Canapa: dall’Ottocento al Novecento, tra cedimenti e riprese, fino al tracollo

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Antonio Saltini

2005 C Saggi/Articoli/Economia/Storia/Agricoltura economia Canapa: dall’Ottocento al Novecento, tra cedimenti e riprese, fino al tracollo Intestazione 30 aprile 2014 75%

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Da Aa. Vv. Una fibra versatile. La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento, Villa Smeraldi, Museo della civiltà contadina, Clueb, Bologna 2005 ''

ripreso da Rivista I tempi della terra



Fecondità della terra, guadagni marinari

Antica protagonista dei più lucrosi traffici marinari, l’Italia vede decadere il proprio ruolo nel commercio marittimo con la caduta progressiva di Amalfi, di Pisa, di Genova. Conserva a lungo un primato dai vantaggiosi esiti economici Venezia, il volume dei cui affari compensa la scomparsa, dalla scena mediterranea, delle concorrenti, ma anche la Serenissima cede, dalla metà del Cinquecento, all’inarrestabile ascesa ottomana: la città dello svettante Leone si converte in percettrice di rendite terriere nelle campagne dell’Adige e del Brenta. La città italiana che ritrae, verosimilmente, i guadagni maggiori dai nuovi lucrosi commerci oceanici è Bologna, città dove nessun mercante ha mai immaginato di armare una caracca, dove centinaia di famiglie benestanti ricavano le entrate maggiori, sui propri campi, dalla canapa, la canapa migliore, per le condizioni naturali e per la maestria delle operazioni colturali, d’Europa, uno strumento indispensabile per muovere le flotte che traggono dal vento la forza che le sospinge verso l’America e l’Asia, che le riconduce, cariche di spezie, oro e sete, a Rotterdam e a Londra, dove, venduto il carico, i protagonisti dei traffici oceanici debbono destinare una frazione cospicua dei proventi all’acquisto, per la prossima traversata, di nuove vele e cordami.

Gli steli recisi aperti a capannella per essiccare prima dell’immersione nel maceratoio in una illustrazione delle Istituzioni scientifiche e tecniche di agricoltura di Carlo Berti Pichat, vol 5 stampato a Torino nel 1866 – Biblioteca Fondazione Nuova terra antica.

Una quota significativa di quel denaro viene trasferita, da un negoziante internazionale, alla borsa di un patrizio bolognese che, dal parco di una villa sontuosa controlla, attraverso il fattore, l’immane fatica delle dieci, venti famiglie mezzadrili che, nei propri poderi, coltivano la canapa su un terzo, mediamente, della superficie. Vincenzo Tanara, autore dell’unica opera agronomica dell’Italia seicentesca, maestro di casa solerte e devoto dei grandi signori della grassa capitale della provincia pontificia, propone un computo circostanziato dei proventi della coltura riferendo, a metà del secolo, che da un campo di una tornatura di superficie si ricavano, ordinariamente, 500 libbre di fibra (900 kg per ha), che a 5 scudi per cento libbre comportano un ricavo di 25 scudi la tornatura. Data l’ampiezza del podere mezzadrile medio, 10-15 ettari, reputando che la pure numerosa famiglia possa eseguire i defatiganti lavori del canapaio su 3 ettari, 15 tornature, se ne ricaverà una produzione del valore di 375 scudi, cifra ingente soprattutto se si consideri che i patti colonici addossano al mezzadra la parte più cospicua delle spese, che quindi la parte padronale risulta libera da ogni onere, denaro contante che per il proprietario di dieci, venti poderi, e molte proprietà dell’aristocrazia sono alquanto maggiori, somma un’autentica fortuna. Reputando verosimile che la coltura occupi, nella Provincia, 2.500 ettari, l’introito complessivo risulterebbe superiore a 300.000 scudi. Tanara, che non propone il computo complessivo, conferma l’entità degli introiti globali annotando che uno solo dei sottoprodotti, il canapulo, assicura alla manifattura delle fiaccole entrate di diecimila scudi.

Tra la fine del Seicento e l’inizio dell’Ottocento le campagne bolognesi avrebbero prodotto, annualmente, secondo Carlo Berti Pichat, che nelle proprie Istituzioni scientifiche e tecniche di agricoltura alla dedica canapa, nello spirito genuino del grande proprietario bolognese, uno spazio preminente, volumi di fibra oscillanti tra le 3.000 e le 5.000 tonnellate. Accresciute, per il perfezionamento della tecnica colturale, le rese medie, che superano i 1.000 kg per ettaro, le medesime produzioni corrispondono all’investimento di 3.000 e 5.000 ettari..

Arricchiti assicurando tele e cordami alle marinerie inglesi e olandesi, i patrizi bolognesi, che per protrarre lo splendore degli ozi villerecci non si preoccupano della provenienza degli scudi d’oro in cui si converte, attraverso la canapa, il sudore dei propri mezzadri, si dedicano con passione a rifornire gli arsenali in cui si armano i vascelli con cui sogna di affondare i legni britannici il grande avversario, Napoleone, le cui illusioni marinare sospingono la produzione bolognese a superare i 13 milioni di libbre (4.860 tonnellate), la produzione di 4.800 ettari, l’apice toccato nel corso del Settecento, come attesta, all’alba dell’Ottocento, Filippo Re, segretario della napoleonica Società agraria del Reno. Re non precisa l’entità della nuova produzione, il cui valore possiamo supporre superiore, comunque, ai 5 milioni di lire oro: mutati gli acquirenti l’aristocrazia felsinea può protrarre, con il fasto antico, recite serali e banchetti sontuosi, confermando i vantaggi assicurati dalla partecipazione alle avventure marinare dall’ombra del bersò tra i campi e le vigne di Crevalcore piuttosto che dal cassero di un five-deckers che i capricci del vento possono portare a tiro degli infernali cannonieri di Horace Nelson.



