I naufraghi del Poplador/7. L'isola Cedros

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7. L'isola Cedros

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7.

L'ISOLA CEDROS


L'isola Cedros sulla quale si trovavano riuniti i cinquantaquattro marinai del brick, è posta a ventotto gradi e 8' di latitudine nord e a 117 gradi e 22' di longitudine est, nell'ampia baia di Sebastiano Viscaino. È un bel pezzo di terra che ha venticinque leghe di circonferenza, con un'alta montagna nella parte meridionale, terminante, all'estremità sud-ovest, in un promontorio molto scosceso. In generale le coste sono assai elevate e dirupate, sicché l'approdo non è facile e l'interno è privo di vegetazione. Sui fianchi dell'alta montagna però, e in qualche altro luogo si trovano dei castagni selvatici, delle querce, qualche pino, qualche velenoso yedra e alcuni arbusti chiamati manzanillo, delle cui frutta, somiglianti alle mele, si servono gl'indiani per ottenere, col mezzo della fermentazione, una specie di sidro.

Nel 1848 Cedros era, si può dire, quasi spopolata. Non città, non villaggi, non riunioni di capanne. A grandi distanze vivevano pochi indiani, qualche meticcio e qualche pescatore, persone più da temersi che da sperare un qualche aiuto.

Don Guzman, contati i suoi uomini, ordinò loro di raccogliere i rottami che le onde avevano spinto e che continuavano a spingere verso la costa, poi tenne consiglio con Michele e mastro Josè.

— Amici miei, — diss'egli, — la nostra situazione non è delle più brillanti, quantunque non siamo molto lontani dalla Vecchia California. Se non troviamo un mezzo qualunque per battercela, non so cosa accadrà di noi fra un paio di settimane, giacché mi pare che i nostri viveri siano assai scarsi. Cosa proponete voi, Michele?

— Permettetemi una domanda, prima di rispondere — disse il tenente.

— Parlate, amico.

— Credete voi, capitano, che non si possa costruire un piccolo legno coi rottami del Poplador?

— Credo che non si possa fare un battello. Che ne dici, Josè?

— Se ciò fosse stato possibile, a quest'ora avrei la scure in mano. Non sono stato fabbricato per vivere a terra io, e vi giuro, signori, che mi sembra di essere una tartaruga senza guscio. Se noi rimarremo qui due settimane mi ammalerò, io, che in quarantacinque anni non provai la più piccola indisposizione. Quando penso che non c'è più il Poplador mi si inumidiscono gli occhi. Oh! Ma gli yankees me la pagheranno.

— Dunque tu non credi possibile la costruzione di un legno?

— No, capitano. Il Poplador era troppo vecchio e il suo legname non sarà buono che da ardere.

— Avete capito, Michele?

— Pur troppo, capitano. Non ci rimane ora che di fabbricare una capanna e attendere il passaggio di una nave.

— E di mandare degli uomini in cerca di viveri e di acqua — aggiunse Josè.

— Faremo qualche cosa d'altro — disse don Guzman.

— Cioè? — chiese Michele.

— Manderemo una mezza dozzina di marinai a fondare una stazione su qualche punto lontano della costa, onde nessuna nave passi senza essere veduta.

— Dove, per esempio?

— Sulla costa occidentale. Le navi provenienti dalla Nuova California, dall'Oregon e dal Washington si tengono al largo di Cedros.

— Eccellente idea! — esclamò il vecchio lupo di mare. — E se mi permetterete la fonderò io la stazione.

— Accettato — disse don Guzman. — Andiamo ora a fare l'inventario delle nostre ricchezze ed a costruire una capanna. I nostri feriti devono soffrire assai con questo sole ardente.

Mentre il mastro correva ad informare i marinai, Michele e il capitano esaminavano e numeravano tutto ciò che era stato trasportato a terra o pescato fra i frangenti. Ohimè! Era ben poca cosa. Le armi e le munizioni abbondavano: fucili, pistole, sciabole d'arrembaggio, scuri e coltelli ce n'erano molti, ma i viveri erano assai scarsi. Tre barili di biscotti, due di farina, uno di maiale salato, due d'acqua dolce, un barilotto di Xeres e alcune casse di vesti. Niente di più.

