Della divisione del lavoro in attribuzioni maschili e femminili

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Maffeo Pantaleoni

1925 D economia/economia politica economia Della divisione del lavoro in attribuzioni maschili e femminili Intestazione 19 settembre 2008 75% economia

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Non v'ha alcuna ragione perché un'opera della Contessa Maria Pasolini venga presentata al pubblico, anziché da essa medesima, da altri. Questa prefazione, quindi, non significa altro se non una adesione completa a quelli che sono gli intenti che la scrittrice ha voluto raggiungere, e ai modi con i quali essa ha pensato di farlo, un consenso cioè nell'opinione che siano un controsenso le istituzioni libere là dove il cittadino non ha una conoscenza almeno elementare della meccanica delle forze sociali, ed un consenso anche nell'opinione che il popolo interessato nelle istituzioni non è composto soltanto dai maschi ma anche dalle donne.

L'opera della Pasolini, cioè un catalogo ragionato e commentato delle opere più atte a formare una coltura sociale e civile organica, ebbe una prima edizione nel 1899 inserita in appendice al fascicolo di maggio 1899 del Giornale degli Economisti. Fino d'allora l'opera si rivolgeva a tutta la gioventù aspirante a una coltura superiore, gioventù che spesso è disorientata. Ora poi in occasione del Congresso nazionale femminile questa opera, messa a giorno, viene ripubblicata, e offerta alle donne d'Italia, che essa vuole rendere più colte e così preparare alla nuova e in parte diversa missione che viene ad aggiungersi a quella che già compivano.

L'opera di Maria Pasolini, mentre avrà buona accoglienza presso molte lettrici, porterà anche frutti maggiori se non incontrerà ostilità misoneista presso i lettori. All'uopo, forse, poche mie parole possono giovare, contribuendo a prevenire un'accoglienza pregiudicata presso coloro i quali fossero portati ad opporsi a tendenze recenti, certo non sempre graziose, e neanche sane, di partecipazione della donna all'una o all'altra delle molte forme della vita pubblica e alla presa di possesso per parte di donne, in masse ognor crescenti, di funzioni pubbliche e private, alle quali nella nostra civiltà per lo più finora erano rimaste estranee.

Questi oppositori facilmente sono tratti ad abbracciare in un unico risentimento l'opera di coloro che vogliono accresciuta la coltura della donna perché da questa maggiore coltura attendono una sua più efficace cooperazione con l'uomo nell'opera di incivilimento e la formazione di una coscienza femminile che si renderà per virtù propria refrattaria a malsane aspirazioni, con l'opera di coloro che spingono la donna all'abbandono della famiglia, che preconizzano l'unione libera e vedono un progresso nel ritorno di un'epoca, descrittaci da Svetonio e Tacito, in cui la donna era mulier multarum nuptiarum, passava in rivista le legioni del marito, oppure i pretoriani, dava udienza agli ambasciatori e giudicava nei tribunali.

Mi sono chiesto, come si sono chiesti tanti altri, quali siano i criteri che possono metterci in grado di rispondere, per ogni singola professione e per ogni singola funzione sociale, alla domanda, se questa spetti all'uomo, o alla donna, o sia giacente in un campo comune ad entrambi. La quistione mi parve particolarmente opportuna di fronte “al movimento che invita la donna a partecipare alla cosa pubblica”, movimento che è, se non la parte sostanzialmente principale, la parte più appariscente di quello che dicesi il movimento femminista, e mi parve che il problema femminista, decomposto in questi tre quesiti, assumesse carattere meglio definito. Immaginandomi di avere dinanzi a me un elenco completo di tutte le professioni e di tutte le funzioni sociali, invitavo me stesso a registrare a fianco di ogni forma di attività pubblica e privata, la ragione per la quale ritenevo doversi escludere da essa le persone appartenenti all'uno o all'altro sesso, ovvero quella per la quale essa potesse attribuirsi promiscuamente a entrambi i sessi, e poi mi sforzavo a raggruppare i “perché” in gruppi, o famiglie di criteri.