Gli accademici dibattono

L’estrazione dei mannelli di steli dal macero e la loro esposizione al sole per l’ultima essiccazione. Dal medesimo volume delle ione delle Istituzioni di Carlo Berti Pichat – Biblioteca Fondazione Nuova terra antica.


Al termine delle imprese napoleoniche la canapa costituisce ancora, nella più antica area di produzione italica, il fulcro dell’economia agricola: la superficie che le è destinata continua a dilatarsi raggiungendo, oltre la metà dell’Ottocento, i 12.000 ettari, da cui si ottiene la produzione di 13.000 tonnellate di fibra, che, sottratta la quantità destinata all’autoconsumo, assicurano l’introito di 12 milioni di lire oro. Alla progressiva affermazione del vapore nella locomozione marina la dilatazione della coltura, che pure non si arresta, si sviluppa nella successione di annate dai ricavi favorevoli e di annate dal’esito economico deludente, tanto che qualche voce si leva, dal mondo dei grandi proprietari, a manifestare l’inquietudine per la sicurezza di ricavi su cui si fonda la ricchezza della possidenza bolognese. Lancia il primo, inequivocabile grido di allarme il sodalizio che riunisce i produttori maggiori, la Società agraria di cui è stato segretario Filippo Re. Nell’adunanza del 10 giungo 1827, è il socio Pietro Pancaldi a proporre alcuni rilievi “della decadenza del coltivamento della Canapa, e del commercio di essa e di quelle manifatture, che ne’ tempi trascorsi si alimentavano nell’interno della Provincia con questa materia.”

Le considerazioni di Pancaldi suscitano la reazione di molti degli associati, si accende il dibattito più vivace, che acquieta la proposta di nominare una commissione di tre membri che presenti al consesso una relazione sulla redditività della coltura.

Negli anni della Restaurazione la vita del sodalizio è, tuttavia, una vita ondivaga, le riunioni si succedono con estrema irregolarità: seppure la commissione venga nominata, dagli atti della Società non risulta che abbia mai presentato il rendiconto di un’indagine organica. La circostanza suscita il nostro rincrescimento, siccome nella propria sinteticità l’espressione usata dal verbale è estremamente eloquente, comprendendo nelle attività che presentano sintomi critici tanto la produzione agricola quanto la trasformazione manifatturiera e del commercio, un insieme di tale ampiezza da collocare in data oltremodo precoce le prime difficoltà dell’economia della coltura. Che il sodalizio che riunisce i proprietari patrizi nei cui campi si realizza la produzione della quota maggiore della canapa prodotta nella Penisola si proponga di verificare, con un’indagine economica, la convenienza della coltura, è testimonianza eloquente dell’alterazione di un equilibrio che diverrà sempre più incerto, fino al precipitare della crisi che dissolverà la canapicoltura.

Trascorrono i lustri, la coltura conserva il ruolo di caposaldo dell’economia bolognese, ferrarese e modenese, ma il disagio di chi la pratica è sempre più acuto: ad agronomi ed economisti appare chiaro che i mezzadri coltivano la specie tessile a costo di un immane dispiegamento di lavoro, e sobbarcandosi parte cospicua dei costi monetari, per trarne un compenso che non ripaga fatica e spese. I proprietari, che palesemente ricavano ancora dalla coltura un utile significativo, ribattono che se i mezzadri perdono coltivando la canapa, sono ampiamente ripagati dagli utili delle voci diverse del bilancio del podere. Il confronto diventa tanto acuto che nel 1879 la Società agraria riesuma l’idea antica di demandare ad una commissione lo studio dell’economia della coltura. Il rilievo della canapa nell’economia bolognese è tale che per assicurare ai risultati la più indiscutibile attendibilità, la Società agraria decide che la commissione comprenda un delegato del Comizio agrario, uno dell’Accademia dei ragionieri, uno della Camera di commercio. Il comitato di studio viene composto, così, da F. Marconi, cui è affidato il ruolo di presidente, da A. Certani, P. Ramponi, F. Roversi, F. Belvederi, F. Capuri, P. Buratti e C. Marchi, demandato della stesura della relazione.

I lavori della commissione si protraggono per tre anni, durante i quali si sviluppa tra i componenti un dibattito di cui la relazione di Marchi attesta la vivacità, una vivacità che ha la propria radice nel ruolo tradizionale della coltura nell’economia dei poderi bolognesi.

“La maggioranza allora rifuggiva dal pensiero che una tale lucrosa, e, se vogliamo, anche attraente coltivazione scrive il relatore rievocando l’inizio dei lavori-, potesse un giorno cadere in discredito; giacché quasi tutti serbavano come un culto per la tradizionale pianta tessile portata da loro in alto onore, tante erano le cure che le si prodigavano, non che dai proprietari con larghe somministrazioni di ogni sorta di concimi e con profondi ed accurati lavori, dagli stessi coloni mezzadri i quali facevano fra loro a gara per ottenere i più distinti morelli di canapa, la cui mercé potevano provvedere largamente ai bisogni della famiglia, che conduceva la vita in una relativa agiatezza. Ma se tutto ciò fu vero in un certo periodo di tempo, che molti purtroppo dovranno ricordare come eccezionalmente fortunato, forse per buona parte dei coltivatori di canapa non lo era più sin da quel giorno che cominciarono a serpeggiare i timori della poca convenienza di questa coltivazione. E sebbene vi fossero alcuni fatti che in apparenza appoggiavano tali timori, non ultimo quella della formazione di rilevanti debiti dai coloni mezzadri, tuttavolta era mestieri che confortandosi con calcoli esatti, si facesse intera la luce sopra un argomento, diciamola pure francamente, di vitale importanza.”