— Diavolo! — esclamò Michele, diventato pensieroso. — Non siamo molto ricchi noi. Robinson Crosuè aveva molto di più ed era solo, mentre noi siamo cinquantaquattro bocche, e che bocche!

— Fra tre giorni non avremo un sol biscotto — disse don Guzman.

— È cosa grave, capitano.

— Non dico di no.

— Cosa faremo dopo?

— L'isola non deve essere sprovvista d'animali. Cacceremo le tartarughe, che su queste coste abbondano, gli jock-oss, i conigli, gli scoiattoli, i galli di brughiera, i fagiani dorati, le pernici ed i cormorani. Troveremo pure qualche lontra marina.

— Ma sono tutti animali piccoli, capitano.

— Ma abbondano, Michele, e tutti i nostri uomini sono eccellenti cacciatori.

— E l'acqua, capitano, dove la troveremo?

— Domani ci spingeremo verso quella montagna. Sono certo di trovare un ruscello o una fonte.

— Vi accompagnerò anch'io?

— Esploreremo questa parte dell'isola e andremo a fondare la stazione sulla costa occidentale.

— Corna di cervo! Sono certo che noi ci divertiremo, capitano. Toh, quest'isola comincia a piacermi.

— Mettiamoci al lavoro, Michele. Bisogna costruire un ricovero.

I marinai, sotto la direzione di mastro Josè, avevano già preparato un bel pezzo di terreno sgombrandolo dei sassi che lo coprivano. I rottami, che le onde continuavano a spingere verso la costa, erano stati riuniti e formavano una catasta gigantesca.

Don Guzman innanzi a tutto fece rizzare un pezzo d'albero, inchiodandovi sulla cima una bandiera rossa, onde attirare l'attenzione delle navi che potevano passare. Poi, aiutato da Michele e dai marinai, diede principio alla costruzione della capanna che doveva essere ampia e ben arieggiata. Prima del tramonto il ricovero era terminato. Era un capannone di bell'aspetto, con numerose finestre e il tetto sormontato da un'antenna colla bandiera messicana. L'interno era diviso in tre grandi stanze: una pei viveri e per la cucina, la seconda per gli ufficiali e pei feriti, la terza per gli altri.

— Magnifica! — esclamò Michele. — Robinson Crosuè non avrebbe fatto di più. Davvero che sono contento di aver naufragato su questa costa. Per Bacco! Ci divertiremo!

Alla sera ci fu un discreto pranzo. Mastro Harguez, nominato cuoco a unanimità di voti, fece le cose per bene. Farina bollita, carne di maiale, uova di tartaruga che un marinaio aveva scoperte sotto la sabbia, ostriche in abbondanza e Xeres. Il bravo Michele, soddisfattissimo, fece perfino un allegro brindisi che ebbe un successone.

Alla mezzanotte, dopo aver scelto gli uomini di guardia, i naufraghi si ritiravano nelle loro stanze e s'addormentavano profondamente. All'indomani, all'alba, don Guzman, Michele, mastro Josè e dieci marinai, bene armati e provvisti di viveri, lasciavano la capanna per recarsi a fondare la stazione.

— Seguiremo la costa — disse il capitano a Michele. — Quando avremo trovato un luogo adatto per la stazione, noi due piegheremo verso la montagna e andremo a cercare l'acqua.

— Saremo di ritorno questa sera?

— Lo spero, tenente. In cammino, amici.

La spiaggia era assai ineguale, sicché la marcia era piuttosto faticosa. Ora era piana e sabbiosa, sparsa di conchiglie, di alghe, di vecchissimi gusci di tartaruga, vuotati senza dubbio dagli indiani o dai pescatori, ma più spesso era assai elevata e interrotta da rocce di natura vulcanica, che i naufraghi erano costretti a girare od a valicare. L'oceano, che fino agli estremi limiti dell'orizzonte era deserto, veniva a infrangersi contro quegli ostacoli con muggiti prolungati, lanciando la spuma ad una grande altezza.

