Gli orrori della Siberia/Capitolo X – La catena vivente

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Capitolo X – La catena vivente

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Capitolo X – La catena vivente


La catena vivente, – si possono ben chiamare così le lunghe carovane di prigionieri, che il governo moscovita manda ogni anno a morire nelle gelide steppe della Siberia, – entrava lentamente nella borgata, sotto la neve che era ricominciata a cadere.

Erano cinquecento uomini, parte kaiorjngie, ossia galeotti condannati per delitti comuni, ladri, assassini od incendiari, e parte posselentsy, o condannati politici, nichilisti o ribelli delle ultime insurrezioni polacche; scortati da quattro sotnie (compagnie) di cosacchi e da alcuni drappelli di poliziotti, gli uni non meno spietati degli altri, pronti a reprimere colle armi o colla frusta dalle palle di piombo, o colla corda, il primo atto di ribellione.

Alla testa, su quattro lunghe file, marciavano i galeotti, indossanti i caftani grigi, calzanti scarpe semi-aperte, il capo raso, colla catena al piede fermata da una specie di grosso braccialetto avvolto in stracci sanguinosi, sostenuta alla cintura da una corda. Erano sfiniti, coi visi gonfi e screpolati pel freddo, i lineamenti sparuti per le fatiche, per le privazioni, per le torture mai terminate, pallidi, ma d’un pallore malaticcio che faceva meglio spiccare sulle loro gote e sulla fronte lo stigmate infame del carnefice russo, un v, un o ed un r, che riuniti vogliono significare vor (ladro), impresso con marchio infuocato sui tessuti del viso.

Quei miserabili, s’avanzavano con un lugubre tintinnìo di catene, sotto una vera grandine di frustate, traballando come ubriachi, senza forza, senza poter reagire o protestare, o ripararsi da quei colpi, poiché oltre la catena al piede, avevano pure le braccia incatenate sul ventre ed erano trattenuti da un’altra catena che li riuniva tutti, formando una vera catena vivente.

Una compagnia di soldati chiudeva quella prima carovana, incaricata di rianimare, a colpi di knut, i ritardatarii, o di raccogliere coloro che vinti dal freddo o dalla fatica stramazzavano come fulminati fra la neve.

Dietro quel drappello di soldati, s’avanzavano, in non migliore stato, non meno sfiniti, non meno pallidi, non meno ischeletriti, i condannati politici.

Erano duecento, raccolti in tutte le province della Russia, incatenati al pari dei galeotti, ma per distintivo portavano, dietro al caftano grigio, un pezzo di panno giallo, quadrato, cucito fra le due spalle. Vi erano giovani e vecchi, appartenenti per lo più alla migliore e più intelligente borghesia russa, all’esercito, alla marina, e che il governo moscovita mandava a marcire in fondo alle miniere della lontana Transbaikalia.

Dietro, dopo un altro drappello di soldati, s’avanzava la retroguardia, formata dalle carrette recanti i bagagli dei forzati, le mogli, le sorelle, i figli di quei disgraziati, che avevano ottenuto il permesso di accompagnarli, e qualche membro della nobiltà russa, che usava del diritto accordatogli dal suo grado di nobile, recandosi al luogo d’esilio sulle carrette.

Quale quadro miserando offriva quell’attruppamento di donne, vittime predestinate della cupidigia dei cosacchi, dei poliziotti, dei carcerieri e dei capi!... Quelle disgraziate, cenciose, sfinite dalla lunga ed interminabile marcia, rattrappite dal freddo, si trascinavano penosamente dietro alla catena vivente in mezzo alla quale udivano tintinnare incessantemente le catene del padre, del fratello o del marito. Vi erano delle madri che portavano in braccio dei figli ancor teneri, che il freddo ed i patimenti non dovevano tardare ad uccidere, o che si trascinavano dietro altri più grandicelli, piangenti, urlanti, altre vittime destinate ai lupi siberiani.

Alcune, più fortunate, avevano potuto trovare posto fra i bagagli degli esiliati e trabalzavano orribilmente sotto gli urti incessanti di quelle carrette quasi primitive, che s’impegnavano fra i solchi di ghiaccio della Wladimirka.

Un ultimo e più numeroso drappello di cosacchi chiudeva la marcia e raccoglieva le disgraziate che cadevano senza essere più capaci di rialzarsi, od i piccini che fra quel trambusto di carri, di cavalli, di donne, di fanciulli, di uomini, smarrivano la loro madre.