L’asserzione che nel 1879 la maggioranza dei proprietari rifiutasse di riconoscere i segni di crisi della coltura pare smentire che sintomi di disagio si potessero manifestare già quarant’anni prima, una constatazione che imporrebbe di moltiplicare le ricerche per misurare l’entità precisa delle avvisaglie della crisi alla data del primo allarme. Nonostante la diversità delle opinioni, al termine del lungo confronto la commissione si è accordata su un bilancio della coltura, che viene accluso alla relazione che Marchi legge alla Società agraria. Tra i criteri seguiti nella realizzazione del computo, di rilievo preminente l’opzione di considerare come inscindibili la coltura della canapa e quella successiva del frumento, che si avvale della fertilità residua lasciata dai lavori profondi e dalla ricca concimazione praticate per la canapa. Dal computo appare evidente, peraltro, la ragione per la quale la coltura si è imposta come ragione di discordia tra proprietarie e mezzadri, quei mezzadri che una volta, come abbiamo letto dall’enfatica prosa del relatore, ritraevano dalla coltura i mezzi per vivere in relativa agiatezza, che nel presente coltivano la pianta tessile in perdita.

La ragione dello squilibrio negativo del bilancio appare chiaramente dai computi: la canapa ha occupato nei poderi bolognesi una superficie superiore a quelle che la famiglia contadina è in grado di coltivare, costringendo ad assumere manodopera salariata il cui costo grava prevalentemente sul mezzadro, che, seppure il proprietario contribuisca, in parte, al costo del lavoro, paga per ogni ettaro di canapaio assai più di quanto versi il proprietario. Contro le 398,16 lire per ettaro di spesa padronale stanno, così, le 497,39 lire di spesa mezzadrile. Se nei due anni dell’avvicendamento canapa-frumento il proprietario perde, così, 36,12 lire, il mezzadro ne perde 100,10.

Potendo imporre gli oneri maggiori al mezzadro, i proprietari costringono, alla stesura dei contratti, i mezzadri a coltivare a canapa l’estensione più ampia. I proprietari guadagnano ancora, cioè, perché possono addossare al mezzadro gli oneri maggiori della coltura: obbligando i coloni a coltivare un’estensione superiore alle capacità lavorative delle famiglie alterano le fondamenta del contratto mezzadrile, fondato sul conferimento del podere da una parte, del lavoro dall’altra, costringendo la controparte a pagare il costo di manodopera che essa non è in grado di fornire: una risposta indubbiamente efficace alla crisi agraria della seconda metà del secolo, la risposta che, addossandone gli effetti ai coloni, accentua il malessere rurale che esploderà alla fine del secolo.



I titoli di secondo produttore mondiale

“In mezzo alla crisi agraria generale; in mezzo alla decadenza dell’agricoltura di tanti paesi, maestri a noi in fatto di coltivazione, ma che pur non pertanto hanno dovuto soggiacere e stanno soccombendo dinanzi alla concorrenza schiacciante…in mezzo alla rovina di tanti agricoltori, i coltivatori di canapa hanno sempre potuto tener alta la testa. E ciò, non perché il loro prodotto non abbia seguito la corrente degli altri e il suo prezzo non si sia ribassato –vuoi per le cause generali di rinvilìo, vuoi per quelle speciali verso di esso dirette, come i surrogati esotici, dal cotone alla juta e al cocco - ma per la limitata zona di coltivazione, per le esigenze della pianta, che in un dato terreno non si potevano creare da un momento all’altro…”

Inizia con queste asserzioni il primo degli articoli che Adriano Aducco, docente della Cattedra ambulante di Ferrara, uno dei commentatori più autorevoli delle vicende dell’agricoltura nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, pubblica sul numero 23 de L’Italia Agricola – Giornale di Agricoltura, il quindicinale stampato a Piacenza che rappresenta il foro della cultura agronomica italiana, che porta la data del 15 dicembre 1896. Con la seconda parte, che apparirà sul numero successivo, l’articolo costituisce una pietra miliare della storia della coltura in Italia, proponendo il profilo della canapicoltura nazionale nella più ampia cornice della produzione e del commercio internazionali, il fondamento sul quale Aducco ne riassume il passato recente e si cimenta nella previsione del suo futuro prossimo.

Nonostante le preoccupazioni che da tempo turbano, abbiamo verificato, la tranquillità dei produttori, nel crepuscolo dell’Ottocento la canapa è ancora pilastro portante dell’economia agraria nazionale: nel 1890 ha interessato 110.088 ettari realizzando una produzione di 792.048 quintali di fibra. Superficie e produzione si sono contratte nei cinque anni successivi, ma la fluttuazione appare temporanea, e la produzione media dei sei anni sfiora i 725.000 quintali. L’autore dell’ampio saggio non lo precisa, ma dalle quotazioni che riferisce possiamo calcolare che il valore complessivo della fibra prodotta superi i 50 milioni di lire, cui si deve aggiungere il valore della stoppa e quello dei semi, di difficile computo: la cifra totale che possiamo supporre colloca la coltura tra le voci di primo piano dell’economia agraria nazionale.

La coltura è concentrata in Emilia Romagna, che con 390.000 quintali realizza il 53,5 % della produzione nazionale, ed in Campania, dove le province di Napoli e Caserta vantano, con 163.000 quintali, il 22,5% della produzione. Contribuiscono al totale nazionale, con apporti minori, il Veneto e il Piemonte. L’apporto delle altre regioni è praticamente insignificante, non sommando, complessivamente, che l’11,2%. Disaggregando i dati regionali, in Emilia si impone la provincia di Ferrara, che con 190.000 quintali realizza il 26,5 % della produzione nazionale, la segue quella di Bologna con 130.000 quintali, equivalenti al 17,8% della produzione. Detiene il terzo posto nazionale Caserta, con 105.000 quintali, equivalenti al 14,5 per cento. Le produzioni di tutte le province diverse sono ampiamente inferiori.

