I pirati della Malesia/Capitolo XVI - La liberazione di Kammamuri

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Capitolo XVI - La liberazione di Kammamuri

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Capitolo XVI - La liberazione di Kammamuri
Capitolo XV - Tremal-Naik Capitolo XVII - Yanez in trappola

Capitolo XVI
La liberazione di Kammamuri


Mentre Yanez, lavorando con astuzia, preparava la salvezza di Tremal-Naik, il povero Kammamuri, in preda a mille terrori ed a mille angosce, s’arrabattava per uscire dalla sua prigione. Non aveva paura di venire appiccato o fucilato come un volgare pirata; aveva paura di venire sottoposto a qualche spaventevole supplizio e di confessare ogni cosa, compromettendo in un colpo solo la vita del suo padrone, dell’infelice Ada, della Tigre della Malesia, di Yanez e di tutti gl’intrepidi pirati di Mompracem.

Appena rinchiuso aveva tentato di saltare dalle finestre, ma le aveva trovate difese da solidissime sbarre di ferro, impossibili a rompersi senza una potente lima od una mazza; poi aveva tentato di sfondare il pavimento, sperando di cadere in una stanza disabitata, ma dopo essersi rotte le unghie era stato costretto a rinunciarvi. Da ultimo aveva tentato di strangolare l’indiano che gli aveva portato il cibo, ma quando era sul punto di riuscire, altri indiani erano accorsi a liberare il compagno.

Persuaso dell’inutilità dei suoi sforzi, erasi accoccolato in un angolo della stanza, risoluto a morire di fame piuttosto che assaggiare qualche cibo che poteva contenere qualche misterioso narcotico; risoluto pure a lasciarsi strappare le carni a brano a brano piuttosto che pronunciare una sola parola.

Erano trascorse dieci ore senza che si muovesse. Già il sole era tramontato, dopo un brevissimo crepuscolo, e le tenebre avevano invaso la stanza, quando un sibilo lamentevole, seguito da un leggero colpo, ferì i suoi orecchi. Si alzò senza far rumore, girando attorno uno sguardo indagatore, e tese l’orecchio. Non udì più nulla all’infuori delle grida rauche dei dayachi e dei malesi che passavano per la piazza.

Si avvicinò silenziosamente alla finestra e guardò attraverso le sbarre di ferro. Là, presso una gigantesca areca saccarifera, che stendeva la sua ombra su buona parte della piazza, stava un uomo con un gran cappello in testa ed una specie di bastone in mano. Lo conobbe a prima vista.

— Padrone Yanez, — mormorò.

Sporse un braccio e fece alcuni gesti. Il portoghese alzò le mani e rispose con altri gesti.

— Ho compreso, — disse Kammamuri. — Buon padrone!

Lasciò la finestra e camminò fino alla parete che gli stava di fronte. La osservò attentamente, poi si chinò e raccolse una specie di freccia all’estremità della quale eravi appesa una pallottola di carta.

— Qui dentro vi è la salvezza, — mormorò. — A quanto pare, padron Yanez sa adoperare bene la cerbottana.

— Spiegò la carta e levò due pillole nere che c’erano in mezzo, piccolissime assai e che tramandavano un odore particolare.

— Veleno o narcotico? — si chiese. — Ah! la carta è scritta. Si avvicinò alla finestra e lesse attentamente le seguenti righe: «Tutto procede di bene in meglio. Tremal-Naik, se non sopraggiungono incidenti imprevisti, domani sera sarà libero. Le pillole che ti unisco, sciolte nell’acqua, addormentano istantaneamente. Cerca il mezzo di addormentare il guardiano e di fuggire. Domani a mezzodì, ti attendo nei pressi del fortino.

Yanez»

— Buon Yanez, — mormorò il maharatto, commosso. — Pensa a tutto. S’appoggiò alle sbarre della finestra e si mise a meditare. Un leggero colpo dato alla porta lo tolse dai pensieri.

— Eccolo! — esclamò.

Si avvicinò rapidamente, ma senza far rumore, ad un tavolo sul quale c’erano, assieme a una zuppiera di riso ed a parecchie frutta, due grandi tazze di ‘’tuwah’’, e vi gettò dentro le pillole che istantaneamente si sciolsero.

— Chi è là? — chiese poi.

— Guardia del rajah, — rispose una voce.

La porta si aprì e un indiano armato di una larga scimitarra e di una lunga pistola col calcio incrostato di madreperla, entrò con precauzione. In una mano aveva una lanterna di talco, simile a quella che usano i cinesi, e nell’altra un paniere pieno di provvigioni.

— Non hai fame? — chiese la guardia, vedendo le tazze piene, le frutta intatte e la zuppiera ancora colma.

Il maharatto invece di rispondere gli lanciò uno sguardo torvo.

— Coraggio, amico, — continuò la guardia. — II rajah è buono e non ti appiccherà.

— Ma mi avvelenerà, — disse Kammamuri con finto terrore.

