I monologhi di Pierrot/VI

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VI. Luna nuova

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V


Le plaisir sans égal seroit de fonder la félicité publique.
Epygraphe à L'AN DEUX MILLE QUATRE CENT
QUARANTE - Rêve s'il en fût jamais.

... quod si in hoc erro, qui animas immortales
credam, lubenter erro
CICERO. Cato Maior - De Senectute.


Notte d’inverno. Un ranno di pero tra il suolo nevicato ed il cielo nero come una tenda di velluto, qua e là ricamata ad api d’oro: un mandolino vi sta appeso e geme al vento. A tratti soffia una raffica, che investe la rama e la fa dimenare pazzescamente. Pierrot è seduto a cavalcioni del legno; vicino a lui Niniche, passatogli un braccio alla taglia, si sorregge e gli posa la testolina sopra la spalla. Niniche sembra che dorma. Pierrot la contempla. Un gran silenzio.


PIERROT 
ora pensa, ora mormora, ora grida.

 
Demiurgo, hai tu soffiato sopra alla Luna, come sopra ad un cero
che ti recava noja, vecchio Demiurgo nostro?
Ed hai sparso pel ciel mare d’inchiostro, parmi; ma alcuni fori,
a specchiar il festino in casa tua, brillano maliziosi
e mostrano, tra noi, la tua ricchezza a gogna.
Eh!... si pranza molto bene in Paradiso, dicono i Teologhi.
Questo è dunque il paesaggio ideale;
io mi ci trovo in mezzo senza remeggio d’ale,
come nato qui, sopra al pero fradicio. Ha dato frutti il pero?
Od ha scordato il tempo delli amori, della fecondazione e dei calori
ricchi d’agosto? La decadenza ha portato la tabe anche dentro alle piante,
come ha fatto scordare che l’uomo deve vivere e penare...
E Niniche?... Di’ Niniche?... Ah!... Dorme.
Ma stavan nella Luna, in quella ch’hai tu spento, o Demiurgo,
dei malefici influssi. Vidi, come nel Sogno d’una Notte d’Estate,
un cane che latrava; come nell'Edda, dei Gnomi a sopportare
l’enorme peso d’un’anfora di bronzo; e, come un gonzo,
colui che va a pescar lune nel pozzo.
E vidi un Contadino colla falce ad immetter la lama sanguinosa
sopra una prateria; ed erano i bei fiori teste umane,
e cento ad ogni muovere di braccia recideva da torno.
Poi l’estremo Oriente del betel e del the, nelle tazze aggemminate,
mi ha date mascherate le astruse concezioni;
Luna nuova sparita, Luna nuova incolore,
filo d’orbita in giro a un disco senza luce.
E ho veduto i Conigli, ritti come omiciattoli,
triturar nel mortaio i semplici del paese pel sole,
ed i Topi buffoni (tal dicono i nativi di Sumatra
gialli come la mota) a roder dei gomitoli d’argento,
cui la Vecchia dimentica, caduti dall’inerte arcolajo tarlato.
Quindi, la Luna nuova, o Demiurgo, hai soppressa dal cielo,
e non vuoi velo alcuno a torno a lei;
e perchè sei l’Altissimo, fai soffiare il rovajo,
e noi, privi di sajo e ferrajuoli contro ai ghiacciuoli,
batti misericordioso, come qualunque ricca divinità gelosa,
sul pero confitto, per ignoti delitti, e sopra alla berlina,
e in mezzo al cielo, e in mezzo a questo spazio,
a durare lo strazio di Prometeo, troppo vicini al sole,
troppo lontani dalla terra,
troppo uomini ancora, anodini Cherubini di sangue...
Per dio, e nel tuo nome, suscita almeno una brezza marina
aspra di sale e jodio, ma profumata e tiepida! —
Bella Niniche... Qui sulla spalla mia, dormi e reclina
la testolina;
rannicchiati, gattina
bionda, vicino al micio innamorato;
e Niniche, dalle feste all’Alcazar,
e Niniche, che allo tzar,
poco fa col Comune ed il Governo,
recinta dalla nera aquila imperiale, prona,
cantasti il ben venuto, Repubblica, alla Slavo, di parata,
e al sacro gnut del barbaro tiranno.
Dormi, rannicchiati; il vento non dà posa; il vento è critico,
come la mia parola:
tutto il resto è una fola che deve scomparire:
dormi per non morire, ma per non vivere anche;
dormi, passion sotto alle calde ceneri,
vicino a me tutto bianco e pazzesco,
per l’immenso paese, dove non luca Luna,
dove non sorga Sole.
Oh, le viole de’ belli occhi coperti dalle palpebre!
Io le indovino assiderarsi e piangere! —
Brividi? — E bene? E coloro che sempre hanno penato
dal freddo e dalla fame?
Bada, stringiti a me:
s’io credea di passare questa notte a contemplar la fredda volta del cielo
ti avrei coperto di pelliccie e velluti.
Ma, Niniche, si racchiudono i velluti ricchi e le lucide pelli costose
nelle vetrine dei Boulevards, e tu li spii, intenta ed ammirata,
quando la sera passi frettolosa a rincasare.
O giorno lungo e triste alla fatica, che nulla ti profitta;
e l’ago in sulle dita fragili e freddolose,
aspro a pungere; o stilla rosea di sangue mal nutrito
