Così parlò Zarathustra/Parte seconda/La ballata

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La ballata

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La ballata.

Una sera Zarathustra passeggiava nel bosco coi suoi discepoli, in cerca appunto d’una fonte, quand’ecco si trovarono improvvisamente in un verde prato, silenzioso e circondato da alberi e da cespugli; ove alcune giovanette intrecciavano danze. Come ebbero scorto Zarathustra, le fanciulle sospesero il ballo: ma Zarathustra si appressò ad esse con un gesto affabile e parlò loro cosi:

«Non ristatevi dal ballare, o graziose giovanette! Non venni già a guastare con l’occhio torvo i vostri diletti: non vengo a voi quale un nemico delle fanciulle.

Io sono l’avvocato di Dio contro il demonio: il quale è lo spirito della pesantezza. Come potrei io, o agili fanciulle, esser il nemico della danza divina? o dei giovani piedini dalla caviglia leggiadra?

Io son, è vero, un bosco, ed una notte di cupi alberi: ma chi non ha timore della mia oscurità saprà scoprire anche fioriti rosai tra i miei cipressi.

E anche vi troveranno il piccolo dio, che è tanto caro alle giovanette! Egli giace presso la fontana: silenzioso, con gli occhi chiusi.

Proprio di pieno giorno egli s’addormentò, quel monello! Forse s’è stancato troppo nell’inseguir le farfalle?

Non vi adirate con me, o belle danzatrici, se castigherò un poco il piccolo dio! Egli griderà e piangerà — ma egli muove al riso anche quando piange.

E con le lagrime egli otterrà da voi, o cortesi, la grazia di un ballo: io stesso voglio accompagnare la sua danza con una canzone.

Una canzone di scherno contro lo spirito della pesantezza, il mio altissimo e potentissimo demonio, che chiamano il «padrone del mondo».

Ed ecco la canzone che improvvisò Zarathustra mentre Cupido e le fanciulle danzavano insieme.

«Ti fissai negli occhi, o vita! E mi parve di profondare nell’impenetrabile. [p. 103 modifica]

Ma tu mi traesti all’aperto con un amo clorato; e ridesti beffarda quando ti chiamai impenetrabile.

«È un modo di parlare, questo, che conviene ai pesci non agli uomini — mi dicesti; ciò di cui non possono toccare il fondo è per essi l’impenetrabile.

Ma mutevole io sono, e selvaggia, e in ogni cosa femmina e non femmina virtuosa: per quanto da voi uomini io sia chiamata la «profonda», la «fedele», l’«eterna», la «misteriosa».

Ma voi, uomini, ci fate dono delle vostre proprie virtù, — o virtuosi!».

Così disse ridendo, quell’infida; ma io non credo mai a lei né al suo riso, quando parla male di sè stessa.

E poi che da solo a sola ebbi parlato con la mia selvaggia saggezza, essa mi disse adirata: «Tu vuoi, tu desideri, tu ami: perciò soltanto tu esalti la vita!».

Per poco mi sentii tentato a dirle, dispettosamente, la verità, giacché nessuna malignità vince quella di dire «il vero» alla propria saggezza.

Così sta la cosa fra noi tre. In fondo io non amo, a dir vero, che la vita — e tanto più, quanto maggiormente la odio!

Se tuttavia anche amo la saggezza, e forse anche-troppo, ciò avviene perché essa mi ricorda troppo la vita!

Ne ha l’occhio, il riso e persin l’amo dorato: che colpa ci ho io se l’una tanto s’assomiglia all’altra?

E quando la vita mi chiese: Chi è mai costei, la saggezza? — io le risposi in fretta: Ah sì! la saggezza!

Si è assetati di lei, e non se ne diviene mai sazi; la si guarda a traverso un velame, e si cerca d’afferrarla con le reti.

Se è bella? E che ne so io! Pure, i più vecchi carpi si lasciano adescare da lei!

Essa è mutabile e caparbia: più volte vidi mordersi il labbro e arruffarsi col pettine i capelli.

Forse è malvagia, e perfida, e donna: ma quando parla male di sé stessa a punto allora più mi seduce.

Quando la Vita ebbe inteso ciò, rise maliziosamente e socchiuse gli occhi. «Di chi parlavi?» — mi disse — «Di me, non è vero? [p. 104 modifica]

Ma, quand’anche tu avessi ragione, son forse cose queste da spiattellarmele così sulla faccia? Ma ora parlami un po’ della tua saggezza.

Ah, ed ora tu riapri gli occhi, o vita adorata! E mi parve di profondare un’altra volta nell’impenetrabile».

Cosi cantò Zarathustra.

Ma quando la danza ebbe fine e le fanciulle si furono partite, egli divenne mesto.

«Il sole è tramontato da gran tempo — disse finalmente — il prato è umido, e dai boschi soffia un’aria fresca.

Aleggia intorno a me qualcosa d’ignoto e di pensoso. E che! Vivi tu ancora, o Zarathustra?

E perché? A che? Di che? Per dove? Dove? Come? Non è follia vivere ancora?

Ah, miei amici, la sera rivolge tali interrogazioni. Perdonate alla mia tristezza!

È scesa la sera! perdonatemi».

Cosi parlò Zarathustra.