Azioni egregie operate in guerra/A chi legge

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A chi legge

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Azioni egregie operate in guerra 1620

L’intento di quest’opera apparisce chiaro nel frontispicio. L’Autore parla di guerre, nelle quali tutte le nazioni belligeranti hanno prodotte azioni grandi, e segnalate. Coll’annoverare quelle degli Italiani, non pretende di pregiudicare in nulla alle gesta egregie degli Stranieri. Esse possono leggersi, ed ammirarsi negli Storici loro nazionali, i quali sono stati diligenti, ed accurati nel raccoglierle, e nel collocarle in bella veduta assai più di quello che lo furono in riguardo a’ loro Compatriotti gli Scrittori Italiani. Lo studio di questi si trattenne assai nel seminare le proprie carte di massime, e di dettami politici coll’applicarli all’occorrenze di quei tempi. Poco si sono curati di descrivere minutamente, e circonstanziare gli andamenti gloriosi delle imprese militari, condotto ad ottimo fine da’ Principi, e da’ Cavalieri usciti d’Italia, e resisi gran Generali, e gran Guerrieri. Molto meno hanno atteso a rialzarle nel suo naturale prospetto, e nella sua giusta comparsa. A chi scrive è convenuto andar pescando qua, e là in diversi libri, ed ora in uno, ora in altro rintracciare le varie circostanze, capaci di dare a dette imprese un pieno risalto, un buon colore ed uno splendido lustro. In libro di mole mediocre si è preteso, di accennare un saggio di quello, che può, e sa operare lo spirito degli Italiani, quando a lui non manchi opportunità di coltivarsi, e di esercitarsi in guerra. Né per gradire noi sommamente i beni maggiori della pace, nulla abbiamo perduto di talenti, e di quanto fa d’uopo per maneggiare eccellentemente le armi, ed il comando degli eserciti. L’idea dello scritto presente non è nuova. Più Autori oltramontani l’hanno messa in pratica ne’ volumi, che trattano delle loro schiere, e delle vittorie, da esse riportate. Si seguita la loro traccia. Se con passi uguali ne sarà buon giudice il discreto leggitore, a cui si rimette il pronunziarne sentenza.


L’essere nato taluno per buona sorte, qual membro d’Illustre nazione, impegna lodevolmente la di lui penna, a rendere buon conto delle azioni d’essa, ed a promuoverne l’eccelsa gloria, fin dove questa può ascendere con tutta verità, e con decoro. Parecchi dotti Italiani hanno faticato co’ loro scritti, per far comparire nel suo ampio, e sincero lume l’eccellenza, e la moltitudine de’ gran Letterati in ogni genere di scienze, i quali sono fioriti, ed hanno illustrate queste nostre Città, e Principati, de’ quali erano figli, massimamente negli ultimi due Secoli. L’impegno medesimo hanno abbracciato più Scrittori col distendere le vite, ed annoverare le opere celebri de’ nostri Uomini, insigni nelle arti liberali di Pittura, d’Architettura, di Scultura, e simili. Altre doti preclare, e talenti segnalati possono vantare gl’Italiani nella professione militare, cioè nel dirigere, e nel governare eserciti, nel condurre a buon termine celeberrime imprese guerriere, nel dare saggi stupendi di valore, d’intrepidezza, di costanza, di longanimità, ne’ Campi di Marte. Queste sono quelle doti, e que’ talenti, che posti in uso dagli antichi Capitani prima di Roma, poi di tutta l’Italia, soggettarono al Campidoglio tante Provincie, e Regni, quante composero la Monarchia Romana dal Mare Oceano sino a’ confini della Persia, e dal Danubio sino al Monte Atlante dell’Africa. Que’ saggi, e prodi Comandanti, scorrendo cogli Eserciti l’Europa, l’Asia, l’Egitto, la Mauritania, estesero a grande vastità l’Imperio di Roma; indi compartite colà le legioni armate, conservarono quella Padronanza per più secoli da Cesare sino al Magno Costantino; e per avventura ve l’avrebbono perpetuata sino a’ giorni nostri, se nell’Italia avessero proseguito a soggiornare gli Augusti, e se ne’ Duci Italiani avessero continuato il comando delle loro armate da terra, e da mare. Ma invaghitosi il Gran Costantino della bellissima, e deliziosissima situazione di Bisanzio, volle trasportare colà il Trono, e fermarvi la sede stabile della propria dominazione. Arricchita di nobilissime fabbriche quella Metropoli, e ridotta a numerosa popolazione, la rese gloriosissima coll’improntarvi il suo Nome, chiamandola Costantinopoli, o Città di Costantino. Benché colà trattenesse molte famiglie di Italia; queste però ne’ loro pronipoti, e discendenti più lontani andarono declinando in quelle prerogative di natura, che possedevano i loro Antenati, giacché tali prerogative sono per lo più effetto del Cielo, sotto di cui si nasce, e si vive, come anco delle qualità sì dell’aria, che si respira, sì de’ cibi, con cui si nodrisce. Il che vediamo succedere agli Europei, che passando a popolare il nuovo mondo, non trasfondono ne’ loro posteri, e successori più remoti quella sottigliezza d’ingegno, ed altre abilità, possedute da essi. In tal modo gl’Italiani, propagati nella Tracia, divennero Traci, benché poi a vanto di maggior gloria vollero dirsi Greci; e dopo il corso di circa cent’anni i Propagati da loro tralignarono nelle qualità naturali: né riuscirono più idonei o per capacità di mente, o per maneggio di negoziati, o per fermezza d’animo, o per bravura di cuore, o per forza di braccio a contenere di là dal Danubio, e dal Reno i Barbari del Settentrione, né di là dal Baristene gli Sciti, e i Sarmati. Quindi declinarono sempre in peggio, perdendo l’Italia, la Francia, la Spagna, ed altri membri dell’antico Imperio Romano, divenute preda di que’ Barbari, che con un diluvio d’armati le inondarono; finché l’Imperio de’ Cesari Orientali precipitò affatto sotto l’oppressione de’ Maomettani.

