Guerra de' topi e delle rane/Canto terzo

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Canto terzo

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Omero - Guerra de' topi e delle rane (Antichità)
Traduzione dal greco di Giacomo Leopardi (1821)
Canto terzo
Canto secondo



Eran le squadre avverse a fronte a fronte,
E de le grida bellicose il suono
Per la valle eccheggiava e per lo monte;
Rotava il Padre un lungo immenso tuono,
E con le trombe lor mille zanzare
De la pugna il segnal vennero a dare.



2Strillaforte primier fattosi avanti
Leccaluomo feria d’un colpo d’asta.
Non muor, ma su le zampe tremolanti
Lo sfortunato a reggersi non basta:
Cade, e a Fangoso Sbucatore intanto
Passa il corpo da l’uno a l’altro canto.



3Quei tra la polve si ravvolge, e more;
Ma Bietolaio co l’acerba lancia
Trafigge al buon Montapignatte il core.
Mangiapan Moltivoce ne la pancia
Percosse e a terra lo mandò supino.
Mette uno strido e poi spira il meschino.



4Godipalude allor d’ira s’accende,
Vendicarlo promette e un sasso toglie,
L’avventa, e Sbucator nel collo prende,
Ma per di sotto Leccaluomo il coglie
Improvviso con l’asta, e per la milza
(Spettacol miserando) te l’infilza.



5Vuol fuggir Mangiacavoli lontano
De la baruffa, e sdrucciola ne l’onda;
Poco danno per lui, ma nel pantano
Leccaluomo traea da l’alta sponda,
Che rotto, insanguinato, e sopra l’acque
Spargendo le budella, estinto giacque.



6Paludano ammazzò Scavaformaggio;
Ma vedendo venir Foraprosciutti
Giacincanne perdessi di coraggio,
Lasciò lo scudo e si lancio’ ne i flutti.
Intanto Godilacqua un colpo assesta
Al re Mangiaprosciutti ne la testa.



17Lo coglie con un sasso, e a lui pel naso
Stilla il cervello e il suol di sangue intride.
Leccapiatti in veder l’orrendo caso
Giacinelfango d’una botta uccide.
Ma Rodiporro che di ciò s’avvede
Tira Fiutacucine per un piede.



8Da l’erto lo precipita nel lago,
Seco si getta e gli si stringe al collo;
Finché nol vede morto non è pago:
Se non che Rubamiche vendicollo.
Corse a Fanghin, d’una lanciata il prese
A mezza la ventresca, e lo distese.



9Vaperlofango un po’ di fango coglie,
E a Rubamiche lo saetta in faccia
Di modo ch’il veder quasi gli toglie.
Crepa il sorcio di stizza, urla e minaccia,
E con un gran macigno al buon ranocchio
Spezza la destra gamba ed il ginocchio.



10Gracidante s’accosta allor pian piano,
E al vincitor ne l’epa un colpo tira.
Ei cade, e sotto la nemica mano
Versa gli entragni insanguinati e spira.
Ciò visto Mangiagran, da la paura
Lascia la pugna, e di fuggir procura.



11Ferito e zoppo, a gran dolore e stento,
Saltando si ritragge da la riva,
Dilungasi di cheto, e lento e lento
Per buona sorte a un fossatello arriva.
Ne la zampa fra tanto a Gonfiagote
Rodipan vibra un colpo, e la percote.



12Ma zoppicando il ranocchione accorto
Fugge, e d’un salto piomba nel pantano.
Il topo che l’avea creduto morto,
Stupisce, arrabbia, e gli sta sopra invano,
Ché del piagato re fatto avveduto
Correa Porricolore a dargli aiuto.



13Avventa questi un colpo a Rodipane,
Ma non gli passa manco la rotella.
Così fra’ topi indomiti e le rane
La zuffa tuttavia si rinnovella,
Quando improvviso un fulmine di guerra
Su le triste ranocchie si disserra.



14Giunse a la mischia il prence Rubatocchi,
Giovane d’alto cor, d’alto legnaggio,
Particolar nemico de’ ranocchi,
Degno figliuol d’Insidiapane il saggio,
Il più forte de’ topi ed il più vago,
Che di Marte parea la viva imago.



15Questi sul lido in rilevato loco
Si pone, e a’ topi suoi grida e schiamazza;
Aduna i forti, e giura che fra poco
De le ranocchie estinguerà la razza.
E lo faria da ver: ma il padre Giove
A pietà de le misere si move.



16"Oimè," dice a gli Dei, "che veggio in terra?
Rubatocchi il figliuol d’Insidiapane
Distrugger vuol con ostinata guerra
Tutta quanta la specie de le rane;
E forze avria da farlo ancor che solo;
Ma Palla e Marte spediremo a volo."



17"E che pensiero è il tuo?" Marte rispose:
"Con gente di tal sorta io non mi mesco.
Per me, padre, non fanno queste cose,
E s’anco vo’ provar, non ci riesco;
Né la sorella mia dal ciel discesa
Faria miglior effetto in quest’impresa.



18Tutti piuttosto discendiamo insieme:
Ma certo basteranno i dardi tuoi.
I dardi tuoi che tutto il mondo teme,
Ch’Encelado atterraro e i mostri suoi,
Scaglia de’ topi ne l’ardita schiera,
E a gambe la darà l’armata intera."



19Disse, e Giove acconsente e un dardo afferra;
Avventa prima il tuon ch’assordi e scota
Da’ più robusti cardini la terra;
Indi lo strale orribilmente rota,
Lo scaglia, e fu quel campo in un momento
Pien di confusione e di spavento.



20Ma il topo che non ha legge né freno,
Poco da poi torna da capo, e tosto
Vanno in rotta i nemici e vengon meno.
Ma Giove che salvargli ad ogni costo
Deliberato avea, truppa alleata
A rincorar mandò la vinta armata.



21Venner certi animali orrendi e strani
Di specie sopra ogni altra ossosa e dura;
Gli occhi nel petto avean, fibre per mani,
Il tergo risplendente per natura,
Curve branche, otto piè, doppia la testa,
Obliquo il camminar, d’osso la vesta.



22Granchi, detti son essi, e a la battaglia
Lo scontraffatto stuolo appena è giunto
Che si mette fra’ topi, abbranca, taglia,
Rompe, straccia, calpesta. Ecco in un punto
Sconfitto il vincitor, la rana il caccia,
E quel che la seguia fuga e minaccia.



23Quei code e piè troncavano col morso,
E fecero un macello innanzi sera,
Fiaccando ogni arma ostil con l’aspro dorso,
E già cadeva il Sol, quando la schiera
De’ topi si ritrasse afflitta e muta;
E fu la guerra in un sol dì compiuta.