Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo XXIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro primo
Capitolo ventitreesimo

../Capitolo XVI ../Capitolo XXIV IncludiIntestazione 19 maggio 2008 75% Saggi

Libro primo - Capitolo XVI Libro primo - Capitolo XXIV


Che non si debbe mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte le forze; e per questo, spesso il guardare i passi è dannoso


Io non credo che dalla conclusione che fa el Discorso, ancora che sia verissima, si possa riprendere el partito che d’accordo feciono gli albani ed e’ romani; perché se bene ognuno di loro aventurò tutta la fortuna e non tutte le forze, s’ha a considerare che quello che ciascuno diminuí a sé tolse ancora al compagno, in modo che la perdita ed el guadagno furono pari; e quando e’ partiti sono equali si possono male riprendere. Se e’ romani verbigrazia, con parte delle forze loro avessino combattuto contro a tutte le forze degli albani, sarebbe stato imprudenzia; ma avendone diminuite altante agli albani, restorono cosí potenti combattendo con parte delle forze loro contro a equale parte delle forze degli inimici, come se con tutte avessino combattuto contro a tutte. Ed hassi a considerare che se bene la consanguinitá che si reputava tra l’uno popolo e l’altro, gli condusse a disputare lo imperio con modo sí mansueto, per non si distruggere totalmente e perché l’uno non aspettava mala compagnia dall’altro; pure è credibile che la ragione principale fussi el cognoscersi pari di forze, in modo che fussi difficile fare giudicio a chi, facendo guerra ordinaria, fussi per inclinare la vittoria. Che se uno di loro avessi cognosciuto avere vantaggio, pare verisimile che non fussi stato né sí buono né sí imprudente che avessi accettato quello partito; e presupposta questa equalitá, io non veggo che questa deliberazione, non solo tra popoli congiunti, ma etiam tra popoli estranei, si possa biasimare, di volere che sanza tante uccisione e destruzione che fanno le guerre, fare pruova di chi ha a essere el dominio. E se bene pare troppo resoluto el mettersi a sí presto sbaraglio, el tôrsi la facultá di potersi rifare, di potere contendere la fortuna, ci è el contrapeso che tutte le medesime condizione sono nell’altra parte, in modo che se ti fa piú facile la perdita, ti fa anche piú facile la vittoria.

Quanto al non si opporre allo inimico in su’ passi delle Alpe, credo sia cosa che abbia bisogno di buona considerazione e di buono occhio; perché el sito può essere tale che con ragione si può sperare tenere el passo, o almanco perderlo con poco danno tuo e con molto danno degli inimici; può anche essere lo inimico condizionato in modo che el torgli tempo importi assai, e lo opporsi al passo de’ monti faccia questo effetto, che almanco lo costringa a dimorarvi molti giorni, come si legge di Tito Quinzio in Macedonia, e di altri capitani. Ed in ciascuno di questi casi credo sia laudabile chi tenti questa difesa, la quale si legge uomini grandi avere fatto in su’ monti ed in su’ fiumi, ne’ quali è quasi la medesima ragione; ed a’ tempi nostri Consalvo Fernando per mettersi in sul passo del Garigliano roppe e’ franzesi; ed in Livio, Scipione riprese Antioco che non avessi fatto pruova di proibire a’ romani el transito dello Ellesponto. Bisogna che el capitano sia perito, e consideri bene el sito e le qualitá degli inimici e le forze sue; e certo gli è facile a considerare se el luogo è di qualitá che possa esservi urtato, e se è capace di gente grosse a offesa e difesa, perché le medesime difficultá e del non potere molti stare ne’ luoghi stretti e del mancamento del vivere, può militare a chi tenta passare come a chi tenta proibire. E quando pure passi per altri luoghi, come feciono e’ franzesi nel 1515, è sanza danno di chi difende, perché non viene a incontrarsi in loro, né gli toglie le occasione di fare nel piano le medesime difese che arebbe potuto fare prima, come feciono e’ svizzeri, a’ quali non questo disfavore che può poco apresso a uomini militari, non lo sbigottimento che non muove chi non ha collocato tutta la speranza sua in su’ monti, ma altri disordini, e disordini tra loro, feciono che non tutti, ma parte, feciono la giornata col re a Marignano; nella quale s’avessino combattuti tutti, forse non erano perdenti.

Vegga adunche uno capitano, se ha modo da sperare di potere tenere el passo allo inimico, perché è sicurissimo partito con parte delle tue forze potere impedire tutte le forze contrarie. Vegga se almanco gli importa el fargli perdere tempo, e sperando o l’uno o l’altro come facilmente può accadere, e credo che in ogni parte si truovino esempli, sará laudato a opporsi a’ passi de’ monti. Consideri ancora se alla campagna confidi piú nelle forze sue che tema in quelle delli inimici, e secondo queste considerazione si risolva, né tenga conto dello esemplo de’ romani allegato nel Discorso; perché oltre alle altre ragione che gli arebbono forse potuto fare risolvere a non tentare questa difesa, ci concorse anche la impossibilitá, perché non erano signori di quelle Alpe donde passò Annibale, né del piano anche circumiacente per lungo spazio; e sarebbe stato partito imprudentissimo conducere lo esercito in luogo che avessino avuto a combattere con gli uomini del paese e con gli inimici, e dove mancassi loro da vivere ed avanzassino tutte le altre difficultá. Anzi questo esemplo si può ritorcere in contrario, perché avendo Annibale nel transito delle Alpe ricevuto tanto danno per le molestie de’ paesani, quanto piú n’arebbe verisimilmente ricevuto, se vi avessi anche trovato la resistenzia de’ romani!

Non è la ragione che pochi capitani si siano messi a proibire e’ passi de’ monti, perché non abbino voluto aventurare parte delle forze con tutta la fortuna, il che non è da fuggire quando concorrono tanti altri vantaggi che sono per supplire alle forze che mancano, ma perché è difficile el farlo.