I briganti del Riff/10. Un po' di storia

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10. Un po' di storia

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9. Il tradimento di Janko 11. La strega dei vènti

10.

UN PO' DI STORIA


Il Marocco, di cui fanno parte i riffani, ha sempre veduto in ogni europeo un nemico, e perciò se non l'ha sempre combattuto a viso aperto non ha trascurato mai di tenerlo lontano e di rendergli l'esistenza così dura da costringerlo, presto o tardi, ad andarsene.

I marocchini nulla vogliono dalle cavallette europee che in qualche ora attraversano il Mediterraneo per calare sulle loro spiagge, intuendo che non è solamente la sete di guadagno che li spinge, bensì per preparare il terreno a nuove conquiste.

Un tempo l'impero sceriffano, conscio della propria forza, quantunque avesse dovuto richiamare i suoi guerrieri che combattevano nella Spagna spingendosi perfino nel cuore della Francia, dove erano stati arrestati da Carlo Martello dopo una terribile battaglia, tollerava gli europei e commerciava con Livorno e Marsiglia.

I sultani allora erano però potenti e rispettati, anzi temuti dal popolo e temuti anche dalle nazioni europee, le quali invano avevano tentata la conquista di quella immensa regione.

Scacciati i mori dalla Spagna, dopo la distruzione del regno di Granata, il Portogallo, allora ben più potente della Spagna, sia per mare che per terra, pel primo si era lanciato nella grande impresa di distruggere i mussulmani che facevano sventolare insolentemente, a due passi dall'Europa, la bandiera verde del Profeta, segnale di barbarie e di intolleranze.

Re Sebastiano, giovane, avido di gloria, scelti ventimila cavalieri sbarcava sulle coste marocchine, sicuro di conquistare, con poche battaglie, l'impero e di far calare tutte le bandiere per surrogarle con quella della Croce.

Il valoroso non ebbe fortuna, quantunque Muley, Sultano del Marocco, suo avversario, fosse quasi moribondo. Ottantamila cavalieri avevano sorpreso, un brutto giorno, il piccolo esercito portoghese e lo massacrarono, non risparmiando nemmeno il Re.

Muley, che si era fatto condurre sul campo di battaglia, morì in mezzo ai suoi cavalieri inneggianti la vittoria. Forse l'emozione di aver vinto un re cristiano aveva affrettata la sua fine.

Da quel tempo il Marocco visse sempre in armi, guardando sospettosamente l'Europa e troncando inesorabilmente con questa tutti i traffici e tutte le relazioni.

Più tardi, un altro re portoghese, Enrico detto il Navigatore, deciso a far aprire i porti marocchini ai traffici europei, assaltava Tangeri e già stava per espugnarla, avendo spinto le sue macchine da guerra sotto le mura, quando sorpreso alle spalle da settantamila mori, si vide costretto a scendere a patti per non fare la fine di re Sebastiano, e far piangere troppo le donne portoghesi.

Prima di Tangeri, con un colpo di mano, si era impadronito di Ceuta, munendola formidabilmente, quindi poteva trattare col Sultano e le condizioni non furono troppo dure. I marocchini volevano semplicemente la restituzione di quella città per non vedere più gli europei sulle loro coste, ed Enrico aveva promesso, dando in ostaggio anche suo fratello don Fernando, e sottoscrivendo una pace... di quattrocento anni!... Tornato a Lisbona, il Re, poco leale, non aveva mantenute le sue promesse, e si era trattenuta Ceuta, lasciando morire in schiavitù il suo disgraziato fratello.

I porti marocchini nuovamente si chiusero e più ferocemente che mai per gli europei. Solo degli audaci contrabbandieri, per la maggior parte spagnoli, italiani e francesi, di quando in quando li forzavano, poiché dopo tutto i marocchini non potevano fare assolutamente a meno delle merci e delle armi fabbricate dai giaurri d'oltre Mediterraneo, guai però se quei valenti marinai venivano sorpresi! O venivano sottoposti a spaventevoli torture, o si mandavano a marcire nei bagni di Sales, colla speranza di un riscatto, oppure a vogare, bene incatenati, sulle galere moresche. Non fu che più tardi, quando salì al trono Moulay Ismail, uomo di più larghe vedute, che gli europei, poterono riprendere i loro commerci. Il Marocco allora aveva raggiunta una potenza militare tale, da persuadere le nazioni europee a non tentare, pel momento, altre imprese.

Moulay, che fu il più grande Sultano che abbia avuto il Marocco, era contemporaneo di Luigi XIV re di Francia, e trattò col Re Sole da pari a pari non solo, ma cercò bensì di imparentarsi con quel potente, chiedendogli in sposa la principessa De Conti.

L'affare era troppo serio da trattare, perché la giovane principessa non voleva farsi turca, e perché il Sultano, come discendente lontano di Maometto, non poteva abbracciare la religione cristiana né rinunciare alla poligamia. Figuratevi che in quell'epoca aveva avuto già cinquecentoventotto figli maschi e trecentoquaranta femmine!

Fu chiamato quel Sultano il Grande ed il Vittorioso, e non a torto, poiché fu l'unico sovrano che seppe dominare le diverse popolazioni del suo vasto impero e ristabilire la pubblica sicurezza in modo che, durante il suo regno, un ebreo ed una ebrea potevano attraversare tutto il Marocco senza essere molestati in nessun modo.

Morto quel grande, le nazioni europee, che avevano veduto chiudersi nuovamente i porti, ripresero le armi.

La Spagna conquistava Melilla, dinanzi al temuto Riff, e le truppe di Carlo II, re d'Inghilterra, si gettavano su Tangeri, conquistandola nel 1665 e fondando subito una banca, chiamata la Corte dei Mercanti, incaricata di regolare il movimento monetario.

Tangeri costava però troppo. Per la polizia e pel mantenimento della guarnigione ed in fortificazioni, il Governo inglese si era veduto sfuggire, in poco tempo, l'ingente somma di quaranta milioni, somma enorme in quell'epoca. I risultati poi erano stati assolutamente nulli, poiché i marocchini non comperavano, aspettando pazientemente che i giaurri, scoraggiati e stanchi di versare milioni, se ne fossero andati.

Si stancarono però i marocchini di quella lunga attesa, e nel 1678 prendevano la prima cinta della fortezza che gl'inglesi avevano costruita.

Da allora non fu altro che un battagliare continuo e feroce d'ambo le parti.

Gl'inglesi si erano provati a lanciare contro i marocchini dei grossi cani di San Malo, con scarso risultato, al punto che una sera, un forte occupato da soldati di marina fu sorpreso, senza che nessuno desse l'allarme, nemmeno i guardiani a quattro gambe. Cercando di salvarsi sulle navi, la guarnigione cadde in una fossa profonda scavata dai mori, e nessun soldato europeo ne uscì vivo. Tutti furono inesorabilmente massacrati dai soldati dello Sceriffo ed a nessuno fu fatta grazia.

