Don Zeno: Il sovversivo di Dio/I

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
La bicicletta da corsa e il sacco di burattini

../ ../II IncludiIntestazione 25 settembre 2010 75% Da definire

La bicicletta da corsa e il sacco di burattini
Don Zeno: Il sovversivo di Dio II


Nonostante attraversi la più piatta delle pianure, l’antica strada che da Modena si dirige verso il Brennero e il cuore dell’Europa è più tortuosa di una serpentina di montagna. Nel Medioevo, quando la Valle padana si trasformò in unico acquitrino, i suoi tornanti bordeggiavano le paludi e fiancheggiavano i fossi scavati per prosciugarle: tracciata per attraversare la grande plaga palustre, la sua sinusoide sarebbe rimasta immutata quando il lavoro paziente dell’uomo avrebbe riguadagnato la piana alle coltivazioni e agli allevamenti, dalla fascia meridionale, di livello più alto, campo dopo campo sempre più a settentrione, verso l’alveo del Po, convertendo l’acquitrino in una delle regioni più ricche del continente. Da distesa di acque stagnanti essa divenne, così, scacchiera di campi divisi da filari di olmi che sorreggevano i festoni carichi di grappoli, ai cui piedi si alternavano il frumento e l’erba medica, il primo nutrimento per gli uomini, la seconda per le mucche il cui latte ha alimentato, nei secoli, la più fiorente industria casearia della penisola.

Serpeggiando nella scacchiera dei campi arborati l’antica strada tocca crocevia il cui toponimo non individua che un casale o un’osteria, il Cantone, il Cristo, il Belfiore, attraversa abitati un poco più grandi, venti case e la cantina sociale, come Sorbara o San Prospero, e una vera cittadina, Mirandola.

I fedeli sciamano dopo la messa domenicale sul sagrato di San Giacomo Roncole, dove don Zeno vive la lunga esperienza di cappellano e di apostolo della Bassa

Tra tutti gli agglomerati che lambisce, San Giacomo Roncole si distingue per una singolare peculiarità: in corrispondenza alla più spigolosa delle sue cento curve su un lato della vecchia strada sorge la chiesa, con la canonica e il campanile, su quello opposto un grande palazzo a tre piani, costruzione di inconfondibili fattezze cittadine infissa nel cuore di una campagna che, prima del pullulare delle fabbrichette che sorgeranno nei decenni dell’industrializzazione, si dispiega ininterrotta verso i quattro punti cardinali. Attorno, nella pianura curata come un giardino, le case sono disposte ciascuna al centro del podere cui è destinata: dalla strada non si intravvede che qualche tetto emergente dalla barriera ininterrotta degli olmi.

E’ dalla corriera che collega borghi e casali disseminati lungo il percorso tortuoso che un pomeriggio di giugno del 1931 scende a San Giacomo Roncole un giovane prete di cui la veste nera non nasconde la corporatura atletica, alla quale si intona un franco sorriso accattivante. Scende tra i viaggiatori che a San Giacomo concludono il proprio tragitto, che saluta come fossero, tutti, vecchi amici: gli è bastata mezz’ora di corriera per conquistare, con qualche battuta in dialetto, l’attenzione dei passeggeri e dell’autista, e avvincerli al discorso, metà sermone metà concione, ravvivato dalle invenzioni di una fervida fantasia di giullare, che sa improvvisare in qualunque luogo e in qualsiasi circostanza.

Mescolando ai saluti le ultime celie si mette in fila tra quanti attendono dall’autista, che si è arrampicato sull’ “imperiale”, le proprie masserizie. Allungata ai proprietari qualche damigiana nuova e qualche gabbia che alla mattina è stata caricata piena di polli o conigli, l’uomo gli porge, con riguardo, una bicicletta da corsa. La cura religiosa non è dovuta all’abito del proprietario ma alla marca del velocipede: una Dei di quella leggerezza e di quel prezzo, da quando guida corriere non l’ha mai caricata. È meno attento, invece, nell’allungare il grande sacco che compone, con la bicicletta, il bagaglio del prete: afferrandolo per il legaccio che lo chiude, inavvertitamente lo apre, cosicché mentre lo porge gli si vuota tra le mani. In una cascata multicolore finisce a terra l’intera schiera delle maschere modenesi, Sandroun, la Pulonia, Sgurgheguel, il signor padrone e il ladro, comari e compari, che vestite del camicione di burattini, costituiscono gli inquilini del sacco. Fossero burattini familiari, di terracotta, la caduta si sarebbe risolta in un’ecatombe, ma quelli che porta con sè don Zeno, tale è il nome del prete, sono burattini da professionista, intagliati nel legno da un maestro dell’arte. Giunti indenni al suolo, sul suolo non giacciono più di un’istante, né a farli risorgere è la premura del loro animatore, ma l’entusiasmo rumoroso dei ragazzini che stanno rincorrendosi sul sagrato, i quali, attirati dalla pioggia prodigiosa, si gettano sui personaggi di tante storie familiari improvvisando, mentre la corriera riparte verso Mirandola, un fantastico carosello, metà balletto, metà pantomima.

Al centro del crocchio di viaggiatori che non sanno distaccarsi dallo spettacolo per dirigersi alle proprie case, il prete burattinaio osserva compiaciuto la recita improvvisata: prima ancora di montare il proprio teatrino ha incantato i fanciulli che è venuto a San Giacomo per riunire, con l’attrazione delle sue maschere di legno, e legarli a sé per imprimere nel loro cuore l’amore di Cristo.