Compensò Iddio all’Italia la perdita della Monarchia temporale coll’istabilirvi altra Monarchia spirituale del Santissimo suo Vicario in Terra, la quale abbraccia il Mondo tutto, e gode diritto di comandare spiritualmente, fin dove Gesù Redentore viene ubbidito coll’osservanza della Divina Legge Cattolica. Monarchia è questa, incomparabilmente più gloriosa, sì per il fine, a cui è diretta, cioè alla santificazione, e glorificazione del genere umano, sì per li mezzi de’ quali si serve, che tutti spirano santità, e stabiliscono virtù sovraumane dall’infimo sino al grado più sublime, ed eroico.

Dono massimo, con cui è piaciuto all’Altissimo Signore di privilegiare l’Italia sopra le altre Nazioni, è stato lo stabilirvi immobile la Cattedra Pontificale, su cui siede il Giudice supremo nelle materie di Fede, di Religione, di costumi; che possiede autorità, e giurisdizione spirituale, su quanti vogliono essere, e vivere figliuoli veri di Dio, eredi della Gloria eterna. E benché l’essersi perpetuata per diecisette secoli, e più la durevolezza di questa Monarchia, debba dirsi opera di Provvidenza Onnipotente: Nulladimeno, avendo Iddio in costume di prevalersi de’ talenti, compartiti alle sue Creature, per effettuare, e render durevoli le opere grandi, può asserirsi, che l’ingegno, la prudenza, la desterità negli affari, e le altre egregie doti degl’Italiani abbiano coadiuvato molto, a conservare immobile la di lei consistenza; Sicché la nave di Pietro abbia potuto nel mare incostante, e burrascoso di questo mondo veleggiare felicemente per il giro di tanti anni, senza rimaner affondata dagli urti impetuosi de’ Scismi, e di altre tempeste, suscitate contra da tanti venti, nemici al di lei prospero corso. La Monarchia Ecclesiastica amando la pace, e la quiete de’ popoli, come più adattate, a farvi fiorire la pietà, e la cultura di tutte le virtù Cristiane, come anco il pubblico bene, e la felicità sincera de’ popoli, ha consigliato agli abitanti de’ nostri Paesi l’aborrire fra noi le guerre, come anco a tenere lontani dalle nostre contrade i tumulti dell’armi per quanto è stato possibile. Con che riesce agevole il godere l’opulenza, le delizie, ed altri beni, che con larga mano c’impartiscono la benignità del Cielo, e la fecondità della terra.