Il Parlamento inglese, accortosi finalmente che il Marocco costava terribilmente caro, ordinava l'abbandono di Tangeri dove i forti figli del nord avevano spese molte sterline e lasciate molte ossa senza aver venduto quasi nulla.

Ma ventisette anni dopo, gl'inglesi si rifacevano della batosta occupando la fortissima rocca di Gibilterra, a scapito della Spagna, e le città tornarono a chiudersi inesorabilmente, respingendo il giaurro, delle cui merci non sentivano assolutamente bisogno.

In campo non era rimasta che la Spagna, la quale acquistata dal Portogallo la cittaduzza di Ceuta, teneva fortemente Melilla, altra piccola città situata sul Mediterraneo orientale, a fianco della penisola denominata allora Capo delle tre barche. Non avevano fatto una conquista migliore degl'inglesi, poiché Melilla si trovava sulle coste riffane.

Se gli altri marocchini, per non subire qualche strepitosa sconfitta da parte delle nazioni europee, tolleravano ancora, in certi porti, i trafficanti francesi, spagnoli, italiani ed inglesi, i riffani si dichiararono indipendenti e si diedero al brigantaggio, dichiarando una guerra senza quartiere a tutti i giaurri d'oltre Mediterraneo.

I barbari del Riff non somigliano affatto ai mori. Sono uomini biondi, di carnagione quasi bianca, che non conoscono né sultano, né califfo, e che non hanno altra legge all'infuori di quella del loro fucile. D'istinti sanguinari, dotati d'un coraggio a tutta prova, che nemmeno i cannoni europei hanno mai saputo domare, annidati sulle loro alte montagne, od imboscati sulle rive del Mediterraneo, entro le alte dune, sono stati quelli che hanno sempre dato da fare più di tutti i marocchini dell'ovest.

Le navi predate da quei formidabili guerrieri, quasi sempre col massacro degli equipaggi, non si contano. Lo sanno le rive del mar Chica, stendentesi a pochi chilometri da Melilla, contro le quali, con falsi segnali, durante le notti tempestose, attiravano i disgraziati naviganti senza che gli spagnoli nulla potessero fare per aiutarle, o per massacrare, colle loro cannoniere, quegli arditi predoni, che calavano a stormi dalle montagne a prendere parte al saccheggio.

Quando nel 1827, Hussein Pascià, bey d'Algeri, diede un colpo di ventaglio sul volto del signor Deval, console generale francese, scacciandolo poi dalla sua presenza e scatenando la guerra coi Borboni, travolgendo anche il Marocco, che non voleva lasciare soli i suoi fratelli d'Oriente, i riffani, sui quali molto contava lo Sceriffo, se ne lavarono le mani e non si mossero dalle montagne per difendere la verde bandiera del Profeta.

Veramente avevano avuto fortuna, poiché i tempi erano cambiati: i francesi decisi a tutto, l'esercito marocchino disorganizzato, impossibile ormai qualsiasi resistenza contro le armi europee. Invano Abd-el-Rhaman, allora Sceriffo del Marocco, aveva fatto appello a quegli intrepidi briganti.

Pochi mesi dopo, la Francia prendeva Algeri, ed il 13 agosto 1844, dopo finita la lunghissima ed asprissima guerra con Abd-el-Kader, il sempre sconfitto leone ma mai vinto, schiacciava l'esercito marocchino sul campo di battaglia d'Isly, mentre il principe di Jonville, il 6 dello stesso mese, dopo d'aver bombardata Tangeri, s'impadroniva di Mogador, una delle città più commerciali del Marocco, situata sulle rive dell'Atlantico.

Non crediate però che quelle vittorie avessero dato risultati apprezzabili. Le porte marocchine si mantennero ostinatamente chiuse, pur lasciando agli stranieri il diritto di trafficare ed anche di stabilirsi intorno ad Algeri.

Il Riff però era rimasto più impenetrabile che mai, e molti europei erano caduti, anche dopo le sconfitte subite dalle forze marocchine; i suoi montanari non avevano cessato di far naufragare navi, di trucidare e di rendere schiavi gli equipaggi, deridendosi dei cannoni e delle cannoniere spagnole di Melilla.

Si ritenevano troppo invincibili sulle loro montagne, specialmente intorno ai fianchi del Gurugù, il tetro fantasma degli spagnoli, che avrebbero ben desiderato di conquistare, anche sacrificando migliaia di soldati, pur di distruggere la leggenda d'inaccessibile ai giaurri d'oltre Mediterraneo.

Come però abbiamo detto, i due giovani studenti dell'Università di Salamanca, niente atterriti delle ferocie riffane, pur sapendo di poter perdere gli orecchi, o per lo meno il naso, invece di passare le loro vacanze a suonare ed a danzare nelle principali città della Spagna, si erano imbarcati nel Riff, a bordo della nave contrabbandiera, per provare se le loro chitarre fossero riuscite ad addolcire gli animi sanguinari dei briganti della montagna. Ma questo, come sappiamo, non era il vero motivo che aveva spinto Carminillo ad intraprendere quel viaggio pericoloso.

Se Pedro, fino all'ultimo momento aveva ignorato la storia del totem del primo re gitano sepolto in una caverna nascosta nei fianchi del Gurugù, Carminillo vi era andato non già per dilettare gli orecchi dei briganti colla sua chitarra e con quella del suo fido compagno, bensì per accontentare la leggiadra Zamora, la più bella gitana di Siviglia, della quale si era follemente innamorato e non ignorava di avere in Janko un pericoloso rivale.

I due studenti, Zamora ed il gitano salivano con grande slancio l'imponente muraglia che doveva condurli sull'altipiano, premendo a tutti di sfuggire allo spionaggio del riffano.

Avevano scoperto una specie di cañon, ossia di gola assai stretta, aperta dalle acque che nel Riff cadono sovente in grande abbondanza, fiancheggiata da grossi gruppi di aloè, ma che saliva quasi verticalmente, descrivendo solo, di tratto in tratto, qualche curva ingombra di enormi pietre.

— Avremo da sudare, — disse Carminillo ai compagni — eppure io credo che questa fenditura sia l'unica che spacca l'immensa parete. Forza ai garretti e montiamo all'assalto...

— Del paradiso — interruppe il sempre allegro Pedro.

Ed i quattro giovani, aiutandosi l'un l'altro, poiché il terreno, formato di vecchie ghiaie, franava di quando in quando sotto il loro peso, minacciando di rovesciarli nuovamente sulla banchina, continuavano la salita, ben decisi a raggiungere l'altipiano; non tutti però, poiché Janko sarebbe tornato ben volentieri in Spagna.