a gemere dalla profonda fitta
e i tuoi occhi a cercar per l’orizzonte, fuori dalla finestra,
un cantuccio d’azzurro, un ciuffetto di piante,
ed un mare d’ardesie, grigio mare onduleggiato avanti.
Così invidii Niniche: e perchè invidiare?
Or non basta a coprirti la tua bionda bellezza!
Anche ai tersi monili tu riguardi,
e li smeraldi, verdi e capziosi sguardi,
sollecchian dalle armille;
ed i rubini, materiate gocciole di sangue, anch’essi irritan l’occhio.
Oh l’oro è freddo, ahimè, e senza amore,
nè le pietre riscaldano;
meglio si presta il mio alito sopra la tua testina;
dormi, gattina.
La bellezza dà freddo? Non è calore e vita?
La bellezza non è l’abito lussuoso
di tutta quanta l’umanità?
E per ischerno quest’artista buffone, il Demiurgo,
ci espose fuori, nudi, a contemplar le stelle
dal pensile divano del bruno pero morto;
ecco ci disse: «A voi, chiacchierate, teologhi, colle vostre sorelle,
che pajon fuoco e assideran di notte,
come le vostre dita illividite. Queste sgradite
avventure si danno nella vita, poi ch’una fantasia
vi fa peggio o migliori delli uomini».
E rise il Dio.
Simbolo crebbe in lui come a manifestare
un desiderio che gela a metà della strada per riuscire;
Simbolo pel Pierrot, pel Demiurgo, pel Mondo.
O tonde ad accennar arco di luna, gentili spalle nude;
Ecate a te, nel viaggio tenebroso, invidia questa curva de’ bell’omeri;
nudole spalle e livide.
Perchè scoprir secreti profumati e aromata di carni
a tutti, se nessun ti passa a canto che ti voglia comprendere?
Champfleury, ho sbagliato e me ne pento:
non doveva già mai uscir di cella, dalla cella di marmo;
non doveva parlare. Ho voluto provare la vita;
ho incontrato Niniche, la mia coscienza che dorme nel vento;
ho voluto riavere un viso roseo non farinato;
ho voluto cambiare di casacca;
ho amato i cenci rossi in torno a me;
ho amato l’uomini senza un perchè.
Le Maschere rassembrano alle Donne, non possono mutare,
non possono salire e sono passionali;
sono tutte nel sesso; si sperdon nelle nuvole
se credon d’arrivare in sino al cielo.
Ho paura, ho paura del buio dopo aver conosciuto la luce!
Oh palazzo di marmo, oh luna elettrica,
globo d’argento sospeso alla volta;
oh tende spesse di velluto nero, poi che non sgusci giorno,
tomba di vivi, miglior della morte!
E Niniche, predestinata al martirio, un’aureola
ti circonda la testa, un’aureola falsa d’Egiziaca,
una gloria alla pena scaturita da un semplice atto d’amore.
Erano i giorni dell’entusiasmo e della disperazione;
l’animo s’integrava a grandi cose:
un battagliero orgasmo incitava la mente.
Già il lievito fecondo e la semente
spingevan l’erbe nuove in faccia al sole,
già lagrime e dolori la pargoletta coscienza nostra
incitavan d’ardori e sacrificii:
io vidi le viole più turgide sorridere,
se una donna passava e le coglieva;
io vidi le fanciulle proclamarsi felici delli eroi giovanetti.
E rombava il cannone.
Azion di primavera! Erano i giorni sacri all’Epopea,
la mite melopea della Tempe clorotica taceva;
tutto il mondo attendeva. E rombava il cannone:
e vidi le bandiere verdi, a pace, di contro alla mitraglia
dei nemici fratelli sventolare: «Ah non colpite,
non correte a battaglia: vogliamo pane e amore».
E, per la lunga strada, quanti giacquero uccisi, quanti araldi di pace!
Parigi è in fiamme! Parigi abrucia sè con una istoria
d’infamie e di sciagure: Parigi all’olocausto si dona,
purificando, si castiga, e perdona.
Li Alemanni ridevan sulli spalti. Omiciattolo tigre
a cui trasuda sangue dal cranio fu che le coorti
mal suase e briache ci affocava, Menadi a questa carneficina
orrenda: oh Parigi pezzente e ribellata,
intinsero le picche scellerate nel ventre della Patria
e scrisser l’agonia sopra alle leggi colle oscene calunnie.
Parigi in fiamme cadde: e Satory s’inzuppa
del nostro umore e attende che la pioggia vermiglia
produca un altro fiore che non debba appassire.
E Cajenna, e la morte, e le fulve eroine, le galliche risorte,
e l’ultime parole di vendetta, d’amore, di speranza,
e di quanto vi avanza, vittime deprecate,
io, un Pierrot che non vi ha scordate.
No, no, la Pantomima è muta: e i ricordi son aspidi al cuore,
e il mio peccato è di vivere ancora.
Ecco perché la Luna è morta in cielo,
ecco perché Niniche dorme e si lagna,
e sogna forse; ecco perchè una ragna
d’equivoco pensiero tesse un insetto velloso e severo
dentro al mio cranio e vaglia la parola;
ecco perchè la scuola dell’esistenza proclama il bisogno
della morte o del sogno.
Al palazzo di marmo!