Amano gl’Italiani la gloria al pari d’ogn’altra nazione. Ma per conseguirla più soda, più durevole, e meno odiosa, hanno riputato mezzo migliore il meritarsela coll’impiegare le ricchezze comuni, e le particolari nelle magnificenza de’ pubblici, e de’ privati edifizj, tanto Sacri quanto profani, nell’adornamento delle Città, nello scoprire nuovi ritrovati, tanto nelle scienze, quanto nelle arti liberali, nell’aumento delle manifatture, e del negozio, piuttosto che negli apparecchi militari, e ne’ steccati di guerra; ove sovente accade, che i primi trionfi, riusciti pur anco dispendiosissimi a’ vincitori, vadano a terminare in infauste, luttuose, e obbrobriose tragedie. Questi utili, e queste ragioni, ponderate dagl’Italiani, e avvalorate dalle insinuazioni de’ sommi Pontefici, soliti sempre ad intromettersi colla mediazione, o con altre pie diligenze, per sopire gl’incendj di guerra in Italia, hanno operato, che lo strepito dell’armi si oda con abbominazione da noi, e rimbombi assai raro ne’ nostri Pesi. Ciò ha fatto dire ad alcuni stranieri, che nella Nobiltà, e ne’ popoli Italiani siasi estinto il valor Marziale, e periti i talenti degli antichi Conquistatori, de’ Fabj, degli Scipioni, de’ Cesari con tutto il corredo de’ pregi, necessarj a formare Gran Generali, e Gran Guerrieri. Il che quanto sia alieno dal vero, sarà scopo dell’Opera presente il dimostrarlo a chiare prove di fatti, col mettere in veduta le virtù belliche, e le imprese stupende militari, condotte ad ottimo fine, anche in età prossime a noi, da Personaggi Italiani, e dalle Soldatesche nate nelle nostre Provincie. Che nel secolo decimo sesto cioè dal mille cinquecento sino al mille seicento Principi, e Cavalieri Italiani siano comparsi alla testa degli eserciti, e colà siansi resi celebri per fama d’eccellente direzione, e d’imperterrita generosità, lo hanno fatto constare quegl’Istorici, che hanno scritte le vite di Prospero Colonna Romano, di Ferrante Marchese di Pescara Napolitano, di Ferrante Gonzaga de’ Marchesi di Mantova, di Emmanuele Filiberto Duca di Savoja, di Alessandro Farnese Duca di Parma, nelle quali vite sono pure inseriti i fatti stupendi tanto delle Soldatesche arrolate tra noi, quanto d’altri Nobili nostri, che militarono sotto di loro negli Eserciti Austriaci di Carlo Quinto, e di Filippo Secondo, oltre a quegli, che servirono con gran decoro nelle Armate Francesi in dignità di Comandanti supremi, quali furono Gio. Jacopo Triulzio Milanese, e Pietro Strozzi Toscano. Lo stesso deve dirsi di altri non pochi nostri, i quali in gradi minori militarono sotto le insegne di Francesco Primo e de’ Successori Monarchi. E però in quel secolo decimo sesto potette l’Italia vantare soggetti eguali ad altri di qualunque Nazione nella gloria dell’armi, e nel reggimento delle milizie. L’attenzione di raccogliere le gesta egregie in guerra de’ nostri vissuti nel secolo decimo settimo, cioè dal mille seicento fino al mille settecento, è stata negletta per lo più dagl’Istorici di quell’età. Trovansi bensì esse registrate, e sparse qua, e là in diversi libri; ma colà non fanno quella luminosa, e strepitosa comparsa, che meritano, massimamente per non essere state scritte le vite de’ tre e Supremi Marescialli, Mattia Galasso Trentino, Ottavio Piccolomini Sanese, Raimondo Montecuccoli Modenese, nelle quali potevano inserirsi le prodezze illustri d’altri Nobili Romani, Lombardi, Napolitani, Toscani, ed altri, che militarono sotto di loro, o in congiunture consimili. Sembra per tanto opportuno al decoro, e allo splendore del Nome Italiano, il raccogliere una scelta d’azioni militari degne di lode, operate da Capitani, e da Soldati de’ Nostri Paesi nel secolo ultimamente trascorso. Servirà tutto ciò, a convincere per evidenza, che all’Italia in quel corso d’anni non sono mancati Gran Condottieri d’eserciti, e Gran Guerrieri in copia, dotati di talenti cospicui, non inferiori agli stranieri; Anzi tanto più meritevoli di comendazione, quanto che molti di loro non per necessità di Vassallaggio, né per essere stati obbligati da’ loro Sovrani, ma per impulso spontaneo, potendo vivere agiati, e stimati per Nobiltà, e per comodi nelle loro Case, si sono portati a mietere allori, e a raccogliere palme trionfali in contrade forestiere, e sotto Climi infausti alla loro salute. Servirà ancora la presente fatica a sollecitare, e ad accrescere il genio, e la propensione a’ nostri posteri, perché passino a correre le carriere, battute da’ loro maggiori; e del pari si segnalino anch’essi negli aringhi di Marte; affine di continuare alle loro famiglie, e patria l’estimazione, e gli applausi soliti tributarsi agli Eroi d’armi, e spezialmente nelle guerre contra gli Ottomani, a trionfare de’ quali sembra, che gl’Italiani possedano singolari talenti, e si facciano conoscere assai perspicaci nell’antivedere i disegni nemici, assai intrepidi nel non lasciarsi atterrire dalla spaventosa loro moltitudine, assai industriosi nell’inventare stratagemmi, col benefizio de’ quali il minor numero opprime lo stuolo maggiore, assai cauti nel non arrischiare le battaglie senza fondamento grande di vincerle, assai vigilanti nel non lasciarsi sorprendere.