Si erano innalzati di quattro o cinquecento metri ed avevano raggiunto un gomito del cañon tutto ingombro di enormi gruppi di fichi d'India dalle spatole gigantesche, quando Janko, che saliva in coda, gettò un breve grido.

I due studenti e Zamora si erano prontamente arrestati, temendo che qualche serpente l'avesse morso, essendovi nel Riff moltissime vipere che secernono un veleno potentissimo, e che per lo più si celano nei crepacci delle pareti rocciose. — Che cosa ti è successo? — chiesero ad una voce, ansiosamente.

— Gettatevi in mezzo ai fichi d'India e subito — rispose lo zingaro. — Il furfante che ci ha rovinato il mahari torna con dei rinforzi. Badate di non farvi scoprire.

— Vi sono dei riffani che percorrono la banchina? — chiese Carminillo.

— Sì, señor.

— Non vedo nulla.

— Sono scomparsi in mezzo alle dune e non tarderanno a ricomparire.

— Molti?

— Trenta o quaranta per lo meno.

— Bell'affare se ci scoprissero! — disse Pedro. — È vero che abbiamo le chitarre e che si potrebbe tentare di ammansarli.

— Vattene al diavolo! — esclamò Carminillo. — Nel Riff non c'è che la polvere che comanda, unita a delle buone palle di piombo.

— Eppure la musica piace anche alle bestie feroci.

— Infatti ho veduto come hai saputo calmare i leoni che ci assediavano nella caverna — disse Carminillo.

— Non osavo, dubitando un po' dell'esito — rispose Pedro.

— Eccoli!... — esclamò in quel momento Janko.

I due studenti si erano gettati in mezzo ai fichi dove si trovava già Zamora, col mauser puntato verso la banchina.

Janko si era pure cacciato dentro ad un altro altissimo gruppo, un po' più sotto del gomito del cañon.

Sulla banchina, illuminati dalla luna che splendeva ancora superbamente, si avanzavano una quarantina di animali fra mahari e cammelli, carichi tutti di casse raccolte certamente intorno all'orca. Al loro fianco camminavano altrettanti uomini, tutti di alta statura, con lunghe cappe oscure ed armati di fucili.

— Una forza imponente — disse Carminillo, il quale li osservava con grande attenzione. — Fortunatamente siamo già ben in alto e se vorranno assalirci non avranno troppo da ridere i signori briganti del mare, poiché questi non si devono chiamare briganti della montagna. Se indugiavamo ancora un paio d'ore sulla banchina, venivamo catturati ed il nostro viaggio era finito anche colle nostre chitarre.

— Tu non lo sai ancora — osservò Pedro, il quale contava quasi più sul suo istrumento che sul fucile per raddolcire quelle canaglie.

— Che tentino di raggiungerci? — chiese Zamora, che si era affondata quasi tutta fra le enormi foglie carnose dei fichi. — Noi abbiamo lasciate delle tracce sulle sabbie, e se quei banditi le seguissero non tarderebbero a darci la caccia.

— Aspetta un po' — rispose Carminillo.

Si era nuovamente alzato e guardava intensamente verso la banchina, scintillante di strani riflessi cristallini, sulla quale si era improvvisamente fermata la carovana dei saccheggiatori dell'orca. Contò i cammelli e poi gli uomini e fece un gesto di rabbia.

— Ve n'è uno che non ha cavalcatura — disse poi.

— E che cosa vorresti dire con ciò? — chiese Pedro.

— Che quell'uomo può essere quello che Janko ha scavalcato, che ci ha sempre seguiti, e che ci ha ammazzato il mahari.

— Se è stato veramente lui!...

— Noi non abbiamo avuto nessuna prova per accusare Janko, — osservò Carminillo, — quindi lasciamo, per ora, tutta la colpa al riffano.

— Ti pare che cerchino le nostre orme?

— Si sono fermati fuori dalle alte dune e mi sembra che osservino attentamente le sabbie.

— Allora verremo presi.

— Adagio amico. Oltre i fucili abbiamo qui dei massi da far rotolare lungo il cañon, che potrebbero valere più delle palle di piombo dei nostri mausers.

— Non vorrei però trovarmi così presto alle prese con loro.

— Oh, nemmeno io, Pedro! Sono persone troppo pericolose che ti mandano all'altro mondo senza nemmeno domandarti la borsa, come tutti i buoni briganti. Stiamo a vedere.

I briganti avevano radunati i loro cammelli ed i loro mahari carichi di casse, nel fondo di una duna che alzava, sui lati, degli alti bastioni di sabbia; poi, dopo d'aver conversato un po' fra di loro, si erano dispersi, dirigendosi verso la gigantesca parete. Pareva che cercassero delle tracce, poiché di tratto in tratto si arrestavano, si curvavano osservando le sabbie, per riprendere poi la loro silenziosa marcia.

Come abbiamo detto erano circa una quarantina, e potevano dare dei grossi fastidi ai fuggiaschi, anche se si erano rifugiati nel canyon.

Le ricerche durarono una mezz'ora, poi i briganti tornarono presso i loro cammelli, accendendo i dbuc. Tenevano probabilmente una nuova conferenza, essendo i marocchini dei grandi chiacchieroni.

— Che cosa fanno dunque, Carminillo? — chiese Pedro. — Salgono o se ne vanno?

— Per ora fumano, godendosi il chiaro di luna — rispose il giovane ingegnere.

— Guardano verso il canyon?

Carrai!... I miei occhi non sono forniti di lenti di telescopi per poter notare quanto mi chiedi, amico. Siamo a quattrocento e più metri sul livello della banchina. Non sono un'aquila, e neppure un avvoltoio.

— Se ci rimettessimo in marcia finché i briganti fumano?

— Potrebbero scorgerci ad aprire su di noi un fuoco indiavolato. Abbiamo da fare con quaranta fucili i quali non saranno tutti di fabbrica marocchina, bensì europea.

— Che siamo destinati ad essere catturati prima ancora di poter vedere da lontano la cima del Gurugù?

— Non essere troppo pessimista, Pedro. Per ora cerchiamo di sfuggire alle ricerche di questi briganti del mare; quando saremo sull'altipiano vedremo di sgattaiolare fra le gambe dei briganti della montagna senza farci prendere. — Hum!...

— Io non dispero... Oh, essi hanno terminato il loro Consiglio di guerra, hanno spento il dbuc, ed ora eccoli che si muovono.