Certo non mi nascondevo che, posto in questi termini, il problema della coltura della donna riusciva assai più ristretto di quanto non fosse in realtà. La funzione della donna non è tutta quanta suscettibile ad essere decomposta in un elenco di professioni private e di funzioni pubbliche ad essa accessibili. Resta un residuo e questo residuo è enorme. Ché se anche avessimo architettato il ruolo al quale pensavo, e trovata la risposta a ogni sua finca, e messo, per così dire, gli uomini e le donne al loro posto, l'influenza reciproca dei due sessi, e quindi la loro azione sul movimento dell'intero sistema bisessuale, sarebbe ancora tutt'altro che determinata, poiché non sarebbe abbracciata nel quadro tutta l'azione che la donna esercita indirettamente o mediatamente nel mondo del pensiero e del sentimento.

Tuttavia, a titolo di un primo scandaglio dell'argomento, ho voluto prendere in mano il ruolo di cui ho detto sopra.

Le risposte riuscivano facili e spedite di fronte ad una prima serie di quesiti, parendo, ad es., ovvio, che la professione delle armi spetti agli uomini, come saranno probabilmente pure sempre uomini le ciurme delle navi, i conducenti le ferrovie, i minatori; che spetti alla donna la custodia dei bambini, e che saranno probabilmente in grande prevalenza donne coloro che assisteranno gli ammalati, e coloro che faranno opera di carità.

Ma, a misura che si svolgeva il rotolo delle professioni e delle funzioni sociali, il lavoro mio si faceva più lento, penoso ed incerto: continuavano a fioccare le domande e non udivo più le risposte, o mi sembrava che venissero un “sì” ed un “no” ad un tempo. Alcuni criteri emergevano, ma non bastavano all'impresa: il fascio delle chiavi non mi forniva istrumenti adeguati a ogni serratura. Se ad es., mi pareva ovvio perché dovessero essere soltanto uomini coloro che assumevano servizi di Stato, là dove lo Stato era l'organizzazione dei conquistatori, e quindi la ripartizione di queste funzioni era anche la ripartizione di un bottino, e la organizzazione prendeva coesione dal fine di conservare la situazione acquisita, e da quello di difenderla contro altre organizzazioni consimili e perciò concorrenti, e contro i vinti, e le funzioni erano quelle che discendevano da queste finalità, e perciò potevano essere gratuite, o apparentemente tali, ed erano onorifiche, o retribuite mediante un solo rimborso di spese, o tutt'al più con quanto era adeguato all'esercizio dignitoso della funzione, ma non già da salari di concorrenza, io all'incontro non vedevo più la mia via netta in seno ad uno Stato moderno. Qui abbiamo un amalgama di vincitori e vinti, a base di uguaglianza giuridica di tutti quanti, assimilato ad una impresa cooperativa di produzione e di consumo di certi servizi, che diconsi pubblici solo perché monopolizzati da quella cooperativa, servizi che se comprendono ancora una parte di quelli primitivi, una parte dei medesimi hanno perduto e si sono estesi a centinaia e centinaia di funzioni prima ritenute di spettanza privata, e che vanno dal monopolio delle “affiches” nella via e dal servizio delle pompe funebri a quello della fabbricazione di taluni medicinali e a quello dell'esercizio di imprese di locomozione e di comunicazione di messaggi, servizi e funzioni che sono adempiute da uno stuolo di assai pacifici cittadini, reclutati e pagati come si reclutano e si pagano degli operai o dei professionisti di qualunque genere ed adibiti al lavoro tranquillo, sistematico, ordinato e preordinato, quale è quello della burocrazia.

Non mi era più ovvio perché donne non potessero avere posti di capo sezione o di capo divisione, o perché donne non potessero essere segretari e vicesegretari, in un qualche Ministero delle poste, dei telegrafi e dei telefoni, oppure adempiere le medesime funzioni alle quali bastano uomini, talvolta assai mediocri, in qualche Ministero della istruzione pubblica, o presso una qualche Direzione generale dell'igiene pubblica, o perché dovessero riuscire impiegati intollerabili alla Corte dei Conti, o presso la Direzione del Debito pubblico, o in parte dell'Amministrazione delle ferrovie dello Stato, o in quella del lotto pubblico e via dicendo.

E mentre la bussola, che in principio mi guidava, rifiutava la sua funzione in ragione del mutamento nel numero e nell'indole dei servizi dello Stato, una uguale ragione di disguido si verificava nell'esame delle professioni che diconsi private, sconvolte tutte quante dalle modificazioni della loro tecnica. Non si fila né si tesse più come si filava e si tesseva prima; non si commercia più come si commerciava prima; i requisiti che prima occorrevano sono ora altri nelle professioni che ancora l'antico nome hanno conservato, e sono scomparse professioni che c'erano e ne sono sorte una infinità di nuove.

