la gloria, e gli applausi al Piccolomini. Il Re di Spagna lo rimunerò coll’infeudarlo del Ducato di Amalfi nel Regno di Napoli, e l’Imperatore lo volle in Alemagna, per assistere all’Arciduca fratello nella condotta degli Eserciti; e però esso Piccolomini dovette, compita la Campagna, rivolgersi di ritorno nell’Imperio. Frattanto, ottenuta la vittoria, fu di parere, che si assalisse la Francia su quella frontiera. A tal’effetto aveva addimandato al Cardinal Infante accrescimento di gente, per farvi una impressione gagliardissima. Affine poi di non perder tempo, aveva circondato Monson, Città nemica; se non ch’essendogli mancati i rinforzi, richiesti con gran premura, e avvicinatosi altro Esercito Francese, Egli, ch’era cautissimo, nel non accettare, o dar battaglia, quando non teneva fondamenti sodi di vincere, si ritirò ne’ Paesi Spagnuoli; tanto più che teneva ordini premurosissimi da Cesare, di non azzardar quelle Truppe veterane. L’altro assedio, intrapreso da’ Francesi, fu quello di Salsas, Città a’ confini della Spagna sul Mediterraneo, così detta da un lago salso a lei vicino nel Contado di Rossiglione. Era stata superata dall’Esercito del Re Cristianissimo, comandato da Enrico Principe di Condé, e dal Maresciallo di Schomberg. Affine poi di assicurare quell’acquisto considerabile, che prestava l’adito al secondo di Perpignano, essi Generali vi lasciarono un corpo d’alcuni mille Soldati, racchiusi entro un forte trinceramento.

La Corte di Madrid, intenta alla ricupera di quella Fortezza, ne commise l’esecuzione a D. Filippo Spinola, figlio del celebre Ambrogio Marchese de los Balbuses, al Caracciolo Marchese di Torrecuso, a suo figlio, detto il Duca di S. Giorgio, al Conte Rho tutt’Italiani, oltre ad altri Capi Spagnuoli. Sul principio di Settembre si mosse l’Esercito Spagnuolo. Conduceva la vanguardia, precedendo a tutti, il Torrecuso col Figlio; e riponendo la felicità dell’impresa nell’operare celere, e risoluto, senza dar tempo a’ nemici di ravvedersi, e munirsi, fece impressione tale nel trincerone Francese; onde questi, presidiato il Castello, giudicarono meglio il ritirarsi a Narbona. Di colà dopo la metà d’Ottobre sortì il Principe di Condé con grosse Truppe per disciogliere quell’assedio, già formato dallo Spinola. Giunto a Palma, otto giorni di pioggie dirottissime lo trattennero colà, e diedero comodità al Torrecuso, e al Figlio, di perfezionare la circonvallazione del proprio Campo. Con fatica incredibile alzarono parapetti, cavarono fosse, fabbricarono mezze lune, e tenaglie co’ loro intervalli. Collocarono le artiglierie ne’ luoghi opportuni . A’ primi di Novembre il Condé attaccò i ripari Austriaci, ma dal valore degli Spagnuoli, ed Italiani, diretti dal Torrecuso, furono ributtati con nembi di palle grosse, e minute, riportandone un’orribile strage. Il Torrecuso colla picca alla mano roversciò tre Cavallieri Francesi, saliti sopra la trincea. Il di lui Nipote D. Garzia Cavaniglia, giovine di diecisette anni, vivace, con una schiera de’ suoi, sortì fuori de’ ripari, ed inchiodò parte dell’artiglieria nemica. Il Condé stimò bene, di ritornar addietro. Era la stagione avanzata, e i Monti Pirenei dalle loro altezze mandavano abbasso inondazioni d’acqua, che stagnavano sulla pianura, e incomodavano il Campo. Fu tenuto consiglio di guerra, e da molti fu inculcato, di levar l’assedio. Contraddisse il Torrecuso, e assunse egli l’incarico di condurre l’impresa a buon fine, e vi riuscì felicemente, obbligando il Governatore a pattuire la resa sul fine di Decembre. Così terminò la Campagna a di lui grand’onore. Per quattro altre Campagne