I briganti infatti si erano alzati, mettendosi i fucili sotto le braccia per essere più pronti a sparare, e si erano dispersi in varie direzioni, lasciando cinque di loro a guardia dei cammelli. Evidentemente cercavano le tracce dei fuggiaschi, rimaste impresse sulla sabbia, decisi a scovarli e fors'anche a farli schiavi.

Andavano e venivano attraverso le dune, continuando ad osservare il terreno, poi tornavano a raggrupparsi, per disperdersi poco dopo.

— Che la brezza marina abbia cancellato le nostre orme? — disse Carminillo.

— Mi pare che soffiasse abbastanza forte nel momento in cui noi abbiamo attaccata la grande parete.

— Non era così forte da sollevare e sconvolgere le sabbie — rispose Pedro. — Vedrai che quelle canaglie finiranno per dare anche loro l'attacco al canyon. E perciò sarebbe bene scostarci un migliaio di metri.

— Non so se questo squarcio continuerà fino alla cima, mio caro. Potrebbe darsi che dovessimo ritornare per cercare qualche nuovo passaggio.

— Guarda, señor — disse in quel momento Zamora a Carminillo. — I briganti si sono di nuovo radunati alla base della muraglia e guardano in alto. Devono aver scoperte le nostre orme.

— Ed allora, prima che giungano, accada ciò che si vuole, ripartiamo — soggiunse Pedro.

— Che cosa ne dici, Zamora? — chiese Carminillo.

— Il tuo amico ha ragione — rispose la gitana. — Innalziamoci, señor.

— E se, come ho detto, non trovassimo il passaggio libero?

— Ci imboscheremo e faremo i nostri sforzi. Se sarà dura la salita per noi, non sarà facile pei briganti esposti al nostro fuoco.

Il giovane ingegnere riflettè qualche istante, seguì collo sguardo il canyon che s'apriva sopra le loro teste, poi disse: — Bah!... Possiamo provare.

Con un fischio fece accorrere Janko, e dopo aver notato che i briganti non lasciavano la base dell'imponente parete, si misero nuovamente in marcia, cercando di tenersi nascosti fra le file dei fichi d'India.

Il canyon fortunatamente continuava anche più in alto, però era diventato pessimo, tutto ingombro di ammassi di ghiaie e di sterpi spinosi.

I fuggiaschi avevano guadagnato altri cento metri, quando parecchi colpi di fucile rombarono sulla banchina.

I berberi, certi ormai che i cristianos si trovassero sulla grande parete, nascosti in qualche luogo, si erano messi a sparare all'impazzata, senza alcuna mira. Le palle, lanciate a casaccio, attraversavano l'aloè ed i fichi, miagolando o sibilando, e si schiacciavano contro la durissima parete.

Quella pioggia di proiettili durò cinque buoni minuti, poi i berberi, visto che non avevano ottenuto alcun effetto, formarono una piccola colonna d'assalto e la lanciarono nel canyon.

— Siamo stati scoperti!... — esclamò Pedro. — Fra mezz'ora quelle canaglie ci saranno addosso, se non forziamo la marcia.

— Il terreno frana sotto i nostri piedi — disse Carminillo. — È un vero miracolo se possiamo mettere un piede dinanzi all'altro.

— Allora fermiamoci e diamo battaglia.

— Non ancora.

— Che cosa aspetti?

— Di aver raggiunto l'altro gomito del cañon che scorgo lassù. Vi sono molte rocce, che potremo far rotolare sulla testa degli assalitori. Vi raccomando di non sparare per non segnalare, ai berberi che sono rimasti in riserva sulla banchina, la nostra posizione. È bensì vero che i marocchini sono pessimi tiratori, tuttavia non facciamoci scoprire per ora... Su, amici, se il canyon continua, allo spuntare del sole noi avremo raggiunto l'altipiano e potremo riderci dei briganti del mare.

Il fuoco essendo cessato, i quattro giovani si erano rimessi animosamente in marcia, aiutandosi a vicenda, però procedevano lentamente, poiché il terreno che formava il fondo del torrentaccio era sempre pessimo.

Ogni momento le ghiaie franavano, minacciando non solo di travolgerli, ma anche di seppellirli.

Guadagnarono con infinite fatiche altri centocinquanta o duecento metri, poi si arrestarono, mandando un grido di furore.

Il cañon finiva bruscamente dinanzi a loro, mostrando invece, alla sua estremità, una parete diritta, alta una cinquantina di metri, corrosa dalle acque.

— Una piccola cascata!... — esclamò Carminillo.

— Questo salto d'acqua ha interrotto il cañon. Lo ritroveremo certamente più in alto, ma come potremo superare questo ostacolo coi berberi che ci spiano e che non faranno certo economia di munizioni, ora che hanno saccheggiata l'orca?

— Non salirebbe nemmeno una scimmia, quantunque vi siano qua e là delle fenditure ed anche delle piante di aloè che potrebbero servire a qualche cosa — disse Pedro.

Señor; stiamo per essere presi? — chiese Zamora, con un certo tremito nella voce.

Si era voltata verso Carminillo e lo fissava intensamente, con estrema ansietà.

— Non credo — rispose il giovane ingegnere. — Abbiamo le corde del mahari e noi tenteremo la scalata della muraglia.

— Ed i berberi non spareranno su di noi?

— Può darsi.

— Se ti uccidessero, señor?

— Pensa a te, Zamora. Io sono un uomo.

— Non vorrei vederti morto.

— E nemmeno io te — rispose lo studente, commosso.

Salì su di una roccia, a rischio di prendersi qualche colpo di fucile, e guardò sotto di sé.

I berberi rimasti sulla banchina erano sempre raggruppati, tenendo le armi da fuoco puntate in alto; gli altri, che formavano la colonna d'attacco, montavano lentamente il cañon, provocando anche loro, grosse frane di ghiaia che rendevano la loro marcia non solo faticosa, ma anche pericolosissima.

La fronte del giovane ingegnere si era oscurata.

— Non dobbiamo lasciarli avvicinare — disse. — Scateneremo il fuoco dei briganti che si trovano sulla banchina, questa è cosa certa, ma giacché siamo impegnati andiamo a fondo per difendere la nostra libertà.

Tornò verso i suoi compagni, i quali lo aspettavano ansiosamente, e soggiunse: — Nessun colpo di fucile, per ora. Proviamo ad arrestare gli assalitori coi massi. Qui ve ne sono in abbondanza e scenderanno il cañon con velocità spaventevole. Deponete le armi, cercate di non farvi scorgere e fate rotolare più pietre che potrete... Su Pedro, su Zamora, su Janko, io non credo che la partita sia ancora perduta.

La piccola colonna d'assalto, malgrado le gravi difficoltà che incontrava nella salita, non cessava di innalzarsi e senza sparare un colpo di fucile. Voleva giungere inosservata addosso ai fuggiaschi e catturarli di sorpresa, però i continui franamenti delle ghiaie la tradivano.

