Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni/Libro secondo/15. Mario, Guerra italica

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15. Mario, Guerra italica

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[p. 48 modifica]14. Guerra cimbrica [113-101]. — Intanto era sorta una guerra anche maggiore, ed anche piú inevitabile. Que’ gomer, kimri, cimbri o cimmeri, che vedemmo invaditori dell’Eusino alla Gallia e alla Britannia ed a noi fin da tre secoli addietro, convien dire che avesser lasciato allora gran parte di sé nelle sedi primiere; ed è naturale: i kimri o gomer furono una grande schiatta primitiva. Ad ogni modo, questa seconda parte di essi invase ora l’Europa, risalendo il Danubio; sconfisse un primo esercito romano in Stiria [113], proseguí ad occidente, s’aggiunse genti teutoniche, passò in Gallia, vi s’aggiunse probabilmente all’antiche consanguinee, vi sconfisse quattro eserciti romani [109-105], arrivò a’ Pirenei ed alla provincia romana. Allora, vi fu mandato il vincitor di Giugurta, Mario; il quale vinse i teutoni in una gran battaglia sul Rodano all’Acque Sestie, e i cimbri poi in una non minore, che si disputa se sull’Adige o sulla Toccia. La penisola nostra fu salva. I cimbri si dispersero e confusero tra i teutoni e i consanguinei settentrionali.

15. Mario. Guerra italica [101-88]. — Mario ne diventò primo capitano, primo uomo di Roma. Egli era, non di quelle famiglie plebee che, operando ed arricchendo, s’aggiungono piú o meno dapertutto, e tanto piú ne’ paesi meglio costituiti, all’aristocrazia, ma uomo nuovo del tutto. Invidioso de’ grandi, invidiatone, anzi impeditone sovente nel proseguimento di sue vittorie, volle, potentissimo ora, diventar prepotente. S’aggiunse a Saturnino tribuno e a Glaucia pretore. Metello, giá soppiantato da Mario, fu contro a lui il primo capo della parte de’ grandi. Fu esiliato. Ma la parte popolana si divise nella vittoria; e allora, mutata fortuna, Metello tornò, e Mario se ne fu a guerreggiare in Asia. — Ma passati pochi anni comparativamente tranquilli, sorse, istigata dalle parti della cittá, una guerra esterna ad essa, ma pur civile rispetto allo Stato. Le cittá socie dell’Italia venivan domandando esse quell’accomunamento compiuto della [p. 49 modifica]cittadinanza romana, che i capipopolo di Roma avean giá domandato per esse. Risuscitarono l’antico nome d’Italia, e il diedero alla cittá di Corfinio, ove avean fatto centro; e ne restano monete ad irrefragabile monumento, a suggello di quanto dicemmo dell’origine, del nome e della collocazione degli itali primitivi. Se tale nome fosse originato (come dissero i greci, e dietro essi quasi tutti) da un re, da una gente particolare e piccola dell’ultimo corno meridionale della penisola, come sarebbe cosí salito alla media, come fattosi cosí caro a que’ popoli, come preso a titolo o quasi bandiera d’una sollevazione, d’una resurrezione nazionale? Ad ogni modo, questa s’apparecchiò nel 95, scoppiò nel 91, fu capitanata pe’ romani da Mario e Silla principalmente, per gl’italici da Caio Papio. E fece, piú che niuna guerra straniera, pericolare lo Stato di Roma; continuò con successi vari fino all’88; fu terminata da Roma vincitrice col concedere i diritti domandati, prima ai soci rimasti fedeli, poco dappoi agli ostili. Grandi furono certamente l’aristocrazia, i governanti romani in vigoria; ma grandissimi in prudenza governativa, in non ostinarsi mai contro alle concessioni diventate necessarie. È vero, che quest’ultima accrebbe smisuratamente numero e forza alla plebe, la fece di potente prepotente. Ma chi può dire ciò che sarebbe succeduto senza tal concessione? Forse il fine della repubblica un cinquant’anni prima di ciò che avvenne; e il fatto sta, che tutti i governanti d’allora in poi estesero per anco quella concessione, fino ad Augusto, che la compiè concedendo la cittadinanza a tutta la penisola.