Ma v'ha di più, molto di più. Da un lato stanno i requisiti delle funzioni pubbliche e private, requisiti che sono in continuo flusso. Da un altro lato stanno le attitudini dell'uomo e della donna: attitudini fisiche non solo, ma anche morali e intellettuali. Ora, sono queste attitudini, anche le due ultime, cristallizzate in forme costanti e invariabili? Havvi in queste attitudini, preso entrambi i sessi, un movimento più o meno notevole, il quale renda mobili le risposte al questionario rappresentato dal ruolo delle professioni e delle funzioni, anche se questo ruolo fosso stazionario?

Quando le donne prendono il sopravvento nella cosa pubblica, gli è per la decadenza degli uomini, che antepongono alla coscienza dei loro doveri verso il Paese, e all'amore del lavoro e della virile lotta per il pane e per l'onore, le seduzioni della lussuria, o gli è invece per la sopraelevazione delle donne di cui ogni emancipazione dalla cerchia dell'epigrafe romana “domi mansit, lanam fecit”, avrebbe necessariamente ed inevitabilmente il carattere della frivolità, della indisciplina e della dissolutezza?

Nelle Lettres à Françoise mariée, Marcel Prévost esprime un'opinione che potrebbe essere conforme al vero non per la sola Francia: “A plusieurs reprises et surtout dans ma dernière lettre, j'ai tâché de définir ce désaccord; revonons–y pour tâcher de l'expliquer. L'explication est fort simple: c'est qu'en France, depuis de longues annèes — depuis environ un siècle — les générations de femmes et les générations d'hommes ne sont pas concordantes. Les moeurs et l'éducation, bien plus que la différence des sexes, ont tellement séparé nos garçons et nos filles que le temps et le lieu n'agissent pas sur eux de la même façon. La même cité de France a beau produire le même jour un garçon et une fille, ce garçon et cette fille ne sont ni des contemporains, ni proprement des concitoyens... Je ne reviendrai pas sur les circonstances et les conséquences de cette évolution à laquelle, ma chère nièce, vous avez participé. J'ai tâché d'en noter quelques–unes dans les lettres que je vous écrivis, durant votre dernière année d'études. Le résultat merveilleux fut celui–ci: tandis que des collèges de garçons, à l'aube du nouveau siècle, sortait une génération de petits utilitaires sans idéal, de petits individualistes sans véritable humanité, de petits savants pratiques sans veritable culture, — les pensions féminines, les mauvaises comme les bonnes (tant avait de force l'impulsion intérieure!), déversaient à leur rencontre une génération de jeunes filles éprises de haute culture, ferventes pour les idées générales, pleines de confiance dans le meilleur devenir social, en sommes, disons–le hautement, trés supérieures aux jeunes gens et, pour prendre votre mot, Françoise, beaucoup plus civilisées”.

Quanto qui viene a dirci il Prévost riguarda quella evoluzione della donna e dell'uomo di cui l'influenza si fa necessariamente sentire maggiormente all'infuori del ruolo delle professioni sul quale lo aveva fermato la mia attenzione, in quel campo, cioè, che è maggiore e più importante di quello compreso nelle aspirazioni del volgare femminismo. Ma quella evoluzione non è neanche estranea e priva di correlazioni con le aspirazioni muliebri a professioni e a funzioni sociali. E l'evoluzione descritta dal Prévost è certo del genere di quella che l'opera della Pasolini prepara, o favorisce là dove già è avviata.

Staccatomi dalla sterilità dell'esame del mio “ruolo”, ho tentato di uscire dal ginepraio per un'altra via. Lasciando da banda la ricerca di criteri per distribuire uomini e donne di qua o di là, ho interrogato la Storia per sapere da essa come li avesse distribuiti nel corso dei secoli e nei più svariati luoghi, e imparare se questa distribuzione fosse stata sempre e ovunque uniforme, o invece movimentata, e quali condizioni avessero presieduto ogni volta alla assegnazione delle funzioni private e sociali. E incidentalmente ebbi allora anche la risposta al quesito, come potesse spiegarsi la attuale e la antica opinione, tanto contraria presso molti uomini e presso moltissime donne a ogni movimento inteso a modificare la situazione presente affinché ne uscisse elevata quella della donna.

