Così parlò Zarathustra/Parte seconda/Della superazione di sè stessi

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Della superazione di sè stessi

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Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra (1885)
Traduzione dal tedesco di Renato Giani (1915)
Della superazione di sè stessi
Parte seconda - Il canto funebre Parte seconda - Dei sublimi
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Della superazione di sè stessi.

«Voi, saggi tra i saggi, chiamate «volontà di conoscere il vero» quella che vi ispira e vi fa ardenti?

Volontà di percepire tutto ciò che esiste: così io la chiamo.

Tutto ciò che esiste voi volete rendere conoscibile: giacché voi dubitate, per una giusta diffidenza, che tutto sia conoscibile.

Ma ciò che esiste deve sottomettersi e piegarsi a voi! Questo impone la vostra volontà. Esso deve diventar liscio e sottomesso allo spirito, quasi uno specchio che ne rifletta l’imagine.

Ecco in che consiste tutta la vostra volontà, o saggi tra i saggi: nel desiderio della dominazione; anche quando parlate del bene e del male e degli apprezzamenti dei valori.

Voi volete creare il mondo, per potervi prostrare dinanzi a lui; questo richiede l’ultima vostra speranza e la vostra ebbrezza.

L’ignorante e il popolo rassomigliano al fiume, su cui scorre una barca: e nella barca solenni e incappucciati siedono gli apprezzamenti dei valori.

La vostra volontà e i vostri valori voi li posate sul fiume del divenire. Un’antica volontà di dominazione mi rivela ciò che dal popolo è avuto per bene e male.

Voi, o saggi, accoglieste tali ospiti nella barca, dando loro splendori e nomi sonanti, — voi, e la vostra volontà dominatrice.

Ora il fiume trasporta la vostra barca: deve trasportarla. Poco importa se l’onda infranta assalga irosa la chiglia.

Non già il fiume è il vostro pericolo e la fine del vostro bene e del vostro male, o saggi tra i saggi: bensì quella stessa vostra volontà, la volontà della dominazione — la volontà inesausta e creatrice della vita.

Ma affinché voi comprendiate le mie parole intorno al bene ed al male io voglio dirvi alcunché sul conto della vita e di tutte le specie delle cose viventi.

Io seguitai, per vie aperte ed ascose, tutto ciò che vive, nell’intento di conoscere le ragioni della vita. [p. 109 modifica]

Con uno specchio centuplice io ne raccolsi lo sguardo quando la sua bocca era chiusa: perché il suo occhio mi parlasse. E il suo occhio mi parlò.

Ma dovunque trovai viventi, sentii anche parlare d’obbedienza. Tutto ciò che vive obbedisce.

È in secondo luogo: si comanda a colui che non sa obbedire a sè stesso. Tale è il costume d’ogni cosa vivente.

Ma in terzo luogo, ecco quanto ho udito: che il comandare è più difficile dell’obbedire.

E non soltanto compresi che chi comanda porta la responsabilità di tutti quelli che obbediscono e che tale responsabilità facilmente può schiacciarlo; — ma ben anche un rischio mi apparve ogni comandare; chè sempre colui che comanda pone in pericolo sé stesso.

Non solo: ma ancor quando l’uomo comanda a sé stesso, ei deve sopportarne la pena. Egli dev’essere giudice e vindice e vittima di sé. stesso.

«Come può avvenir ciò?» chiesi a me stesso. Che cosa può indurre ad obbedire e a comandare, ad obbedire ancor comandando?

Udite ora la mia parola, o saggi tra i saggi! Esaminate se io sono giunto a penetrar nel cuore della vita, e sino nelle vive radici di questo cuore!

Dove trovai la vita, ivi trovai anche la volontà di dominare; anche nella mente del servo scorsi la volontà d’esser padrone.

Ciò che al più debole persuade d'esser soggetto al più forte è la sua volontà, la quale vuole ch’egli domini su quello ch’è ancor più debole di lui; questa soddisfazione gli è necessaria.

E come il piccolo si concede al grande, per poter godere e dominare a sua volta ciò ch’è più piccolo di lui; così anche il più grande si concede e per amore della dominazione sacrifica la stessa vita.

In ciò sta il sacrificio suo: ch’esso è rischio e pericolo — un giuocar di dadi per la morte.

E dove esistono il sacrificio e la servitù e gli sguardi amorosi, ivi è anche la volontà d’esser padrone. Per vie recondite il più debole s’insinua nella rocca e nel cuore del potente e gli toglie una parte della sua potenza. [p. 110 modifica]

E questo segreto ancora la vita confidò a me: «Vedi», mi disse, «io sono quella cosa che sempre deve superar sé stessa».

«Certamente voi la chiamate volontà della generazione o istinto del fine, del sublime, del lontano, del molteplice: ma tutto ciò non è che una sola cosa e un mistero».

Io vorrei piuttosto perire, che rinunziare a questa cosa; e in verità dovunque c’è un perire — un cader di foglie vive — La, vita sacrifica sé stessa per la dominazione.

Che io debba essere una lotta, e un divenire, e un fine, e un contrasto di fini! Ah, chi indovina la mia volontà, indovina anche per quali oblique vie essa sia costretta ad avanzare!

Di tutte le cose che io creo, e per quanto io le ami, in breve io sono costretto ad essere l’avversario; ciò impone la mia volontà.

E anche tu, che vuoi conoscere, null’ altro sei che un sentiero, che un’orma della mia volontà; la mia volontà della dominazione cammina coi piedi della tua volontà del vero!

Certo s’ingannava colui che proclamò la «volontà d’esistere»; una tale volontà è falsa dacché ciò che non esiste non può volere; ma quello che è già nell’esistenza, come potrebbe ancora voler esistere?

«Soltanto dov’è vita è anche volontà»; ma non già volontà di vivere, bensì volontà di dominare!

Molte cose per i viventi han più pregio che non la stessa vita ma di questo pregio parla ancora la volontà della dominazione!

Questo mi apprese un giorno la vita; e con ciò, o saggi tra i saggi, io sciolgo l’enigma del vostro cuore.

In verità, io vi dico: Non v’ha un bene e un male imperituri! Fuor di sé essi devono sempre superare sé stessi.

Coi vostri valori e con le vostre parole di bene e di male voi esercitate un potere, o apprezzatori di valori ed è questo il vostro amore nascosto, e lo splendore, e il tremolare e il traboccare della vostra anima.

Ma una forza maggiore e un nuovo pregio sorge dai vostri valori: e contro quella si spezza l’uovo e il guscio dell’uovo.

E chi deve essere un creatore nel bene e nel male, in verità deve essere prima di tutto un distruttore dei valori. [p. 111 modifica]

Così il supremo male è necessario alla volontà suprema; alla bontà che crea.

Parliamone pure, o saggi tra i saggi, anche se trista cosa è il parlarne. Non è più trista ancora il tacerne? tutte le verità che si taciono diventano velenose.

E possa infrangersi ciò che nelle nostre verità è fragile! Ci sono ancor molte case da edificare!».

Cosi parlò Zarathustra.