Don Zeno: Il sovversivo di Dio/VI

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Il cinema della fraternità

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Seppure tanto impegnativa, sia sul piano economico che su quello pedagogico, la cura dei dieci, venti, trenta discoli che ha raccolto in canonica non costituisce, come don Zeno ribadirà ogni volta che rievocherà gli anni trascorsi a San Giacomo, che elemento collaterale del disegno di apostolato che, insediato tra la gente della Bassa, va precisando dentro di sé, un disegno diretto ad un obiettivo, insieme, semplice e sovrumano: rifondare l’insieme dei rapporti sociali infondendo in essi l’afflato della fraternità predicata da Cristo. Rivolto alla meta che si propone, il primo strumento di cui si serve per inculcare i dettami della fraternità nella popolazione di San Giacomo, quindi in quella delle parrocchie circonvicine, è il cinema.

I fanciulli accolti nella canonica dal cappellano di San Giacomo vengono istruiti come corpo acrobatico. Il giovane prete che li ha abbracciati come figli cerca ansiosamente le forme per attrarre le folle e proporre il messaggio del Vangelo

Nella prima metà degli anni ’30 il cinema è novità tecnologica straordinaria, mezzo di comunicazione di cui si intuiscono appena le potenzialità, che agli spiriti più attenti non mancano di apparire eccezionali. Nella decisione di aprire un cinema in parrocchia, una scelta che suscita l’allarme del clero meno propenso all’innovazione, l’interesse del vescovo che segue con affetto i suoi cimenti, giocano, insieme, due attitudini che si riveleranno costanti del suo carattere: la passione per le novità della tecnica, sempre pronta ad accendersi per una nuova macchina da scrivere, un’automobile più potente o una rotativa più rapida, e la sensibilità per gli umori della folla, la dote che accomuna l’attore e il tribuno, nel corso turbinoso della sua parabola due figure di cui don Zeno rivelerà l’istinto e la passione. Come teatrante sempre in grado di incantare, suonando, recitando, intonando cori, un uditorio di qualsiasi vastità, riposta la fisarmonica sa trasformarsi in oratore appassionato per proporre al suo uditorio, che ne ascolta gli argomenti con lo stesso entusiasmo con cui ne ha applaudito gli accordi, l’urgenza della rivoluzione che vuole accendere nel nome di Gesù.

Se, così, è l’amore per la tecnologia ad indurlo al primo esperimento, con una pellicola muta, sarà la percezione della reazione collettiva a condurlo a congegnare una forma originalissima di spettacolo, la proiezione di metà della pellicola, quindi, come intervallo, un sermone, poi il resto del film: lo spettacolo che gli offrirà il mezzo per rivolgersi a coloro che, non usando santificare in chiesa la festa, non ascoltano le sue prediche dal pulpito. Per assistere alle sue proiezioni, ricorda il dottor Silvio Salvarani, che lo ha conosciuto nell’istituto di don Calabria, dove era seminarista, che poi ne osserva i cimenti come responsabile comunista, la gente viene da lontano: don Zeno ha capito, osserva, la maestria dei cineasti americani, le cui pellicole, osteggiate dal regime, compaiono a fatica nei circuiti ordinari, che i noleggiatori gli offrono, quindi, al prezzo più modesto. Per pochi centesimi nel suo teatro si assiste, così, a spettacoli straordinari, altrove pressoché sconosciuti.

Constatata l’efficacia del mezzo che ha sperimentato, per accogliere la folla che sciama alle sue proiezioni amplia fino ai limiti del possibile la sala ricavata, a San Giacomo, nel vecchio palazzo che ha acquistato, della quale apre un lato così da aggiungere, dalla primavera all’autunno, allo spazio interno lo spazio esterno adiacente, che protegge con un grande telo scorrevole: una soluzione che lo entusiasma perché il suo cinema assomiglia, così, ad un circo, il circo di Dio.

