Giacinta/Parte prima/VII

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VII

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VII.

Il dottor Balbi, chiamato in fretta il giorno dopo, si era subito impensierito del carattere violento della febbre di Giacinta. E cominciò quasi a disperare della guarigione quando, due giorni appresso, il tifo manifestò tutti i suoi tristi caratteri.

— Veda... Veda! — diceva alla signora Marulli col suo solito intercalare. — Il cervello è fortemente commosso; il sistema nervoso in uno stato di esaltazione incredibile... Veda... Dev’esserci stata una causa... intendo... immediata. Qualche forte dispiacere... Veda. [p. 56 modifica]

— Ma, nulla! — rispose la signora Teresa. — Col carattere di quella figliuola!

Marietta, alle parole del dottore, si sentiva trambasciare:

— Uccellaccio di malaugurio!

— Aria, aria; le finestre sempre aperte, e poca gente in camera... Veda, veda... Mi raccomando.

E il salotto era pieno di signore, da mattina a sera, che restavano lì a chiacchierare con la signora Teresa, dopo aver dato una capatina nella camera dell’ammalata.

Venivano anche gli uomini. La conversazione si animava; e l’ammalata diventava un pretesto.

— La Teresa — disse un giorno il cavalier Mochi alla signora Maiocchi — deve essere contenta della malattia di sua figlia, lei che ama tanto le visite.

— Maligno!

La Penci malignava, alla sua volta, con la signora Villa quando il Mochi andò di là, dall’ammalata.

— Che assiduità quel Mochi!

— Un vecchio amico di famiglia!

E sorridevano maliziosamente nel vederlo poco dopo ritornare in salotto col suo andare saltellante, aggiustandosi il goletto e tirando fuori i polsini della camicia, come uno che si fosse levata con nulla una seccatura di dosso.

Marietta era rimasta per più di venti giorni al capezzale della padroncina, giorno e notte.

— Un prodigio d’infermiera! — diceva il dottore fregandosi le mani dalla soddisfazione, ora che la crisi era superata. — Ma, vedano, ci vuole un po’ di tempo prima che l’ammalata possa rimettersi in forze.

— Com’è deliziosa la convalescenza! — ripeteva spesso Giacinta. [p. 57 modifica]

Avrebbe voluto restar sola, a godersela, colla Marietta seduta dirimpetto, che la guardava di tanto in tanto, alzando la testa dal lavoro di cucito che aveva per le mani, per far qualcosa, e le sorrideva senza parlare.

Ma le signore irrompevano nella stanza a due, a tre, affaticando la convalescente col loro cicalìo, massime la Rossi con quella voce strillante di violino scordato.

— L’ha scampata bella! Eh?

— Ti rifai a vista di occhio; brava!

La signora Maiocchi lasciava lì qualche volta la sua Elisa un paio d’ore, intanto ch’ella andava dalla sarta, o dalla modista.

Meno male che Elisa era una sciocchina da aver poco o nulla da dire! Così Giacinta gustava tutta la delizia di quel risveglio primaverile che provava dentro, assaporandolo... Sentivasi come cullata mollemente in un’aria piena di profumi sottili; sentivasi correre, da capo a piedi, un’onda fresca di vita nuova che le destava nel corpo e nello spirito ignorate energie: sentivasi maturata di parecchi anni...

— Gli ho vissuti in un mese! — diceva a Marietta.

E osservandosi le ceree mani scarne e coi diti affusolati e le ugne smorte, stentava a credere che fossero le sue mani di un mese addietro.

— Si rifarà presto, più bella!

Marietta era meravigliata della finezza che la pelle del viso della sua padroncina aveva presa.

— E se vedesse che occhi si è fatti! Paiono due stelle!... E... non l’ha avvertito? anche la voce le si è cambiata.

— Ho fatto la muda — diceva Giacinta con un leggiero sorriso che le rallegrava il volto bianco e dimagrito. — È vero, babbo? [p. 58 modifica]

— Sì.

— Povero babbo!

Il signor Marulli stava lì, a covarla con gli occhi nelle ore libere, tirando fuori spesso l’orologio. Poi scappava per l’ufficio, esattissimo.

Ma il cavalier Mochi non più affacciava all’uscio la punta dei suoi baffi soltanto, nè andava subito via. Entrava in camera tutt’i giorni e vi rimaneva a lungo, spingendo una seggiola accanto alla poltrona dove Giacinta, che aveva lasciato il letto da una settimana, stavasene sdraiata, con le ginocchia avvolte in una coperta di lana, e uno scialletto sulle spalle.

— Sempre meglio?

— Un pochino... Non ho fretta.

— Benone.

Marietta non lo poteva patire per quell’occhialino che gli faceva fare una contrazione alla guancia sinistra e gli dava un’aria beffarda, con quei baffi appuntati, con quel collo incastrato nell’alto goletto.

A Giacinta, però, quel vecchio raffinato, ripicchiato, vestito sempre all’ultima foggia, che aveva viaggiato tanto e parlava così bene, piaceva moltissimo. E appena lo vedeva arrivare, scappato dal Consiglio di amministrazione della Banca agricola dove egli si annoiava, gli stendeva una mano che il Mochi stringeva con un modo tutto suo, una vera carezza.

— Hai dormito bene?

— Benissimo.