proseguì il Torrecuso a servire colà il Re suo Signore, che ne aveva sommo bisogno per le disgrazie gravissime, che sopravvennero alla di lui Corona. Il Portogallo si sottrasse dal dominio di Castiglia, ed elesse un nuovo Re. La Catalogna, sollevata, si pose in armi. Invocò, e ricevette assistenze vigorose dalla Francia. Quando il Torrecuso comandò con autorità suprema, seppe guadagnare la fortuna, ed averla propizia; ma quando dovette ubbidire, e soggiacere agli ordini altrui contra i proprj pareri, che proponeva saggi, ed accertati, provò la sorte contraria. Bensì guadagnò il merito, d’aver ubbidito fedelmente. Il Re Cattolico incaricò al Torrecuso, d’assistere al nuovo Generale, da lui eletto contra i Catalani. I principj dell’impresa furono felici, perché si operò con celerità, ed arditezza. Tortosa, e Tarragona, furono ricuperate con obbligo alle Truppe Francesi, di ritornar in Francia. Fu ridotto Cambriel all’ubbidienza, e disfatto un corpo di Catalani a Monblanc. Dopo di che l’Esercito Spagnuolo si accampò a veduta di Barcellona. Il Torrecuso fu di parere, che si assalisse la Città, piena di sbigottimento, e di costernazione. Ma il sentimento del Generale primario volle, che s’invitassero i Cittadini a parlamento. Nel mentre, che s’impiega tempo per trattare, giunsero Ufficiali, e Soldati Francesi, a rinvigorire i Barcellonesi; perloché nulla fu conchiuso. Allora i Spagnuoli risolsero d’attaccare il monte, che ad occidente domina la Città. La sua ascesa è scabrosa, e difficile a superarsi. I poggi più accessibili erano stati muniti da’ Barcellonesi con trincee, e con soldatesche, tra’ quali trecento Francesi. Alquanti bombardieri della medesima nazione oltre a’ Marinai, cavati da’ Vascelli, governavano molti pezzi d’artiglieria minuta, distribuita ne’ siti opportuni. Alture così ben guernite non erano luoghi, da guadagnarsi a forza d’un primo, e subitaneo assalto. In questo secolo le abbiamo vedute sostenersi per due settimane contra un formale assedio da’ medesimi Barcellonesi con poco ajuto di stranieri.

Il Torrecuso, dovendo ubbidire, dispose i battaglioni, che dovevano ascendere all’acquisto della Montagna, e il di lui figlio Duca di S. Giorgio assunse l’incarico, d’impedire le sortite dalla Città colla Cavalleria. Gli Spagnuoli furono ributtati nell’assalto. Le artiglierie ben maneggiate da’ difenditori della montagna dietro a’ loro ripari, ne fecero strage. Uomini, e donne, usciti dalla Città, concorsero a menare le mani, e a rendere inespugnabili que’ siti. Molti Ufficiali, e Nobili venturieri, concorsi da più Provincie di Spagna a servire il Re, vi lasciarono la vita, o rilevarono gravi ferite . Il Duca di S. Giorgio, posta in fuga la Cavalleria Francese, mentre si lasciò trasportare troppo oltre dalla naturale arditezza, s’avvicinò al rastello della piazza. Quivi cadde in un’imboscata, da cui fu colpito nel petto da tre palle. Altra moschettata, venuta dalla muraglia, l’offese malamente. Le quattro ferite poco dopo gli diedero la morte. Fu onorato dalle lagrime di tutto l’esercito, che compianse la perdita d’un eccellente Guerriero. Il Marchese Padre, inteso il caso, umiliossi genuflesso avanti a Dio, baciò la terra; e rassegnandosi al sovrano volere sagrificò a Dio il suo dolore, e al servigio del suo Re un figlio, in cui risplendevano pregi stupendi in copia. Lo stesso Filippo quarto con lettera di propria mano si degnò di consolare l’afflitto Genitore. Il Duca estinto chiamavasi Carlo Maria. Da fanciulletto mostrò gran senno, grande vivacità, e gran propensione a’ maneggi dell’armi. Cresciuto, apprese in eccellenza qualunque esercizio