Con questi gran talenti, e fruttuosissimi artifizj gli Scipioni, i Pompei, ed altri antichi Romani, ed Italiani con mediocri armate debellarono grandissimi eserciti de’ Barbari, e negli ultimi secoli il Montecuccoli, il Caprara, il Piccolomini, il Veterani, il Principe Eugenio, ed altri Nobili Italiani acquistarono gran nome, e furono cagione di nobilissime Vittorie, riportate contro agl’Infedeli.

Quanto qui si espone, tutto sarà ricavato da Storici accreditati, appoggiando il racconto unicamente alla loro Testimonianza, che si contrassegna al piede di ciascheduna pagina con carattere diverso. Molto di più avrebbe potuto aggiungersi, se l’età cadente, e la sanità fiacca dell’Autore non gli avesse impedito il trascorrere in altre Città, per visitare librerie copiose, e per ricavarvi quelle notizie, che non ha potuto rinvenire, ove dimora. Può sperarsi, che altro soggetto, più fresco d’anni, e più vigoroso di mente, e di forze, viaggiando ove sono erette Biblioteche abbondanti, si prenda a cuore, il farvi nuove aggiunte, desiderate, ma non potute conseguirsi da chi scrive. Nel secolo decimo settimo, di cui si favella, riportò gli applausi di gran Capitano il Marchese Ambrogio Spinola Genovese; ma perché le di lui geste vengono seguitamente, e minutamente descritte in due tomi latini dal P. Gallucci, di poi tradotti nell’Idioma comune, e perché del medesimo ce ne dà un nobile elogio l’Eminentissimo Guido Bentivoglio nelle sue relazioni, si rimette il leggitore a quei libri, dalla lettura de’ quali sarà agevole il comprendere, quanto grande ornamento del secolo trascorso sia stato quell’Illustre Guerriero. Del Principe Tommaso di Savoja, fratello del Duca Vittorio Amadeo, esso pure Eccellente Generale, si ritrovano descritti da penna insigne, ed erudita i Campeggiamenti; Perciò, affine di non moltiplicare i racconti, s’invita ad erudirsi con quelle illustri memorie, chiunque brama di concepirne la meritevole estimazione. Lo stesso diremo di D. Andrea Cantelmo, ed altri, o Principi, o Cavallieri, le di cui vite, e campeggiamenti già descritti possono con facilità capitar nelle mani di chi bramasse leggervi le loro imprese, operate con gran consiglio, e con pari valore. Anche da’ Veneti Istorici essendo state scritte relazioni diligentie, ben circostanziate delle belliche imprese, maneggiate da’ Comandanti di quell’Inclita Repubblica, sì in Mare, come in Dalmazia, e nel Levante pel corso del secolo medesimo, potranno informarsene colà quelli, che desiderano d’essere istruiti del gran cuore, generosità, e fortezza, con cui que’ Nobili Patrizj si segnalarono contra gli Ottomani.

