I naufragatori dell'Oregon/5. I traditori

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5. I traditori

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4. Una eredità colossale 6. Sul rottame

5.

I TRADITORI


La speronata della carcassa a vapore era stata così tremenda, che di primo colpo aveva rovesciato l'Oregon sul tribordo, ma poi la nave si era piegata bruscamente sul fianco ferito, imbarcando acqua in così grande copia, da temere che da un istante all'altro andasse a picco.

Una confusione indescrivibile era avvenuta a bordo, subito dopo l'urto. I passeggieri, svegliati bruscamente da quel cupo rimbombo e dallo scoppio delle caldaie del Wangenep, si erano lanciati attraverso alle corsie seminudi, mandando urla di terrore e si erano rovesciati sul ponte all'impazzata, travolgendo con loro l'equipaggio e gli ufficiali.

Mille domande si incrociavano a prua, a poppa, sulla tolda, sul cassero, sul castello:

– Cos'è accaduto?...

– Sono scoppiate le caldaie?...

– Andiamo a picco?...

– Sì!...

– No!...

– Alle scialuppe!...

– Si salvi chi può!...

– Capitano!...

– Aiuto!... Aiuto!... Affondiamo!...

Il comandante dello steamer, pallido, col cuore stretto da un'angoscia inesprimibile, si era lanciato giù dal ponte di comando, seguìto dagli ufficiali di quarto e dai timonieri. La sua voce energica, squillante, tuonò fra tutte quelle grida.

– Calma, signori!... L'Oregon non affonda ancora.

Poi respingendo i passeggieri che gli si affollavano addosso, gridò:

– A me, marinai!...

In quell'istante un uomo inzuppato d'acqua e semisoffocato uscì dalla camera delle macchine e traballando si diresse verso il capitano, dicendo:

– Signore... i forni sono spenti... laggiù si affogano.

– L'acqua ha invaso le macchine?

– Sì, capitano, e non funzioneranno più.

– Sono guaste?...

– Lo sperone della nave che ci ha investiti... ha schiacciate le caldaie.

– Basta!...

– Ma, signore...

Il capitano, che non voleva forse spaventare maggiormente i passeggieri, era passato oltre gridando:

– Resistono le paratie stagne?...

– Sì, comandante – rispose un ufficiale, che usciva allora dal quadro di poppa.

– Potremo galleggiare, signor Ortez?...

– Lo credo.

– Avremo adunque il tempo necessario per mettere le scialuppe in mare.

– Sì, con l'aiuto di Dio, ma il mare è grosso e non so se le scialuppe potranno resistere.

– Attenderemo fino all'alba, se sarà possibile. A me, ufficiali!... Mastro, due lanterne!... Ma... dov'è fuggita la nave che ci ha urtati?

– È andata a picco, signore – rispose un uomo uscendo dall'ombra e facendosi innanzi.

– Chi siete voi? – chiese il comandante, aggrottando la fronte.

– John O'Paddy, comandante della nave che vi ha urtati, signore.

– Vi terrò responsabile di questo disastro, signore.

– Me o la tempesta?... – rispose l'irlandese con ironia.

– Lo sapremo più tardi... ma il vostro equipaggio?...

– Affondato tutto, eccettuato un malese.

– Seguitemi, signore. Dobbiamo unire i nostri sforzi per la salvezza comune.

– Sono ai vostri ordini.

I due comandanti, seguìti dagli ufficiali e da alcuni marinai, che portavano delle lanterne, scesero nella camera delle macchine, malgrado il fumo che ne usciva.

Giunti ai piedi della scala, un orribile spettacolo s'offerse ai loro occhi. I cadaveri di sette fuochisti galleggiavano fra quella semioscurità, urtandosi fra di loro.

Fuori dalle acque che avevano ormai invasa tutta la camera, uscivano le cime delle caldaie, pezzi di cilindri contorti e lacerati dallo sperone della nave investitrice, rottami d'ogni specie che danzavano a seconda delle ondate che penetravano dall'immane squarciatura.

Dense nubi di fumo irrompevano dai forni che stavano spegnendosi, addensandosi in quello stretto spazio.

A babordo appariva confusamente una spaccatura grande come un portone, coi margini regolari, tanto era stato violento il colpo di sperone, e da quella entravano, ad intervalli, onde spumeggianti, le quali si frangevano, con cupi muggiti, contro tutti quegli ostacoli.

L'Oregon però, costruito secondo i sistemi moderni, a scompartimenti stagni, non affondava. Erasi immerso per circa due metri, ma poi erasi arrestato ed almeno pel momento non correva pericolo alcuno, se i suoi scompartimenti non cedevano. Era però ormai un rottame qualunque, destinato a scomparire alla prima burrasca, poiché non poteva più rifugiarsi nel porto più vicino, ora che le sue macchine non funzionavano più.