Animali non se ne vedevano per quanto Michele e il capitano girassero gli sguardi, ma volteggiavano sopra le rupi e sopra le onde numerosissime bande di cormorani, uccelli grossi quanto un'oca e grandi distruttori di pesce, e che di quando in quando si precipitavano in acqua per pescare. Vi erano pure alcuni pellicani bruni, col capo ed il collo variegato di bianco e cenerino, il dorso scuro macchiato di bianco, la saccoccia azzurrognola striata di bianco e il il becco grandissimo. Disgraziatamente erano molto diffidenti e si tenevano assai lontani dal fucile del tenente.

Girato un capo assai roccioso, che si protendeva per un lungo tratto sull'oceano, il drappello scese su una spiaggia piuttosto bassa e sabbiosa, ma anche questa interrotta di quando in quando da rupi altissime, alcune delle quali formavano delle vere barriere inaccessibili. Fu su quelle sabbie che il tenente, che precedeva i compagni di alcune centinaia di passi, vide dei corpi nerastri trascinarsi penosamente, con sforzi ridicoli, verso l'oceano.

— Capitano! — gridò.

— Date addosso, Michele! — gridò don Guzman correndo. — Sono testuggini.

Gli anfibi erano giunti presso la spiaggia e cominciavano a tuffarsi, ma il tenente aveva buone gambe e riuscì a rovesciare l'ultima. Era bella davvero, grossa assai, e pesava almeno venti chilogrammi. Agitava pazzamente le sue brutte gambe per riprendere la posizione normale e allungava la testa, ma senza riuscirvi.

— Ecco un bel pranzo guadagnato senza molta fatica — disse Michele a don Guzman.

— È un pranzo eccellente, amico — aggiunse il capitano. — La carne delle testuggini, cotta nel guscio come usano gl'indiani, è da preferirsi al montone.

— Ne troveremo delle altre?

— Senza dubbio. Le coste dell'isola sono assai frequentate da questi anfibi.

— Ne ho veduto delle centinaia — disse mastro Josè. — E come sono eccellenti le uova!

— Ma difficili a scoprirsi però.

— È vero, capitano. Ma gl'indiani le scoprono con somma facilità, quantunque sulla sabbia non vi sia alcun segno che indichi il luogo ove sono state celate.

— Proseguiamo — disse don Pablo.

Due marinai presero la testuggine e il drappello si rimise in cammino. Verso le nove la costa tornò ad alzarsi. Alle sabbie erano succedute delle vere colline assai dirupate, cadenti a picco sull'oceano, formanti delle piccole baie e delle insenature profondissime, dei veri fiords simili a quelli delle coste norvegiane. Quelle colline erano i primi contrafforti della grande montagna che dominava quella parte dell'isola.

Il drappello fu costretto a lasciare la spiaggia e si inoltrò in certe strette gole, ove crescevano dei cacti cilindrici, del pimento, del crescione e delle piante di cocomite dalle quali gl'indiani estraggono una farina assai nutritiva. Michele, che aveva gli occhi dappertutto, vide pure alcuni conigli, ma fuggirono così rapidamente che non ebbe il tempo di armare il fucile.

Alle dieci entravano in una verdeggiante valletta in mezzo alla quale scorreva un torrentello dalle acque limpidissime e assai fresche, e che scendeva dalla montagna. Oltre i cacti, le cocomite, il pimento, il crescione, c'erano pure dei castagni selvatici e parecchi manzanilli.

— Questo luogo fa per noi — disse mastro Josè. — Abbiamo acqua e legna e il mare è a breve distanza.

— Vedo laggiù una stretta gola — disse il capitano. — Deve menare alla spiaggia.

— Andiamo a vedere, capitano.

Il drappello, dissetatosi nelle fresche acque del torrentello, s'inoltrò nella gola che era stretta assai e ingombra di macigni. Dopo dieci minuti sbucava su una spiaggia sabbiosa, la quale, piegandosi in semicerchio, formava una bella baia.

