Grand Tour/VIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Campane a martello per la peschicoltura romagnola

../VII ../IX IncludiIntestazione 14 aprile 2008 50% Saggi

Campane a martello per la peschicoltura romagnola
VII IX

Spazio rurale, L, n. 5, maggio 2005


Grande adunata, a Cesena, di peschicoltori inquieti dopo una campagna che pare preludere al tramonto della frutticoltura regionale. Assenti le organizzazioni sindacali, propongono un documento unitario le associazioni dei produttori. Gli interrogativi che impone la crisi del comprensorio dalla più antica tradizione organizzativa dell’ortofrutta nazionale

Nei secoli antichi, quando ogni villaggio rurale costituiva una piccola collettività insidiata dalla soldataglia di tutti gli eserciti di passaggio, era la campana della chiesa, suonando a martello, a richiamare, ad un segno di pericolo, gli uomini dai campi. Armati di falci e di forche i contadini difendevano la vacca, il maiale e i cinque sacchi di frumento che costituivano l’esigua difesa contro la fame. Le cronache sono ricolme delle notizie di stuoli di contadini che preferivano la morte, difendendo con la forca il cibo della moglie e dei figli, alla spoliazione.

Seppure non siano state le campane a martello ma i telefoni cellulari a raccogliere, giovedì 14 aprile, mille agricoltori nei padiglioni della Fiera di Cesena, il significato del consesso era assai vicino a quello delle adunate al suono dei fatidici rintocchi. Chi aveva convocato l’assemblea ne spiegava la ragione, salutando i partecipanti, proclamando che era necessario difendere il reddito delle proprie famiglie. Il reddito è la casa, il pane, l’educazione dei figli, il risparmio per la vecchiaia: la vita.

Mille partecipanti, tutti frutticoltori, seppure la maggioranza alla coltura della frutta unisca il frumento, le bietole, la vite, qualcuno l’allevamento. Tutti frutticoltori, tutti, più specificamente, peschicultori, siccome in Romagna la regina dei fruttiferi è il pesco, ed è il pesco, tradizionalmente, il caposaldo del reddito dei coltivatori delle campagne che da Faenza raggiungono la costa. Quei coltivatori che l’estate scorsa, dopo le avvisaglie di campagne sempre più difficili, hanno venduto i propri frutti a prezzi che i presenti all’assemblea di Cesena dichiarano corrispondenti alla metà dei costi di produzione, un’entità che, ripetendosi la congiuntura l’anno prossimo, porrebbe una pluralità di aziende di fronte all’imperativo di abbattere i frutteti.

Ma per i frutticoltori romagnoli abbattere il pescheto significa la rovina del patrimonio, il disastro economico. Il coltivatore romagnolo è un professionista della frutta, ha scelto di restare in campagna in anni in cui tutti abbandonavano la terra, ha scelto la frutta perché la pesca costituiva una certezza, la certezza di ricavare, da un’azienda di 15-20 ettari, pesche, vite, qualche ettaro di frumento, un reddito decoroso: quel reddito che non potrebbe ritrarre destinando la stessa superficie a colture di pieno campo, che sotto i cinquanta ettari non consentono ad una famiglia di sopravvivere.

Garantivano il presente e il futuro della peschicoltura i titoli del primo distretto frutticolo nazionale. Nel corso degli anni Settanta, gli anni del difficile adattamento della frutticoltura italiana alla cornice comunitaria, era consuetudine confrontare i problemi dei comprensori in cui si ripetevano drammatiche crisi di mercato con l’ordine che regnava nella peschicoltura romagnola. Animati da solido spirito associativo, i romagnoli, si riconosceva, non avevano fatto cooperative finte, quelle per intascare contributi, costruire un capannone e abbandonarlo tra le ortiche, avevano creato cooperative vere, le loro pesche dominavano i mercati tedeschi, la loro offerta si evolveva secondo gli impulsi dei mercati di esportazione. A chi denunciava la capacità della frutticoltura italiana di produrre, la sua incapacità di vendere, era consueto rispondere che c’era un’eccezione, la peschicoltura romagnola, che produceva quanto era certa di vendere.

Il distretto dei prodigi frutticoli celebra la propria prosperità fino alle soglie del Duemila, poi cominciano, in rapida successione, le campagne negative, fino al tracollo del 2004, suonano le campane a martello, frutticoltori che sanno che dopo un altro anno così dovranno abbattere, e che dopo avere abbattuto dovranno andare a fare i camerieri a Rimini, si riuniscono nella prima assemblea “trasversale”, tutti insieme qualsiasi sia la tessera sindacale, e ascoltano diagnosi e prognosi della crisi che minaccia la loro rovina.

