Edgar Poe/Parte terza

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Parte terza

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Ma le sregolatezze di Edgar e, sovra tutto, i debiti di giuoco dovevan sembrare intollerabili a un uomo parsimonioso e tranquillo come il buon Allan, Il suo sbalordimento si trasforma, ben presto, in sacra indignazione e questa dà luogo, rapidamente, a un’implacabile collera. E un aspro diverbio tronca, in pari tempo, i rapporti del giovane col padre adottivo e la vita universitaria e le molte speranze. Ormai solo, da ricco ereditiere divenuto improvvisamente povero senza risorse nè appoggi, il diciottenne Edgar si arruola, per vivere, soldato d’artiglieria, a Boston, col nome lievemente modificato di Edgar A. Perry.

Due anni trascorrono. Infine, mercè le pietose insistenze della moglie, il tabaccaio Allan, oggi milionario, concede un benigno perdono e, tanto per dimostrare la propria magnanimità, spalanca all’artigliere volontario le porte della Scuola militare di West-Point. Ma la generosa protettrice muore, il vedovo Allan si affretta a convolare a nuove nozze e a procreare un rampollo legittimo: e, agli occhi di Edgar, l’avvenire si riempie nuovamente di tenebre. Come potrebbe, egli, rassegnarsi a subire più a lungo la rigida disciplina del collegio, che al poeta sognatore nessun’altra via aprirà, se non quella nebbiosa e intollerabile dell’ufficialetto squattrinato? No, qualunque cosa, piuttosto! Piuttosto, la Corte Marziale, che espella dalla Scuola l’allievo reo di ben ventuna assenze all’appello, nel breve spazio di venti giorni, e di rifiuti d’ubbidienza agli ordini superiori. Edgar ha ventidue anni: e, in tasca, un numero assai minore di soldi.

Tenta, egli, di bussare all’uscio di Allan: ma trova i battenti chiusi. E ancora una volta, dopo due anni di miseria atroce, entrerà in quella casa per chiedere il soccorso, che non si nega neanche all’ignoto randagio: ma sarà definitivamente scacciato. Come tremendo è l’odio del pacato borghese, irritato dalle scapataggini altrui e vigilante sovra la propria borsa ben pingue! E come feroce fu la vendetta del virtuoso tabaccaio, offeso dai debiti di un poeta! Morì, di fatti, Allan, e lasciò due milioni alla famiglia: ma, al figlio adottivo, neppure mezzo baiocco.

Passano, nell’ombra, anni di povertà completa. Una modesta pensione di Baltimora ha accolto Edgar, salvandolo dalla fame. È diretta dalla zia Clemm, la paziente "più che madre": ed offre al giovane non solo ospitalità, bensì anche i sorrisi e le fanciullesche carezze e i conforti della cugina Virginia, dolce creatura, nelle cui piccole mani già si trova racchiuso il grande trepido cuor del poeta. Tempo di oscurità e di miseria, ma di serena letizia, durante il quale Edgar, trovata la fanciulla degna del suo amore così spirituale, può acquetare un poco l’anima oppressa dal tormento di sapersi inesorabilmente confinata fra le muraglie di un orgoglio, cui nessuno sfocio è permesso.

Ma ecco, improvvisa, giungere la fortuna. Nitidezza di calligrafia rende piacevole e agevole, ai giudici di un concorso per novelle, la lettura del manoscritto, inviato da Poe. E il premio di cento dollari è decretato all’autore. Non basta. Uno degli esaminatori, John Kennedy (oh, ricordiamolo bene questo nome: è il nome dell’uomo, che spianò la strada a un poeta di genio!), riesce a procurare al vincitore ventisettenne un posto nella redazione di una rassegna di Richmond e uno stipendio, che inebria Edgar di gioia e gli consente di portar via seco la zia Clemm e di sposare Virginia, benchè questa abbia appena quattordici anni.

Ma, anche in piena felicità, una tristezza ammonitrice grava sull’anima di Poe e lo spinge a scrivere a Kennedy: "La mia situazione è, per molti aspetti, gradevole: e tuttavia mi sembra, ahimè!, che nulla possa più, ormai, darmi piacere o una pur minima contentezza. Voglia scusarmi, caro Signore, se troverà molta incoerenza in questa lettera. I miei sentimenti, oggi, sono davvero lamentevoli. Soffro di un accasciamento, come non ne ho mai provato uno uguale. Ho lottato invano contro l’influsso di questa melanconia. Sono infelice, e ne ignoro il motivo. Mi consoli, se può. Ma si affretti a farlo, o sarà troppo tardi..... Mi provi che è necessario ch’io viva.....mi persuada a compiere ciò, che occorre compiere... abbia pietà di me".

I sentimenti di Poe sono presentimenti. Pochi mesi trascorrono. E, improvvisa al pari della fortuna, sopraggiunge la sventura. Edgar, licenziato dalla rassegna, si trova di nuovo sul lastrico.

Qualcuno gli aveva scritto: "Credo fermamente che tu sia sincero in tutte le tue promesse. Ma, Edgar, ho motivo di ritenere che, se tu rimetterai il piede in quelle strade, le risoluzioni s’involeranno e le tue labbra si tufferanno di nuovo nel liquido sino a farti perdere i sensi. Affidati alle tue sole forze, o sei perduto!... Fuggi la bottiglia e i compagni bevitori!". Lettera di onest’uomo che, guidato dal buon senso, comprende e prevede le altrui debolezze, ma ignora l’inutilità dei consigli e degli sforzi per vincere le tenebrose leggi della fatalità. Se Poe fosse stato una creatura normale, l’onest’uomo non avrebbe avuto neppur bisogno di scrivergli. Bastava, di viva voce, in un colloquio amichevole, un accenno all’indecorosità dell’ubriachezza ed alle probabili e irreparabili conseguenze di questa. Ma Poe era una creatura d’eccezione, con una volontà troppo saltuaria ed a scatti e con un assillante continuo imperioso desiderio di buttar via, almeno per un attimo, la cappa di piombo d’un temperamento schivo d’ogni realtà quotidiana. I mediocri, eh sì!, sono sempre propensi a trarre materia di letizia dal mondo esteriore e ad interessarsi dei nonnulla, che costituiscono la vita normale. Chi abbia, invece, un’anima popolata di sogni e una sensibilità dolorante ad ogni rude o brusco contatto, deve necessariamente chiedere a un illusorio nepente l’oblìo di sè stesso e il colpo di bacchetta magica, che spalanchi le porte del regno della gioia.