Cavalleresco. Alto di statura, bello di presenza, modesto nelle conversazioni aveva con eccessiva cortesia, e con tratti gentilissimi guadagnata la benevolenza di tutte le nazioni. Di vent’anni in grado di Capitano passò in Lombardia, indi in Alemagna. Nella battaglia di Norlinga fu più volte in pericolo di perdersi in mezzo al fuoco, e alle palle ostili, sempre imperterrito, e costantissimo. Chiamato in Ispagna alle prime dignità tra le milizie, operò quanto fu scritto a Salsas. Di soli ventiotto anni terminò il vivere. Riuscita infelice la spedizione contra Barcellona, l’esercito Spagnuolo si ritirò a Tarragona contra il parere del Torrecuso. Il Re di Spagna malissimo soddisfatto della condotta tenuta dal Generale primario, lo depose dal comando, e surrogò alle di lui veci D. Federico Colonna Principe Romano in avanti Viceré di Valenza. Capitato il Colonna sotto Tarragona all’esercito, lo rinvenne diminuito assai di forze. E perché il Signor della Mota Odamourt Generale Francese s’avanzava con armata più potente, cinse il proprio campo con trinceramenti, per metterlo in sicuro. Ma non potette preservalo dalla fame, che in breve cominciò a travagliarlo; poiché anche dalla banda del mare l’Arcivescovo di Bordeos, Ammiraglio del Cristianissimo, colla flotta Navale impediva le vettovaglie, che venivano da quella parte. La penuria incomodò estremamente gli Spagnuoli, in modo che si ridussero a mangiar i Cavalli, i Cani, ed altri animali . Il Colonna pose un regolamento provvido alla distribuzione de’ viveri. Ed egli medesimo si obbligò, ad osservarlo nella propria persona. Volle trattar sé medesimo come un semplice fantaccino, consumando solamente tanto, quanto si compartiva al minimo soldato. Col suo esempio animò tutti, a sopportare pazientemente quell’aspra fame, e colla sofferenza si mantennero la piazza, e le milizie fedeli al Re Cattolico, finché giunse il soccorso. Giorno, e notte scorreva il Colonna con vigilanza indefessa, ora verso la campagna, ora verso il Mediterraneo; perché niuno mancasse a’ proprj doveri, e tutti fossero assistiti con minor travaglio. Per tenere lontani i legni nemici, fece piantare alcune batterie, al favore delle quali piccioli bastimenti talora introdussero con che vivere. Con queste diligenze interruppe maggiori progressi a’ Francesi, e sostenne una Città, per cui in altro tempo la Corona di Spagna s’introdusse alla ricupera della Catalogna. A cagione de’ lunghi, e fieri patimenti di fame, e di sonno D. Federico Colonna s’infermò, né ricevendo sollievo da’ rimedj, passò all’altra vita con sentimento grandissimo del Re, di tutta la Corte, e di quanti onoravano i gran pregi di spirito, e di azioni, che ornavano questo Principe. Ebbe un fratello per nome D. Carlo, che per dodici anni guerreggiò con lode nel Palatinato, in Fiandra, nel Monferrato sotto i stendardi del Re Cattolico. Introdotto dalla flotta navale di Spagna soccorso gagliardo in Tarragona, il Generale Francese Signor della Mota s’allontanò dalla piazza. Da questa uscì D. Ferrante di Monti Napolitano. Cacciò i Francesi da tutte le terre del vicinato. Acquistò colla forza il Castello d’Alforge. Unito ad altre truppe Spagnuole combattette col Mota, e lo ruppe con morte di mille nemici. Egli però rimase ferito in testa. Ciò non ostante proseguì la Campagna. Accresciuto da altre soldatesche condotte da D. Biagio Giannino Napolitano assaltò i Francesi trincerati sul Colle di Balaguer, lo superò, e s’impadronì della loro artiglieria. La Catalogna, essendo passata sotto il dominio del Re Cristianissimo, interrompeva la comunicazione fra i reami Spagnuoli, e la Contea