Codice Libero/Appendice B

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Appendice B: Hack, hacker e hacking

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Appendice A

Per comprendere appieno il significato del termine "hacker", può essere d’aiuto esaminarne lo sviluppo etimologico seguito nel corso degli anni.

Il New Hacker Dictionary, compendio online dove sono raccolti i termini gergali dei programmatori, elenca ufficialmente nove diverse connotazioni per la parola "hack" e un numero analogo per "hacker". Eppure la stessa pubblicazione include un saggio d’accompagnamento in cui si cita Phil Agre, un hacker del MIT che mette in guardia i lettori a non farsi fuorviare dall’apparente flessibilità del termine. "Hack ha solo un significato", sostiene Agre. "Quello estremamente sottile e profondo di qualcosa che rifiuta ulteriori spiegazioni."

A prescindere dall’ampiezza della definizione, la maggioranza degli odierni hacker ne fa risalire l’etimologia al MIT, dove il termine fece la sua comparsa nel gergo studentesco all’inizio degli anni ’50. Secondo una pubblicazione diffusa nel 1990 dal MIT Museum a documentare il fenomeno dell’hacking, per quanti frequentavano l’istituto in quegli anni il termine "hack" veniva usato con un significato analogo a quello dell’odierno "goof" (scemenza, goliardata). Stendere una vecchia carcassa fuori dalla finestra del dormitorio veniva considerato un "hack", ma altre azioni più pesanti o dolose – ad esempio, tirare delle uova contro le finestre del dormitorio rivale, oppure deturpare una statua nel campus – superavano quei limiti. Era implicito nella definizione di "hack" lo spirito di un divertimento creativo e innocuo.

È a tale spirito che s’ispirava il gerundio del termine: "hacking". Uno studente degli anni ’50 che trascorreva gran parte del pomeriggio chiacchierando al telefono o smontando una radio, poteva descrivere quelle attività come "hacking". Di nuovo, l’equivalente moderno per indicare le stesse attività potrebbe essere la forma verbale derivata da "goof" – "goofing" o "goofing off" (prendere in giro qualcuno, divertirsi).

Più avanti negli anni ’50, il termine "hack" acquistò una connotazione più netta e ribelle. Al MIT degli anni ’50 vigeva un elevato livello di competizione e l’attività di hacking emerse sia come reazione sia come estensione di una tale cultura competitiva. Goliardate e burle varie divennero tutt’a un tratto un modo per scaricare la tensione accumulata, per prendere in giro l’amministrazione del campus, per dare spazio a quei pensieri e comportamenti creativi repressi dal rigoroso percorso di studio dell’istituto. Va poi aggiunto che quest’ultimo, con la miriade di corridoi e tunnel sotterranei, offriva ampie opportunità esplorative per quegli studenti che non si facevano intimorire da porte chiuse e da cartelli tipo "Vietato l’ingresso". Fu così che "tunnel hacking" divenne l’accezione usata dagli stessi studenti per indicare queste incursioni sotterranee non autorizzate. In superficie il sistema telefonico del campus offriva analoghe opportunità. Grazie ad esperimenti casuali ma accurati, gli studenti impararono a fare scherzi divertenti. Traendo ispirazione dal più tradizionale "tunnel hacking", questa nuova attività venne presto battezzata "phone hacking".

La combinazione tra divertimento creativo ed esplorazioni senza limiti costituirà la base per le future mutazioni del termine hacking. I primi ad auto-qualificarsi "computer hacker" nel campus del MIT negli anni ’60 traevano origine da un gruppo di studenti appassionati di modellismo ferroviario, che negli ultimi anni ’50 si erano riuniti nel Tech Model Railroad Club. Una ristretta enclave all’interno di quest’ultimo era il comitato Signals and Power (segnali ed elettricità) – gli addetti alla gestione del sistema del circuito elettrico dei trenini del club. Un sistema costituito da un sofisticato assortimento di relé e interruttori analogo a quello che regolava il sistema telefonico del campus. Per gestirlo era sufficiente che un membro del gruppo inviasse semplicemente i vari comandi tramite un telefono collegato al sistema, osservando poi il comportamento dei trenini.

I nuovi ingegneri elettrici responsabili per la costruzione e il mantenimento di tale sistema considerarono lo spirito di simili attività analogo a quello del phone hacking. Adottando il termine hacking, iniziarono così a raffinarne ulteriormente la portata. Dal punto di vista del comitato Signals and Power, usare un relé in meno in un determinato tratto di binari significava poterlo utilizzare per qualche progetto futuro. In maniera sottile, il termine hacking si trasformò da sinonimo di gioco ozioso, a un gioco in grado di migliorare le prestazioni o l’efficienza complessiva del sistema ferroviario del club. Quanto prima i membri di quel comitato cominciarono a indicare con orgoglio l’attività di ricostruzione e miglioramento del circuito per il funzionamento delle rotaie con il termine "hacking", mentre "hacker" erano quanti si dedicavano a tali attività.

