Capitan Tempesta/Capitolo XXIV - L'incendio della galera

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L'incendio della galera

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Capitolo XXIII - Il patto del polacco Capitolo XXV - Al fuoco! Al fuoco!

Capitolo XXIV
L'incendio della galera


Mentre nella cabina succedeva quella scena, papà Stake, chiuso nella sentina della galera, si sfogava a mandare al diavolo, nella luna, nel sole ed anche all'inferno, Maometto e tutti i suoi adoratori.

L'irascibile e ciarliero lupo di mare scoppiava come una bomba di pietra dei mussulmani.

— Presi! — gridava, picchiandosi ora la testa e tirandosi la rada e molto bianca barba. — Che la Croce e Dio ci abbiano dunque abbandonati?... È troppo! È ora che la fortuna dei turchi finisca! Così non la può durare o finirò per diventare anch'io un maledetto rinnegato. Che cosa ne dite, signor Perpignano?

Il tenente, che si trovava seduto presso El-Kadur, tenendosi il capo stretto fra le mani, non aveva creduto opportuno rispondere alle sfuriate del mastro.

— Corpo d'un pescecane sventrato, mangiato, divorato e arrostito di poi! Siete tutti morti voi?... Vi rassegnerete dunque a lasciarvi condurre al castello d'Hussif e farvi impalare su quelle aste di ferro che sorgono sulle torri? Io no, per centomila bombe di pietra o di ferro! Non ho nessuna voglia di finire la mia esistenza lassù, nè di lasciarmi scorticare come un asino vecchio.

— Ebbene, papà Stake, che cosa vorreste fare? — chiese il tenente, scuotendosi dall'accasciamento che lo aveva preso.

— Io! — esclamò papà Stake con accento feroce. — Butto all'aria la galera e tutti i furfanti che la montano, noi esclusi però.

— Fatelo dunque, — disse El-Kadur, con un po' d'ironia.

— E che, pezzo di pan bigio, mi crederesti incapace di dar fuoco alle polveri? Tu non sei un veneziano, nè un dalmato e perciò ti compatisco.

— Sono un uomo che ne vale un altro e che a Famagosta si è fatto notare.

— Ed io forse no? — disse papà Stake, — Ho fatto saltare una torre nel momento in cui i turchi stavano per espugnarla, ed ho mandato tutti all'altro mondo: chi in paradiso, chi in purgatorio, chi all'inferno e chi a vedere le uri, a seconda dei loro peccatuzzi. Credi tu, pezzo di pan bigio, che un marinaio valga meno d'un terragnuolo e anche sabbioso per soprappiù?

El-Kadur stava per rispondere e forse malamente, quando il signor Perpignano mise fine alla disputa, chiedendo all'irascibile mastro:

— Spiegatevi, papà Stake. Che cosa vorreste tentare?

— Mandare alla malora questa galera, prima che giunga nella baia d'Hussif, — rispose il lupo di mare.

— Anch'io lo vorrei, ma non saprei trovare il modo.

— Si cerca.

— Avete qualche idea?

— Io sì che l'avrei: disgraziatamente mi mancano gli utensili.

— Quali?

— Qualche scure, uno scalpello; qualche cosa insomma che possa servire a sabordare la cala.

— Sabordare?

— Aprire un buon buco per lasciar entrare l'acqua e mandare la galera a picco.

— Non abbiamo nemmeno un coltello, papà Stake.

— Purtroppo, signor Perpignano, — rispose il lupo di mare.

— Io avrei forse un'idea migliore, — disse in quel momento Nikola Stradioto che fino allora non aveva aperto bocca.

— Butta fuori, greco, — disse papà Stake. — Già i tuoi compatrioti godono fama di essere più furbi di tutti i levantini e di dar dei punti perfino agli smirnesi.

— I turchi mi hanno levate le armi e mi hanno lasciato l'acciarino e l'esca.

— Buono per accendere la pipa se avessi un po' di tabacco, — disse il vecchio mastro.

— E anche per accendere una nave, — rispose il greco, serio.

Papà Stake aveva fatto un soprassalto.

— Lo dicevo io che i greci sono più furbi di tutti! — esclamò, dandosi un poderoso pugno sulla testa. — Il mio cervello vale quello d'un coniglio!

— Vorreste dar fuoco alla galera, Nikola? — chiese Perpignano.

— Sì, signore; sarebbe l'unico mezzo per immobilizzarla.

