Della generazione de' mostri/Proemio

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LEZIONE SOPRA LA GENERAZIONE DE' MOSTRI, E SE SONO INTESI DALLA NATURA, O NO: FATTA PUBBLICAMENTE NELL'ACCADEMIA FIORENTINA LA PRIMA E SECONDA DOMENICA DI LUGLIO, L'ANNO 1548.

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LEZIONE SOPRA LA GENERAZIONE DE' MOSTRI, E SE SONO INTESI DALLA NATURA, O NO: FATTA PUBBLICAMENTE NELL'ACCADEMIA FIORENTINA LA PRIMA E SECONDA DOMENICA DI LUGLIO, L'ANNO 1548.
Della generazione de' mostri Dedica


Tutte le cose di tutto l’universo di qualunque maniera siano, ed in qualunque luogo si trovino, sono, magnifico consolo, nobilissimi accademici, e voi tutti, ascoltatori virtuosissimi, o sostanze, o accidenti. Delle sostanze alcune sono corporali, ed alcune incorporee. Delle corporali alcune sono viventi, alcune mancano di vita. Delle viventi alcune sono sensibili, alcune non sentono. Delle sensibili alcune sono ragionevoli, alcune private di ragione. Delle ragionevoli, alcune sono celesti e divine, ed alcune terrene e mortali. Quelle sì come perfette, necessarie, e sempiterne, non ebbero mai chi le facesse: queste sì come imperfette, contingenti e cadevoli, hanno sempre chi le produce. Ora tutte le cose, così quelle che si producono dall’arte, come quelle che si generano dalla natura, hanno bisogno necessariamente di quattro cose: d’alcuno, che le faccia: della materia, onde si facciano: della forma, che dia loro l’essere: del fine, per lo quale si facciano. E questo è nobilissimo di tutte l’altre, perciocchè niuno si muove mai a fare cosa nessuna, se non sospinto e tirato da alcun fine; e però diceva il Filosofo, che il fine era la cagione delle cagioni, ed è tanto necessaria questa prima, ed ultima cagione finale, che tutti gli effetti che ne mancano, se bene hanno tutte e tre l’altre cagioni, efficiente, materiale e formale, non perciò si possono chiamare veramente naturali, non essendo intesi, ciò è ordinati e voluti dalla natura, ma fortunevoli e casuali, come prodotti temerariamente ed a caso, fuori della volontà ed intendimento del producente. La qual cosa sì in alcune altre generazioni si può agevolmente conoscere, come sono, per atto d’esempio, i tuoni ed i tremuoti ed altre impressioni somiglianti, le quali non hanno fine alcuno manifesto, e sì massimamente nei Mostri, i quali, essendo sozza e rea cosa, non essendo altro che errori e peccati di chi li fa, non potemo pensare, nè dovemo, che siano nè intesi, nè voluti, nè da Dio, il quale non può errare, nè dalla natura, la quale mai non pecca. E dall’altro lato sapendo che senza il sapere di Dio e volere non si fa cosa nessuna, e che la natura non solo genera i Mostri, ma eziandio li nutrisce e conserva, non pare che dobbiamo credere, nè possiamo, che siano prodotti dalla fortuna ed a caso. La qual ragione insieme con molte altre che si diranno di sotto nei luoghi loro, ebbero tanto di vigore, e così ne renderono dubitosa e quistionevole questa disputa, che gli interpreti della natura, così gli antichi, come i moderni, e tanto i Greci e gli Arabi, quanto i Latini, ne sentirono e determinarono diversamente, tanto che fra tutte le quistioni naturali niuna, per avventura, se ne ritrova nè più dubitevole, nè meno risoluta di questa. La quale io, dovendo per ubbidire ai prieghi del magnifico Consolo, e soddisfare agli ordini di questa nostra Accademia, favellare oggi alquanto colle prudentissime e cortesissime Signorie vostre, ho preso a dover dichiarare, non già come meriterebbe la grandezza di così alta impresa e così difficile, ma in quel modo, che potrà la picciolezza del basso ingegno e delle debolissime forze mie; e questo non tanto per continuare la materia, che io trattai prima dell’Arte, e poi della Natura, quanto per compiacere ad alcuni amicissimi miei, checchè avvenire me ne debba. Oltra che desidero sommamente di svegliare chicchessia, la cui dottrina ed eloquenza quella chiarezza le porti e quella perfezione che da me conosco non mai poterle venire.