di Rossiglione, situata in mezzo ai Pirenei; perloché i Generali Francesi applicavano a restringere Perpignano, Coliure, ed altre piazze di quella provincia, col levar loro i viveri, ed affamarle. Solo dal mare potevano trasmettersi colà provvedimenti di viveri. Pertanto la Corte di Madrid incaricò il Marchese di Torrecuso, di trasportargliene. Aveva egli col Colonna assistito alla difesa di Tarragona, e colle sue diligenza facilitato due volte l’ingresso di vettovaglie in quella piazza. Presentandosi a tutti i pericoli vide, ben sovente cadere a’ suoi fianchi uccisi molti de’ suoi. Il Torrecuso liberata Tarragona, s’allestì subito a soccorrere Perpignano . Scelse cinque mila Italiani, due terzi di Spagnuoli, uno di Borgognoni con alcune Compagnie di Cavalli. Sbarcò a Coliure, ove riposò per qualche giorno le soldatesche. Divisava d’accostarsi colle Galee alla foce del fiume Tet, e di là per la strada più breve intromettere le provvisioni in Perpignano. Ma per il vento contrario, non potendo le Galee avvicinarsi a terra, e premendo la penuria in quella Città, fu d’uopo, ch’esso prendesse la strada lunga di sopra venti miglia da Coliure a Perpignano. Sotto il General di Bressé i Francesi avevano chiuso quella strada con corpi rinforzati di milizie, e con trincerate eminenze in varj posti . Il Torrecuso colla forza fece sloggiare il primo, fortificatosi sulle Colline indi il secondo nelle vicinanze d’Argeles, che dopo sei giorni d’attacco espugnò colla presa del presidio a discrezione. Quivi il Torrecuso preparò più di cinque mila sacchi di grano, che sulle spalle de’ pedoni, e sulle groppe de’ cavalli dovevano introdursi in Perpignano. Donò a ciascuno uno scudo d’argento. Tutti presero il suo, e nel più orrido dell’inverno guazzando Fiume colle acque fredde sino al petto giunsero poco lungi dalla Città. In un luogo, chiamato il Monte della Tierra, incontrarono nuove opposizioni da’ Francesi cresciuti in numero superiore sotto il Bressé. Il Torrecuso co’ suoi, benché carichi co’ sacchi respinse bravamente il nemico, guadagnò una Collina, e per essa condusse il formento in Perpignano. D. Prospero Colonna cogl’Italiani fece prodezze di bravura. Colle salve veementi, e costanti de’ fucili ributtò la Cavalleria Francese, e tenne aperto il passo. Nel giorno seguente il Torrecuso lungo il Fiume Tet si portò al mare, ov’erano approdate le Galee di Giannettino Doria con le cariche del grano. In faccia all’esercito Francese espugnò il forte di S. Maria su quella riva; e in cinque giorni sulle spalle de’ Soldati co’ sacchi medesimi tra mille pericoli lo ridusse in nove viaggi in Perpignano.

Il Maresciallo di Bressé riputando la sua riputazione pregiudicata, mentre sugli occhi suoi soldatesche inferiori avevano riportati tanti vantaggi, e recato il soccorso alla piazza, deliberò di far ogni sforzo per disfare le Soldatesche del Torrecuso nel ritorno che queste farebbono a Coliure. Si pose in imboscata sul cammino più ovvio, per cui si persuase che questi camminerebbono. Avvertitone il Torrecuso, ingannò il Generale Francese. Con ardito espediente s’incamminò a dirittura verso Elna quartiero del Maresciallo medesimo, dov’erano rimaste poche guardie, fugate le quali passò al Fiume ivi vicino, indi guadagnò il Bosco d’Argeles; prima che il Bressé avesse tempo da ritornare co’ suoi, e frastornare il di lui viaggio. In ultimo giunse felicemente a Coliure. Ivi imbarcate le truppe Italiane veleggiò a Terragona, indi alla Corte Cattolica, dove fu ricevuto con sommi applausi per l’impresa condotta con ottima direzione, generosa intrepidezza, stupenda sagacità a buon fine.