Considerata la loro affinità per i sistemi elettronici sofisticati – per non parlare della tradizionale avversione degli studenti del MIT verso porte chiuse e divieti d’ingresso – non ci volle molto prima che gli hacker mettessero le mani su una macchina appena arrivata al campus. Noto come TX-0, si trattava di uno dei primi modelli di computer lanciati sul mercato. Sul finire degli anni ’50, l’intero comitato Signals and Power era emigrato in massa nella sala di controllo del TX-0, portandosi dietro lo stesso spirito di gioco creativo. Il vasto reame della programmazione informatica avrebbe portato a un’ulteriore mutamento etimologico. "To hack" non indicava più l’attività di saldare circuiti dalle strane sembianze, bensì quella di comporre insieme vari programmi, con poco rispetto per quei metodi o procedure usati nella scrittura del software "ufficiale". Significava inoltre migliorare l’efficienza e la velocità del software già esistente che tendeva a ingolfare le risorse della macchina. Rimanendo fedele alla sua radice, il termine indicava anche la realizzazione di programmi aventi l’unico scopo di divertire o di intrattenere l’utente.

Un classico esempio di quest’ampliamento della definizione di hacker è Spacewar, il primo video game interattivo. Sviluppato nei primi anni ’60 dagli hacker del MIT, Spacewar includeva tutte le caratteristiche dell’hacking tradizionale: era divertente e casuale, non serviva ad altro che a fornire una distrazione serale alle decine di hacker che si divertivano a giocarvi. Dal punto di vista del software, però, rappresentava una testimonianza incredibile delle innovazioni rese possibili dalle capacità di programmazione. Inoltre era completamente libero (e gratuito). Avendolo realizzato per puro divertimento, gli hacker non vedevano alcun motivo di mettere sotto scorta la loro creazione, che finì per essere ampiamente condivisa con altri programmatori. Verso la fine degli anni ’60, Spacewar divenne così il passatempo preferito di quanti lavoravano ai mainframe in ogni parte del mondo.

Furono i concetti di innovazione collettiva e proprietà condivisa del software a distanziare l’attività di computer hacking degli anni ’60 da quelle di tunnel hacking e phone hacking del decennio precedente. Queste ultime tendevano a rivelarsi attività condotte da soli o in piccoli gruppi, per lo più limitate all’ambito del campus, e la natura segreta di tali attività non favoriva l’aperta circolazione di nuove scoperte. Invece i computer hacker operavano all’interno di una disciplina scientifica basata sulla collaborazione e sull’aperto riconoscimento dell’innovazione. Non sempre hacker e ricercatori "ufficiali" andavano a braccetto, ma nella rapida evoluzione di quell’ambito le due specie di programmatori finirono per impostare un rapporto basato sulla collaborazione – si potrebbe perfino definire una relazione simbiotica.

Il fatto che la successiva generazione di programmatori, incluso Richard M. Stallman, aspirasse a seguire le orme dei primi hacker, non fa altro che testimoniare le prodigiose capacità di questi ultimi. Nella seconda metà degli anni ’70 il termine "hacker" aveva assunto la connotazione di elite. In senso generale, computer hacker era chiunque scrivesse il codice software per il solo gusto di riuscirci. In senso specifico, indicava abilità nella programmazione. Al pari del termine "artista", il significato conteneva delle connotazioni tribali. Definire hacker un collega programmatore costituiva un segno di rispetto. Auto-descriversi come hacker rivelava un’enorme fiducia personale. In entrambi i casi, la genericità iniziale dell’appellativo computer hacker andava diminuendo di pari passo alla maggiore diffusione del computer.

Con il restringimento della definizione, l’attività di "computer" hacking acquistò nuove connotazioni semantiche. Per potersi definire hacker, una persona doveva compiere qualcosa di più che scrivere programmi interessanti; doveva far parte dell’omonima "cultura" e onorarne le tradizioni allo stesso modo in cui un contadino del Medio Evo giurava fedeltà alla corporazione dei vinai. Pur se con una struttura sociale non così rigida come in quest’ultimo esempio, gli hacker di istituzioni elitarie come il MIT, Stanford e Carnegie Mellon iniziarono a parlare apertamente di "etica hacker": le norme non ancora scritte che governavano il comportamento quotidiano dell’hacker. Nel libro del 1984 Hackers, l’autore Steven Levy, dopo un lungo lavoro di ricerca e consultazione, codificò tale etica in cinque principi fondamentali.