I berberi della banchina rimanevano sempre in osservazione, pronti a scatenare un uragano di fuoco contro la muraglia.

Carminillo ed i suoi compagni, tenendosi sempre nascosti dietro le rocce, smossero alcuni grossi massi, li fecero scivolare verso il cañon, poi li lanciarono.

I berberi che vegliavano sulla banchina, accortisi che lassù qualche cosa doveva succedere, fecero una scarica che ebbe il solito insuccesso, poiché i fuggiaschi non si erano ancora lasciati scorgere.

Intanto i massi, sette od otto, e tutti di gran mole, incanalati nel cañon, scendevano a corsa sfrenata, traendosi dietro una vera valanga di ghiaia. Superarono i due o tre gomiti, massacrando le piante che erano cresciute in buon numero, poi rovinarono, con un frastuono orrendo, addosso ai briganti, i quali si trovavano nell'impossibilità di fuggire.

Gli studenti udirono delle grida acute, ma nulla poterono scorgere, poiché una grossa nuvola di polvere seguiva massi e ghiaia nella loro pazza corsa, tutto avvolgendo.

Poterono però vedere i berberi della banchina slanciarsi precipitosamente verso la bocca del cañon, agitando disperatamente le braccia.

— Che abbiamo massacrata la colonna d'assalto? — chiese Pedro guardando Carminillo, il quale non appariva affatto commosso. — Era una vera valanga che scendeva su quelle canaglie!

— Io credo che sia rimasta tutta sepolta — rispose il giovane ingegnere.

— È stato un bel colpo — disse Janko. — Guardatevi ora dal farvi prendere, perché i compagni rimasti sulla banchina, sono ancora in buon numero e non vi risparmierebbero le più atroci torture.

— Cercheremo, di sloggiare prima che possano giungere fino a noi... — rispose Carminillo. — E poi, come hai veduto, siamo in grado di difenderci senza sparare un colpo di fucile.

— Non fidatevi señor: io conosco i riffani.

— Ed io pure.

— E allora sarà meglio cercare un altro passaggio prima che sorga il sole.

— E dove? La parete del salto d'acqua è tagliata così a picco che nemmeno una scimmia potrebbe scalarla.

— Cerchiamo — disse Zamora. — Forse potremo trovare qualche sentiero o delle altre fenditure che ci permettano di raggiungere la cima dell'altipiano.

— La gitana ha ragione! — esclamò Pedro. — Noi non abbiamo esplorati ancora i due margini del cañon. Non perdiamo tempo, amico. La luna e gli astri cominciano ad impallidire, e fra qualche ora il sole illuminerà tutta la grande parete.

— Restate qui a guardia del passo — disse il giovane ingegnere a Zamora ed a Janko. — Non fate fuoco, poiché io credo che i briganti, pel momento, non abbiano tempo di occuparsi di noi.

Infatti gli assalitori avevano ben altro da fare che pensare a riprendere la caccia dei fuggiaschi. Tutti quelli che erano sfuggiti alla frana, lavoravano febbrilmente a liberare i loro compagni sepolti sotto le ghiaie. Anche i cinque uomini lasciati a guardia dei cammelli erano accorsi. Grida altissime e lamenti si alzavano dal fondo del cañon, segno evidente che i feriti erano molti.

— Approfittiamo — disse Carminillo a Pedro.

Raccomandarono un'ultima volta ai due gitani di non far uso delle armi da fuoco, e risalirono la gola fino al salto d'acqua, che in quel momento però era perfettamente asciutto.

— La salita, da questa parte, è impossibile — disse Carminillo. — La parete è inattaccabile.

— Eppure dobbiamo uscire da questa gola al più presto — osservò Pedro.

— Forse che i briganti hanno ripresa la marcia?

— Non si vedono ancora... Guarda verso il mare.

Il giovane studente obbedì e fece subito un gesto di terrore. La luna tramontava in mezzo ad un nuvolone nerissimo, gravido di pioggia, il quale annunciava qualche nuova bufera, che doveva avere la sua ripercussione anche sull'altipiano.

— Che siamo proprio votati alla morte senza poter prima scorgere, sia pure da lontano, il Gurugù?

— Che cosa ne dici tu di quella nuvolaglia che s'alza sul mare? — chiese Pedro.

— Che avremo un uragano, — rispose Carminillo — e che pioverà molto anche sulle montagne, ed allora il salto d'acqua non sarà più asciutto.

— E nemmeno il cañon.

— Correremo il pericolo di venire travolti fino sulla banchina, proprio fra le braccia dei briganti.

— Ed allora tentiamo di superare il salto.

— Come ti ho detto non è possibile.

— Cerchiamo un altro passaggio.

— Non ne vedo, mio povero amico.

— Saremo costretti a ridiscendere verso la banchina e dare ai berberi una furiosa battaglia con tutte le probabilità di cadere in mezzo alle dune, bene imbottiti di piombo marocchino?

Carminillo non rispose. Continuava ad osservare la gigantesca parete, un po' stupito che non potesse offrire altri passaggi, essendo quei luoghi frequentati dai contrabbandieri.

— Eppure, — disse, dopo un lungo silenzio — questo salto d'acqua non deve essere inaccessibile, quantunque lo sembri... Pedro, vieni con me.

Non udendo più, verso la banchina, né urla, né spari, i due studenti, un po' rassicurati, continuarono ad esplorare la fine del cañon, ingombra di enormi macigni e di ghiaie.

Avevano già percorsi duecento metri, seguendo sempre la parete del salto d'acqua, quando la luna improvvisamente scomparve dentro la gigantesca nuvola, piombandoli in una oscurità completa. Quasi nel medesimo tempo però alcuni lampi abbaglianti guizzarono sul mare, seguiti da rumori strani, e il vento ululava, sollevando grosse ondate.

— L'uragano — disse Carminillo, un po' impressionato. — Non ci mancava che questo!

Ad un tratto un grido di gioia gli sfuggì dalle labbra.

— Lo sospettavo!... Nessun ostacolo poteva arrestare i contrabbandieri ed i briganti della montagna.

— Che cos'hai scoperto? — chiese Pedro.

— Una scala di fibre di sparto che scende dalla cima del salto d'acqua — rispose Carminillo. — Non siamo del tutto disgraziati.

— Possibile che abbiamo tanta fortuna? — disse Pedro.

— Almeno questa volta sì. Aspetta un lampo e la vedrai anche tu.

La tempesta si addensava rapidamente sul mare, con estrema violenza. Enormi masse di vapore si avanzavano accavallandosi e spezzandosi sotto i poderosi colpi delle raffiche.