La produzione conseguita dall’Italia pone il paese nel drappello dei maggiori produttori mondiali, al primo posto dopo il colosso russo, che coltiva 632.000 ettari ricavandone 2.100.000 quintali, davanti all’Ungheria, con 545.000 quintali terzo produttore mondiale, e alla Francia, cui una produzione di 283.000 quintali assicura il quarto posto. Sul planisfero producono canapa anche Cina, Giappone, Australia e, negli Stati Uniti, l’Illinois. Siccome di alcuni paesi è ignota l’entità della produzione, la disponibilità mondiale, annota Aducco, deve stimarsi tra i 4 ed i 4,5 milioni di quintali: alla produzione mondiale l’Italia parteciperebbe con una quota che, secondo la cifra scelta, costituirebbe il 16 o il 18% del totale.

Secondo produttore mondiale, l’Italia è, altresì, dopo la Russia, il secondo esportatore: viene venduta all’estero circa la metà della fibra greggia ottenuta nei campi italiani, nella media dell’ultimo quinquennio 384.369 quintali. Siccome, però, oltre alla canapa greggia vengono esportati 35-40.000 quintali di prodotti finiti si può asserire che venga esportato il 58-59% dell’intera produzione. Aducco sottolinea che le statistiche nazionali attestano che le esportazioni dell’ultimo quinquennio hanno registrato la più vivace ascesa: mentre nel 1891 venivano esportati 330.232 quintali di fibra, nel 1895 ne sono stati esportati 475.889, un incremento imponente, che costituisce il fondamento dell’argomentazione che il redattore dell’Italia Agricola sviluppa per spiegare i dati statistici e per trarne ragionevoli previsioni sul futuro della coltura.


Tra sfiducia e ottimismo

Quel futuro è, secondo Aducco, un futuro di espansione: negli ultimi decenni il prezzo della fibra si è contratto significativamente: sul mercato di Ferrara, il più importante d’Italia, il prezzo medio della fibra era stato, nel decennio 1855-64, di 75,33 lire per quintale, e successivamente era venuto crescendo fino alle 79,54 lire del decennio 1861-70, alle 96,34 del 1871-80, l’apice storico delle quotazioni del prodotto. Aveva avuto inizio, successivamente, la contrazione che aveva portato il prezzo alle 76,87 lire del 1879-88, alle 70 lire, un dato che Aducco dichiara ancora preliminare, per il decennio 1887-96.

Se alla contrazione delle quotazioni ha corrisposto l’aumento delle esportazioni attestato dalla statistica doganale, non è, palesemente, senza coerenza che il collaboratore dell’Italia Agricola desume che la caduta dei prezzi ha reso più competitiva la fibra di canapa rispetto alle fibre succedanee, realizzando un equilibrio che protraendosi non potrà che stimolare i consumi, accrescendo, quindi, la domanda.

Altrettanto coerente dell’analisi è la strategia che Aducco propone per assicurare all’Italia il ruolo più attivo sul mercato internazionale. Quella strategia deve fondarsi, secondo il docente ferrarese, sul confronto tra la qualità della canapa offerta dai produttori italiani e la qualità della canapa richiesta dagli acquirenti stranieri. Si possono valutare le peculiarità merceologiche dell’offerta verificando che la produzione della prima provincia canapicola, Ferrara, può ripartirsi tra il 50% di fibra di prima qualità, il primo cordaggio, il 20 di seconda, il gargiolo, il 18 di terza, il secondo cordaggio, il rimanente delle classi merceologiche inferiori, i bassi, il gargiolo debole e i terzi cordaggi. Si possono valutare le caratteristiche richieste dalla domanda constatando che il primo dei paesi importatori, l’Inghilterra, che nel 1895 ha acquistato 135.229 quintali di fibra, richiede un prodotto di qualità media, che il secondo, la Germania, acquirente, il medesimo anno, di 112.845 quintali, richiede fibra buona, che il terzo, la Francia, destinataria di 102.903 quintali, chiede fibra equivalente a quella dell’Inghilterra, che Svizzera e Belgio chiedono canapa di qualità mediocre, che solo la Spagna, acquirente di 24.251 quintali, chiede canapa superiore.

Dall’esame delle caratteristiche merceologiche delle esportazioni Aducco desume che l’altissima qualità della canapa italiana, fondamento del suo prestigio mondiale e base delle esportazioni, non può costituire un obiettivo assoluto e indefettibile. La caduta dei prezzi si traduce nell’imperativo a contrarre i costi: i canapicoltori dovranno adottare, negli anni venturi, tutti gli accorgimenti capaci di contenerli, compresa la meccanizzazione delle operazioni realizzabili mediante nuove apparecchiature. Se le indagini in corso lo rendessero possibile dovranno sostituire la macerazione con un processo meno oneroso. Applicando nuove procedure un ettaro di canapa dovrà produrre più dei 7 quintali della media nazionale, dovrà superare i 7,35 della Francia, il paese dalle rese più elevate: l’innalzamento delle rese consentirà ai produttori di guadagnare anche protraendosi la tendenza flessiva dei prezzi.