Dalle guerre d’Alemagna, suscitate sotto pretesto di Religione nel 1619 darà principio l’Opera presente. A sostenere in quelle Provincie la Chiesa Cattolica, minacciata d’esterminio da Settarj armati, concorsero a gara da più Città d’Italia Cavalieri in gran numero, per servire negli eserciti Austriaci. Avevano praticato un zelo consimile nel secolo antecedente, col prendere partito sotto le bandiere Pontificie di Paolo terzo in rinforzo dell’Armata di Carlo quinto Cesare, ben cinquecento Nobili Venturieri, oltre a’ Generali, e agli Uffiziali minori, che presiedevano al governo di dodici mila Fanti, ed ottocento Cavalli di nostre genti, fiore di milizia, benissimo in ordine, pieni di coraggio, e di condotta, di cui diedero esperimenti pari a quello di altre nazioni combattendo in Alemagna contra i Luterani, superiori di numero comandati da Gio: Federico Elettore Sassone, e da Filippo Langravio d’Hassia; ora pure a’ stipendj di Filippo terzo Re di Spagna, e di Cosmo II Gran Duca di Toscana accorsero in Germania Cavalieri in quantità, spiccatisi da’ nostri Paesi, per sostenere sul capo di Ferdinando secondo Imperatore il Diadema Cesareo, vacillante per gli sforzi di molti Principi Eretici, postisi in arme a mira d’abbatterlo.

L’Eresia di Lutero cent’anni prima aveva divisa l’Alemagna in varie sette miscredenti, e rotta quella ferma unione d’animi, e di affetti, co’ quali l’Imperio Germanico in avanti florido per la pietà, disciplina, governo ben regolato, ed uniforme nella medesima credenza Cattolica,, si rendeva potentissimo, e formidabile. Dalla discordia degl’intelletti si passò agli odj, e alle avversioni scambievoli delle volontà. La nuova setta di Lutero, confederatasi coll’altra di Calvino, macchinò d’opprimere colle prepotenze i professori immobili nell’antica fede. E questi concertarono Alleanza anche con Principi stranieri, per ripararsi dalle loro usurpazioni. Finalmente nell’anno notato di sopra scoppiò un incendio furibondo di guerra, che prima acceso da’ proprj Nazionali, poi corroborato da’ Principi confinanti, non potette estinguersi, se non dopo d’aver divorate le sostanze di que’ popoli per lo spazio di circa trent’anni. Ciò accadde nelle occasioni, che seguono. Stante la rinunzia dell’Imperio, che verso la metà del secolo decimo sesto fece Carlo V Austriaco, sottentrò in quella dominazione il Fratello Ferdinando I, indi morto lui il figlio Massimiliano II, poi successivamente due nati da quest’ultimo, cioè Rodolfo, e Mattias Cesari. Né i due Augusti Monarchi, né i tre loro Fratelli Alberto, Ernesto, Massimiliano lasciarono prole maschile, che continuasse la loro discendenza. Quindi col consenso de’ superstiti si convenne, nel trasportare l’intiero Dominio degli Stati Patrimoniali in un loro Cugino, generato dall’Arciduca Carlo, figlio del primo Ferdinando, il quale poi si disse Ferdinando Secondo Imperatore. Col maneggio, e colle negoziazioni si ottenne dagli Stati di far eleggere questi nel 1617 Re di Boemia, vivente ancora Mattias. In Praga a’ 29 di Giugno ricevette la Corona Reale con applauso universale per le sue eminenti virtù.