Senza saperlo, il greco aveva avuto la medesima idea del polacco, l'unica d'altronde che potesse avere qualche riuscita, non potendo pensare, quei pochi uomini sprovvisti d'armi, ad impegnare una lotta disperata contro l'equipaggio turco che era dieci volte più numeroso.

— Che cosa ne pensate? — chiese Nikola, vedendo che tanto il vecchio marinaio quanto il tenente rimanevano silenziosi.

— Che noi ci arrostiremo poco allegramente, — disse finalmente Perpignano.

— Non è alla cala che io intendo dar fuoco, — disse il greco. — Forzeremo prima il boccaporto e andremo ad incendiare il deposito delle gomene e delle vele di ricambio. Riunendo i nostri sforzi potremo riuscire a sfondare la botola che è tarlata.

— E se di fuori, nel frapponte, vi fosse qualche sentinella? — chiese il tenente.

— Le si torce il collo, — disse papà Stake.

— Quando credete che giungeremo nella baia d'Hussif? — chiese Perpignano.

— Non prima di mezzanotte, — rispose Nikola. — La brezza non aumenterà prima del calar del sole. Conosco i venti che spirano su queste coste essendo stato parecchi anni pescatore di corallo in questo tratto di mare.

— E la duchessa? Ed il visconte? Potremo noi salvarli?

— La costa non è lontana, scialuppe ve ne sono a bordo e non avremo difficoltà a raggiungere l'isola. Penserà poi il Leone di Damasco a trarci d'impaccio. Il suo schiavo ormai deve averlo raggiunto.

— Ecco un uomo meraviglioso, — disse papà Stake. — Andiamo ad esaminare la botola e vediamo se con una buona spinta possiamo sfondarla.

Si erano alzati tutti e tre ed essendo la cala illuminata da un piccolo pertugio, non ebbero alcuna difficoltà a giungere al boccaporto che metteva nel frapponte.

Papà Stake vi aveva appena appoggiata la mano per provarne la resistenza, quando la botola improvvisamente s'aprì.

— Non era chiusa! — esclamò stupito.

— Perchè ho levata io la verga di ferro, — rispose una voce.

Tre esclamazioni erano sfuggite contemporaneamente dalle labbra del marinaio, del tenente e del greco:

— Il rinnegato!

— Sì, il rinnegato, — disse il polacco col suo solito accento ironico — che viene da parte della duchessa per salvarvi.

Scese la stretta scaletta e si fermò dinanzi ai tre uomini che lo guardavano di traverso, più pronti a saltargli al collo e strozzarlo, che disposti a credere alle sue parole.

— Voi venite... per salvarci? — chiese papà Stake, mettendosi le mani ai fianchi. — Voi! Evvia, volete scherzare, signore? La burla potrebbe costarvi cara, vi avverto prima.

Il polacco alzò le spalle, poi volgendosi verso il tenente, gli disse:

— Dite ad uno dei vostri uomini di mettersi in osservazione presso la botola. Ciò che devo dirvi, i turchi devono ignorarlo; ci va di mezzo la mia pelle.

— Buona per fare i tamburi, — brontolò papà Stake. — Resisterebbe meglio di quella degli asini.

Il tenente fece segno ad El-Kadur di salire la scaletta, dicendogli:

— Se qualcuno s'accosta, avvertici subito.

L'arabo scomparve attraverso la botola senza fare alcun rumore.

— Parlate, capitano, — disse il tenente.

— Voi poco fa complottavate, è vero?

— Noi! — esclamò papà Stake inarcando le braccia.

— Vi ho uditi a parlare.

— È vero, discutevamo sulla luna o meglio ci chiedevamo se è vero che abbia un paio d'occhi, un naso ed una bocca.

— Non scherzate, marinaio, — disse il polacco, con stizza. — Questo non è il momento. Voi progettavate di dar fuoco alla galera.

— Siete uno stregone? — chiese il tenente.

— No: vi ho uditi, essendomi messo in ascolto dietro la tramezzata. Oh! Non spaventatevi per questo: l'idea vostra collima perfettamente colla mia.

— Come! Voi?...

— Io avevo pensato di dar fuoco alla nave e mi ero già accordato colla duchessa.

— Toh! — esclamò papà Stake. — È assolutamente straordinario questo caso. Come possono andare d'accordo il cervello d'un rinnegato e quello d'un greco cristiano?

