Confessioni d'un scettico/XX

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15 maggio 18....


Gli Dei sen vanno e noi contempliamo dal tempio sereno della ragione il loro crepuscolo. La demenza degli organi allucinati che partoriva i miti del sentimento s’è già mortificata dalla riflessione che li risanò maturandovi le virtù creatrici in un concetto scientifico della natura. Ed era già tempo.

L’ultimo Iddio del Calvario ridiscese anch’esso nel sepolcro che si chiuse sul suo capo senz’aspettare nessuna rinascita del terzo giorno. Non gemeranno più [p. 110 modifica]sconsolate sulla sua morte le Maddalene sonnambule; quei raggi che illuminarono per tanti secoli la sua testa di redentore caddero tutti ad uno ad uno per terra. Disciolta la leggenda fantastica ci si discoprì il cervello fanatico d’un galileo che sognava un regno de’ cieli impossibile del quale ei s’affermava Messia.

Oh! dopo l’esperienza del novissimo Dio la ragione scientifica s’è liberata per sempre dal «morbo sacro» di crearsene un altro. Le leggi meccaniche dell’infinito uccisero in culla le velleità mistiche del sentimento, e cancellarono per sempre dagli intelletti sani gli spettri degli Dei. Le religioni son divenute impossibili giacchè converrebbe, per generarle di nuovo, che l’evoluzione storica del cervello si ritorcesse a ritroso, rifacendo gli stati psicologici oltrepassati per sempre. Il gran Pane è morto, eppure non s’ode più per le terre e per i mari l’ululato dolente del mondo orfano, ma la gioia immensa che scoppia dai petti [p. 111 modifica]redenti. L’universo non è più travagliato dalle doglie del parto aspettando l’apocalissi messianica; ei va per le sue vie eternamente giovine in mezzo alle ruine del tempo.

Affacciati, affacciati allo spettacolo nuovo che ti manifesta la scienza e sentirai dilatarsi l’energia del tuo pensiero purificato nelle leggi redentrici della santa natura. La salute dell’avvenire non ci viene che dalla scienza la quale edifichi il vero nel cervello e concordi la natura coll’uomo. La tetraggine ascetica delle religioni disconviensi omai al nostro mondo moderno che l’ha scossa da sè. Guai a noi se riabbasseremo la ragione sotto le forche caudine del dogma; guai a noi se aspetteremo la salute da Dio senza conquistarla dentro noi stessi per virtù propria; guai a noi se smezzeremo il cervello tra la scienza e la fede, continuando quegli abiti schiavi che ci hanno fin qui macerato in un gineceo intellettuale. L’esperienza di tanti [p. 112 modifica]secoli mi pare che sia già troppo perchè si ritentino senza frutto le vie della fede.

Sai tu il danno che patì lo spirito umano da quella demenza? sai tu quante energie di pensiero si dissiparono nella notte dolente del medio evo? sai tu come l’eredità degli organi guasti ed inerti si disviò dal suo corso fecondo? Eppure, nol nego, il medio evo ci affascina ancora, e quella sua voce di sirena romantica ci commove tanto da sospirarvi dietro come al paradiso perduto del sentimento. La voluttà delle lagrime e della morte esercita ancora su molti intelletti un’efficacia funesta. Anche spogliato dai dogmi che omai contrastano con tutte le scoperte scientifiche, il cielo medievale ci piace in mezzo a tanto dischiudersi di cieli che la natura dissemina per lo spazio come pollini freschi delle primavere cosmiche.

Ciascheduno di noi in una di quelle ore femminilmente molli in cui s’abbandona al suo sogno, vagheggia ancora il paradiso [p. 113 modifica]di Cristo colle sue ghirlande angeliche, co’ suoi tripudi di santi, co’ suoi concerti d’arpe e di liuti, colle sue ebbrezze estatiche. Oh! è ben vero che quel «morbo sacro» di cui parlava Eraclito ci siede ancora tenacemente nelle vene e ci rode gli spiriti lenti a ricrearsi nelle austere leggi della natura. Ma il fumo ascetico dell’orgia medievale si dissolverà, presto o tardi, negli splendori dell’epoptea redentrice d’intelletti sani. Addio.