Da dove veniva quell’immensa carovana, che aveva già attraversata quasi mezza Siberia? Da quanti giorni, da quante settimane, da quanti mesi, camminava sull’interminabile via?... Quanti dolori, quante sofferenze aveva sofferto, quante lagrime versate e quanto sangue?... E quanti ne erano scomparsi, al di qua della frontiera e giacevano sull’immenso lenzuolo bianco, ridotti allo stato di scheletri dalle torme di famelici lupi?

No, non si possono immaginare le torture, i maltrattamenti che sono costretti a subire i condannati siberiani; fanno un esatto riscontro alle carovane degli schiavi africani, all’infame tratta dei negri che l’Europa intera tanto stigmatizza, la Russia compresa. Quale ironia!... Si compiange la tratta africana e non una parola per quella europea!... Si dirà forse che l’esiliato russo non si vende; ma invece si uccide in fondo alle miniere, ma si sottopone a pari trattamento delle carovane di negri che dalle regioni interne dell’Africa si traducono al mare; si martirizza egualmente, peggio ancora, i martirii degli esiliati sono ben più tremendi, più crudeli, ed uomini degni di fede, recatisi appositamente in Siberia, lo hanno constatato.

Le loro sofferenze non cominciano in Russia, no, ma presso la frontiera; non occorre che al di qua degli Urali, si sappia troppo presto ciò che avviene al di là. È a Tiumen, luogo ove si concentrano galeotti ed esiliati, che hanno principio tutti gli orrori della deportazione.

Si comincia a stiparli nelle prigioni, veri covili e letamai, finché non possono più muoversi, non essendovi mai posto sufficiente per tutti. Nella prigione centrale, costruita per contenere cinquecento detenuti, il corrispondente Giorgio Kennan del Century Magazine, ne contò un giorno perfino millesettecentoquarantuno!... Per dormire, quei disgraziati, erano costretti a coricarsi gli uni sugli altri, formando perfino tre strati!

Nelle celle che potevano contenere venti prigionieri ne vide cento e in una perfino centoventi!... I più forti erano costretti a servire di materasso ai più deboli ed immergersi per metà nel fango nero e puzzolente che copriva il pavimento.

Nella prigione di Tomsk, lo stesso viaggiatore ne contò tremila in un locale destinato per millequattrocento! L’aria era così rarefatta e così carica di miasmi che non era possibile reggere là dentro mezz’ora, senza esservi abituati.

Dopo quel primo concentramento, gli esiliati ed i forzati vengono divisi per carovane, a seconda della loro destinazione quindi imbarcati per essere condotti a Tobolsk.

Non si creda già che il governo russo tenga dei battelli speciali per trasportarli fino nella capitale della Siberia occidentale. Pensa che ce ne vorrebbero troppi e che sarebbe troppo comodo per quei miserabili.

Li ammucchia in grandi prigioni di lamiera galvanizzata, in gabbie gigantesche, veri focolari d’infezione, e li fa rimorchiare dai battelli a vapore. Eguale economia di spazio anche su quelle barges – si chiamano così quelle gabbie. – Quelle che possono contenerne quattrocento a malapena, ne ricevono perfino novecento!... Quali torture, durante quel tragitto, specialmente per coloro che devono venire condotti fino a Tomsk, e quanti ne muoiono!

Il calore soffocante, l’agglomerazione di tanti corpi umani, le esalazioni pestifere degli escrementi umani lasciati là, non tardano a far scoppiare le febbri, il tifo, o peggio ancora, il colera, ed è molto se ne giungono vivi trecento su cinquecento.

Al di là di Tobolsk o di Tomsk non vi sono più né ferrovie, né piroscafi; comincia l’eterna marcia a piedi, attraverso all’immensa Siberia, o sotto il sole bruciante dell’estate e gli acuti morsi dei tafani avidi di sangue, o sotto le nevi furiose ed i feroci morsi del freddo siberiano.

Quanto durerà quella marcia? Non si parla più di mesi, si parla d’anni, comprendete, di anni, poiché le distanze da percorrere sono enormi. Tremila chilometri per quelli che vanno alle miniere di Khara, quattromila seicent’ottanta per quelli che vanno fino a Iakutsk, settemila per quelli che sono destinati a Vernojansk od a Nijne-Kolymsk!...

E quali altri orrori durante quell’interminabile marcia?... Battiture, fame, freddo, scherni, derisioni, sofferenze d’ogni specie, attendono quegli infelici.

I contadini, sobillati dai funzionari e dai soldati, abbandonano i campi e si ammassano sul passaggio di quei miseri per ingiuriarli, per coprirli di fango, per sputar loro addosso, per prenderli a sassate, senza badare alle donne ed ai ragazzi.

Nelle borgate si chiudono le case, si turano le bocche dei pozzi onde non possano spegnere la sete, e si rifiuta, anche pagandolo, un tozzo di pane.