– L'Oregon è perduto! – disse il capitano con visibile emozione. – Questa falla non si può più turare.

– È vero – confermò O'Paddy, con voce tranquilla.

– Ma quale tremenda speronata ci avete dato, signore?... – chiese il capitano, rivolgendosi verso l'irlandese. – Ma non avevate veduti i nostri fanali adunque?

– Sì, comandante, ma credevo che l'Oregon mi passasse da poppa anziché da prua.

– Ma nessuno ha veduto i vostri fanali, signore.

– Le onde me li avevano portati via assieme all'albero di trinchetto.

– È stata una disgrazia, lo comprendo, ma le autorità marittime decideranno a chi spetta la responsabilità di questo disastro.

– Non intendo di sottrarmi al loro giudizio, comandante.

– Saliamo: bisogna tranquillizzare i passeggieri.

Lasciarono la camera delle macchine e ritornarono in coperta. I passeggieri si affollarono attorno al comandante, soffocandolo di domande.

– Affondiamo?

– Vi è speranza di salvarci?

– C'imbarchiamo nelle scialuppe?

– È vicina la terra!

– Calmatevi – disse il capitano. – Pel momento non vi è alcun pericolo.

– Ma la nave è sbandata sul babordo.

– Gli scompartimenti stagni resistono e vi ripeto che non corriamo pericolo. All'alba metteremo le scialuppe in mare e cercheremo di guadagnare la costa più vicina.

I passeggieri, rassicurati da quelle parole, riacquistavano la tranquillità; nessuno però osava abbandonare la coperta temendo che la nave, da un istante all'altro riprendesse la discesa.

Si erano raggruppati a prua ed a poppa e discorrevano animatamente coi marinai, mentre il capitano e gli ufficiali erano discesi nel frapponte per visitare gli scompartimenti stagni.

L'Oregon, piegato sul fianco sinistro, intanto veniva spinto innanzi dalle onde che irrompevano fra la costa del Borneo e l'arcipelago di Sulù, allontanandosi sempre più da terra. La burrasca non era forte, ma il vento soffiava sempre con violenza dal nord-nord-ovest, trascinandolo in mezzo al mare delle Celebes.

Nessuno però, almeno pel momento, si preoccupava di ciò. Calcolavano sulle scialuppe che erano numerose e solide e che potevano contenere comodamente l'intero equipaggio ed i quarantasei passeggieri che montavano lo steamer.

Mentre tutti discutevano con crescente animazione e si rinvigorivano con delle bottiglie di liquori che i marinai avevano portate in coperta, O'Paddy, seguito dal malese, strisciava inosservato lungo la murata di tribordo. I suoi sguardi inquieti si fissavano sui gruppi di passeggieri con viva curiosità e la sua fronte, di tratto in tratto, s'aggrottava burrascosamente. Una sorda collera, lo si comprendeva, tormentava il cuore di quel sinistro uomo. Egli vedeva il suo milione in serio pericolo.

D'improvviso si fermò dinanzi ad un gruppo. Aveva scorto, all'incerta luce d'un fanale, la gentile figura d'Amely e poco oltre quella del giovane fratello e dell'ex-ufficiale olandese.

Una rauca imprecazione gli uscì dalle labbra contratte.

– Ho affrontato la morte per vedermeli ancora dinanzi e coi loro documenti in tasca – mormorò egli. – Lo sapevo di essere nato sotto una cattiva stella.

– È vero, padrone – disse il malese.

L'irlandese incrociò le braccia mordendosi le labbra a sangue.

– Ebbene? – chiese egli, guardando il malese.

– Penso, padrone, che la fortuna li protegge.

– Ma non sono ancora giunti a Timor.

– Lo so.

– E prima che vi giungano ci vorrà del tempo.

– Specialmente ora, che l'Oregon è immobilizzato.

– Cosa mi consigli di fare?

– Cercare di guadagnare tempo.

– Spiegati, Aier-Raja.

– Bisogna impedire a loro d'imbarcarsi nelle scialuppe. Chissà!... Fra ventiquattr'ore l'Oregon potrebbe affondare.

– E come impedire a loro d'imbarcarsi?

Un sorriso misterioso sfiorò le labbra del malese.

– All'alba nessuno s'imbarcherà – disse poi.

– Ma se le scialuppe sono pronte?... Basta calarle in mare.

– Ma l'alba non sorgerà che fra tre ore.

– E così?

– Dico che ho il tempo necessario per fare ciò che penso. A più tardi, padrone.

Ed il malese, senza spiegarsi di più, s'allontanò verso poppa, scomparendo fra le tenebre.

Intanto la situazione dell'Oregon peggiorava. Quantunque gli scompartimenti stagni impedissero che affondasse, si piegava pericolosamente sul fianco squarciato, in causa dell'enorme quantità d'acqua entrata nella camera delle macchine, la quale si rovesciava sul babordo con grande foga e con muggiti paurosi.