Senonché, giunto alla fine dell'esame, era manifesto che fosse troppo lungo per essere qui riferito e quindi convenire limitarsi alle sole conclusioni. Le quali, per quello che riguarda la origine e l'attuale fondamento della avversione che molti sentono per ogni tentativo che conceda nelle leggi, o tolleri nei costumi, che alla donna sia fatta una posizione più influente, avversione che si estende sino alla preparazione dei mezzi che questo risultato avrebbero, quale sovratutto la diffusione di una maggiore e migliore coltura della donna, cioè di una coltura più estesa, più profonda e più positiva, ci indicano due fatti, o complessi di fatti. Questi due fatti hanno impresso alla donna nell'opinione pubblica un marchio generico di inferiorità e hanno imposto l'esigenza che la sua attività si restringa nel più stretto ambito della famiglia e che la sua coltura sia sufficiente anche quando è quasi nulla.

Di questi fatti il primo è il sopraggiungere della civiltà cristiana che spazzò via, per molti secoli, la filosofia, il giure, l'etica e l'estetica greco–latina dell'impero romano. È un fatto comune al sorgere e al primo sviluppo di ogni grande corrente religiosa che la situazione della donna subisca una depressione. Essa apparisce quale un essere impuro. Il cristianesimo, religione orientale, a misura che si diffuse, distrusse la situazione di uguaglianza nelle leggi e nei costumi, e di indipendenza di spirito e d'azione, che la donna aveva raggiunta nell'impero romano. Giudica il Westermarck (Origin and development of the moral ideas, ch. 26) che nei primi tre secoli il cristianesimo abbassasse il carattere della donna e contraesse la sfera della sua attività, e che “nell'epoche successive l'ortodossia cristiana è stata costantemente ostile alla dottrina che era sorta in Roma pagana e che oggi giorno è sorretta da un numero ognora crescente di uomini e di donne illuminate, che il matrimonio debba essere un contratto sulla base di perfetta uguaglianza tra uomo e donna”. E Summer Maine (Ancient law, ch. V) avverte che “i sistemi che meno sono indulgenti verso la donna maritata sono costantemente quelli che hanno seguito esclusivamente la legge canonica”.

Il secondo fatto è il riordinamento teutonico del mondo romano che per due sue caratteristiche deprezzò la donna. In primo luogo l'uguaglianza tra la donna e l'uomo scomparisce in ogni epoca in cui le esigenze belliche prendono il sopravvento e tale fu. quella delle invasioni non solo, ma anche l'epoca successiva ad esse, per molti secoli di seguito, in cui il ferro e il fuoco modificavano gli ordinamenti sociali. Epoca di regresso, non solo nelle scienze e nelle arti e nel giure e negli ordinamenti amministrativi e politici, ma anche nella tecnica economica, agricola, industriale, commerciale. Inoltre la sopravvenienza del mondo teutonico su quello romano ripristinò l'agnazione quale principio regolatore della famiglia e della successione, principio che nel mondo romano, a mezzo del praetor, aveva ceduto il posto a quello della cognazione. La esclusione delle donne e dei loro figli da funzioni governative, avverte il Maine, comunemente attribuita agli usi dei Franchi salici, ha certamente origine agnatica. La tutela perpetua della donna è principio agnatico.

Le leggi più severe per le donne sono le leggi nordiche, le quali mai ebbero infusione romana, come, ad es., le scandinave. “Durante i tempi agitati con i quali incomincia la storia moderna e mentre le leggi degli emigranti germanici e slavonici rimanevano sovrapposte come uno strato separato sopra la giurisprudenza romana dei loro sudditi provinciali, le donne delle razze dominanti si vedono ovunque sottoposte a varie forme di tutela arcaica. Quando andiamo più innanzi e il codice del medioevo si è formato per l'amalgama dei due sistemi, la legge che concerne le donne porta impresso il segno della sua doppia origine”.

Sembrami, dunque, che nella sopravivenza di elementi primitivi del cristianesimo, nella sopravivenza del principio di agnazione, e nella sopravivenza di necessità proprie dell'epoca più bellica della nostra storia, stia la spiegazione della mentalità di coloro che nell'elevamento della coltura della donna, e nei tentativi che da essa vengono fatti per modificare le proprie funzioni, vedono, anziché un movimento di cui solo lo sperimento può dire se il risultato ne sarà benefico o malefico, un indirizzo sicuramente pericoloso e quindi senza esitazione da ostacolarsi.