E non si fa risparmio d’impiccagioni e di fucilazioni, esecuzioni che si fanno nelle borgate più popolose, perché i contadini accorrano ad assistere allo spettacolo; a rendere, con scherni e risa, più amari gli ultimi istanti dei condannati.

Le crudeltà che commettono i cosacchi, i poliziotti ed i capi che conducono attraverso alla Siberia quelle catene viventi, sono incredibili. In Russia, si ricorda ancora, con un fremito d’orrore, il nome d’uno di quei conduttori di esiliati e di forzati, il famigerato Murawieff.

Quest’uomo, che uno storiografo russo chiamò «impiegato per delitti speciali» si era circondato di poliziotti così feroci, che riducevano enormemente il numero delle colonne viventi. Si narra anzi, che uno dei suoi poliziotti, certo Dmitrjeff, conduceva con sé un medico onde lo avvertisse a tempo, se un condannato rischiava di morire dopo un certo numero di colpi di knut1.

Un giorno, quello zelante poliziotto, durante la fustigazione di un povero condannato politico, avendo il medico espresso l’opinione che il paziente potesse, per avventura, essere già morto, gli rispose con feroce cinismo:

– È impossibile; non è da molto che lo bastoniamo.

Il martirizzato fu bagnato d’acqua fredda, ma non avendo dato segno di vita e temendo, l’aguzzino, che si fingesse morto, orribile a dirsi, gli cacciò un cavaturaccioli nel dorso!... È inutile a dire che il meschino morì subito.

È bensì vero che i russi bollarono col marchio del disprezzo il crudele Murawieff, poiché quando la contessa Bludoff propose di offrire a quel tiranno una spada d’onore, per sottoscrizione, il principe Saburoff le rispose:

– Io non do un soldo per quell’antropofago!...

Ed un altro principe, interpellato se intendeva concorrere alla sottoscrizione, rispose alla contessa:

– Se si vuole offrire a Murawieff una mannaia da boia in oro, la mia tassa è tutta a sua disposizione.

Ma credete per questo che il governo moscovita facesse a quel feroce aguzzino una sola osservazione? Oibò!... Sopprimeva così bene delle bocche inutili e delle persone pericolose!...

. . . . . . . . . . . .

La catena vivente, giunta sulla piazza della borgata, prima di essere rinchiusa nello stretto carcere, intuonò la canzone della elemosina, il miloserdanaya come viene chiamata.

È una canzone mesta, discorde, lamentosa, cupa, che ha per iscopo di commuovere i buoni contadini siberiani i quali, al contrario di quelli russi, non rimangono sordi alla voce dei nesciastruje (sventurati). I prigionieri non cantavano all’unisono, né pronunciavano insieme le stesse parole; non si curavano, in fondo ai versetti, di fare pausa né di prender fiato; cercavano solamente di sopraffarsi l’un l’altro con variazioni leggermente modulate, ma con aria sempre languida e melanconica che produceva l’effetto d’un miserere.

«Abbiate pietà di noi, – dicevano quelle voci, – o padri nostri, non dimenticate chi viaggia per forza, non dimenticate chi sta in carcere da tanto tempo! Dateci nutrimento, o padri nostri, ed aiutateci!... Nutrite ed aiutate i poveri bisognosi. Movetevi a compassione, o madri nostre. Per amor di Cristo, abbiate pietà dei condannati, dei prigionieri. Dietro le mura di sasso e le inferriate, dietro le sbarre e le serrature di ferro, siamo tenuti in stretto carcere. Siamo separati dai padri nostri, dalle nostre madri, dai nostri figli, dai nostri parenti. Siamo prigionieri, abbiate pietà di noi, padri nostri».

I contadini accorrevano, profondamente commossi da quelle cinquecento voci singhiozzanti, che accompagnavano il lamentevole appello col tintinnio delle catene; i vecchi invalidi, i lavoratori, le povere donne, le vedove, i ragazzi, tutti recavano la loro umile offerta. Un tozzo di pane secco, qualche kopec guadagnato con grandi fatiche, qualche straccio fuori d’uso o qualche lembo di coperta, e tutti, uomini, donne e fanciulli, s’inchinavano dinanzi agli sventurati, che accettavano le loro offerte, senza curarsi di sapere se erano condannati politici, o ladri volgari, o incendiarii, od assassini che avevano sgozzate chissà quante vittime.

Terminata la raccolta, i cosacchi spinsero brutalmente nel cortile della tappa, esiliati, galeotti e donne, ammucchiandoli nelle strette camerate.


Note

  1. Questi orribili particolari sono noti in tutta la Russia.