Il polacco finse di non averlo udito e proseguì:

— So che voi avete un acciarino e dell'esca, è vero?

— Sì, — rispose Nikola.

— Voi cercavate di raggiungere il deposito delle vele di ricambio e dei pennoni.

— È vero, — disse Perpignano.

— Approvo pienamente il vostro progetto. Io questa notte scenderò e leverò la verga di ferro della botola.

— Adagio, signore, — disse il mastro che diffidava sempre. — Chi ci garantisce della vostra lealtà? Non ci tendereste, per caso, un agguato per farci massacrare dai turchi? Sono cose che potrebbero accadere.

— Non sarei venuto qui, — rispose il polacco. — E poi non ci sarebbe stato nulla di difficile a mescolare, fra i cibi che vi saranno fra poco portati, un po' di veleno e mandarvi diritti all'altro mondo. E poi impegno la mia parola d'onore.

— Hum! — fece il mastro, allungando le labbra e socchiudendo gli occhi. — Quest'onore puzza troppo pel mio naso.

Anche questa volta il polacco finse di non udire l'atroce offesa.

— Dunque? — chiese, guardando Perpignano.

— Giacchè voi date la vostra parola di non tradirci, noi siamo pronti a qualunque sbaraglio, pur di salvare la duchessa ed il signor Le Hussière.

— Siamo d'accordo?

— Sì, capitano.

— Un momento, signore, — disse Nikola Stradioto, intervenendo. — È forte la brezza?

— No, la calma perdura e la galera non riesce a guadagnare due nodi all'ora.

— Sicchè giungeremo nella rada d'Hussif?

— Non prima di domani mattina, se il vento non aumenta.

— Quanto distiamo ora?

— Una quarantina di miglia per lo meno — rispose il polacco.

— Mi bastano queste informazioni.

— A te, ma non a me, — disse papà Stake. — Voglio sapere se vi sono sentinelle nel frapponte.

— Nessuna, — rispose il polacco.

— E dove si trova il deposito delle vele e degli attrezzi di ricambio?

— Sotto il quadro.

Il mastro fece un soprassalto.

— Non bruceremo la duchessa che si trova prigioniera in una delle cabine, se ho udito bene?

— A quell'ora Capitan Tempesta si troverà presso il signor Le Hussière. Ho tutto previsto e tutto calcolato. Potete dar fuoco liberamente, senza alcun timore. Cercate d'ingannare il tempo meglio che potete e non dubitate che al momento opportuno la botola sarà aperta. Arrivederci presto nelle scialuppe della galera.

Il rinnegato volse le spalle ai tre uomini e risalì lentamente la scaletta, facendo scorrere sopra la botola l'asta di ferro.

— Signor tenente, — disse papà Stake, mentre El-Kadur ridiscendeva. — Vi fidate voi di quell'uomo?

— Mi pare che questa volta sia leale, — rispose Perpignano. — Chissà! Forse il pentimento è entrato in quell'animo...

— Nero, molto nero, — disse il vecchio marinaio, crollando la testa. — Vedremo! D'altronde, morire sotto le scimitarre dei turchi od in bocca ai pescicani mi pare che sia tutt'uno. Crac! E tutto è finito e buona notte alla compagnia e anche ai suonatori, come dicono da noi.

Mezz'ora dopo, due mozzi seguiti da quattro marinai armati di scimitarre e di pistoloni che avevano la miccia accesa, portavano ai prigionieri due cesti contenenti delle olive, del pane nero e un pezzo di carne salata.

Nè i greci, nè i compagni della duchessa scambiarono alcuna parola con quei brutti musi, che li guardavano con certi occhi truci da far venire la pelle d'oca perfino a papa Stake, quantunque questi non fosse molto impressionabile.

Quando i mussulmani se ne furono andati ed il pasto fu divorato, il tenente propose ai suoi uomini di schiacciare un sonnellino, essendovi ben poche probabilità di chiudere gli occhi dopo il tramonto del sole con quel progetto che stava maturandosi.

Si accomodarono alla meglio sui vecchi velacci semiammuffiti che ingombravano la cala ed invitati dal lieve rollìo della galera, non tardarono ad addormentarsi, nonostante le loro preoccupazioni.

Fu papà Stake che pel primo diede la sveglia dopo molte ore. Una profonda oscurità regnava nella cala, perchè nessuno sprazzo di luce penetrava dallo stretto pertugio.