Tra le voci che hanno sviluppato la diagnosi la più penetrante è stata quella dell’assessore regionale, Guido Tampieri, che ha ricordato che la frutticoltura italiana è la prima frutticoltura dell’Unione europea, che difenderla non significa, quindi, difendere una quota, maggiore o minore, del mercato nazionale, significa riconquistare i mercati esteri perduti, senza i quali quanto si produce in Italia non può trovare acquirenti. Che ha ricordato che la frutticoltura nazionale non è mai stata coordinata secondo un organico “piano frutticolo nazionale”, di cui si parla da anni, arrivando, però, al confronto con la globalizzazione dei mercati senza che ne fosse stata definita neppure la bozza. Che ha ricordato, infine, che i consumi alimentari nazionali stanno contraendosi, quelli di frutta con intensità maggiore, che tra tutti i frutti la pesca è quello che il consumatore ha abbandonato prima degli altri.

Proponeva l’espressione della solerzia delle organizzazioni che presiedono alla commercializzazione dell’ortofrutta Paolo Bruni, presidente dell’Apo Conerpo, che a tranquillizzare gli associati illustrava il documento comune delle associazioni dei produttori della regione, decise a costituire un “tavolo” comune che vari una strategia che imponga alle medesime scelte e comportamenti coerenti. Bruni menzionava anche l’opera delle associazioni presso il ministro Alemanno per il varo di un provvedimento che assicuri ai frutticoltori, in caso di crisi di mercato, un indennizzo simile a quello che li assiste in caso di calamità atmosferiche, un provvedimento che Alemanno pare intenzionato a promuovere, seppure nessuno sappia con quali fondi possa essere finanziato.

Numerose e appassionate, all’assemblea “trasversale” di Cesena, le denunce degli errori passati, dell’inerzia delle organizzazioni sindacali, dell’inefficienza degli apparati cooperativi, dell’assenza di controlli qualitativi e sanitari sull’ortofrutta importata, ormai, da tutto il planisfero. Nonostante le denunce dominava il grande raduno un generoso spirito di riscossa. Gente tradizionalmente adusa a lavorare insieme, con lealtà ed onestà, i frutticoltori ravennati e forlivesi credono che operosità ed onestà possano premiare, con il reddito che costituiva la bandiera dell’assemblea, chi le pratichi con tenacia.

Interrompeva la successione delle allocuzioni dei frutticoltori locali quella di un ospite veneto. Produttore di pere e mele sul litorale veneziano, Reno Fracasso proponeva un documento elaborato insieme ad autorevoli operatori del mercato nazionale. Bisogna capitalizzare le organizzazioni dei produttori, proclamava, perché senza capitale nessun organismo economico può assolvere ai propri compiti, bisogna vendere la frutta italiana nel segno della bandiera italiana, punendo con multe milionarie chi importi prodotti sfusi da Asia e America e confezioni quanto ha importato con etichette che lo nascondano sotto una maschera italiana, bisogna conquistare spazi di vendita in cui i frutticoltori possano incontrare direttamente i consumatori, sulle strade e nelle piazze cittadine, bisogna, soprattutto, aggredire, con i nostri prodotti migliori, i mercati esteri, creando punti di vendita dell’ortofrutta con bandiera italiana in tutti i grandi centri urbani dell’Unione europea.

Dopo l’intervento di due parlamentari la grande assemblea si scioglieva, con romagnola cordialità, a mezzanotte. I frutticoltori che si salutavano non celavano di essere combattuti tra il timore e la speranza. Chi aveva assistito al raduno cercando di collocarlo nella grande metamorfosi dell’agricoltura italiana si chiedeva se fosse più fondato confidare o disperare. La campana ha suonato a martello per la frutticoltura romagnola, orgoglio e modello della frutticoltura italiana. Chi si fosse chiesto, all’alba della radicale ridefinizione della politica agricola comune iniziata negli anni Novanta, se esistesse, nel contesto frutticolo, un comprensorio capace di superare la prova, sarebbe stato costretto a dichiarare che quel distretto era quello della pesca romagnola. Invece la pesca romagnola ha conosciuto un rapido declino, cui è seguito il tracollo.

Il tracollo si è verificato al primo impatto con i mercati del mondo aperti dalla nuova politica europea. E’ possibile correggere, dopo che sono state assunte, tra cento contrasti politici, decisioni che coinvolgono, oramai, i governi di tutto il Continente? Imporre controlli doganali che lo spirito liberistico che alita sui mercati mondiali rifiuta?

I paladini della filosofia secondo la quale nella liberalizzazione i settori che producevano frutta, ortaggi e derivati di altissima qualità non avevano nulla da temere, ma avrebbero guadagnato mercati nuovi, la filosofia professata da paladini illustri, tra i quali lo stesso assessore Tampieri, nei pescheti romagnoli ha conosciuto la smentita più crudele. E che sia possibile recuperare i consumi nazionali, come proclama di credere l’assessore, può essere vero, non è certo che lo sia: i mutamenti dei costumi alimentari sono processi dalle radici profonde: arrestarli con uno spot pubblicitario può costituire la più vana delle chimere.

Spazio rurale, L, n. 5, maggio 2005