Ne’ Paesi Austriaci i falsi dogmi di varj Eresiarchi, insegnando dottrine accomodate alle nostre pessime inclinazioni, e permettendo libertà strane di vivere col discioglimento delle Leggi Ecclesiastiche, avevano sovvertita, oltre la gente minuta, quantità grande di Nobiltà, che suol essere il nervo, su cui si sostentano i Principati. L’infezione maggiore era nelle Provincie di là dal Danubio. Né i Cesari antecedenti avevano potuto opporre alla dilatazione delle false sette quegli argini, che la loro pietà avrebbe desiderato di alzarvi, per impedirne il trabboccamento; Poiché trovandosi essi frequentemente in guerra cogli Ottomani, che col numero sterminato de’ loro eserciti andavano ingojando or l’una, or l’altra parte della vicina Ungheria; perciò abbisognavano di spesso congregare gli Stati di quelle Provincie, per chiedere loro sussidj di denaro, e di gente, da contrapporre eserciti di qualche nervo agli Infedeli. In tali radunanze gli Eretici insolentivano di peggio, come fa la moltitudine raccolta, e intimorivano i Dominanti, fino ad estorcere privilegi sempre peggiori, ed ampliazione di franchigie per le loro sette. Tanto più che si vedevano sostenuti dagli Elettori, e da’ Principi della contigua Germania, seguaci, e promotori delle eresie o di Lutero, o di Calvino. Quella connivenza, che conseguirono sotto i precedenti Imperatori, cominciarono a temere i Nobili della Boemia, e delle Regioni circonvicine, che non sarebbe loro permessa dal nuovo Re Ferdinando; poiché avevano osservato nel medesimo insigne pietà, esecrazione grande a qualunque errore, e zelo ardente della Fede Ortodossa, non solo nella maniera del di lui vivere assai Religioso, ma ancora nella reggenza di quelle Città, le quali fin all’ora aveva governate. Da queste sue maniere savie, ma efficaci aveva allontanati i ministri Luterani, e surrogati i Monisteri di fervorosi Claustrali, che coll’ottimo esempio, co’ cathechismi, colle predicazioni, e con altre industrie saggie avevano ricuperata alla credenza Cattolica moltitudine di Nobili, e di minuta plebe. Aveva ancora erette Università di Maestri, e di Dottori, che instruissero la gioventù non meno nelle sacre dottrine, che negli esercizj divoti. Aveva stipendiate Cattedre di controversie, nelle quali si confutassero gli errori de’ Novatori, e si propugnassero le dottrine dell’antica Chiesa. I Convertiti, ed i Costanti nella Fede Romana godevano più frequenti le dignità, e più liberali le grazie di Ferdinando. Per queste industrie le Provincie di lui patrimoniali si rallegravano, d’essere restituite al governo dell’antica Religione. Tali maniere di operare misero in sospetto i Boemi, che il novello loro Re avrebbe praticate consimili attenzioni, ed arti, per ristabilire nelle loro Provincie il pristino culto della vera fede, aborrita da’ settarj; quindi macchinarono di sottrarsi dal di lui governo, e costituirsi un nuovo Signore, che non solo gli lasciasse quieti nel libertinaggio del vivere, ma ampliasse i loro privilegj, permettesse l’erezione di nuovi Tempj della loro falsa Chiesa, e franchigia da regolarsi a modo loro.

Il primo passo de’ sediziosi fu levare di vita due Cavalieri, zelantissimi Cattolici, e Luogotenenti Regj, Guglielmo Slavata, e Jaroslao Martinitz. Concertarono di assalirli, e precipitarli dalle finestre della Cancellaria, parte del Regio Palazzo, e sede della loro dignità in Praga. Il giorno antecedente al fatto amendue que’ Signori ebbero sentore di questo ordimento a loro esterminio. Con intrepidezza mirabile s’esortarono scambievolmente a tenersi fermi, e a sostenere fino all’ultimo respiro gli avvantaggi della Santa Fede, e i diritti della Podestà Reale. Nel giorno seguente 23 Maggio i Congiurati, spalancate le porte, entrarono a gran folla nella Camera, dove risiedevano i due Cavalieri, e svillaneggiatili come crudeli persecutori, e pessimi nemici del Luteranismo, e della patria, denunciarono loro di dover morire. Ciò detto, tre Baroni, e due dell’ordine Equestre, afferrato il Martinitz lo gettarono a precipizio da un’altezza di trenta braccia sopra un selciato di pietra viva. Poco dopo fecero lo stesso allo Slavata, che sbalzò anco più profondamente nella fossa. Ma quell’Onnipotente Signore, la di cui gloria que’ Cavalieri avevano difesa con somma generosità, preservò l’uno, e l’altro ad evidente miracolo dalla morte, in cui avrebbono dovuto incorrere non solo per la violenta caduta, ma per le parecchie palle d’archibugio, di poi sparate dalle finestre addosso a loro senza poterli offendere gravemente. Poco dopo la protezione divina somministrò loro comodo segreto, di uscire incolumi dalla Città, e di ricoverarsi nella Baviera, e nel Vescovato di Passavia, dove furono accolti a grande onore; Indi ricuperata nell’anno seguente con l’armi la Boemia, furono restituiti prestamente a cariche maggiori. Capo primario di questo fatto iniquo apparve Enrico Mattias Conte della Torre, cacciato da Ferdinando per la pertinacia nell’Eresia.