Sotto molti punti di vista, i principi elencati da Levy continuano a definire l’odierna cultura del computer hacking. Eppure l’immagine di una comunità hacker analoga a una corporazione medievale, è stata scalzata dalle tendenze eccessivamente populiste dell’industria del software. A partire dai primi anni ’80 i computer presero a spuntare un po’ ovunque, e i programmatori che una volta dovevano recarsi presso grandi istituzioni o aziende soltanto per aver accesso alla macchina, improvvisamente si trovarono a stretto contatto con hacker di grande livello via ARPAnet. Grazie a questa vicinanza, i comuni programmatori presero ad appropriarsi delle filosofie anarchiche tipiche della cultura hacker di ambiti come quello del MIT. Tuttavia, nel corso di un simile trasferimento di valori andò perduto il tabù culturale originato al MIT contro ogni comportamento malevolo, doloso. Mentre i programmatori più giovani iniziavano a sperimentare le proprie capacità con finalità dannose – creando e disseminando virus, facendo irruzione nei sistemi informatici militari, provocando deliberatamente il blocco di macchine quali lo stesso Oz del MIT, popolare nodo di collegamento con ARPAnet – il termine "hacker" assunse connotati punk, nichilisti. Quando polizia e imprenditori iniziarono a far risalire quei crimini a un pugno di programmatori rinnegati che citavano a propria difesa frasi di comodo tratte dall’etica hacker, quest’ultimo termine prese ad apparire su quotidiani e riviste in articoli di taglio negativo. Nonostante libri come Hackers avevano fatto parecchio per documentare lo spirito originale di esplorazione da cui nacque la cultura dell’hacking, per la maggioranza dei giornalisti "computer hacker" divenne sinonimo di "rapinatore elettronico".

Anche di fronte alla presenza, durante gli ultimi due decenni, delle forti lamentele degli stessi hacker contro questi presunti abusi, le valenze ribelli del termine risalenti agli anni ’50 rendono difficile distinguere tra un quindicenne che scrive programmi capaci di infrangere le attuali protezioni cifrate, dallo studente degli anni ’60 che rompe i lucchetti e sfonda le porte per avere accesso a un terminale chiuso in qualche ufficio. D’altra parte, la sovversione creativa dell’autorità per qualcuno non è altro che un problema di sicurezza per qualcun altro. In ogni caso, l’essenziale tabù contro comportamenti dolosi o deliberatamente dannosi trova conferma a tal punto da spingere la maggioranza degli hacker ad utilizzare il termine "cracker" – qualcuno che volontariamente decide di infrangere un sistema di sicurezza informatico per rubare o manomettere dei dati – per indicare quegli hacker che abusano delle proprie capacità.

Questo fondamentale tabù contro gli atti dolosi rimane il primario collegamento culturale esistente tra l’idea di hacking del primo scorcio del XXI secolo e quello degli anni ’50. È importante notare come, mentre la definizione di computer hacking abbia subìto un’evoluzione durante gli ultimi quattro decenni, il concetto originario di hacking in generale – ad esempio, burlarsi di qualcuno oppure esplorare tunnel sotterranei – sia invece rimasto inalterato. Nell’autunno 2000 il MIT Museum onorò quest’antica tradizione dedicando al tema un’apposita mostra, la Hall of Hacks. Questa comprendeva alcune fotografie risalenti agli anni ’20, inclusa una in cui appare una finta auto della polizia. Nel 1993, gli studenti resero un tributo all’idea originale di hacking del MIT posizionando la stessa macchina della polizia, con le luci lampeggianti, sulla sommità del principale edificio dell’istituto. La targa della macchina era IHTFP, acronimo dai diversi significati e molto diffuso al MIT. La versione maggiormente degna di nota, anch’essa risalente al periodo di alta competitività nella vita studentesca degli anni ’50, è "I hate this fucking place" (Odio questo posto fottuto). Tuttavia nel 1990, il Museum riprese il medesimo acronimo come punto di partenza per una pubblicazione sulla storia dell’hacking. Sotto il titolo Institute for Hacks Tomfoolery and Pranks (Istituto per scherzi folli e goliardate), la rivista offre un adeguato riassunto di quelle attività.

"Nella cultura dell’hacking, ogni creazione semplice ed elegante riceve un’alta valutazione come si trattasse di scienza pura", scrive Randolph Ryan, giornalista del Boston Globe, in un articolo del 1993 incluso nella mostra in cui compariva la macchina della polizia. "L’azione di hack differisce da una comune goliardata perché richiede attenta pianificazione, organizzazione e finezza, oltre a fondarsi su una buona dose di arguzia e inventiva. La norma non scritta vuole che ogni hack sia divertente, non distruttivo e non rechi danno. Anzi, talvolta gli stessi hacker aiutano nell’opera di smantellamento dei propri manufatti".

Il desiderio di confinare la cultura del computer hacking all’interno degli stessi confini etici appare opera meritevole ma impossibile. Nonostante la gran parte dell’hacking informatico aspiri al medesimo spirito di eleganza e semplicità, il medium stesso del software offre un livello inferiore di reversibilità. Smontare una macchina della polizia è opera semplice in confronto allo smantellamento di un’idea, soprattutto quanto è ormai giunta l’ora per l’affermazione di tale idea. Da qui la crescente distinzione tra "black hat" e "white hat" ("cappello nero" e "cappello bianco") – hacker che rivolgono nuove idee verso finalità distruttive, dolose contro hacker che invece mirano a scopi positivi o, quantomeno, informativi.

Una volta oscuro elemento del gergo studentesco, la parola "hacker" è divenuta una palla da biliardo linguistica, soggetta a spinte politiche e sfumature etiche. Forse è questo il motivo per cui a così tanti hacker e giornalisti piace farne uso. Nessuno può tuttavia indovinare quale sarà la prossima sponda che la palla si troverà a colpire.