Disciplinando l’accesso della gente moltiplica le proiezioni. Al pomeriggio della domenica film e sermone sono riservati ai bambini: per diffondere l’abitudine della messa, a quelli che escono di chiesa fa apporre un timbro sul polso, la marca la cui esibizione li esenterà dai due soldi del biglietto.

Sospinto dal successo della formula che ha escogitato, sperimenta, d’estate, la proiezione, all’aperto, in altri centri: l’accoglienza lo induce ad aprire, a San Prospero, la seconda sala. Evitando Mirandola, dove esistono sale pubbliche, crea cinque teatri in altrettanti borghi della Bassa, tra i quali la domenica fa la spola, interrompendo lo spettacolo per il sermone che tiene, brandendo l’immancabile sigaretta, in qualsiasi momento arrivi. Fino a quando i cinema sono due o tre riesce a compiere il suo periplo con la bicicletta da corsa, che quando il numero aumenta sostituisce con la motocicletta che cambia comprandone, dopo ogni pignoramento, una più potente. Quando i chilometri da percorrere supereranno, estate e inverno, i settanta, compirà l’itinerario domenicale in automobile, un mezzo di locomozione con il quale, acquistata la prima, una Balilla Torpedo d’occasione, stabilirà un appassionato sodalizio. Sarà la stessa passione per la tecnologia che gli ha suggerito l’idea del cinema, e che gli impedisce di resistere alla seduzione di un nuovo modello di motocicletta o di automobile, ad avvicinarlo alle apparecchiature tipografiche, destinate ad entrare con prepotenza nel novero degli strumenti del suo apostolato nella Bassa. Assicurano l’attività dei teatri, effettuando la vendita dei biglietti, la proiezione e la pulizia del locale, i suoi discoli, che si rivelano gestori capaci e coscienziosi, salvo prodursi, eccezionalmente, in marachelle portentose, che lasciano il pubblico, interdetto, senza luce e senza film: narrando le proprie memorie, don Zeno ne comporrà il più colorito florilegio. Altrettanto appassionante risulta l’antologia delle dispute che l’incasso di una serata affollata accende, ultimo atto dello spettacolo, tra i suoi cento creditori, dal fornaio al negoziante di brande e materassi, dal noleggiatore delle pellicole all’amico che gli ha prestato i soldi per l’ultima automobile, tutti in attesa della fine dello spettacolo, egualmente entusiasti del successo di pubblico, decisi a non lasciarsene sfuggire i frutti.

Arrivato a San Giacomo col teatrino di commediante per i più piccoli, trasformato dalla propria sensibilità per le percezioni collettive in gestore di cinque sale cinematografiche, per tutta la vita don Zeno scruterà gli orizzonti della comunicazione artistica alla ricerca di forme di spettacolo capaci di attirare il pubblico più numeroso, per conquistarlo allo svago collettivo e predisporlo ad ascoltare, interrotto lo spettacolo, il suo sermone sulla fraternità. Oltre ai teatri, coadiuvato da un buon maestro organizza i suoi ragazzi in banda musicale, che sarà capace di veri virtuosismi. Della presenza del maestro approfitta lui stesso per perfezionare la dimestichezza con la fisarmonica: giunge a maneggiarla con tanta abilità che per una schiera di seguaci e di amici il ricordo più caro di don Zeno resterà il lungo concerto in cui, nella bella stagione, si produce, ogni sera, dopo la cena più parca, sul sagrato di San Giacomo, circondato dai suoi ragazzi e da decine di coristi e spettatori estemporanei.

E’ diretta al medesimo obiettivo del cinema e della banda la creazione, tra i suoi discoli, di un corpo di saltimbanchi equestri: affidati ad un maestro dell’arte, per la nuova attività apostolica i suoi ragazzetti rivelano doti inattese. Gli stessi intenti ispirano anche l’apertura, a Carpi, dove ha collocato una delle sue “famigliole”, di una sala di scattinaggio con annessa osteria, che chiuderà, peraltro, quando il giovane gestore cui è stata affidata, Giovanni Negrelli, un ragazzo di robuste capacità organizzative, gli dichiara il proprio imbarazzo a condurre l’esercizio.