I canapicoltori non debbono temere che adottando procedure più economiche la qualità possa peggiorare: la qualità della canapa italiana deve restare elevata, ma siccome il mercato non richiede solo canapa di primissima scelta, e la stessa Inghilterra, che ne è il primo acquirente, richiede canapa buona, non canapa eccezionale, produrre di più è obiettivo più importante che produrre fibra dai pregi speciali. Gli introiti di un paese che esporta la maggior parte della propria produzione dipendono eminentemente dai prezzi mondiali, che l’Italia, pure essendo il secondo esportatore mondiale, non è in grado di determinare: non potendoli determinare deve trarre il maggiore profitto dalla vendita della qualità media richiesta dai mercati. Adeguando la produzione alla domanda l’Italia conserverà nella canapa una fonte eminente di ricchezza agricola: è la previsione che un commentatore attento dell’economia agraria internazionale formula nel crepuscolo dell’Ottocento, una previsione di cui non possiamo non riconoscere la razionalità, siccome non può comprendere, tra gli elementi sui quali si fonda, la previsione del prossimo tramonto della navigazione a vela anche per i legni di stazza minore, né la travolgente ascesa, entro sei decenni, delle fibre sintetiche, i prodotti della chimica che infliggeranno alla canapa il colpo mortale.


Lavoro umano: una disponibilità senza limiti

Quattro anni dopo la stesura del documentato saggio pubblicato sull’ Italia agricola lo stesso Aducco stila l’articolo dedicato alla canapa incluso nella serie di monografie di cui la Società degli agricoltori, il primo sodalizio agrario italiano, affida la stesura ai più autorevoli agronomi del Paese, e che dedica all’omologo sodalizio francese in occasione dell’Esposizione di Parigi del 1900. Il contesto del nuovo saggio ricalca, nella prima parte, dedicata alle statistiche nazionali e internazionali, l’ordito del precedente: i dati sono aggiornati, ma il quadro che compongono non presenta mutamenti di rilievo. Il docente della Cattedra ambulante di Ferrara aggiunge, peraltro, alla tematica già trattata, una dettagliata analisi delle pratiche adottate, nella realizzazione della coltura, sui campi emiliani, componendo la più organica disamina della metodologia di coltivazione vergata negli anni a cavaliere tra i due secoli.

Tra gli elementi di maggiore interesse della dettagliata analisi, l’esaltazione dei vantaggi della ravagliatura, l’operazione con cui, aperto un solco con l’aratro, sul suo fondo viene eseguito un lavoro di vanga che lo approfondisce di 10 centimetri, portando la profondità dello strato rivoltato a 50 centimetri, una profondità eccezionale nel contesto dell’agricoltura europea, e una serie di prescrizioni per l’impiego dei primi concimi chimici offerti dal commercio, che Aducco sottolinea essere ompiegati secondo i consigli di venditori privi di qualunque cognizione chimica.

In tema di concimazione chimica riferisce che gli agricoltori ferraresi che vogliano dilatare la superficie coltivata al di là della disponibilità di letame sono soliti concentrare lo stallatico su metà del futuro canapaio, concimando l’altra metà con una miscela consistente del 40-50% di perfosfato, del 15-20% di un materiale organico a lenta cessione di azoto, di una percentuale equivalente di un materiale organico a pronta cessione di azoto, o di un sale ammonico, del 10-15% di un sale nitrico, del 10-15 % di un sale potassico, della percentuale necessaria alla somma centesimale di gesso. E’ una formula di concimazione oltremodo completa, che Aducco suggerisce di impiegare nella dose di 6-10 quintali per ettaro.

Nella dettagliata analisi stupiscono il lettore moderno le prove innumerabili della somma di fatiche umane erogate per ricavare la fibra più abbondante e più lucente: la ravagliatura richiede, spiega Aducco, la disponibilità di 24 vangatori, che si dividono in due squadre, una impegnata, dopo il passaggio dell’aratro, ad approfondire un solco, una il solco opposto. Seppure il progetto, che ha suggellato, di un aratro d’acciaio che perfeziona un classico modello tedesco, lo collochi tra gli alfieri della nuova tecnologia agricola, Aducco si rivela agronomo immerso nel passato magnificando l’espressione di potenza di un tiro di sedici bovini che realizzano un solco che ventiquattro vangatori approfondiscono di 10 centimetri, una visione che nell’anno 1900 farebbe inorridire qualunque agronomo inglese o americano.

Il professore ferrarese descrive, quindi, come assolutamente ordinario il lavoro eseguito, per la copertura della semente da un erpice che, per evitare il calpestamento degli animali, viene trainato da un manipolo di operaie, e la “concimazione di soccorso” che viene eseguita, dopo il germogliamento, da uomini e donne che, muniti di annaffiatoi, prelevano, da un carro botte disposto sulla capezzagna, urina di stalla imputridita nel pozzo nero e diluita con acqua, per somministrarla, delicatamente, alle pianticelle che appaiano meno vigorose, l’espressione di una cura meticolosa quanto quella diretta ad un orto, una procedura che, fondandosi sull’uso illimitato di manodopera dal costo irrisorio, appare del tutto contraddittoria all’invito, che il docente di Ferrara ha espresso nell’articolo pubblicato dall’Italia Agricola a semplificare le procedure colturali per contrarre i costi di produzione.

Aumenta la produzione, ristagna l’esportazione Sei lustri dopo la pubblicazione dell’ articolo di Aducco sull’Italia Agricola – Giornale di Agricoltura lo stesso periodico pubblica, sul numero monografico dedicato, nell’aprile 1927, all’agricoltura emiliana, una nuova disamina della coltivazione e del commercio della specie tessile, che firma C. Neppi. E’ la testimonianza dei primi sintomi del tracollo ormai prossimo, che il redattore della rivista emiliana giudica, peraltro, segni di una delle crisi che periodicamente hanno colpito la canapa, che sono sempre state superate come potrà essere superata, reputa Neppi, con un ridimensionamento della superficie coltivata, quella attuale.

