Della moneta (1788)/Capitolo II

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Capitolo II - Inconstanza del valore delle monete

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Capitolo II - Inconstanza del valore delle monete
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CAP. II.

Inconstanza del valore delle Monete.


DAlla sposizione fatta del valore della moneta ne segue, ch’egli è per natura variabile sempre, ed incostante. Conciossiachè ogni qualvolta si muti il rapporto nella quantità o qualità della cosa, che suole cambiarsi con una data moneta, sarà mutato il valore di quella moneta. Così se due moggia di formento, che si cambiavano prima con uno Zecchino, ora si cambiano con due Zecchini, lo Zecchino non vale più due moggia di formento, ma un moggio solo. Questo cambiamento avviene, o perchè un genere qualunque divien più o meno desiderato dagli uomini che non fosse prima, o perchè la di lui quantità cresce o scema in commercio. La moneta è sottoposta a questa vicenda come le altre cose tutte; perchè le varie specie di monete possono essere ora più ora meno desiderate dagli uomini, e trovarsi or l’une, or le altre, ora tutte, in maggiore o minore abbondanza. Solo conviene avvertire, che il rapporto fra la moneta e i generi potendo variare, o per cambiamento accaduto nei generi, o per [p. 10 modifica]cambiamento avvenuto alla moneta, nel primo caso giustamente dicesi cambiato il valore dei generi, nel secondo il valore della moneta. Così se le nuove fabbriche di lana introdotte in un paese fanno sì, che con la medesima moneta si compri una maggior quantità di panno, che prima, quantunque sia veramente cambiato il valore della moneta relativamente al panno, dicesi però, ch’è scemato il valore del panno, e non ch’è cresciuto il valore della moneta. Ma se a cagione d’una maggior copia di monete introdotte in commercio avvenga, che tutti i generi proporzionalmente (prescindendo dalle particolari circostanze d’alcuni) si cambiano adesso con una maggior quantità di moneta, che non cinquant’anni innanzi, si dirà propriamente scemato il valore della moneta. Parimenti nel confronto di varie specie di monete, se un oncia d’oro monetato, che si cambiava prima con 14 oncie d’argento monetato, ora si cambia con 15, ciò può avvenire, perchè è cresciuta la quantità dell’argento circolante o diminuitone il desiderio presso gli uomini, ovvero perchè è scemata la quantità dell’oro o cresciutone presso gli uomini il desiderio. Nel primo caso si dirà scemato il valor dell’argento, nel secondo si dirà cresciuto il valore dell’oro. Si conoscerà dal rapporto con l’universalità [p. 11 modifica]dei generi, qual sia la specie di moneta, che ha sofferto cambiamento, poichè quella specie, che conserverà coi generi il rapporto di prima, si assumerà come costante nel suo valore, e si giudicherà cambiato il valore di quella, che non ha più coi generi il medesimo rapporto di prima. Questa è dunque la sola proprietà, che distingue il valore della moneta dal valore di ciascun genere in particolare; che la moneta essendo adoperata privativamente per cambiarla con qualunque genere, il cambiamento del valore della moneta non si determina, che dal rapporto proporzionale della moneta con l’universalità dei generi; mentre il cambiamento di ciascun genere si determina dal di lui rapporto colla sola moneta. Ma non perciò lascia la moneta d’essere necessariamente variabile ne’ suoi valori, a dispetto di qualunque operazione politica tendente a conservare alla medesima un valore costante. Da ciò si conosce evidentemente, quanto falsa sia e pregiudizievole l’opinione di que’ Giureconsulti, che asseriscono francamente essere tutto in puro arbitrio del Principe il valore della moneta1. Io non [p. 12 modifica]intendo di toccare con temeraria mano i sacri diritti della sovranità, quando dico, che non dipende da essa il vero reale valore delle monete. Non è questa una mancanza di diritto, ma una fisica limitazion di potenza, per cui non può il Principe mutare i necessarj rapporti delle cose, nè più fissare il valore della moneta, che determinare ad arbitrio [p. 13 modifica]la quantità di pioggia, che deve ciascun anno innaffiare le sue campagne. Per dare una maggior luce a questa importantissima massima, conviene analizzare il valore della moneta che suol dirsi numerario, sorgente a mio credere di tutti gli errori, e di tutti i disordini in questa materia.


