Catone Maggiore/XXIII

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Capitolo XXIII

../XXII IncludiIntestazione 12 settembre 2008 75% letteratura

XXII

Profondo convincimento di Catone nell’aspettare una vita migliore.

Così parlava Ciro vicino a morte. Ma ritornando al nostro discorso, nessuno potrà farmi persuaso, o Scipione, che il padre tuo Paulo, e i tuoi due avi Paulo ed Africano, o il padre dell’Africano o suo zio, non che altri molti personaggi chiarissimi, sieno venuti a capo di tante imprese meritevoli della memoria dei secoli venturi, se non stimolati dalla fiducia di appartenere per mezzo dell’anima alla posterità.

O pensi tu forse (per dire qualche cosa in mia lode, all’uso de’ vecchi) che mi sarei addossate tante fatiche e di notte e di giorno, e in città ed al campo, se avessi creduto che la gloria mia dovesse passare assieme alla vita?

Non era egli assai miglior partito, senza disagi e opposizione, questa brevissima età trascorrere nella tranquilla pace d’un ozio beato?

Ma, ignoro in qual modo, l’anima sublimandosi, miri sempre alla posterità: quasi che discostandosi dalla terrena vita fosse per arrivare all’immortalità, la quale se non fosse essenza dell’anima, non sarebbero massimamente gli sforzi dell’uomo al conseguimento d’immortale gloria rivolti.

E perché credete voi che i sapienti incontrino la morte con pacata anima, mentre viene ricevuta con ribrezzo dagli idioti? Perché i primi vedendo di più e di lontano, sentono di approssimarsi ad un più lieto soggiorno, e gli altri all’incontro, ottusi come sono, nulla sanno prevedere.

E per verità me accende vivissimo desiderio di trovarmi in compagnia dei vostri maggiori, in vita tanto da me rispettati ed amati; e non solo con i miei coetanei, ma altresì con quei savi, delle cui azioni io medesimo ho udito, e dissi e scrissi ne’ miei diari. Lieto dunque vado inoltrandomi alla volta dell’altra vita, né soffrirei certamente per parte di chicchessia un tentativo di ritardarmene il passaggio, siccome avveniva di Pelia.

Sono preparato a ricusare la mano d’un Dio ove fosse meco tanto liberale di farmi retrocedere all’infanzia: perché non ama ritornare alle riprese chi, già percorso lo stadio, ha quasi toccato il pallio.

Parliamo schiettamente: l’uomo nella sua vita non ha piaceri disgiunti da incomodi; e seppure ne ha, o presto se ne sazia, o presto ne trova il fine. Io però di essa non mi lagno siccome ciò fanno molti ed anche dotti; e non voglio pentirmi d’avere vissuto, poiché vissi in sì fatta guisa da non credermi inutilmente nato: e parto da queste mortali spoglie come da asilo ospitale, prestatomi dalla natura nel mio pellegrinaggio, e non per stabile soggiorno.

Oh felicissimo giorno quando entrerò in quel consesso di spiriti divini e partirò da questa umana moltitudine e da questo mondo corrotto! Non solamente mi recherò incontro a quei sommi che dianzi vi accennai, ma al mio figliuolo Catone, incomparabile per ingegno e per affetto. Io stesso ne raccolsi le preziose ceneri quando a lui incumbeva di prestarmi quest’estremo uffizio! Ma quell’animo gentile di certo non si allontanò da me, né ha cessato d’amarmi, e salì in quella dimora dove aspetta la mia venuta. E se è sembrato a voi che venisse da me sopportata con fermezza la mia sciagura, fu perché trassi conforto dal pensiero di doverlo raggiungere in breve.

Per queste ragioni tutte che meco, o Lelio, o Scipione, avete passato a rassegna, non è grave la vecchiezza, bensì lieve e gioconda.

Se per credere che l’anima degli uomini sia immortale, io m’inganno, ciò faccio di piena mia volontà, né finché vivo mi distoglierò da un’illusione che tanto mi piace. Se poi con la morte, giusta l’opinione di superficiali filosofi, si spegnerà ogni mio senso, allora non mi avverrà certamente di udire le loro derisioni, e quando pure giudicassero rettamente coloro che non prestano fede all’immortalità dell’anima, non avvi di che rammaricarsi che l’uomo finisca a tempo opportuno. Come avviene d’ogni terrena cosa, l’umana vita trova il suo compimento, che appunto nella vecchiezza è riposto. Quest’ultimo atto (così avviene anche nella commedia) non debbe recitarsi con stanchezza, e meno ancora lasciarne scorgere la sazietà.


Io queste cose vi dissi sulla vecchiezza, la quale voi pure per la Dio grazia raggiungerete, affinché, dalla stessa vostra esperienza ammaestrati, questi miei precetti possiate utilmente praticare.