Il quadro internazionale della canapicoltura descritto nello studio presenta significative differenze rispetto a quello delineato, trenta anni prima, da Aducco: Mentre la Russia mantiene, con una produzione salita a 4,5 milioni di quintali, il primato mondiale della produzione, e l’Italia conserva il secondo posto, il terzo, con 400.000 quintali di fibra, è stato conquistato dalla Jugoslavia, al quarto si è imposta la Polonia, che produce 300.000 quintali, mentre produzioni prossime ai 100.000 quintali realizzano la Spagna, la Romania e l’Ungheria, che ha perduto il ruolo di terzo produttore mondiale. Neppi dimentica di riferire il dato, ma la produzione italiana si colloca tra 800.000 e 1.000.000 di quintali.

La superficie che la coltura occupa in Italia è ancora quella rilevata da Aducco, nel 1926 105.130 ettari, collocati per metà in Emilia, dove Ferrara ha coltivato, l’anno medesimo, 39.900 ettari, Bologna 11.600, Modena 2.300.

Tratteggiata la cornice internazionale, in un’edizione della rivista dedicata specificamente all’Emilia Neppi si profonde nell’analisi delle pratiche colturali che gli agricoltori ferraresi, bolognesi e modenesi prodigano alla coltura, pratiche che si compongono in un ciclo che non risparmia l’impiego più intensivo di manodopera. Il canapaio viene arato alla profondità di 20 cm, con l’interrimento di 300 q di letame per ettaro, e di una ricca dose di perfosfato minerale, dopo la raccolta del grano. Viene arato di nuovo, alla profondità di 35-40 cm, in settembre, viene erpicato in primavera, quindi livellato, con la zappa, da grandi squadre di donne, e seminato, per non calpestare il terreno, trainando la seminatrice, dalle capezzagne, mediante funi che corrono su carrucole poste in corrispondenza alle bande di terreno che l’attrezzo deve percorrere. Dalla germogliazione la canapa viene sarchiata manualmente almeno tre volte, sopprimendo tutte le infestanti fino a quando lo sviluppo della cultura ne elimina la competizione.

Al raggiungimento dell’altezza massima degli steli inizia la seconda, faticosissima fase della coltura: gli steli sono recisi, progressivamente, dal margine al centro del campo, dove lignificano più lentamente, vengono raccolti in grandi fasci, posti ad essiccare, quindi immersi nel macero e ricoperti di grosse pietre perché giacciano sul fondo, sono estratti, ricollocando sulla riva del macero l’immensa mole di pietrame, i fasci sono aperti a capannuccia, fatti asciugare, quindi sciolti per la fase finale dell’estrazione della fibra, che impone nuove gravose operazioni manuali, la scavezzatura, l’infrangimento, cioè, del canapulo, il midollo dello stelo, e la decanapulatura, la separazione, cioè, della fibra dai frammenti anche minori di canapulo.


Ridurre la produzione, accrescere i rendimenti

Ancora dalle Istituzioni di Berti Pichat la maciulla impiegata in Boemia per accelerare il lavoro tradizionalmente realizzato con mazze o col grametto, la più primitiva delle macchine per separare la fibra dal midollo, l'operazione che conclude il ciclo della coltura. – Biblioteca Fondazione Nuova terra antica.


Rispetto ai decenni precedenti Neppi sottolinea che è stata abbandonata la ravagliatura, un’operazione che richiedeva un immenso sforzo fisico e che non è stato possibile affidare ad apparecchi meccanici: gli aratri che sono stati proposti per realizzarla richiedevano una forza di trazione troppo superiore a quella necessaria per l’aratura a 40 cm, che esige traini di 6-7 coppie di buoi, i tiri più possenti impiegati a tutte le latitudini dell’agricoltura europea, ragione dell’altissimo costo dell’operazione. Le fasi finali della separazione della fibra dal canapulo vengono attualmente eseguite, nota il redattore del periodico piacentino, con l’ausilio di nuovi macchinari, che accelerano l’operazione riducendo il fabbisogno di manodopera, che vi concorre ancora, tuttavia, con un numero ingente di braccia. Rispetto ai decenni passati, nei lustri più recenti l’innovazione maggiore registrata dalla coltura è stata il cospicuo impiego di fertilizzanti chimici, che si sono aggiunti a quelli organici, il letame, i cascami e i panelli somministrati prima della semina.

Seppure Neppi rimpianga l’abbandono dell’antica ravagliatura manuale, deve riconoscere che le immense cure erogate ai canapai, integrate dalla somministrazione dei nuovi concimi, hanno significativamente elevato, nei lustri recenti, il rendimento della coltura, che si colloca tra i 10 ed i 12 quintali di fibra per ettaro, ma che nelle aziende meglio condotte giunge a toccare, sottolinea, i 15 quintali, il doppio del dato medio proposto da Aducco. Una produzione accresciuta in misura tanto cospicua riesce appena, tuttavia, a ripagare gli immensi costi della coltura, che produzioni inferiori non risarcirebbero: ciò nonostante la diffusione dell’uso di ripagare la famiglia dei coltivatori con una quota del prodotto, imponendo ai contadini di sobbarcarsi le alee di un mercato che negli anni recenti è stato oltremodo aleatorio.

La grave crisi che ha investito la canapicoltura italiana è, argomenta Neppi, una crisi di sovrapproduzione. La produzione unitaria è immensamente aumentata, le superfici investite sono rimaste stazionarie, le esportazioni hanno ristagnato: il risultato è stato l’accumularsi di giacenze di entità imponente. Neppi riferisce che nel 1926 sono stati esportati 395.472 quintali di fibra e 112.953 di stoppa, mentre un milione di quintali giacciono invenduti nei magazzini dei produttori quando pochi mesi mancano al nuovo raccolto, che renderà le giacenze astronomiche.