Ma perchè io so, uditori graziosissimi, che molti parte riprendono, e parte si dolgono, che in questo luogo si trattino per lo più materie filosofiche, e degne più tosto, come essi dicono, d’essere per le scuole disputate tra le persone dotte e nella lingua latina, che dichiarate nell’Accademia fra gli uomini non letterati, nell’idioma toscano, non mi pare di più dovere indugiare a rispondere a cotali doglianze e riprendimenti, avvertendoli prima, che essendo la filosofia cognizione di tutte quante le cose che sono, o umane, o divine che siano, niuna materia si può trovare in luogo nessuno, di cui trattare, non dico non possa, ma non debba il filosofo. E, per dirlo più apertamente, tutto quello, che si pensa e non pur si favella, è filosofia, poiché gli nomini, dovunque siano e di qualunque idioma, sono tutti da natura non pure desiderosi d’udire la verità delle cose, ma capevoli d’intenderla, solo che trovino chi possa loro, o voglia insegnarla; oltra che mai non mi ricorda d’essere in questo luogo venuto, che non ci abbia molti trovato così religiosi, come laici, in tutte le scienze e discipline dottrinarissimi. E se coloro, i quali o non credono essi, o non vorrebbero che altri credesse, che in questa lingua nostra, o non si potesse, o non si dovesse né favellare delle scienze, né scriverle, sapessero o credessero, che altri sapesse come malagevolmente, e con quanta confusione, lunghezza e barbarie sono scritte nella latina, conoscerebbero allora quanto fosse o guasto e corrotto, o dannoso e biasimevole il giudizio loro. Ditemi, vi prego, ditemi, per Dio, uditori giudiziosissimi, chi è quegli di noi, il quale non eleggesse anzi una preziosissima pietra, quantunque picciola, che un vilissimo sasso, quantunque grande? o non volesse più tosto un diamante solo, che mille pezzi di vetro? Non dice Aristotile medesimo, rarissimo mostro anzi singolarissimo della natura, che molto più vale, e via maggiormente si debbe stimare la credenza sola d’una qualche cosa nobile e perfetta, che la certezza di molte ignobili ed imperfette? Niuno effetto è tanto vile nelle cose della natura, il quale non avanzi di grandissima lunga, anzi infinitamente tutte l’opere di tutte l’arti, se già non credessimo, che tra l’infinita perfezione di Dio e l’infinita imperfezione degli uomini cadesse alcuna proporzione, o che tutti i mortali, di tutte le parti, in tutti i secoli bastassero con tutte le forze ed argomenti loro a produrre pure una di quelle cose, che la natura produce ogni giorno, anzi a ciascuna ora infinite. Nè sia per questo chi creda, che io voglia non che lodare, scusare, o la poca prudenza, o il troppo ardire di coloro, per non dir follia, i quali senza avere, o per l’età, o per altra cagione vacato alle lettere, se non se forse un poco alle umane, osano nondimeno di volere entrare in materie difficili e sottilissime; i quali, per mio giudizio, farebbero maggior senno, se quel tempo e fatica, che pongono, o in fare cotali lezioni, o in recitarle, spendessero in apparare prima la cognizione delle lingue, poi la scienza delle cose; conciosia che nessuno possa essere nè varamente eloquente senza dottrina, nè veramente dotto senza eloquenza: perciocchè come i buoni sentimenti vestiti di parole non belle, non movono e non dilettano, così le parole leggiadre senza la bontà de’ sentimenti, arrecano più tosto riso che maraviglia o dilettazione. Ma tempo è oggimai di procedere, prima coll’aiuto di Dio ottimo e grandissimo, poscia col favore dell’umanissime e benignissime cortesie vostre alla materia proposta.

Quello, che noi intendiamo di fare in questa presente Lezione è trattare de’ Mostri, ciò è dichiarare con maggiore agevolezza e migliore ordine che sapremo: che cosa siano, onde nascano e perchè si generano i Mostri. La qual cosa a cagione che più agevolmente si possa comprendere da ciaschednno, dovemo sapere, che (come n’insegna il Filosofo nel principio del secondo libro della Posteriora) tante sono quelle cose, che si possono conoscere e sapere, generalmente favellando, quante sono quelle, delle quali si può dubitare e dimandare. Onde non possendo noi dubitare intorno a qualunque cosa si sia, di più che di quattro cose, ne seguita, che quattro e non più siano le cose, che si possono sapere da noi: e queste sono quelle quattro quistioni, ciò è domande generali che i filosofi Latini chiamano: An est: Quid est: Quale est: Propter quid est. E noi le potremo dire: Se è: Che è: Quale è: Perchè è. E di vero nessuno può dubitare circa checchessia, se non o di tutte queste quattro, o di alcuna d’esse. Perchè la prima dubitazione che può nascere ad alcuno d’alcuna cosa, è di voler sapere se ella sia: poi, che cosa ella sia: poi, quale ella sia: ed ultimamente perchè ella sia. Esempigrazia, può alcuno dubitare, se l’eclissi, o vero oscurazione del Sole sia o non sia, e trovato che è, voler sapere che cosa ella sia: il che saputo, voler cercare d’intendere quale ella sia, e finalmente per quale cagione ella sia. Le quali cose trovate, come non gli resta più che dubitare, così non gli resta più che sapere. E chi non conosce, che, presupposto, che una cosa sia (perchè delle cose che non sono, non è scienza), tutte le dubitazioni, che vi possono nascere sopra, sono o circa la sostanza o circa gli accidenti propi o circa la cagione d’essi? Ora la sostanza si dichiara e diventa nota mediante la quistione, o vero interrogazione: Che è; gli accidenti propii mediante la quistione: Quale è; la cagione d’essi accidenti mediante la quistione: Perchè è. E così è manifesto, che come niuno può dubitare di qualsivoglia subbietto, se non di queste quattro cose sole, così non può saperne nè più, nè meno di queste quattro. E benchè queste quattro, due delle quali sono semplici e due composte, si potrebbero ridurre a due e forse a una sola, noi però, presupponendo come cosa nota che i Mostri siano, e desiderando d’agevolare questa materia, la quale è stata trattata da molti scuramente e con incredibile confusione, la tratteremo in quel modo che giudicheremo più convenevole, non curando delle autorità, ma delle ragioni, sotto tre capi principali:

Che siano, dove si trovino, di quante maniere si facciano e in quanti modi avvengano i Mostri.

Quali siano e onde nascano.

Perchè siano, ciò è se hanno cagione finale o no.