Il Re Filippo confidò a lui il comando generale dell’esercito in Catalogna, con ordine di tentare per qualunque strada il soccorso di Perpignano, ridotto a nuove angustie; dopo che colla presenza medesima il Re di Francia era venuto a quell’assedio con gran numero di Nobiltà. Ora mentre il Torrecuso, ben regolati tutti i preparamenti, s’incammina colà, fu raguagliato, come quella Città aveva capitolata la resa per gli otto di Settembre. Subito ne diede avviso al Re, da cui ricevette ordine, d’incamminarsi a Lerida, e ricuperare quella Città all’ubbidienza. Nell’avanzarsi verso d’essa intese il Torrecuso da’ prigioni la scarsezza del presidio nemico, e la facilità d’espugnarla. Aveva di già approntato il convenevole, per superarla con assalto. Quando vennero a lui alcuni Generali Spagnuoli, i quali biasimarono la risoluzione presa, e negarono di concorrervi. Addussero per motivo, che al suo Re non compliva, perdere gente in assalti; quando si poteva ottenerne la resa coll’assedio, meno dispendioso. Replicò il Torrecuso, che agl’interessi del Re suo Signore importava molto, guadagnar presto una Città, ripiena di moltissime biade raccolte dal piano d’Urgel, con le quali si sarebbe sostentato comodamente l’esercito. Addusse altre ragioni convincentissime. Ma vedendo inflessibili que’ Generali, s’accorse, d’onde derivavano quelle contraddizioni, e conobbe come nulla avrebbe guadagnato col suo dire. La vera cagione era l’emulazione verso di lui, Italiano di nascita. Seppe, che il Re Cattolico, per compiacer i suoi nazionali, aveva destinato Generale supremo il Marchese di Leganes, che doveva capitare in breve, e tutti tutti dovevano ubbidirlo. I Generali Spagnuoli di gran Nobiltà, e di ampie ricchezze, di più Signori di Nazione dominante difficilmente si soggettavano agli stranieri. Essi temevano, che se il Torrecuso s’impossessava di Lerida, sarebbe cresciuto sommamente in gloria, e resa soddisfazione sempre maggiore al Re, che trovandosi ben servito dall’Italiano avrebbe richiamato il Leganes, e conferita a lui la carica di Generale in capo. Il Torrecuso s’accorse questa essere la vera cagione, che impediva la presa di Lerida; E però, smontato da cavallo, rassegnò il comando, e si dichiarò, che avrebbe servito colla picca sulla spalla nel primo terzo Spagnuolo. In fatti, presa la picca, si portò a piedi alla testa di quel reggimento. Azione tanto generosa, ed ammirabile, che riempì di stupore tutto l’esercito, da cui più volte fu gridato: Viva il Torrecuso. Capitato il Leganes partì il Torrecuso verso la Corte, dove poco dopo intese la sfortuna accaduta al Leganes, che stato per lo più infelice nelle imprese d’Italia, aveva trasportata dietro a sé la nemica sorte anche in Catalogna. Il Re Filippo rimunerò il Torrecuso col titolo di Grande di Spagna, gli fece mercede di quanto seppe dimandare, e gli permise l’andar a Napoli col trattenervisi per quattro mesi. Ritornato l’anno seguente in Ispagna, nell’andare alla Corte passando per le Città v’era ricevuto con incredibile applauso. Si spopolavano le terre per uscirgli incontro, e venerarlo. Il Re Cattolico lo accolse con istima singolare, e a lui destinò il comando contra de’ Portoghesi. Giunto egli su quelle frontiere, unì le soldatesche; riformò la militare disciplina assai mancante; si guadagnò l’amore degli abitanti, e molti ne allettò ad arrolarsi sotto le insegne reali. Con pochissimo denaro provvide le soldatesche di munizioni da bocca, e da guerra. Avendo poi consegnato l’esercito ad altro Generale, questi colla sua infelice condotta si lasciò battere da’ Portoghesi. Afflitto dalla disgrazia, il Torrecuso uscì egli in campagna, ed azzuffatosi col Comandante Portoghese, benché più numeroso di gente , lo disfece colla morte, e prigionia di molti.