Se poi ora ci chiediamo quale situazione la donna in varie epoche della storia ha occupato, dobbiamo riconoscere che la distribuzione delle varie forme della nostra attività — la divisione del lavoro, potremmo dire — in attribuzioni maschili e femminili, è andata continuamente, sebbene lentamente, mutando nel corso dei secoli. Il riparto delle funzioni tra i due sessi non solo è diverso presso popoli contemporanei, qualunque sia il momento che scegliamo, ma varia altresì in seno ad una qualsiasi società, sia che vengano a variare la quantità complessiva e la qualità delle funzioni che sono l'oggetto del riparto, sia che non mutino le funzioni che sono da dividersi, ma mutino invece le qualità psichiche, le intellettuali e quelle morali delle donne e degli uomini. Né la direzione storica che questo riparto segue avviene ognora in un solo e medesimo senso, cioè, vediamo la situazione delle donne ora migliorate, ora peggiorate, e poi migliorate da capo, senza che possa affermarsi esservi un movimento diretto a una mèta costante.

Solo un certo nucleo di funzioni, che non è che parte della massa totale delle varie funzioni, è costante attribuzione dell'uno o dell'altro sesso. Intorno a questo nucleo sta un grande campo di cui i limiti subiscono continui spostamenti; il campo medesimo ha grandezza variabile. Perlocché la storia ci impone di riconoscere, che la virtù del sesso, come fattore determinante la divisione del lavoro sociale, sia dal lato fisiologico, sia dal lato psicologico, è tanto insufficiente, che sono ben pochi i limiti che la medesima impone all'attività dell'uno e dell'altro sesso, in modo che lo studio di questi limiti non riesce se non quando con i lumi che la fisiologia e la psicologia forniscono concorrono quelli di cui dispone la sociologia.

In società primitive la divisione del lavoro si risente, maggiormente di quello che non avvenga in società evolute, di determinanti che hanno fondamento fisiologico. L'uomo assume la protezione della famiglia e l'esercizio di quelle professioni che con le guerresche più hanno analogia: egli combatte, caccia, dibosca, alleva bestiame; la donna serve in guerra e in migrazione al trasporto delle suppellettili, e in pace ha funzioni domestiche, le quali si estendono all'esercizio dell'agricoltura, sviluppatasi da quello di raccogliere cibi vegetali, e all'industria tessile, che ha carattere casalingo.

Questa divisione fisiologica è certo fondamentale e ritrovasi sempre e ovunque, ma variamente fusa con altri elementi.

Lo sviluppo di una civiltà cambia nei modi più svariati la gerarchia delle professioni, diminuendo l'importanza di alcune, accrescendo quella di altre e creandone una infinità di nuove: assegnarle ad un sesso o all'altro non era e non è prevedibile a priori.

Col menomarsi di una professione, per la riduzione della sua importanza relativamente alle esigenze della prosperità della collettività, p. es., con la decadenza della funzione guerresca, ovvero per la diminuzione del numero delle persone adibite ad essa, ovvero per un cambiamento sostanziale nelle qualità che dalle medesime sono richieste, e via dicendo, questa professione, nello stesso modo che passa da un ceto ad un altro, o da uomini aventi, p. es., una certa età ad altri che l'hanno maggiore o minore, o dall'essere stata la specialità di una razza ad essere quella di un'altra, così pure passa addirittura da un sesso ad un altro, e presso questo nuovo sesso da una sua classe ad un'altra, a seconda di quello che è il criterio costituente le sue classi. Professioni che erano di adulti, passano ai fanciulli e viceversa; professioni che erano maschili diventano femminili e viceversa. Se questo non avvertiamo, o non siamo preparati ad avvertire, e quindi se abbiamo il preconcetto, che quella che è attualmente, o in un qualunque altro momento che ci piaccia di scegliere, la divisione del lavoro in maschile e femminile, debba necessariamente essere anche la divisione più verosimile in ogni altra epoca, o se pensiamo che una ripartizione per noi abituale è anche, senz'altro, la più razionale, e ciò in ordine ad un qualsiasi criterio biologico, etico, economico, e via dicendo, accadrà che la considerazione dei fatti, quali la Storia realmente fornisce, sarà per noi a ogni istante cagione di inesplicabile sorpresa. Vedremmo, infatti, allora le cose stare come non ci aspetteremmo che potessero stare, ed urtare il nostro senso del razionale, dell'adeguato, del giusto, o dell'utile, e via dicendo. Ci sorprenderebbe, ad es., e certo non cadrebbe nella cerchia dei fatti da noi prevedibili, che havvi paese in cui l'uomo non possa portare acqua e cuocere pane, ma all'incontro gli incomba di lavare i panni sporchi di ambo i sessi e non possa in questo aver aiuto dalla donna. Ci sorprenderebbe dover riconoscere che possa esservi sul nostro globo un piccolo paradiso terrestre femminile in cui spetta alla sola donna il diritto di espellere il marito dal domicilio e quello di ritenersi tutti i beni della comunione; che possa essere obbligo del marito di cucire gli abiti della moglie; che altrove, anche in ciò che riguarda armi e attrezzi da caccia, sia consultata la donna, e via dicendo.