Un fatto, tanto ingiurioso alla Maestà, e alla Padronanza Reale, doveva stimolare la Corte di Vienna a risoluzioni pronte coll’armare subito alla gagliarda, e collo spingere con sollecitudine grossi corpi di soldatesche, a dissipare i sediziosi, prima che questi si facessero più forti, e pigliassero piede maggiore con ajuti esterni; ma essendo stati sempre i Monarchi Austriaci di Germania studiosissimi della pace, e contrarissimi a sfoderare la spada contra de’ nemici, furono ancora facilissimi a lusingarsi di sopire le rivolte, e di divertire le guerre co’ maneggi, e co’ trattati; Perciò delusi più, e più volte dalle loro speranze, si sono trovati, come osserveremo, in varie occasioni tra manifesti pericoli, di rimanere oppressi affatto. Né da questi rischi così orribili fu valevole a sottrarli se non una disposizione mirabile, e una protezione specialissima di quell’infinito Padrone, che dà, conserva, e toglie i Principati, come a lui piace. Tanto avvenne nel caso presente. Il Re Ferdinando, propenso alla clemenza, e nemico di spargere il sangue de’ sudditi, offerì a’ sollevati clemente perdono, confermazione de’ privilegj, e per fino dié luogo a proposte ingannevoli d’accomodamento, che i Capi de’ Sollevati mettevano in avanti. Concesse al Conte Enrico Mattias della Torre, Capo primario de’ Rivoltosi e suo inesorabile Capitalissimo Nemico, il venire a Vienna sotto pretesti d’intavolar trattati, e di maneggiare accordi; ma in verità per addormentare i ministri Austriaci, guadagnar tempo di ammassare denaro, da raccogliere soldatesche, congregar in copia munizioni da bocca, e da guerra, sedurre i vicini, ingrossare lo stuolo de’ ribelli, per sostenersi. In tanto egli e gli altri suoi Colleghi guadagnarono al proprio partito la Silesia, la Moravia, l’Austria superiore. Chiamarono, ed ebbero in loro ajuto Bethlem Gabor Principe di Transilvania con grosse schiere d’Ungheri. Spedirono Ambasciatori al Collegio Elettorale radunato in Francfort per l’elezione d’un nuovo Augusto, dopo la morte dell’Imperator Mattias, succeduta in quel tempo. Colà tentarono d’impedire la Corona Cesarea a Ferdinando, benché senza effetto, poiché questi, superate tutte le opposizioni, a’ 28 d’Agosto del 1619 fu creato Imperatore. Caduti infruttuosi questi attentati, si rivolsero i Boemi a Federico Elettore Palatino. Con larghissime esibizioni l’indussero a farsi loro Capo, e ad accettare lo scettro, e la padronanza di tanti Stati. Nella Metropolitana di Praga dell’anno medesimo gli posero in capo il Diadema Reale.

La possanza de’ sollevati erasi aumentata a dismisura per l’unione di tante Provincie ribellate, per la confederazione, e grosso esercito di Bethlem Gabor, venuto sulle frontiere dell’Ungheria, e per la potente armata del Co. della Torre; che disceso nell’Austria, e provveduto di barche da’ suoi parziali, aveva valicato il Danubio, ed era entrato ne’ Borghi di Vienna; sicché Ferdinando, sprovveduto di convenevole presidio colla Capitale, involta in confusioni, e spaventi, si trovò in somme angustie, ridotto quasi tragli estremi pericoli. L’arditezza di alcuni sollevati si spinse tant’oltre, che afferrato Cesare insolentemente pel giubbone, lo premevano a concedere Privilegj impertinentissimi, e libertà di coscienza. Quando opportunissimo al soccorso di Ferdinando fu l’ingresso in Vienna d’un Reggimento di Cavalli Italiani, spedito con sollecitudine dal Gran Duca di Toscana di lui affine. Allo squillo delle trombe Toscane amiche di Cesare, al folgorare delle spade strette in pugno delle soldatesche confederate, al calpestio, e al marciar bellicoso de’ squadroni ben armati, e in positura di terrore, si ammutolirono quegl’insolenti, e qua, e là si dispersero. Le private conventicole, di quanti in Vienna medesima passavano d’intelligenza segreta col Conte della Torre, rimasero dissipate. Sopraggiunsero poco dopo altre milizie Austriache, colle quali si combattente a ponti di Vienna, ed altrove, finché i nemici furono costretti a decampare di ritorno in Boemia.