Per maggior disgrazia la bufera, anziché calmarsi, cresceva di violenza, sollevando burrascosamente il mare delle Celebes. Le onde correvano all'assalto dello steamer con mille fragori, urtandolo furiosamente, montando talvolta fino sopra i bordi e lanciandosi in coperta. Lo circondavano da ogni lato, lo sollevavano, lo spingevano innanzi, allontanandolo sempre più dalle coste del Borneo, e minacciavano d'ingrandire l'enorme squarcio e di sfondare le paratie stagne. Si avrebbe detto che avevano fretta d'inghiottire quella preda gigante.

Il vento che riacquistava maggior violenza di minuto in minuto, spingeva innanzi a sé nembi di vapore e sibilava su tutti i toni attraverso l'alberatura.

Verso la lontana isola di Tawi-Tawi già il tuono rullava e qualche lampo appariva.

I passeggieri, pochi minuti prima rassicurati dalle parole del capitano e degli ufficiali, cominciavano già di nuovo a spaventarsi. Quel vascello semirovesciato, semisventrato, in balìa delle onde, non ispirava ormai nessuna fiducia.

Perfino l'equipaggio interrogava ansiosamente lo stato del cielo e del mare e dubitava della salvezza di tutti.

Il comandante dello steamer però, quantunque non si facesse illusioni e riconoscesse la gravità della situazione, conservava un ammirabile sangue freddo.

Aveva dapprima tentato di far spiegare qualche vela per cercare di riavvicinarsi alle coste del Borneo, ma aveva dovuto rinunziare, poiché l'acqua aveva invaso i depositi dell'attrezzatura, sommergendo tutto. Non avevano trovato che un semplice straglio, dimenticato nella camera comune dell'equipaggio, ma quel lembo di tela era affatto insufficiente a muovere l'enorme massa dello steamer, diventato ora così pesante.

Il comandante attendeva ansiosamente l'alba, per giudicare il vero stato della situazione e per prendere una decisione definitiva.

Fra tante inquietudini, un uomo solo pareva pienamente tranquillo e sicuro di sé: O'Paddy. Appoggiato alla murata di poppa, egli guardava serenamente la tempesta che s'avvicinava, anzi pareva che l'invocasse. Egli pensava senza dubbio al milione dell'olandese e contava appunto sul completo disastro dello steamer per guadagnarlo.

Che importava a lui se la nave affondava? Egli era tale uomo da levarsi d'impaccio anche in mezzo al mare, anche in piena tempesta. Gli sarebbe bastato un rottame qualunque ed era certo di trovarlo, nel momento della catastrofe.

Ma pur guardando le onde ed il tempestoso cielo, non perdeva di vista il gruppo formato dall'ex-ufficiale olandese, da Amely e dal giovane Dik.

Il suo sguardo si fissava con ardente bramosia su di una borsetta di cuoio che portava a tracollo il signor Held e non era capace di staccarlo. Indovinava che là dentro erano racchiusi quei documenti che a War-Baer tanto premeva che scomparissero in fondo al mare e che valevano un milione. Ah!... Se avesse potuto carpirli!... Ma quell'Held non doveva essere uomo da lasciarseli portare via.

Alle cinque del mattino, mentre verso oriente una pallida luce cominciava a mostrarsi, tingendo le onde di riflessi madreperlacei, un uomo raggiunse l'irlandese, toccandogli le spalle: era il malese.

– Ebbene, Aier-Raja? – chiese O'Paddy.

– Ho finito, padrone.

– Nessuno potrà lasciare lo steamer?

– No, padrone.

– Cos'hai fatto?

– Una cosa semplicissima.

– Parla, furfante.

– Udite?...

Il comandante, proprio in quell'istante, aveva gridato:

– Preparate le scialuppe!...

– Con queste onde? – chiesero parecchie voci.

– Tutto si deve tentare.

– Affonderemo, capitano.

– Ed anche l'Oregon affonderà fra breve. In mare il gran canotto!...

Alcuni marinai si precipitarono verso poppa per mettere in acqua la scialuppa sospesa alle grue del cassero, ma quasi subito si udì una serie di grida furiose:

– Maledizione!...

– L'hanno guastata!...

– Manca una tavola!...

– E la prua è stata sabordata!...

– Alle altre scialuppe!...

Ma altre urla disperate echeggiarono a bordo dello steamer. Le scialuppe, che la sera innanzi erano ancora sospese ai paranchi, erano scomparse.

Un sorriso sinistro sfiorò le labbra di O'Paddy, mentre il malese gli sussurrava agli orecchi:

– Vedete, padrone, cosa può fare un buon coltello?... Era una cosa tanto semplice!...