Epistolario di Renato Serra/Alla madre - 22 giugno 1905

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Alla madre - 22 giugno 1905

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Alla madre - 22 giugno 1905
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Roma, 22 giugno 1905.


Mia cara mamma,

tu dici che desideri più di tutto buone notizie de’ tuoi figli. Eccotene per parte mia qualcuna. Ti scrissi l’altro giorno accasciato disfatto dopo la prima marcia, quando mi sembrava assolutamente impossibile di poter mai resistere alla seconda. Ho resistito invece e mi accorgo con piacere che il mio organismo si va adattando rapidamente a questa sorta di fatiche. Fra una settimana spero che non ne risentirò più se non il gran bisogno di sonno e l’appetito. E che starò bene come stanno i miei compagni. Certo se tu mi vedessi al ritorno verso le dieci di mattina impiastrato di una spessa poltiglia di polvere e sudore, per quanto le mie gite in bicicletta ti debbano avere avvezzata a certe viste, ti spaventeresti. Ma un quarto dopo, quando son cambiato tutto da capo a piedi, mi troveresti fresco e abbastanza allegro. Chi si accorge di più di questa vita è la biancheria, specie calze, camicie e cravatte. Per fortuna ne ho abbastanza da cambiarmi a voglia, e se pochi centesimi alla lavandaia mi preservano dal raffreddore e dai reumi che più d’uno s’è buscato, io non li rimpiango troppo. Sono rimasto un po’ dispiacente dell’esame di Nino; non per la cosa in sè, ma per lui. Avere studiato molto e risposto bene senza frutto è una cosa che addolora; specie in una età in cui uno è ancora un poco spinto a considerare la votazione come una specie di riconoscimento e di suggello visibile del proprio ingegno - quando si sa che c’è una mucchia di pettegoli stupidi e maligni che commentano con gran compiacenza queste piccole disgrazie - quando c’è una buona mamma dietro di noi a cui ogni odore di lodi, e siano pure meschine, giunge gratissimo.

Ma Nino deve pensare che questi esami, in cui un professore ha innanzi centinaia di studenti, e in gran parte di facoltà per cui la sua materia è un semplice accessorio, non debbono esser tenuti in nessun conto nè come misura dell’ingegno, nè dello studio. Il professore vota alla meglio, sapendo del resto che un suo qualche errore non avrà nessun effetto serio su lo studente.

Aspetti a dare un po’ di valore ai suoi esami degli ultimi anni quando il prof. l’avrà avuto sotto mano tutto l’anno, e potrà dare veramente un suo giudizio abbastanza fondato su le qualità della mente, che ha visto all’opera, del suo scolaro. Infine, e questo lo dico per te che dicevi di non aspettarti più che un 24, tienti a mente che Nino ha ingegno abbastanza vivo e proprio da non poter essere valutato con un 30 nè con una lode. Credi pure a me che di queste cose ho molta pratica, e una certa finezza di giudizio. Non ha un ingegno abbastanza docile e fluido da fra gran figura agli esami, è - e tiene in questo del papà - troppo mobile per essere molto speculativo - ma è chiaro, acuto, elastico; come nessuno de’ suoi compagni si sogna d’avere, e di una qualità abbastanza fina da poterne sperare - con l’aiuto delle circostanze che sono padrone dell’esito finale - qualunque più fortunato successo. E se avremo abbastanza di fortuna da tirar innanzi qualche anno ancora senza guai, vedrai quanto sia vero quello che ti dico. Fra qualche anno poi in un modo o nell’altro io mi guadagnerò da vivere, e mi ci metterò con tanto impegno da poter bastare non soltanto a me. E’ sempre stato uno dei miei sogni più cari quello di potere scaricare il papà del peso, almeno in buona parte, degli ultimi anni del mantenimento di Nino. Mi sembra che non potrei cominciar meglio a ricambiare un poco, per quanto poco, tutto quello a cui non posso pensase senza una tenerezza infinita: tutte le cure che avete speso per me bambino e adolescente, quali io non potrei augurare a nessuno nè maggiori nè diverse ... E dopo una giovinezza più trista, perchè non dovrebbero tornare, fra qualche anno, dei giorni cari come quelli? Intanto mentre mi pasco di sogni qualche notizia che ti farà piacere - tra tante cose brutte e fastidiose che mi aspettavano a Roma, una ce n’era fortunata, oltre la speranza: l’amicizia di quel Bucci, che dirige una magnifica rivista, di cui ti ho parlato, il quale mi stima e mi vuol molto bene, e mi sollecita continuamente di dargli qualche cosa da stampare su le pagine del suo giornale.