Trovandosi ormai in età cadente col corpo, macerato dalle lunghe fatiche guerriere, chiese il Torrecuso licenza di ripatriare, come ottenne. In Napoli fu ricevuto a grandi onori. Ma quando si figurava di riposare, l’amor grande al servigio del suo Re, e il bene della patria lo persuasero, a sagrificare la vita con riassumere il comando d’altro esercito in istagione caldissima sotto Cielo insalubre, perché nelle Maremme di Siena, affine di liberare Orbitello dall’assedio postovi da’ Francesi sotto il Principe Tommaso di Savoja. Giunse in quelle vicinanze, e fatti ritirare gli assedianti, mentre applica a munire meglio la piazza, contrasse grave infermità. Condotto a Napoli, e munito de’ Santi Sagramenti a’ sei d’Agosto del 1646 in età di sessanta sei anni con faccia serena abbracciò la morte da lui incontrata per avanti in tante battaglie, senza mai paventarla. In Africa, nel Brasile, nell’Oceano, e nella maggior parte delle provincie d’Europa, o combattendo, o comandando per lo spazio di sopra quarant’anni, lasciò memorie illustri d’eccellenti virtù militari, per le quali non fu inferiore a qualunque altro Capitano dell’età sua. Fu prudentissimo ne’ pareri, che dava, i quali parevano piuttosto presagi dell’avvenire, che consigli. Era prontissimo a suggerirli con cuore imperturbabile, anche in mezzo alle battaglie. Nelle sue azioni congiunse vigilanza, fatica, risoluzione, e mirabile celerità. Fu ardito, ma non mai temerario. Usava poco sonno, e cibo moderato. Non voleva che i soldati rubassero. A tal fine con iscrupolosa economia teneva cura delle loro paghe, e del loro vitto. Era fedelissimo nel maneggiare il denaro della Reale Tesoreria. Molte volte impiegò l’intere giornate in affari pubblici, di dar udienza, consultare, scrivere senza mai rilasciarsi. Fu divotissimo della Beatissima Vergine. Quando voleva combattere, si poneva sulla sopravveste l’abito di Nostra Signora del Carmine. L’offizio della Madonna lo salvò da un colpo mortale di picca, che doveva ucciderlo nel superare le trincee sotto Valenza sul Po. Gran divozione praticò verso il Padre S. Domenico, a cui onore fondò un Convento con ricca entrata per i di lui Religiosi nel suo Feudo di Torrecuso. Era pietoso verso le Anime del Purgatorio, a cui porgeva larghi suffragj di Messe massime per implorare il loro soccorso nelle più difficili imprese. Per quella di Perpignano fece celebrare cinque mila Messe. In lui si accoppiarono virtù chiarissime; e negli ultimi anni di sua vita visse in maniera da invidiarlo i Religiosi medesimi. Quando comandò Armate, proccurò d’espugnarle da’ vizj, né volle nel campo femmine di mondo. Quantunque avesse comandato, di esser seppellito privatamente, il Vice-Re di Napoli gli fece celebrare sontuosissimi, e poco meno che Regj funerali in dimostrazione di gratitudine per i rilevantissimi servigj, da lui prestati alla Corona di Spagna. Tutto il tenore della vita di questo Gran Capitano si è raccolto insieme per una notizia meglio composta. Riorniamo in Alemagna.