— Qui fabbricheremo la nostra capanna — disse mastro Josè. — Una nave che passi in vista di questa costa, non sfuggirà ai nostri occhi.

— Mettetevi subito al lavoro adunque — disse don Guzman.

— Partite subito? — chiese il mastro.

— Sì, mio vecchio lupo. Dobbiamo cercare una sorgente pei nostri compagni.

— Datemi i vostri ordini, capitano — disse Josè.

— Non hai che da vegliare attentamente e venirmi subito ad avvertire se una nave viene a incrociare od ancorarsi in questa baia.

— Se la nave passa al largo, dovrò far segnali?

— Accenderai un gran fuoco e sparerai fucilate.

— Anche se la nave è nemica?

— In tal caso distruggerai subito la capanna e ti ritirerai; vedremo poi cosa si potrà fare. Addio, mio vecchio lupo.

Il capitano e Michele rientrarono nella gola, percorsero in tutta la sua lunghezza la valletta e cominciarono a salire i pendìi della montagna che erano coperti in gran parte da una certa erba detta del sapone, che da una cipolla selvatica il cui bulbo viene, dagli indiani, adoperato per rendere l'acqua spumante.

Di quando in quando i due naufraghi incontravano pure dei cespugli di yedra, piante pericolosissime assai; la mano che le tocca diventa subito rossa, la pelle si gonfia e si copre di bolle. Basta mettersi una foglia di yedra sulle labbra per cadere morti. Perfino le emanazioni di questi cespugli sono perniciose; cagionano una epidemia speciale che costringe talvolta gli abitanti di qualche borgata a fuggire.

Ben presto però, a quelle erbe ed a quei cespugli successero dei castagni selvatici, querce, larici, abeti bianchi e rossi e cedri. Più sopra, verso la cima del monte, Michele scorse pure alcuni giganteschi sequoias che potevano rivaleggiare coi famosi eucalyptus australiani per altezza e per grossezza.

Il capitano, che prima del tramonto voleva ritornare alla costa, invece di salire più in alto costeggiò la gran montagna dirigendosi verso oriente. Due o tre volte egli si arrampicò su di un abete colla speranza di scoprire qualche capanna di indiani o di meticci, ma senza frutto. Solamente il capannone dei naufraghi, che era lontano una mezza dozzina di miglia, appariva sulla costa dell'isola.

A mezzodì i due comandanti cominciarono a discendere, e verso la una, in fondo ad una valletta, scoprivano una sorgente d'acqua limpidissima e molto fresca.

— Ecco quello che ci occorreva — disse don Guzman.

— È un po' lontana dal capannone — osservò Michele. — Dovranno percorrere quattro miglia almeno i provveditori di acqua.

— Hanno delle buone gambe i nostri marinai, Michele.

— Lo so, don Pablo. Ritorniamo subito?

— Non abbiamo sparato ancora un colpo di fucile, e mi pare che la selvaggina non scarseggi. Porteremo ai nostri compagni un buon arrosto.

— Non domando di meglio, capitano.

Si riposarono un po', indi si misero a battere i dintorni. La selvaggina abbondava; vere truppe di conigli e di jock-oss, specie di lepri colle orecchie d'asino, fuggivano attraverso i cespugli e sugli alberi saltellavano numerose bande di scoiattoli. C'erano pure nelle brughiere bellissimi galli, pernici, quaglie in grande quantità, fagiani dorati e parecchi di quei superbi uccelletti chiamati uccelli-mosca, dai vivi colori.

Ben presto numerosi colpi di fucile rintronarono sotto gli alberi e nelle brughiere. Alle sei della sera i due cacciatori, ben carichi di selvaggina, lasciavano la montagna e scendevano nella pianura.

Quella sera mastro Harguez ebbe un gran lavorare. Tutti i naufraghi del capannone ricevettero un pezzo d'arrosto ed i feriti una eccellente zuppa di brodo di coniglio che li ristorò non poco.