— In qual modo?

— Col cibo e colla bevanda che qui vedi.

— È per questo che non hai assaggiato nulla?

— Certamente.

— Hai torto, amico mio.

— Perché?

— Perché né il tuwach, né il riso, né le frutta contengono veleno alcuno.

— Berresti tu una tazza di quel liquore?

— Se tu lo vuoi!

Kammamuri afferrò la tazza entro la quale aveva sciolto le pillole del portoghese e la porse alla guardia.

— Bevi, — disse.

L’indiano, che non aveva alcun sospetto, avvicinò la tazza alle labbra e bevette buona parte del contenuto.

— Ma... — disse, esitando. — Cos’hanno messo in questo Tuwach?

— Lo ignoro, — disse il maharatto che lo guardava attentamente.

— Un fremito strano agita le mie... membra.

— Ah!...

— To! la testa mi gira, mi mancano le forze, non ci vedo più, mi pare...

Non finì. Traballò come fosse stato ferito in mezzo al petto, alzò le mani, sbarrò gli occhi e cadde pesantemente a terra rimanendo immobile.

Kammamuri d’un salto gli fu sopra strappandogli la pistola e la scimitarra.

Così armato s’avvicinò alla porta e tese gli orecchi.

Temeva che il fracasso prodotto dall’indiano nel cadere, attirasse altre guardie. Fortunatamente nessun passo si fece udite nel corridoio.

— Sono salvo! — esclamò respirando. — Fra dieci minuti sarò fuori della città.

Levò i corti calzoni, la giacca e la fascia che indossava l’indiano e in un batter d’occhio si vestì. Sulla testa si annodò un fazzoletto in modo da nascondere buona parte della fronte e un po’ gli occhi, poi cinse la scimitarra e passò nella cintura la pistola.

— Avanti, — mormorò. — Passerò per una guardia del rajah.

Aprì senza far rumore la porta, percorse il corridoio che era deserto e oscurissimo, scese la scala e passando rapidamente dinanzi alla sentinella uscì sulla piazza.

— Sei tu, Labuk? — chiese una voce.

— Sì, — rispose Kammamuri, senza volgersi indietro per paura di venire riconosciuto da colui che lo interrogava.

— Che Siva ti protegga.

— Grazie, amico.

Il maharatto con passo rapido, gli occhi in guardia, gli orecchi tesi, tirava innanzi tenendosi presso i muri delle case, celandosi, quando in fondo alle vie e alle viuzze scorgeva qualcuno che somigliasse ad una guardia del rajah.

Dopo dieci buoni minuti giungeva ai piedi della collina, sulla cui cima, illuminato dalla luna, biancheggiava il fortino. Si arrestò tendendo gli orecchi.

Verso il fiume si udivano i battellieri dayachi e malesi canticchiare monotoni ritornelli; verso il quartiere cinese si udivano gli acuti suoni dell'yo, specie di flauto a sei buchi e il dolce tremolìo del kine, specie di chitarra colle corde di seta.

Verso la piazza, ove ergevasi il palazzo del rajah, non udivasi nulla.

— Sono salvo! — mormorò, dopo alcuni istanti d’angosciosa attenzione. — Non hanno ancora scoperto la mia fuga.

Si cacciò in mezzo ai boschi di mangostani altissimi, di mangifere di bellissimo aspetto e di cettings, che si arrampicavano disordinatamente su per la collina.

Ora saltando da un albero all’altro con un’agilità da scimmia per far perdere le tracce, ora entrando negli stagni di nere e putride acque per lo stesso scopo, ed ora varcando cespugli, in meno di un’ora giunse, senz’essere stato scorto da alcuno, ad un tiro di fucile dal fortino. Si arrampicò su di un albero altissimo dal quale poteva scorgere chi saliva e chi scendeva la collina, ed attese pazientemente l’arrivo del portoghese.

La notte passò senza incidenti. Alle quattro del mattino, il sole apparve improvvisamente sull’orizzonte, rischiarando d’un colpo solo il fiume, che smarrivasi fra ubertose campagne e fitti boschi, la cittadella e le piantagioni circostanti. Dall’alto del suo osservatorio il maharatto vide, qualche ora dopo, due bianchi uscire dal fortino e lanciarsi a tutte gambe giù pel sentiero.

— Che cosa succede? — mormorò Kammamuri. — Per mettersi a correre in quel modo, bisogna che sia accaduto qualche cosa di serio nel fortino. Che quelli della città abbiano segnalato a questi uomini la mia fuga?

Si rannicchiò in mezzo al fogliame, onde non essere scorto da quelli che passavano pel sentiero, e attese in preda ad una viva ansietà. Un’ora dopo i due inglesi risalivano verso il fortino, seguiti da un ufficiale delle guardie e da un europeo vestito di tela bianca, il quale aveva una scatoletta nera appesa alla cintura.

— Che sia un medico? — si chiese Kammamuri, diventando pallido. — Che qualcuno sia ammalato? Che là dentro vi sia il mio padrone?... Signor Yanez, venite, fate presto!

