Colonizzare la noosfera/La cultura hacker come economia del dono

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La cultura hacker come economia del dono

../Locke e la proprietà terriera ../La gioia dell'hacking IncludiIntestazione 8 settembre 2014 75% Open Source

Eric Steven Raymond - Colonizzare la noosfera (1998)
Traduzione dall'inglese di Bernardo Parrella (1999)
La cultura hacker come economia del dono
Locke e la proprietà terriera La gioia dell'hacking


Per comprendere il ruolo della reputazione nella cultura open source, può essere d’aiuto spostarsi ulteriormente dalla storia all’antropologia e all’economia, esaminando la differenza tra le culture dello scambio e quelle del dono.

Gli esseri umani sono dotati di una predisposizione innata alla competizione per il miglioramento del proprio status sociale; qualcosa che è parte intrinseca della nostra evoluzione. Per il 90% della storia precedente all’invenzione dell’agricoltura, i nostri antenati vivevano in piccoli gruppi nomadi dediti alla caccia e alla raccolta. Agli individui con lo status sociale più alto spettavano i partner più sani e il cibo migliore. Una competizione che si esprime quindi in modi differenti a seconda del livello di scarsità delle merci necessarie alla sopravvivenza.

La gran parte delle modalità secondo cui gli esseri umani si organizzano sono adattamenti alla scarsità e alla volontà. Ogni modo porta con sé maniere differenti di ottenere il miglioramento del proprio status sociale.

Il modo più semplice è la gerarchia di comando. In questi casi, l’allocazione delle merci più scarse viene effettuata da un’autorità centrale sotto la minaccia della forza. Nelle gerarchie di comando c’è poco spazio per posizioni intermedie [Mal]; esse tendono a diventare brutali e inefficienti di pari passo con l’ampliamento delle dimensioni. Per questo motivo, quando superano l’ordine di grandezza della famiglia estesa, quasi sempre le gerarchie di comando si trasformano in parassiti sociali di una economia più ampia di tipo diverso. Nelle gerarchie di comando lo status sociale viene stabilito essenzialmente dall’accesso (o meno) al potere coercitivo.

La nostra società è per lo più un'economia di scambio. Si tratta di un sofisticato adattamento alla scarsità che, al contrario del modello del comando, funziona bene con ruoli intermedi. La distribuzione delle merci avviene in maniera decentralizzata tramite il commercio e la cooperazione volontaria (in realtà, l’effetto dominante del desiderio competitivo produce comportamenti cooperativi). In un’economia di scambio, lo status sociale viene determinato essenzialmente dalla possibilità (o meno) di avere il controllo delle cose, non necessariamente delle cose materiali, da usare o da commerciare.

La maggior parte delle persone seguono modelli mentali impliciti relativi a entrambi i contesti, e interagiscono gli uni con gli altri basandosi su tali modelli. I governi, l’apparato militare e il crimine organizzato (per fare degli esempi) sono delle gerarchie di comando parassite della più ampia economia di scambio che chiamiamo “free market”. Esiste tuttavia un terzo modello, radicalmente diverso dai primi due e generalmente non riconosciuto se non dagli antropologi: la cultura del dono.

Le culture del dono sono adattamenti non alla scarsità bensì all’abbondanza. Si sviluppano all’interno di popolazioni senza problemi per quanto concerne la penuria di merci necessarie alla sopravvivenza. Possiamo osservare le culture del dono in azione tra gli aborigeni che vivono in ecozone dal clima mite e cibo abbondante. Oppure in certi strati della nostra società, soprattutto nel mondo dello spettacolo e tra persone molto ricche.

L’abbondanza rende difficili le relazioni di comando e inutili le relazioni di scambio. Nelle culture del dono, lo status sociale viene determinato non da quel che si controlla ma da quel che si regala.

È così che avviene per la festa del potlach del capo Kwakiutl. È così che avviene per le gesta filantropiche dei multimiliardari, in genere elaborate e pubbliche. Ed è così che avviene per le lunghe ore di lavoro che occorrono all’hacker per produrre software open source di alta qualità.

Perché è ovvio che sotto quest’ottica, la società degli hacker open source non è altro che una cultura del dono. Al suo interno non esiste alcuna seria scarsità di “materiale di sopravvivenza” – spazio su disco, ampiezza di banda di rete, macchine potenti. Il software è liberamente condiviso. Un’abbondanza che crea situazioni dove l’unico ambito disponibile per la competizione sociale è la reputazione tra i colleghi.

Da sola, quest’osservazione non è però sufficiente a spiegare le caratteristiche, già illustrate, della cultura hacker. Anche i “cracker d00dz” hanno una cultura del dono che pesca nei medesimi media (elettronici), ma il loro comportamento è molto diverso. La mentalità di gruppo è molto più forte ed esclusiva che tra gli hacker. Anziché condividerli, i segreti vengono passati sotto banco; è molto comune trovare gruppi di cracker che distribuiscono degli eseguibili senza sorgenti in grado di “craccare” il software, piuttosto che consigli e dritte su come sono riusciti a farlo.

Quel che tutto ciò dimostra, nel caso non fosse ancora chiaro, è che esiste più di una maniera di far funzionare la cultura del dono. La storia e i valori perseguiti sono elementi importanti. Altrove [HH] ho già riassunto la storia della cultura hacker; le modalità seguite per dar forma alle attuali usanze non sono affatto misteriose. Gli hacker hanno definito la propria cultura tramite una serie di scelte possibili sulla forma che la competizione interna andrà prendendo. All’analisi di tale forma è dedicato il prosieguo di questo saggio.