Siccome la vivacità della concorrenza internazionale rende inverosimile sperare nell’aumento delle esportazioni, pare ragionevole, secondo il redattore dell’Italia agricola, contare sull’aumento dei consumi interni. Le filande italiane trasformano 300.000 quintali di fibra, e non è dato supporre che possano aumentare il proprio consumo. Si può sperare, invece, nella sostituzione della canapa alla juta, di cui l’Italia importa 400-500.000 quintali ogni anno. La fibra nazionale potrebbe sostituire la fibra di importazione, ma neppure la sostituzione risolverebbe, conclude Neppi con amarezza, la crisi della coltura, che potrà risolversi solo riducendo la superficie coltivata: 100.000 ettari sono, ormai, entità insostenibile, si impone l’imperativo di ridurli a 70.000. E in una rassegna dedicata ai problemi dell’agricoltura emiliana la proposta del redattore del periodico piacentino si traduce nel suggerimento di concentrare la coltura “nelle zone classiche da tempo per la canapa, e, nelle stesse, sui terreni migliori”, sui terreni e nelle aziende, cioè, che riescano a coniugare le produzioni ettariali più consistenti alla qualità merceologica più elevata, i due fattori che assicurano introiti tali da ripagare le altissime spese che la coltura impone per ogni ettaro che le è dedicato.

Una proposta di drastico ridimensionamento. La canapa è ancora derrata oggetto di vasta domanda internazionale, la sua sostituzione da parte delle fibre sintetiche non si profila ancora all’orizzonte, ma i suoi impieghi si vanno contraendo: sperare l’aumento dei consumi è inverosimile, e per soddisfare la domanda internazionale la competizione dei grandi produttori è durissima. Se il mercato è sempre più difficile, la canapa è tra le colture che impongono l’impiego di manodopera più elevato, la disponibilità di una forza di trazione ingente, l’erogazione di grandi quantità di concimi, naturali e chimici, è quindi coltura dai costi ingenti. Nell’Italia rurale del Ventennio la manodopera rurale è ancora abbondante, il Regime ne ha represso le richieste salariali, i proprietari ritraggono ancora, da produzioni elevate, un modesto guadagno, ma l’equilibrio della coltura è un equilibrio precario: sarà sufficiente che il quadro economico nazionale inizi la conversione dell’antica economia rurale in economia manifatturiera per determinarne il tracollo definitivo e irreparabile.



Il telaio casalingo negli orizzonti autarchici

La contrazione della coltura al di sotto dei 100.000 ettari, il ridimensionamento additato da Neppi come condizione per la sopravvivenza della coltura, è processo iniziato nel 1931, quando Alessandro Mori dedica un capitoletto alla canapa nel voluminoso trattato su Le piccole industrie agrarie, il volume la cui stampa compie l’ambizioso disegno della Nuova enciclopedia agraria italiana, la raccolta di manuali monografici di cui l’Unione tipografico editrice tornese ha iniziato la stampa nel 1892. In un contesto in cui a ciascuna delle sfere fondamentali dell’agricoltura italiana è dedicato un volume di centinaia di pagine non è, forse, senza significato che la canapa sia relegata, con la ginestra e la piuma delle oche, tra le attività rurali minori.

Eppure i dati che propone De Mori attestano le dimensioni di un’attività che è improprio definire minore: seppure non ricopra più 100.000 ettari, la coltura ne occupa ancora 90.000, che sono 90.000 ettari dei migliori terreni italiani, produce tra 850.000 e 1.000.000 di quintali di fibra, per un valore di 700 milioni di lire, 500 dei quali sono rappresentati dalle esportazioni, assicura l’impiego di 225.000 operai agricoli e di 20.000 operai industriali.

Illustrando i dati essenziali dell’economia canapicola De Mori stesso addita, peraltro, la debolezza della coltura: se nel 1928 il valore della produzione è stato equivalente a un miliardo di lire, solo tre anni più tardi, nel 1928, quel valore è sceso a 470 milioni: una coltura che impone anticipazioni tanto cospicue non può sopravvivere tra fluttuazioni tanto ingenti.

La crisi è, peraltro, crisi di difficile spiegazione: su scala mondiale la produzione di canapa è in aumento secondo un tendenza comparabile a quella dei grandi competitori, il cotone e la juta. Se nel triennio 1909-13 la produzione annua mondiale di cotone era di 47.893.000 quintali, quella di juta di 15.316.000, quella di canapa di 5.496.000, nel 1927 le cifre correlative sono state di 50.085.000, di 18.520.000 e 7.358.000 quintali. Proponendo della crisi una lettura in perfetta sintonia allo spirito della guerra economica internazionale propinato dal Duce a giustificazione della politica autarchica, De Mori sostiene che non sussiste alcuna inferiorità tecnologica a condannare la canapa rispetto alle fibre concorrenti, proclama che le difficoltà che la attanagliano sono l’espressione della guerra commerciale delle potenze avverse, che praticherebbero il dumping comprando sottocosto materia prima italiana e riesportando, guadagnando, i manufatti che se ne ottengono

Macerata mediante una tecnologia appropriata la canapa può offrire filati finissimi, capaci di fare concorrenza al cotone, mentre evitando la macerazione, mediante la stigliatura dello stelo verde, può fornire una fibra da sacchi capace di competere con la juta. Secondo in economista agrario ligio ai dettami del Regime l’antica coltura padana produce, quindi, una fibra dal futuro tecnologico luminoso, che potrà rifulgere radioso solo che il Paese sappia imporre, nel crudo scontro internazionale, le proprie ragioni. Che dovrebbero trionfare, innanzitutto, nei mille focolai domestici dove una donna lavora ancora al telaio, espressione di una virtù che negli orizzonti ideali del Ventennio De Mori menziona con commozione: troppe casalinghe tessono, però, filati di cotone. Le ragioni dell’economia impongono che quel cotone sia sostituito dalla canapa: solo dopo la sostituzione all’esercizio della suprema virtù muliebre si unirà il compimento dei superiori imperativi autarchici.