Come i caratteri fisiologici determinano l'esistenza di un nucleo di attività che sarà ognora monopolizzato dagli uomini, e un altro che sarà ognora monopolizzato dagli uomini, e un altro che sarà ognora monopolizzato dalle donne, così i caratteri psicologici determinano anch'essi l'esistenza di altri nuclei di funzioni, o attività, riservati all'uno e all'altro sesso. La Storia ci mostra che la inventività scientifica e tecnica, e la originalità di condotta, sono qualità proprie soltanto della mentalità maschile, fino al segno di essere addirittura ripugnanti a quella della donna. Così pure la mentalità della donna ripugna al ragionamento ipotetico: è portata alla osservazione del reale e all'analisi. Questo spirito osservatore e analitico si manifesta in modo spiccato nell'attitudine a decifrare delle nebulose psicologiche, e apparisce in forma di rapidissime e esatte intuizioni. I progressi scientifici non sono ancora mai stati dovuti alle donne, dacché storia è storia, e anche in arti dalle medesime praticate assai più che dagli uomini, quale ad es., la musica, mai una manifestazione di vera e grande originalità si è avuta. Persino le mode dell'abbigliamento sono d'invenzione maschile e la rapida e rassegnata loro accettazione è appunto dovuta al terrore di ogni donna di non fare come fa ogni altra. Il manometro della inventività tecnica, che è fornito dagli elenchi di brevetti annualmente rilasciati, non attesta in loro favore.

Senonché anche qui va osservato che la schiera degli iniziatori è piccola assai anche tra gli uomini, e che la vita delle masse, sieno esse maschili o femminili, è vita che scorre su via già tracciata nella roccia da pochissimi titani, e che poi è assestata e allargata dal peso delle masse che la percorrono.

E questa vita delle masse richiede intelligenza, ordine, laboriosità, coscienziosità, meticolosità, spirito di sacrifizio e di previdenza, qualità tutte che la storia non ci attesta punto essere meno frequenti e di lega meno buona nella donna che nell'uomo.

Si è spesso insistito su di una notevole inferiorità economica della donna, che, cioè, essa non saprebbe mantenere se stessa. I cambiamenti della tecnica smentiscono quest'affermazione. Questa inferiorità c'è o non c'è, a seconda del variare delle esigenze della tecnica economica e della corrispondenza a queste esigenze dell'uno e dell'altro sesso. La quale corrispondenza, come si è detto, solo in parte è originaria, o naturale, perché fisiologica e psicologica, e in parte è invece artificiale, ovvero quale la vogliamo fare essere, mediante la distribuzione della cultura e la educazione che diamo all'uno e all'altro sesso.

La distribuzione dei sessi nelle varie professioni, o quella delle varie professioni tra i due sessi — che è dire l'istesso — può ritenersi che avvenga ognora in modo tale, che, concesso il tempo necessario occorrente per demolire gli ostacoli che frappongono al libero e rapido sostituirsi dei sessi nelle varie professioni le leggi, i costumi, le credenze religiose, i pregiudizi, i canoni di pseudo–scienze, i misoneismi, gl'interessi costituiti, e quelle mille altre barriere che rispecchiano gli elementi di un riparto precedente, e i residui di riparti ancora anteriori al precedente, la distribuzione, dico, dei sessi tra le varie professioni tende a essere ognora quella che si avrebbe se si volesse conseguire un massimo prodotto netto individuale.