Compresero il gran rischio della sovversione totale, non solo per conto della vera fede, quanto in ordine all’ubbidienza dovuta al legittimo Sovrano ne’ paesi Austriaci d’Alemagna, s’affrettarono i Principi Cattolici, congiunti o di sangue, o di amicizia, a mandare sovvenimenti, tanto di denaro, quanto di soldatesche all’Imperatore. Il Pontefice vi contribuì parecchie centinaja di migliaja di scudi. Il Gran Duca Cosmo, oltre alle milizie spedite in tutta diligenza, vi trasmise un buon peculio d’argento. L’Arciduca Alberto d’Austria, che reggeva i Paesi Bassi Cattolici, pose in marcia due mila Cavalli, e sei mila Fanti, detti a quel tempo Valloni sotto la condotta di Carlo di Longaval Co: di Bouguoi. L’Elettor Sassone armò, e mosse le sue genti contro a’ Ribelli con valido esercito. Il Duca di Baviera, dichiarato Generale dell’Alleanza, stabilita tra’ Principi Cattolici dell’Imperio, radunò sulle frontiere una florida armata, che nell’anno prossimo entrò in azione contra de’ tumultuanti. Sigismondo Re di Polonia, anch’esso congiunto all’Imperatore, destinò alcuni mila Cavalli di sua nazione all’effetto medesimo. Il Re di Spagna Filippo Terzo ordinò al Marchese Ambrogio Spinola, che si spiccasse dalla Fiandra, e con valido esercito ascendesse, come fece, nel Palatinato Inferiore a danni di quell’Elettore. Lo stesso Re Cattolico spedì commessione al Vice-Re di Napoli per l’armamento di quasi cinque mila Fanti Napolitani, che raccolti con prestezza da quella Nobiltà, avida di segnalarsi con grandi azioni, dopo più mesi di disastroso, ma affrettato viaggio, giunsero in Germania verso la fine del corrente anno sotto la condotta di D. Carlo Spinelli. Da Prosapia, feconda d’uomini Marziali, aveva D. Carlo sortito il nascere. Ancora da giovine passò in Fiandra, dove riportò gran lode nell’assedio d’Ostenda, e in altre fazioni, alle quali intervenne. Indi calato in Italia nelle guerre del Genovesato, e del Piemonte alla testa d’un florido reggimento di sua nazione, diede nuovi saggi di condotta, e di valore, massime nel superare le Colline d’Asti, nella qual pugna la Vittoria fu attribuita a’ suoi Napolitani. Finalmente acquetate le rivoluzioni della Lombardia, ebbe il comando di questo corpo, che condusse in Alemagna. A D. Carlo si congiunse D. Tommaso Caracciolo de’ Duchi di Rainola, stato a lui lungamente compagno nelle guerre di Fiandra, e d’Italia con eguale fama di condotta, e di bravura. Ora pure, benché senza comando, volle assistere al di lui reggimento in qualità come di Collaterale. Non vi fu azione di guerra, che occorresse colà, nella quale esso non si segnalasse sommamente. Per terzo s’incorporò in quelle truppe D. Scipione Filomarino, fratello del Cardinale, che per venticinque anni governò la Chiesa di Napoli con zelo imperterrito. Anch’esso Scipione nella palestra militare di Fiandra per tredici anni continui intervenne a tutti gli assedj, e a tutte le battaglie occorse, riportandone da’ Generali approvazioni, e commendazioni, di quanto andava operando. Nella battaglia di Praga, che descriveremo, combattette nelle prime file de’ suoi con indicibile ardire, e intrepidezza. Indi operò prodezza insigni in tutti i conflitti, che seguirono nell’Austria, Boemia e Ungheria.