Elegie romane/I/Elevazione

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I - Villa Medici II
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ELEVAZIONE

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Su, Elegia t’eleva! La notte è propizia ai dolenti.
     2Piangi la donna nostra, canta le lodi sue.

Giova, ne l’alta notte, con lacrime lei richiamare?
     4Tutta nel verso vano l’anima mia si sface.

Ben, forse, lei ne l’intimo petto l’angoscia martira:
     6lei riguardante cieli strani il desio pur tiene.

Lei, forse, tiene il grato ricordo, se vago la luna
     8brivido le suscita ne la solitudine;

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più vivo ardor per me le comprende il pensiero, se a torno
     10languidi favellano gli alberi in colloquii.

Ahi, non indarno un tempo le cose parlavano amore!
     12Ma di gioire urgeva brama più forte noi

ebri di tal dolcezza cui gli astri effondean pe ’l raggiato
     14etere, cui limpida piacqueci di bevere.

Vino immateriale in coppa invisibile, oh mira
     16ebrietà che tutto l’essere penetrando

fece rigati a noi di nuova delizia gli amplessi,
     18rese infiniti i brevi nostri mortali amori!

Forte il mio spirto ardendo occupò il suo cuore profondo
     20come la fiamma alacre abita l’urna cava.

Di quell’amante vita nudrivasi ardendo il mio spirto,
     22come la fiamma a notte beve la pura oliva.

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I pensier suoi pensai: la gioja e il dolor suo nel pieno
     24essere mio raccolsi; vidi per gli occhi suoi.

L’anima, le segrete de l’anima voci, il divino
     26ritmo del suo respiro, l’intimo di sue vene

fremito, e le latenti sue cure, e gli inganni de’ sogni,
     28e l’improvvise angosce, tutto io conobbi in lei.

Io, su lei chino, io tutti conobbi i concenti che solo
     30odonsi nel silenzio dolce del sangue suo.

quando gli innumerevoli palpiti in uno concordi
     32fingono la tremante calma d’estivo mare.

Io gli splendori ascosi de l’anima sua rivelai,
     34come con aurea chiave i penetrali aprendo;

e li diffusi in cerchi più vasti ove tutto m’immersi
     36avidamente, i fianchi cinto di forzra nuova.

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Tale, fra l’ignee chiome che spiega l’Aurora su’l mondo,
     38aquila uscente a volo da la nativa rupe:

invermigliati i fiumi salutan con tuoni il prodigio,
     40ridono le attonite fronti de l’alpe in giro:

unica quella al sommo rossor batte l’ali possenti;
     42tutte le aperte penne splendonle di baleni.