Il che richiede una continua redistribuzione, almeno parziale, a misura che mutano le attitudini che richiedonsi nell'esercizio delle varie funzioni e a misura che mutano le attitudini degl'individui componenti i due sessi.

Vi sono vari problemi nei quali una soluzione pratica si raggiunge prima di una soluzione ragionata e tra questi pongo il problema femminile. Le donne prenderanno determinate posizioni prima che siano finite le discussioni se debbano o no averle. La prova e la riprova risolveranno il problema.

Se ne ragiona per evitare prove che riuscirebbero sterili o dannose, e per fare più presto, e nelle migliori condizioni, quelle prove dalle quali si attende un risultato propizio. Ma sostituire un ragionamento ad uno sperimento è spesso soltanto fare un cattivo ragionamento. Con questo dubbio e con questa riserva direi, che il campo nel quale a me sembra che il ragionamento porti ad escludere anche la prova, è quello forse più caro a un gruppo di femministe, cioè quello politico.

E la ragione fondamentale per non concedere il voto politico, cioè l'elettorato attivo e passivo, alle donne, finché dura l'attuale ordinamento parlamentare, e non sarà mutato il carattere attuale dei problemi politici, e il metodo di dare loro una soluzione, è questa: che i diritti non creano le situazioni, ma, queste quelli.

I diritti politici sono puri e semplici indizii della esistenza di forze. Se gl'indizii corrispondono alle forze quali sono realmente distribuite, gl'indizii reggono; se non corrispondono, gl'indizii non contano nulla.

Ciò che è voluto dalla maggioranza degli elettori, o da coloro che li rappresentano, diventa legge, e la legge si manifesta mediante una azione pratica uniforme, non già perché i voti sono andati in un modo anziché in un altro, ma perché se il responso del voto, cioè degli indizii, non s'ascoltasse, le forze reali, la cui presenza è manifesta da quel voto, si farebbero valere in modo più costoso per tutti e più brutale. Se immaginiamo un Parlamento composto per metà di donne e per metà di uomini e in un voto le donne più alcuni pochi uomini si schierassero tutti da un lato, e tutti gli uomini, meno quei pochi, dall'altro, il voto non corrisponderebbe più allo stato reale delle forze nel Paese e non potrebbe dare luogo a una legge, che fosse sicuramente rispettata. Se, ad es., con quel voto si deliberasse la guerra, la guerra non verrebbe fatta, e se si deliberasse che la guerra non s'abbia da fare, la guerra si farebbe l'istesso.

D'altronde, ripetiamo ancora la riserva già fatta, questa cioè: che verosimilmente le funzioni ora attribuite ad un unico Parlamento diventeranno attribuzioni di più Parlamenti, ossia che avverrà una divisione del lavoro parlamentare e sorgeranno nuovi sistemi politici perché si compiano i varii generi di lavoro politico e amministrativo richiesto da società civili. In tale ipotesi non è certo da escludere che alcuni generi di voto politico possano essere attribuiti anche alle donne.

Ma se può essere dubbio che la donna faccia mai grandi e durevoli conquiste nel campo politico, ve n'è un altro dal quale, all'incontro, non v'ha alcun pericolo che le recriminazioni di certe femministe potranno mai distogliere la donna, e questo è quello della famiglia.

I ragionamenti non sopprimono gl'istinti. E l'istinto della maternità è forse il più forte fra tutti quelli che sono propri dell'umanità. Da un elevamento intellettuale della donna e dalle concomitanti modificazioni morali della medesima, è solo d'aspettarsi che il trattamento che essa riceve nel seno della famiglia si faccia migliore, cioè, che questa sua funzione venga meglio apprezzata e di conseguenza meglio retribuita.

Molte donne non hanno famiglia. Continuando a operare le cause che attualmente le privano di una famiglia, un numero alquanto maggiore dell'attuale non avrà famiglia o potrà, volendo, non averla. Ciò non può che migliorare la situazione di quelle che una famiglia acconsentiranno a formare.

Il loro prezzo d'offerta, in linguaggio economico, sarà cresciuto. E ciò non sarà male.


Note

  1. Prefazione allo scritto della Contessa Maria Pasolini sulla “Formazione di una Coltura Sociale e Civile” presentato al primo Congresso del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane.