Favole (La Fontaine)/Libro decimoprimo/IX - I Topi e il Gufo

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Libro decimoprimo

IX - I Topi e il Gufo

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Jean de La Fontaine - Favole (1669)
Traduzione dal francese di Emilio De Marchi (XIX secolo)
Libro decimoprimo

IX - I Topi e il Gufo
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Non bisogna creder mai di contar cose sublimi alla gente. Come vuoi che ognuno estimi egualmente tutto ciò che tu dirai?

Una prova assai sincera noi l’abbiamo in questa istoria, che sembrar può inverosimile ed è vera.

Abbattevano un pin, vecchio palazzo, asil oscuro e tristo a quell’uccel che d’Atropo è messaggier sinistro.

E dal suo vecchio tronco rosicchiato dal tempo, insiem a molti altri inquilini, grassi, rotondi uscirono, ma coi piè mozzi, alcuni topolini.

Il maledetto Gufo avea col becco mutilate le bestie e le nutria di gran, di pan, di briciole, in casa con squisita cortesia.

La brutta bestia in altre circostanze avea veduto i topi prigionieri, se appena lo potevano, dalla prigion scappare volentieri.

Onde trovò il rimedio, man man che ne pigliava sulla via, di romperne le gambe e poi con comodo mangiarli e così via.

Non si voleva prendere l’affanno di mangiarli in un giorno, ed anzi il caso, oltr’essere impossibile, poteva alla salute esser di danno.

Dié segno dunque d’una previdenza, che non si dà l’eguale, sto per dire, neppure in mezzo agli uomini. Pei topi fu una mezza provvidenza: ché li serviva a tavola con tanta carità, che a un cartesiano, per cui tutto non è che un meccanismo, dovea parer quel Gufo un poco strano.

Se non era ragion che consigliavalo ad ingrassar quei topi nella stia e a romperne le gambe, non so più la ragion che cosa sia.

Ei pensava così: - Poiché mangiarli non posso in una volta ed essi scappano, pel pranzo di dimani bisogna ben ch’io pensi a conservarli.

Però togliendo ai topolini i piedi, o saggio Gufo, al caso tuo provvedi -. Dite voi se Aristotele ed i sui ragionavano meglio di costui.


Epilogo

Alla riva così d’un’onda pura la Musa nel linguaggio degli dèi tradusse ciò, che gli animali miei innanzi al cielo esprimono colla rozza favella di natura. Interprete di popoli diversi io li feci parlar, come si vedono sulla scena gli attori, entro i miei versi. Non c’è cosa nel mondo e in ogni sfera che non ragioni nella sua maniera. E se vi par che parlino le cose più ch’io non sappia interpretar col canto, almen dato mi sia questo modesto vanto d’aver sgombrata la novella via. All’opra altri potran con abil mano e delle Muse col favor gentile, con nuovi modi, ch’ho tentato invano, aggiungere splendor ed alto stile. Ma ben altri argomenti intanto a voi costringono la mente: che mentre questa mia Musa innocente traversa l’acque in piccioletta barca, Luigi il gran Monarca pon fine all’ardue imprese che già stancaro i più famosi eroi. Se queste canterà Musa più forte, il Tempo e insieme vincerà la Morte.