Nell’impegno a escogitare forme nuove di ricreazione cristiana sognerà di trasformarsi in cineasta, si cimenterà nella composizione di libretti operistici, immaginerà una forma di ballo la cui coreografia ne faccia autentica danza sacra: sarà il sogno cui dedicherà, suscitando la più vasta adesione popolare, gli ultimi anni della vita.

Dal palcoscenico delle sue sale don Zeno può investire, con la fede in Gesù e la passione civile che lo infiammano, il popolo a ricondurre il quale sulla strada del Vangelo ha votato la vita, quel popolo che ha abbandonato le chiese, ne è convinto e ne ritrae la continua conferma, perché il messaggio che gli è stato rivolto per secoli dagli altari non ne appagava la sete di giustizia. Alla sete di giustizia della gente della Bassa si sono impegnati a dare risposta gli alfieri del Socialismo, che dei rapporti sociali modellati dalla rapacità liberale hanno additato, lucidamente, le incongruenze: quelle incongruenze, hanno dichiarato, potranno dissolversi solo quando ogni fede religiosa sarà sradicata dalla coscienza collettiva, con la fede religiosa la soggezione alla prepotenza di cui la Chiesa ha assicurato agli oppressori la perpetuazione prescrivendo agli oppressi la rassegnazione. Lui proclama, invece, che solo nel nome di Cristo gli oppressi e i derelitti, coloro cui la società nega sicurezza e dignità, potranno alzare la testa, uniti, e cambiare il mondo: è il messaggio di cui la sua passione fa germogliare il seme nel cuore di migliaia di uomini e di donne che lottano quotidianamente sull’incerto confine tra la povertà e la miseria.

Proteso alla ricerca della risposta che ha giurato di dare all’avversario anarchico, nell’affettuosa attenzione con cui uomini e donne della Bassa ascoltano i suoi sermoni scorge la disponibilità del popolo al messaggio che lo può guidare ad un radicale mutamento dei rapporti sociali, il mutamento necessario a costruire, sulle ceneri della società in cui l’uomo è lupo per ogni altro uomo, l’ordine in cui tutti gli uomini siano uniti in una sola fratellanza. Fermo nella propria certezza, fisso alla rivoluzione che si sente chiamato ad accendere, nell’intervallo del film settimanale predica agli uomini, alle donne, ai giovani che lo ascoltano la giustizia di san Giovanni Battista, quella giustizia fuori dalle cui norme è impossibile incontrare Gesù e accoglierne il messaggio di fraternità: «Chi ha due vesti ne dia una a chi non ne ha, chi ha due paia di calzari ne dia uno a chi è senza».

Per preparare, secondo i precetti del Precursore, il popolo a rinascere nella fraternità di Cristo, lo guida a riparare le espressioni dell’ingiustizia che l’intuito educato alla scuola di don Sisto individua nel tessuto della società della Bassa. Prima tra tutte la miseria delle famiglie nelle quali gli adulti siano caduti in malattie gravi o siano mancati, lasciando i figli e i vecchi nella fame, nel freddo, nell’abbandono. E siccome sulla terra generosa della Bassa, tanto prodiga di frumento, di forme di grana e di prosciutti, negli anni della Grande Depressione non si contano, soprattutto tra le schiere dei braccianti, le famiglie che vivono sulle soglie dell’indigenza, che una malattia, o un periodo di disoccupazione più lungo dell’abituale, sospingono, oltre quella soglia, nella più cruda miseria, parlando nei suoi cinema propugna e dirige una pluralità di iniziative per soccorrere i più bisognosi. La sua attenzione più assidua è sempre rivolta ai fanciulli, nella cui sofferenza vede la prova inequivocabile della ferocia dei rapporti tra gli uomini, poi ai vecchi e alle intere famiglie.