  1. Aristotele, ed alcuni altri Filosofi antichi furono del medesimo sentimento. Pensano alcuni illustri Scrittori, che in una Nazione priva affatto di commercio esterno possa aver luogo questa Dottrina. Per vedere se ciò sia vero, pigliamo in esempio la moneta di carta, cui tutto il valore è dato dalla volontà del Principe. Fingiamo, ch’egli parli così a’ suoi sudditi. Sapete, che il valore della moneta è in mia mano. Datemi adunque tutte le monete che avete, ed io vi darò altrettanta carta monetata, che per voi sarà tuttuno. Se il ricusate io vi minaccio, che priverò d’ogni valore i metalli monetati, e permetterò solo il corso delle carte da me distribuite. Non sembrerebbe egli strano questo discorso? Non si ridurrebbero i popoli a ritornar all’antico uso di cambiare merci con merci, piuttosto che privarli di tutt’i metalli per aver tanta carta? In fatti non credo io mai, che alcun Principe abbia fatto un simil discorso a’ suoi sudditi, per quanto estesa ed illimitata egli credesse la sua autorità. Ma se in cambio dicesse il Principe così: Io ho bisogno di grosse somme per certe pubbliche spese straordinarie: datemi in prestito i vostri denari, io vi darò biglietti di credito, che soddisferò quando potrò; intanto, perchè non siate pregiudicati dalla dilazione del pagamento io dò a questi biglietti corso di moneta, e voglio che siano da tutti accettati in commercio, come se fossero la moneta medesima che rappresentano. Questo sarebbe un discorso ben inteso, che avrebbe il suo effetto, come lo ha avuto tante volte, dove sono stati stabiliti pubblici banchi, e per mezzo dei biglietti si è considerabilmente accresciuta la circolazione, e per conseguenza l’industria nazionale. Vedesi adunque, che la moneta di carta non ha il valore dal solo arbitrio del Principe, ma in quanto, che sono i biglietti una confessione di debito, e rappresentano la moneta metallica, come le cambiali. Fingiam’ora, che dopo introdotta la moneta di carta, il Principe, cui nulla costa una tale moneta, ne andasse distribuendo sempre più, talchè comprasse nuove merci dai sudditi colla sua carta, certa cosa è che perderanno di pregio i suoi biglietti a misura che si moltiplicheranno, e per quanto restino costanti ai medesimi le denominazioni o rappresentazioni di lire assegnate dal Principe, corrisponderanno però sempre ad una minor quantità di merci, il che vuol dire, che sarà diminuito il loro valore, malgrado che n’abbia il Principe. Fingiamo finalmente, che volendo far uso il Principe del suo arbitrio nella valutazione delle monete, ordinasse, che i biglietti denominati prima cinquanta lire s’abbiano per eguali in valore a quelli ch’erano denominati cento lire. Qual confusione non nascerebbe ne’ popoli da una tal legge? Non è egli chiaro, che vedendosi i biglietti sottoposti alle variazioni capricciose introdotte dall’autorità sovrana, perderebbero ogni credito, ed alcuno più non li vorrebbe ricevere (toltone i creditori, che per la legge non potrebbero farne a meno) ma si cambiarebbero in appresso merci per merci, e resterebbero oziosi e di niun valore i biglietti nelle mani di coloro, che ultimi li possedessero? Vedesi da tutte queste supposizioni, che nemmeno nel caso che sia priva una nazione d’ogni commercio esterno, nè nelle circostanze dei Romani (relativamente a quali voglionsi da taluni giustificare le dottrine degli antichi Giureconsulti) la moneta non dipende giammai dall’arbitrio del Principe quanto al suo valore, ma lo deve aver proprio risultante dalla estimazione che ne fanno i popoli, come ho spiegato di sopra.