Verso oriente, dove il mare si confondeva col cielo, si udivano giungere strani e spaventosi fragori. Le onde, sollevate dal vento, avevano già dato l'assalto alla banchina, balzando e rimbalzando, e portandosi via gli ultimi avanzi della piccola nave contrabbandiera. Le sabbie, per non essere da meno delle acque, si alzavano, formando delle vere colonne che roteavano vertiginosamente.

Carminillo e Pedro, fermi sotto il salto d'acqua, aspettavano un lampo per ritrovare la scala.

L'attesa non fu lunga. Mentre le prime gocce, grosse come uno scudo, cominciavano a cadere ed i fragori aumentavano d'intensità, gareggiando coi muggiti del Mediterraneo ormai scatenato, una luce vivissima, si proiettò verso l'altipiano.

— La scala!... La scala!... — gridò Pedro. — L'ho veduta!...

— Come vedi, non mi ero ingannato — rispose Carminillo. I due studenti si slanciarono verso la parete e misero le mani su una scala di corda che terminava nel cañon.

— Ecco il passaggio dei contrabbandieri e dei briganti della montagna — disse Carminillo.

— Sarà solida questa scala? — chiese Pedro.

— È composta di fibre di sparto, più resistenti ancora del miglior canape — rispose Carminillo.

— E se mentre noi montiamo la tagliassero?

— Coll'uragano che infuria!... Anche ai marocchini non piacciono gli uragani e si saranno ormai ritirati tutti nei loro duar. Necessita far presto, poiché il salto d'acqua potrebbe ridiventare attivo ed affogarci. Proviamo se la scala è bene legata sulla cima della parete, e poi corriamo a chiamare Zamora e Janko.

Salirono alcuni gradini, spiccando dei salti e dando delle violenti strappate, poi rassicurati completamente sulla robustezza di quelle fibre, s'affrettarono a tornare verso il luogo dove avevano lasciati i loro compagni.

Pioveva a dirotto, e raffiche poderose si succedevano senza tregua accompagnate da tuoni e da lampi. L'acqua stava già per incanalarsi nel cañon al disopra della cascata, quindi i due studenti non avevano un minuto da perdere.

Dirigendosi alla luce dei lampi ritrovarono Zamora ed il gitano, riparati in mezzo ad una fitta spalliera di fichi d'India.

Proprio in quel momento scoppiarono alcuni spari e delle palle sibilarono in aria.

I berberi, salvati quanti compagni avevano potuto, avevano ripreso l'inseguimento e scalavano il cañon senza pensare che da un momento all'altro quello squarcio poteva tramutarsi in un torrente impetuoso e travolgerli tutti sulle sabbie della banchina.

— Fuggite!... — gridò Carminillo. — Se i briganti salgono, vuoi dire che sanno già che vi è una scala qui per raggiungere la cima della cascata... Su gambe!...

Si misero tutti quattro in corsa, sferzati dal vento e dai rovesci di pioggia, accecati dai lampi, storditi dai tuoni e dai muggiti del mare, e dopo pochi minuti giungevano sotto il salto, quando già dall'alto cominciavano a precipitarsi nel cañon le prime colonne d'acqua.

— Faremo a tempo a metterci in salvo o verremo portati via e sfracellati in mezzo alle rocce? — chiese Pedro.

— Facciamo presto e non perdiamo il nostro tempo in chiacchiere inutili — rispose Carminillo.

— Ci reggerà tutt'e quattro la scala, o faremo un gran salto nel cañon? — domandò invece Pedro.

— Lo sparto resiste lunghi anni alle intemperie... Basta, montiamo.

Si aggrappò pel primo ai gradini, poi dietro si mise la gitana, quindi Janko e Pedro. Malgrado il peso dei quattro fuggiaschi, la scala, investita dalle raffiche che giungevano con mille ruggiti, ondeggiava spaventosamente.

Il salto cominciava già a vomitare acqua, con un rombo assordante che aumentava rapidamente d'intensità.

Carminillo ed i suoi compagni salivano lentamente, un po' spaventati anche dalla possibilità che le fibre di sparto, da un momento all'altro, si sfasciassero, lasciandoli cadere nel vuoto.

Fortunatamente i berberi avevano cessato il fuoco, e dovevano essersi rifugiati a gran corsa, fra le dune della banchina.

Con un ultimo sforzo, Carminillo riuscì finalmente a raggiungere la cima della scala la quale era stata saldamente legata ad una roccia.

— Presto!... Presto!... — gridò. — La piena! La piena!...

Sopra il salto d'acqua il cañon continuava, serpeggiando pei fianchi della gigantesca parete e sperdendosi verso l'altipiano. Non era più asciutto. Dalle montagne scendeva un'onda gigantesca, di colore giallastro, la quale trascinava un numero enorme di massi.

Il cañon era diventato un torrente assai pericoloso che rombava spaventosamente, vincendo, per intensità, persino i ruggiti del vento ed i muggiti del mare.

Carminillo aiutò la gitana e i compagni e tutti si misero in salvo su di un'alta roccia che sorgeva a parecchi metri di distanza dalla spaccatura.

Erano appena giunti lassù quando la massa d'acqua giunse al salto formando una terribile cascata.

— Se tardavamo ancora cinque minuti prendevamo un bel bagno — disse Pedro, il quale, quantunque fosse inzuppato, non aveva perduto il suo solito buonumore.

— Senz'alcun dubbio — rispose Carminillo, che si era seduto presso la gitana.

— Ed i briganti?

— Non saranno stati così stupidi da farsi sorprendere dalla piena.

— Canarios!

— Che cosa succede?

— Ci siamo dimenticati di ritirare la scala.

— Non importa. Pel momento i briganti non potranno salire fino a noi colla cascata che infuria. Più tardi la metteremo al sicuro.

— E rimarremo qui, esposti alla pioggia ed ai venti? — disse Pedro. — Siano benedetti i conventi della Spagna dove almeno potevamo rifugiarci anche se piovigginava, e dove mangiavamo sempre una buona zuppa di magro.

— Il Riff non è la Spagna — rispose Carminillo. — Qui non vi sono che delle cube dove vivono dei penitenti fanatici, sempre pronti a tagliare il collo al cristiano od avvelenarlo.

— Che cosa sono queste cube?

— Dei piccoli santuari di forma quadrata che noi dovremo evitare colla maggior cura.

— Se ce ne fosse una vicina si potrebbe prenderla d'assalto, torcere il collo al penitente e metterci al coperto. Ne ho abbastanza di quest'acqua!... Durano molto gli uragani in queste regioni?

— No, ma quando scoppiano fanno paura.

— Anzi, più che paura — aggiunse Janko. — Ho provato questi rovesci d'acqua sull'alta montagna.