NINICHE, 
fantasticamente, in un soffio a pena intelligibile.
La bella musica... ed il doppiere è spento.
Quando risuonerà, quando riaccenderanno...
PIERROT, 
gridando.

 
Ecco la passione! Stringiti a me, io ti riscalderò;
è il freddo, è il vento: sogna, sogna festini.
Che vuoi, Cicale funebri andrem dove la danza impazza,
perchè il riso sul labro ci ritorni.
Oh se il festino non cessasse mai! Ancora, ancora?!
Niniche, il vento dondola la rama bruna e morta;
noi ci culliam sul ramo come un yankee sui giunchi
della larga poltrona. E chiudi li occhi e dormi.
Io non ho freddo; il cranio
è una fornace ardente, eterna e mi riscalda. Se al pensiero
tu aggiungi poi l’absenthe, andremo al Polo
sudando come in Africa. L’absenthe?
L’opale liquida che tutta il mondo serra.
Jer sera, forse, n’ho bevuto alquanto:
per questo sono allegro. E se sul pero vado,
seguendo il dondolar del ramo morto, si è perchè
son più vicino al cielo, e presso a te;
così congiunti, stiam per volare, angioli innamorati.
Però, è buffa la cosa; io sono qui Pierrot,
ma, se dimetto la bianca divisa,
sono un dottore di filosofia; poi che v’ha assai più scienza,
dentro la testa che copre lo zucchetto,
che in tutta lUniversità! Hai freddo ancora?
Non ci badare. I brividi che la notte rimena
non son brividi di freddo, ma d’amore. Dormi:
e se domani mancherà legna al camminetto
e vino alle bottiglie e pane al desco, quattro soldi
li troverem pur sempre per un po’ di carbone.
Oh Niniche! Fu l’artista bizzarro
che ci volle sul pero, seduti l’un vicino all’altra,
di sotto alla pruina; noi siam Prometei!
E s’anche pende colle corde infrante il mandolino,
come dai salci di Babilonia un dì l’arpe dell’Arca,
nel nostro cuor non pende morto il virgulto della speranza?
Niniche, ma dormi dunque.
Poveri seni lividi! Non ho fisciù
di seta nè mantiglia per coprirli!
Ma poi ch’hai freddo, oh non vale a coprirti
la tua bellezza...?


NINICHE, 
con un mormorio.

 
                «La Luna è morta in cielo asfissiata
                «dal lezzo della terra;
                «questa tenebra morta e questa notte
                «piagnon su noi:
                «e Sciarra arguto non rimena a frotte
                «le fantasime a vol per la solita meta;
                «vuol l’atmosfera quieta
                «e capi onesti sul guancial sicuro».
Pierrot, fu il canto...: io l’odo ancora:
i flauti, i violini in torno a noi, e i lumi accesi...
Or di’, quel Capitano dei Dragoni è sciocco assai:
mi fa il lezioso... Pierrot che fai?
Su, la fiamma azzurra brilli e vaneggi
dalle tazze del punch: ho freddo, . . ho sete...


PIERROT.
Lasciati abbandonar in mezzo ai sogni; il vento dondola
la rama e canta l’antica nenia...;
dormi tesoro: . . . fu l’artista, il buffone: . .
fu il capriccio d’uscire, fu il capriccio d’amare.
NINICHE.

 
              «Se il vin di Francia è amaro
              «e fa girar la testa,
              «e perchè il pane è caro


PIERROT.
Niniche, bella Niniche! Non cantar, dormi:
mi fai paura! ...
NINICHE.

 
              «E se l’amor moderno non si presta
              «ai baci e allo champagne,
              «vuol dir che l’etesia...


PIERROT.
Mio Dio! Che hai!... Fredda ed immota! Ah no, non così,
soli, qui sulla rama a dondolar nel bujo,... Niniche...
Fu l’artista buffone!?
O Demiurgo, possente alle vendette, Demiurgo ingannatore,
è perchè noi saliamo in sino a te a gettarti laccuse
a viso aperto? Demiurgo, il mio pensiero ti rifiuta;
vogliamo in terra il paradiso,...
Niniche, domani, ahi! ahi!... O vuoi il sacrificio?


Una raffica schianta la rama del pero morto e la fa volare per lo spazio. Pierrot e Niniche scompajono, cadendo nelle tenebre. Un lungo gemito. La notte si dirada: la neve verdeggia qua e là, come fusa sopra ad un prato. Dall’oriente una tenue luce dorata: pare che sorga il sole.


UNA VOCE DALLA TERRA.

 
             Noi v’accogliamo, o fatali alle lotte;
             ad ogni morte eroica la notte
             paurosa ritorna verso il Dio:
             noi v’accogliamo e non vi gravi oblio;
             le Creature sanno e vi consacrano.


Questa Voce si ammuta in un sospiro musicale.