— L’appetito?

— Non c’è male.

— E l’animo?

— Tranquillo. Tornano anche le forze. Questa [p. 59 modifica] mattina ho fatto, da me sola, il viaggio dal letto alla poltrona.

Un giorno egli trattenne più del solito, stretta tra le sue mani, la mano di Giacinta.

— Povera manina! Com’è ridotta scarna! Ma la ridurremo ben presto pienotta, una manina di velluto.

E gliel’accarezzava, quasi cercasse di scaldargliela.

Giacinta fece atto di volerla ritirare. Il Mochi glielo impedì:

— Il calore ti fa bene!

— Che calore può avere quella mummia! — pensava Marietta scrollando il capo, mentre si aggirava per la camera ravviando alcuni soggetti con quella sua aria di discrezione che chiamava sulle labbra del Mochi un risolino di compiacenza.

— Marietta, un po’ di ghiaccio — diceva, a intervalli, Giacinta. Ma il Mochi la preveniva, accorrendo al tavolino dov’era il vassoio di cristallo col ghiaccio ridotto in pezzetti e il cucchiaino di argento. Giacinta stendeva la mano.

— Sono qui per nulla, cattiva?

E le presentava delicatamente il cucchiaio col ghiaccio davanti la bocca.

— Eccomi tornata bambina. Bisogna perfino imboccarmi! Grazie.

Allora Mochi riprendeva il discorso interrotto, raccontando le meraviglie di Parigi e di Londra, e le sue avventure a Siviglia, quando poco era mancato che un torero geloso non l’ammazzasse.

Però da qualche giorno si accorgeva che, di tratto in tratto, l’attenzione di Giacinta gli veniva meno. Gli occhi della ragazza si fissavano, senza [p. 60 modifica] sguardo, nello spazio; il volto e tutta la persona prendevano a poco a poco una certa rigidità, e due lagrime scendevano finalmente a rigarle le guance smorte...

— Ma che vuol dire?... Che cosa hai? — domandava, un po’ contrariato.

Allora Giacinta diventava subitamente rossa in viso.

— Scusi... Oh! Non è nulla! — balbettava. — Un po’ di debolezza... Nient’altro.

Marietta accorreva, spaventata, indovinando quali ricordi assalissero la sua padroncina in quel punto:

— Signorina!

La rimproverava, più che con la voce, con gli occhi.

— No — le disse un giorno Mochi. — Non è così che si guarisce, stando tutta la giornata inchiodata lì... Su, su; ecco il braccio. Facciamo due passi per la stanza.

Le aveva già strappata la coperta di sopra i ginocchi e la tirava su per le mani. A quella dolce violenza Giacinta sorrideva, serrandosi meglio dentro lo scialletto, aggravandosi sul braccio di lui.

— Ecco; lo vedi che ti reggi benissimo?... Vuoi riposarti?

— Più in là.

Si era fermata presso la finestra che guardava sul giardino. Tutto quel verde inondato di sole le pareva una festa. Le casette lì in fondo, con le vetrate spalancate e quei vasi da fiori sui davanzali, sorridevano tranquille. E guardava intenerita i due piccioni che facevano delle volatine su pei tetti, da un comignolo all’altro, o si nettavano col becco le piume del collo. [p. 61 modifica]

— Che bellezza! Che pace! Si sentiva rivivere.

E mentre facevano il giro della stanza, Marietta le ruzzolava dietro la poltrona, se la padroncina avesse voluto riposarsi.

— Lo annoio troppo — gli diceva Giacinta.

— Nemmeno per sogno. Solamente non vorrei vederti ricominciare... Dev’esserci qualcosa lì dentro, in quel cuoricino, che tu non vuoi dirmi.

Giacinta rispose di no, col capo.

Così giunse fino a spazientirsi quando lo scalpiccio del cavaliere tardava a farsi udire nel corridoio che conduceva in camera.

Aveva ripreso forze e colorito. Quelle esitazioni, quelle fissazioni erano già svanite. Anzi ora nella voce e nelle maniere di lei c’erano un che di brusco e d’imperioso.

— Il tifo mi ha temprato come l’acciaio — diceva a Marietta, allorchè questa le raccomandava di darsi coraggio, di farsi forza.

Però il vecchiaccio maneggiava quell’acciaio come una pasta; benevolo, paterno, pieno di compassione. Marietta cominciava a diventarne gelosa.

— Perchè ora colui aveva sempre qualche cosa da dire alla padroncina, in segreto?

Non osava domandarne ma si struggeva di saperlo. Entrava in camera senza rumore, come un’ombra, per afferrare una parola, una frase di quelle conversazioni a mezza voce... E un giorno intese Giacinta che commossa diceva:

— A chi rivolgermi?... Al babbo?

Il Mochi scoteva la testa.

— Alla mamma?

— Che! Che! Quella mamma!...

Egli torceva il muso. [p. 62 modifica]

Giacinta, dopo queste conversazioni, aveva cert’occhi così smarriti...

— Che le dice dunque? — si domandava Marietta.

E un giorno non ne potè più:

— Scusi, signorina: questa vecchia mignatta le succhia il sangue... Si guardi in viso!

Giacinta le diè sulla voce:

— Vecchia mignatta?... Sono parole che non mi garbano. Dovresti saperlo.