— Se suonassimo un po', Carminillo? — chiese Pedro. — Le corde non si saranno guastate, spero.

— Io mi riservo di farlo più tardi — rispose il giovane ingegnere. — La pioggia e gli uragani non si ammansano con un po' di musica, mio caro. Lascia la tua chitarra nel fodero ed aspettiamo che questo fulmine d'acqua cessi. Quassù, d'altronde, non correremo nessun pericolo.

— Lo credi?

— Lo spero, Pedro.

— Ed io no.

— Perché? Le acque che si rovesciano attraverso il cañon non giungeranno mai fino a noi.

— E che cos'è quella specie di arancio che è sceso dalle nubi e che gira vertiginosamente su se stesso?... Guarda, Carminillo, che strana luce proietta su di noi.

Uno sprazzo intenso, che pareva uscisse da una poderosa lampada elettrica, misto a scintille giallastre, che si spegnevano bruscamente per riaccendersi subito, si era come fissato sulla cima della roccia occupata dai due studenti e dai gitani, abbagliando i disgraziati.

— Carminillo!... — gridò la gitana, coprendosi colle mani gli occhi. — Mi pare di sentirmi abbruciare.

— Giù tutti, col viso contro la roccia!... — rispose il giovane ingegnere. — Nessuno potrebbe salvarci!... Confidiamo in Dio!...

Il fulmine globulare variava continuamente di colore, ora diventando azzurro, ora verdastro, ora rosso come se uscisse allora da qualche fabbrica di obici. I suoi fasci di luce oscillavano, poi roteavano con velocità vertiginosa, quindi tornavano quasi fissi.

Il proiettile celeste, ben più terribile e più pericoloso di quelli che scatenano i più grossi cannoni delle corazzate, volteggiò al disopra della cascata parecchie volte, poi scoppiò come se fosse un obice.

I fuggiaschi, per un momento si sentirono asfissiare e gettare violentemente a terra, ma una grossa raffica disperse quei vapori che potevano anche essere micidialissimi. — Corpo d'un cannone scoppiato!... — gridò Pedro, il quale aveva subito pensato alla sua chitarra, temendo che fosse stata guastata. — Che bestie sono quelle?

— Fulmini, — rispose Carminillo — ma dei più pericolosi. Io ricordo che uno simile, scoppiò una volta su una nave e che l'ha resa inservibile per lungo tempo.

— Perché? L'aveva sventrata forse?

— Peggio, amico mio. Tutte le bussole della nave diventano come pazze, e la nave istessa viene magnetizzata in modo da non potere, per un certo tempo, riprendere la navigazione.

— Che ce ne giunga addosso qualche altro e che ci fulmini?

— Domandalo a Giove — rispose Carminillo. — Io non sono in grado di darti una risposta che ti possa tranquillare. Bah!... L'uragano non durerà molto, e giacché siamo al sicuro dalla piena aspettiamo che la calma ritorni.

La bufera però non accennava a cessare tanto presto. Si era addensata sul mare e spinta da un furioso vento di scirocco, caldo come uscisse dalla bocca di un gigantesco forno, continuava ad imperversare, rovesciando sul Riff acqua e fulmini.

Il cañon, al disopra del salto, aveva assunto un aspetto pauroso che diventava, di momento in momento, più inquietante. L'acqua era straordinariamente alzata e si rovesciava per la china con mille fragori, rotolando sempre enormi pezzi di roccia ed una infinità di ghiaie. L'altro braccio, che si trovava sotto il salto, e che i fuggitivi potevano ben distinguere, non era meno gonfio, ed andava a scaricarsi, dopo una corsa sfrenata, sulla banchina, rovesciando le dune di sabbia.

Dei briganti della costa non vi era più nessuna traccia. Anche i cammelli erano fuggiti per mettersi forse al coperto, entro qualche caverna insieme ai feriti estratti sotto la frana.

Intanto il sole si sforzava di lanciare i suoi fasci di luce attraverso le nubi turbinanti.

Ogni volta che fra le masse di vapori avveniva uno strappo, mostrava il suo disco piuttosto pallido, ma erano apparizioni brevissime, e l'oscurità tornava a piombare sul mare e sulla costa, come se fosse ancora notte.

I fuggiaschi ben stretti sulla cima della roccia, niente spaventati dai rombi delle acque e dai continui ruggiti del vento, si prendevano filosoficamente quella doccia colossale, mangiando, di quando in quando, qualche fico secco, poiché avevano avuta la precauzione di non dimenticare i sacchetti che portava il disgraziato mahari.

Quella furia d'acqua durò fino a mezzogiorno, poi le nubi furono spazzate via dallo scirocco, ed il sole fece la sua comparsa illuminando il mare in piena tempesta.

— Giove Pluvio deve avere avuto compassione di noi — disse Pedro. — Ora non abbiamo che da attendere che il cañon torni a vuotarsi, perché ci permetta di raggiungere l'altipiano.

— Fra un'ora non vi sarà qui nemmeno una goccia d'acqua — rispose Carminillo. — La corrente scende con troppa furia per resistere a lungo.

— E tu credi che questo squarcio sia ancora accessibile fino all'altipiano?

— Se i contrabbandieri e i briganti della montagna se ne servivano per issare fino lassù polveri e fucili, non saprei perché non dovrebbe essere accessibile a noi, Pedro.

— Hai sempre ragione, Carminillo, ed io comincio ad accorgermi di essere un grosso asino. Diventerò un avvocato così famoso che sarò costretto a far colazione con una sigaretta, pranzare con una cipolla ed un pezzo di pane secco, e cenare con una serenata... Oh!... Non farò fortuna io!...

Carrai! Non hai la tua chitarra? — disse Carminillo, un po' ironicamente.

— È vero, e sono certo che mi darà più guadagno della mia professione — rispose Pedro, ridendo. — Se poi...

S'interruppe bruscamente, poi si alzò, guardando le acque del canyon le quali già cominciavano a diminuire.

— I briganti, forse? — esclamarono tutti, preparandosi ad impugnare i fucili, i quali, essendo a retrocarica, potevano sparare malgrado la pioggia diluviale.

— No, guardate quanti serpenti travolgono ora le acque — rispose Pedro, diventando un po' pallido.

Carminillo si alzò precipitosamente imitato da Zamora e da Janko.

Uno spettacolo strano e piuttosto terrorizzante si offrì ai loro sguardi. Le acque del cañon trascinavano nella loro corsa vertiginosa centinaia e centinaia di serpenti, sbatacchiandoli furiosamente contro le rocce delle rive.

— Che cosa sono? — chiese Pedro.

— Dei leffà o meglio dei cobra-capello — rispose Carminillo.

— Pericolosi?

