Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo LVIII

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Libro primo
Capitolo cinquantottesimo

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La moltitudine è piú savia e piú costante che uno principe


Difficile impresa e molto aliena dalla opinione degli uomini piglia, sanza dubio, chi attribuisce al popolo la constanzia e la prudenzia, e chi in queste due qualitá lo antepone a’ príncipi; e’ quali quando sono regolati dalle legge, nessuno che ha scritto delle cose politiche dubitò mai che el governo di uno non fussi migliore che quello di una moltitudine eziandio regolata dalle legge, alla quale è preposto non solo el governo di uno principe, ma ancora quello degli ottimati. Perché dove è minore numero è la virtú piú unita e piú abile a produrre gli effetti suoi; vi è piú ordine nelle cose, piú pensiero ed esamine ne’ negocii, piú resoluzione; ma dove è moltitudine quivi è confusione, ed in tanta dissonanzia di cervelli, dove sono vari giudíci, vari pensieri, vari fini, non può essere né discorso ragionevole, né resoluzione fondata, né azione ferma. Muovonsi gli uomini leggermente per ogni vano sospetto, per ogni vano romore; non discernono, non distinguono, e con la medesima leggerezza tornano alle deliberazione che avevano prima dannate, a odiare quello che amavano, a amare quello che odiavano; però non sanza cagione è assomigliata la moltitudine alle onde del mare, le quale secondo e’ venti che tirano vanno ora in qua ora in lá sanza alcuna regola, sanza alcuna fermezza. In somma e’ non si può negare che uno popolo per sé medesimo non sia una arca di ignoranzia e di confusione; però e’ governi meramente populari sono stati in ogni luogo poco durabili, ed oltre a infiniti tumulti e disordini, di che mentre hanno durato sono stati pieni, hanno partorito o tirannide o ultima ruina della loro cittá.

Gli esempli sono tanti e sí noti che non accade replicargli, e tali che meritamente hanno partorito quella opinione antichissima e commune di tutti gli scrittori, che nella moltitudine non sia né prudenzia né constanzia. Alla quale non repugnano, chi bene considera, né le ragione né gli esempli allegati per lo autore del Discorso; perché in quanto lui allega che in uno popolo regolato dalla legge non è manco virtú o prudenzia che in uno principe regolato dalle legge, ed adduce per esemplo el popolo romano, io dico principalmente che né la ragione né lo esemplo suo fa a proposito del caso, perché altro è considerare una moltitudine che per sé stessa deliberi, altro uno governo populare ordinato in modo che le deliberazione grave ed importante abbino a essere fatte da’ piú prudenti. Nel primo caso sará spesso varietá, ignoranzia e confusione, e sia la moltitudine regolata dalle legge quanto vuole; nel secondo caso se le cose si deliberano prudentemente e stabilmente, non procede perché nella moltitudine non siano quelli difetti, ma perché non sono in quelli piú prudenti. Tale fu el popolo romano, nel quale le cose piú importanti si deliberavano dal senato, da’ consuli e da’ principali magistrati, e nel quale se la moltitudine avessi avuto a deliberare, ancora che fussi regolata da buone legge, piena di costumi santi ed amantissimi della sua libertá, sarebbe nelle sue deliberazione apparita molte volte, con danno gravissimo della sua republica, quella imprudenzia e varietá che nelle altre moltitudine riprendono gli scrittori.

Di poi quando bene noi chiamassimo le deliberazione de’ romani deliberazione della moltitudine, piglisi al rincontro uno principe che sia tra gli altri príncipi in quello grado di virtú che fu el popolo romano tra gli altri popoli: credo sanza dubio procederá in tutte le sue cose con maggiore prudenzia e con maggiore constanzia che non procedeva el popolo romano; perché per le ragione dette di sopra, dove e’ termini siano pari, è piú ordine, piú distinzione, piú resoluzione, piú fermezza in uno che in molti. E pel contrario se si piglia uno popolo sciolto dalle legge ed uno principe libero e sciolto, quali sono quasi tutti, e quegli di Francia ancora, che lo autore chiama legati, in potestá de’ quali è nel regno suo fare ciò che vogliono, dico che in uno principe si potrá trovare forse piú altri vizi che in uno populo, e piú prontezza a esequirli che non ha uno popolo, e’ quali quando lo autore discorre si parte da’ termini della sua quistione, ma communemente si troverrá piú prudenzia e piú constanzia, che è proprio el titolo dell’autore, che non si troverrá in una moltitudine, nella quale, quando sia sciolta, non si vedrá mai se non imprudenzia ed inconstanzia, appetito di cose nuove, sospetto immoderato, invidia infinita contro a tutti quelli che hanno facultá o qualitá. E se bene de’ príncipi se ne truova imprudentissimi, e la imprudenzia loro quando è in quella ultima spezie, è forse piú perniziosa che quella della moltitudine, dico che pigliando verbigrazia dugento anni di uno regno, si troverrá de’ re prudenti ed imprudenti; ma pigliando dugento anni di una moltitudine si troverrá una continuazione di imprudenzia e di varietá.

Né sono a proposito gli esempli per e’ quali si mostra che in uno principe sono molti piú difetti che in uno populo, perché lo assunto non è disputare degli altri vizi, ma solo se ne’ popoli è piú imprudenzia ed inconstanzia che ne’ príncipi. Cosí è impertinente el dire che piú augumento fa una cittá sotto uno governo populare che sotto uno principe, perché nasce da altre cagione; ma se tu mi dessi cinquanta anni di uno governo populare buono ed altanti di uno principe parimente buono, non dubito che maggiore augumento farebbe sotto uno principe. Ma non essere poi sempre e’ successori simili, fa che lo augumento del governo populare va piú continuando che quello di uno principato; e può molto bene stare insieme, che sia migliore fortuna di una cittá a cadere in governo populare che sotto e’ príncipi, la quale considerazione è fuora della disputa nostra, e nondimeno che ordinariamente sia piú imprudenzia e piú inconstanzia in uno populo che in uno principe.