— Perdinci! — esclamò il vecchio lupo di mare. — Abbiamo dormito come ghiri. È bensì vero che abbiamo passata una notte bianca dopo la nostra fuga. Ohe, in piedi, dormiglioni!

Perpignano, El-Kadur ed i greci si erano alzati sbadigliando.

— Già notte? — disse il tenente.

— Il sole deve essersi immerso da parecchie ore, — rispose papà Stake. — Orsù, non perdiamo tempo e vediamo se possiamo arrostire qualche miscredente.

— Siete pronti? — chiese il tenente.

— Tutti — risposero ad una voce i rinnegati.

— Andiamo!

A tentoni, tenendosi per le casacche, trovarono la scaletta e la salirono. Papà Stake era il primo, avendo assicurato di vederci benissimo anche se mancava una lanterna. Raggiunta la botola, la spinse violentemente e l'alzò senza che opponesse alcuna resistenza.

— Toh! — mormorò. — Che quel cane d'un polacco si sia veramente pentito? Il diavolo ha perduto un'anima.

Passò pel primo e scrutò attentamente le tenebre. Il frapponte pareva deserto e nessuna lampada brillava.

— Se i turchi vorranno farci fuoco addosso, sarà un po' difficile che ci colgano, — mormorò.

Tese gli orecchi e ascoltò attentamente, mentre i greci, che si erano levate le scarpe per non fare rumore, gli si radunavano intorno.

— Nessuno? — chiese Perpignano sottovoce.

— Lasciatemi ascoltare, signore.

Sulla tolda si udivano i passi pesanti degli uomini di guardia, sul frapponte i puntali scricchiolavano sotto lo sforzo che faceva la galera nell'avanzare e dai sabordi giungevano, ad intervalli, i cupi muggiti dell'onda che si frangeva contro i bordi.

— Mi pare che nessuno si occupi di noi, — disse papà Stake. — Silenzio e mistero, come dicono nelle tragedie. Tenetevi per mano e siate pronti a strangolare il primo turco che cerca di sbarrarci il passo. Una buona stretta però, in modo da farlo crepare senza che mandi un grido.

— Avanti, — disse Perpignano. — Forse la baia d'Hussif non è lontana.

— Non mettetemi indosso delle paure, signore, — disse il vecchio mastro. — Questo non è il buon momento.

Appoggiò verso babordo, finchè toccò la parete e cominciò ad avanzarsi con infinite precauzioni.

Perpignano, aggrappato alla sua casacca, lo seguiva, poi veniva Nikola e finalmente tutti gli altri che si tenevano per mano, per non perdersi nell'oscurità.

Pareva che papà Stake avesse veramente gli occhi d'un gatto, perchè evitava le colubrine disposte dietro ai sabordi senza mai incespicare, nè rompersi il naso.

Giunto all'estremità poppiera del frapponte, seguì la tramezzata che si estendeva sotto il quadro, cercando colle mani la porta che doveva mettere nel magazzino delle vele, delle gomene e degli attrezzi di ricambio.

Trovata una maniglia, l'afferrò e spinse. Una porta si aprì senza difficoltà.

— Il rinnegato ha mantenuto la promessa fattaci, — mormorò, respirando a lungo. — Questa è la volta che l'orso della Polonia muore.

Si volse verso i compagni, dicendo:

— Fermatevi qui, voi e datemi l'esca e l'acciarino.

— Eccola, mastro, — rispose Nikola.

— È ben asciutta l'esca?

— Prenderà fuoco subito.

— Benissimo: in mezzo minuto tutto sarà finito. Che nessuno si muova e che nessuno parli, soprattutto.

Prese i due oggetti e scivolò nel magazzino procedendo carponi, essendo il tavolato ingombro di casse, di gomene, di pennoni, di catene e di vele arrotolate, e quando fu bene innanzi accese l'esca.

— È tutto incatramato qui: che bel fuoco! Arrostirà anche la mezzaluna.

Vi era lì presso un barile pieno di pece. Il mastro raccolse alcune manate di canape, le incendiò e poi le lasciò cadere parte sui velacci e parte sulla pece.

Quando vide sprigionarsi dapprima una nuvola di fumo e poi brillare delle fiamme, si slanciò fuori dal magazzino urtando Nikola e Perpignano che stavano per raggiungerlo.

— Presto! — mormorò. — Nella cala! Fra mezz'ora tutta la galera sarà in fiamme!