— Velenosissimi, fuorché per gl'incantatori di serpenti del Marocco, che si dice siano ancora più valenti di quelli indiani, come realmente a parer mio lo sono, poiché nessun rettile, per quanto sia velenoso, riesce a ucciderli. Una volta ho assistito, insieme a mio padre, che mi aveva fatto fare un viaggio a Tangeri pochi mesi prima che morisse, ad uno di quegli spettacoli che gli invulnerabili, perché protetti da un santone chiamato Seedna Eiser, danno sulle pubbliche piazze.

— Che serpenti erano?

— Veri cobra, — rispose Carminillo — che maneggiavano con una sicurezza straordinaria, lasciandosi poi, di quando in quando, mordere le braccia.

— E non morivano?

— Le galline fatte prima mordere da altri rettili simili, dopo un mezzo minuto erano già morte, ma quegli uomini indiavolati continuavano, anche sanguinando e stillando veleno dalle ferite, a cantare ed a danzare al suono di pifferi e di tamburelli.

— Io ho veduto qualche cosa meglio di voi, señor, e proprio su queste terre — disse Janko.

— Un incantatore che si faceva stritolare da un pitone, e che poi, per opera del suo santo protettore, risuscitava e ballava — meglio di prima — soggiunse Pedro, con voce beffarda.

— No, señor, io ho veduto un eisoury prendere un bermenfalk che è pure velenoso, renderlo furioso, poi cacciarsi in bocca la coda e divorarlo vivo.

— Come un'anguilla!...

— Sì, señor.

— Bum!...

— No, Pedro, — disse Carminillo, — io ho udito pure raccontare, da persone degne di fede, che gli eisoury mangiano, durante gli spettacoli che offrono al pubblico, dei serpenti più o meno velenosi.

— Puah!... — fece Zamora, con un gesto di ribrezzo.

— Questione di gusti — rispose Carminillo. — D'altronde a Tangeri non ho veduto io, coi miei occhi, appunto un riffano, mangiarsi una mezza dozzina di grossi scorpioni, e tutti vivi, che teneva nel suo tamburello? Eppure tre giorni dopo io ho veduto quell'uomo attraversare una via fischiando allegramente.

— Eppure si dice che gli scorpioni del Marocco siano i più pericolosi di tutti! — disse Pedro.

— È verissimo, anzi, talvolta con una puntura, riescono ad uccidere dei bambini ed anche degli adulti.

— Ma che stomachi hanno?

— Va' a domandarlo a loro, Pedro; e per guadagnarsi qualche soldo divorano anche delle foglie di fichi d'India irte di spine.

— Ne ho veduti molti anch'io — osservò Janko.

— Hanno dunque le gole e gli stomachi foderati di rame? — disse Zamora.

— Hanno anche qualche cosa d'altro foderato di metallo — rispose Carminillo.

— Per esempio, i piedi di certi giocolieri sfidano le lastre di ferro scaldate, passeggiandovi sopra anche per qualche minuto.

— Senza bruciarsi! — esclamò Pedro.

— Producendo gran fumo e spandendo intorno molto odore di pelle arrostita, senza però riportare tali lesioni da impedire loro, terminato lo spettacolo, di prendere le loro ceste e di andarsene su altre piazze a ripetere l'esperimento.

— Scherzi?

— Il señor non scherza — disse Janko. — Anch'io ho veduto tali giocolieri.

— Ma allora...

— Mio caro Pedro, — soggiunse Carminillo, alzandosi, — lasciamo le chiacchiere e cerchiamo di andarcene ora che la riva del cañon che sta sotto di noi può permetterci l'attacco alla grande parete. L'uragano cessa, il sole brilla e ci asciuga rapidamente, e serpenti non ne vedo nemmeno più passare. Che cosa facciamo qui?

— Lascia che ti rivolga prima un'ultima domanda — disse il futuro avvocato.

— Te la concedo.

— Da dove saranno calati tutti quei rettili che la cascata avrà ormai ben fracassati?

— Le acque del cañon, nella loro corsa furiosa, in qualche luogo avranno sfondato la parete di qualche caverna entro la quale i cobra, che usano raggrupparsi in gran numero, si credevano sicuri e sono stati portati via. Vuoi saper altro?

— Una cosa ancora.

— Spicciati, eterno chiacchierone.

— Ti domando se noi lasceremo pendere la scala lungo il salto d'acqua.

— Ah, no!... — esclamò Carminillo. — I briganti della banchina, ora che il tempo si è rimesso, potrebbero riprendere l'inseguimento.

— Vado a ritirarla io — disse prontamente Janko.

— Quel piacere me lo prenderò io — soggiunse Pedro.

— Diffidereste di me?

— Io!... Avrei solamente paura che ti prendesse un capogiro e che tu facessi un brutto salto dinanzi alla cascata.

Janko si morse le labbra poiché aveva capita l'ironia contenuta in quelle parole; tuttavia, dopo d'aver subito un minaccioso sguardo da parte di Zamora, se ne stette calmo e non proferì parola.

Pedro si lasciò scivolare dalla roccia, raggiunse quella specie di riva che conduceva al salto d'acqua, badando dove metteva i piedi per timore d'incontrarsi improvvisamente con qualche cobra rimasto ancora impegnato fra le rocce, e dopo d'avere eseguita una ginnastica indiavolata giunse là dove si trovava la scala di sparto.

Prima di ritirarla guardò dentro l'abisso che s'apriva dinanzi ai suoi occhi, e subito un grido gli sfuggì dalle labbra: — Ah, le canaglie!... Non ci vogliono proprio lasciare?... Salite ora!...

I berberi erano ritornati coi loro cammelli sulla banchina, però in minor numero di prima di aver tentato l'attacco al cañon. Non pochi dovevano essere rimasti sepolti sotto la frana, tuttavia i superstiti erano ancora troppi pei quattro fuggiaschi.

Pedro ritirò rapidamente la scala, e per un momento ebbe l'idea di tagliarla, ma poi pensando che più tardi avrebbero potuto forse averne ancora bisogno, ne fece un gran rotolo che nascose nella spaccatura d'una roccia. Ciò fatto raggiunse i compagni, i quali erano discesi sulla riva, dicendo loro: — Ora possiamo partire per la conquista dell'altipiano. I riffani non saranno già delle scimmie e non avranno le unghie dei gatti per superare la grande muraglia. Aspettate un momento.

Si tolse di dosso la chitarra, e senza nemmeno accordarla, si mise in marcia suonando rabbiosamente e cantando a piena gola:

Ven acà, chiquita
Que vamos a ballar un polo
Que se junda medio Sevya.1


Note

  1. Vieni qua, piccina — noi balleremo un «polo» — che farà crollare mezza Siviglia.