L’appello all’estrema resistenza

“Da molto tempo la canapa si dibatte nell’assedio di un grande numero di nemici e di concorrenti, costituito da altre e più fortunate fibre naturali e dalle più recenti ma ancor più fortunate fibre artificiali. La canapa sta lottando disperatamente contro la spietata concorrenza, che è soprattutto di stretto carattere economico. Ma evidentemente non vuole rassegnarsi a morire: a periodi di depressione che sembrano preludere alla sua scomparsa o quasi alterna infatti periodi di ripresa che si susseguono con frequenza, dimostrando di possedere ancora basi sicure e concrete di una vitalità insospettata, delle quali non può non tenersi conto.”

Pronuncia queste parole un osservatore privilegiato della congiuntura della coltivazione, Mario Bonvicini, direttore dell’Istituto di allevamento vegetale di Bologna, per le funzioni, e per la sede in cui esse si esplicano al centro degli interessi canapicoli nazionali. Anche la tribuna dalla quale la diagnosi viene pronunciata è una tribuna prestigiosa, quella del congresso mondiale dei tecnici agricoli che tra il 7 ed il 9 maggio 1959 si celebra, a Roma, nella sede della Fao. E’ rivolgendosi ai colleghi di tutto il mondo che Bonvicini riconosce la gravità della crisi in cui versa la coltura, ma dichiara che ai molti segni che attestano la crisi della coltura si contrappongono segni di vitalità che consentono ancora di sperare.

Rivolgendosi ad una platea di sperimentatori Bonvicini affronta l’esame più dettagliato delle esigenze di ricerca della coltura, una ricerca che dimostra carente in tutti i paesi canapicoli, Russia, Polonia, Ungheria e Cina, in nessuno dei quali esiste un’istituzione scientifica specificamente preposta allo studio della pianta e della sua coltivazione. Se si vuole salvare la canapa, è solo attraverso la ricerca che l’obiettivo potrà essere conseguito, sottolinea lo sperimentatore emiliano, che analizza le esigenze di conoscenze in ciascuna delle fasi di coltura, dalle modalità di semina alla concimazione alle caratteristiche delle acque impiegate per la macerazione. Ma per esorcizzare il tracollo l’urgenza più pressante è la meccanizzazione: meccanizzazione della semina, delle sarchiature, della raccolta, ma, soprattutto, meccanizzazione della macerazione, l’insieme di operazioni che impone la somma di fatiche maggiori, ed i disagi più gravi alle maestranze cui sono affidate.

Tentativi di meccanizzare la sommersione, l’estrazione e il lavaggio dei fasci di steli in Italia non sono mancati, ricorda Bonvicini, che di fronte alla modestia dei risultati proclama la necessità di affrontare una strada radicalmente diversa, che porti all’abbandono della macerazione rustica e all’introduzione della macerazione industriale. Il professore bolognese è tanto convinto della propria asserzione che la sottolinea ribadendo che “E’ evidente…che se ci sarà un avvenire della canapicoltura, questo sarà basato…sulla completa abolizione della macerazione rustica e sull’impiego, invece, della macerazione industriale…”

La sostituzione della macerazione industriale a quella poderale comporta, tuttavia, la soluzione di problemi ardui, riconosce Bonvicini, che identifica il primo nell’esigenza di ridurre il volume del prodotto da dirigere agli stabilimenti, un’esigenza che può essere risolta, in campagna, mediante la stigliatura meccanica. Il secondo grande problema è costituito dal trattamento, biologico o chimico, cui sottoporre la fibra: nessuno dei tentativi fino ad ora esperiti ha ottenuto, riconosce Bonvicini, fibra di qualità comparabile a quella ricavata dalla macerazione campestre, ove realizzata in ossequio alla migliore tradizione. E’ l’identificazione del nodo che, irrisolto, impedirà la sopravvivenza della cultura, incapace di offrire, utilizzando un apparato industriale, fibra della medesima qualità di quella fornita dalle pratiche tradizionali nelle campagne emiliane.

Proposta l’analisi del tema capitale per il futuro della canapicoltura Bonvicini affronta l’esame di quello che reputa doversi collocare al secondo posto: il miglioramento genetico. Bisogna realizzare cultivar di canapa più produttive, asserisce, ma i tentativi fino ad ora esperiti hanno generato varietà che alla maggiore produttività uniscono un cospicuo peggioramento delle qualità della fibra, la ragione per la quale non hanno conosciuto alcuna diffusione. La qualità della fibra delle canape italiane tradizionali pare insuperabile, asserisce Bonvicini, che pure riconosce che la genetica non può accettare la propria impotenza: un tema di immenso interesse scientifico che, quando si tenterà, dopo cinque decenni di eclissi della coltura dalle campagne italiane, di rilanciare la coltivazione attraverso la macerazione industriale, si riproporrà in termini identici a quelli in cui Mario Bonvicini lo proponeva agli sperimentatori di tutto il mondo riuniti a Roma nel 1959.

Antonio Saltini

Bibliografia

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  • Berti Pichat Carlo, Istituzioni scientifiche e tecniche ossia Corso teorico e pratico di Agricoltura, vol. V, Unione tipografico-editrice, Torino 1866
  • De Mori Alessandro, Le piccole industrie agrarie, in Nuova enciclopedia agraria italiana, Torino 1931, pp. 242-243
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  • Neppi C., La canapa, in L’Italia Agricola, LXIV, n.4, aprile 1927, pp. 212-219



Da Aa. Vv. Una fibra versatile. La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento, Villa Smeraldi, Museo della civiltà contadina, Clueb, Bologna 2005