Si lasciò scivolare fino a terra e strisciò verso il sentiero risoluto ad interrogare qualcuno. Fortunatamente batterono le dodici ore, poi l’una, le due, le tre, senza che alcun marinaio o alcuna guardia passassero di là.

Verso le cinque però, un uomo con un largo cappellaccio di paglia e un paio di pistole alla cintura, apparve ad una svolta. Kammamuri lo conobbe subito.

— Padron Yanez! — esclamò.

Il portoghese, che saliva con passo lento, guardando attentamente a destra ed a sinistra come se cercasse qualcuno, a quella chiamata si arrestò. Scorgendo Kammamuri, affrettò il passo e raggiunto che l’ebbe, lo spinse nel fitto di un macchione dicendogli:

— Se qualche guardia ti scorgeva eri spacciato e questa volta per sempre; bisogna essere prudenti, mio caro.

— È successo qualche cosa di grave al fortino, padron Yanez, — disse il maharatto. — Un sospetto mi è balenato in mente e ho lasciato il mio nascondiglio.

— Un sospetto!... E quale?

— Che il mio padrone sia rinchiuso là dentro e che sia moribondo. Ho visto un bianco recarsi lassù e mi è sembrato un medico.

— È proprio il tuo padrone che ha messo in moto i soldati del fortino.

— Il mio padrone!... È dunque lassù, il mio padrone?

— Sì, mio caro.

— E sta male?

— È morto.

— Morto! — esclamò il maharatto, traballando.

— Non spaventarti, piccino mio. Lo credono morto, ma invece è vivo.

— Ah! padron Yanez, quale paura mi avete fatto provare! Gli avete dato da bere qualche potente narcotico?

— Gli ho dato delle pillole che sospendono la vita per trentasei ore.

— E lo crederanno morto?

— Fulminato.

— E come faremo a salvarlo?

— Questa sera, se non m’inganno, lo seppelliranno.

— Capisco, — disse il maharatto. — Seppellito che sia, noi lo disseppelliremo e lo porteremo al sicuro. Ma dove lo porteranno?

— Lo sapremo.

— In qual modo?

— Quando usciranno dal forte noi li seguiremo.

— E quando faremo il colpo?

— Questa notte.

— Noi due?

— Tu e Sandokan.

— Dovrò avvertirlo dunque.

— Certamente.

— E voi non verrete con noi?

— Non posso.

— Perché?

— Il rajah questa sera dà un ballo in onore dell’ambasciatore olandese e, come ben capirai, non posso mancare senza destare dei sospetti.

— Aho! — esclamò il maharatto, alzando vivamente la testa verso il fortino.

— Che hai?

— Degli uomini escono dal forte.

— Per Giove!

Scostò colle armi i rami del fitto cespuglio e guardò la cima della collina.

Due marinai erano usciti portando sopra una specie di barella un corpo umano chiuso in una specie di amaca. Dietro a loro uscirono altri due marinai armati di zappe e di vanghe e una guardia del rajah.

— Prepariamoci a partire, — disse Yanez.

— Che strada prendono? — chiese Kammamuri, con viva ansietà.

— Scendono il colle dal lato opposto.

— Vanno a seppellirlo nel cimitero!

— Non lo so. Giriamo il bosco, ma bada di non far rumore.

Uscirono dalla macchia e si cacciarono sotto la boscaglia che copriva quasi tutta la collina. Scavalcando tronchi atterrati, sfondando intricati cespugli, e tagliando lunghe radici, girarono attorno al forte e si trovarono sul versante opposto. Yanez si arrestò.

— Dove sono? — si chiese.

— Eccoli laggiù, — disse il maharatto.

Il drappello infatti era in vista. Scendevano un sentiero stretto stretto che menava in una piccola prateria circondata da superbi alberi. Nel mezzo, cinto da una bassa palizzata c’era uno spazio irto di pietre e di tavolette di legno.

— Quello dev’essere il cimitero, — disse Yanez.

— Si dirigono verso quel luogo? — chiese Kammamuri.

— Sì.

— Respiro, padron Yanez. Temevo che gettassero il mio povero padrone nel fiume.

— Anche a me era venuto questo pensiero.

I marinai erano entrati nel cimitero e si erano arrestati nel mezzo, deponendo a terra Tremal-Naik. Yanez li vide girare per qualche istante fra i ceppi, come se cercassero qualche cosa, poi uno di essi alzò la zappa e cominciò a scavare.

— È là che lo sotterreranno, — disse il portoghese al maharatto. — La terra di fresco smossa vi indicherà il luogo ove sarà sepolto.

— C’è pericolo che il mio padrone muoia asfissiato? — chiese Kammamuri.

— No, amico mio. Ora corri subito da Sandokan, ordinagli di radunare i suoi, di venire qui e dissotterrare il tuo padrone.

— E poi?

— Poi tornerete nel bosco e domani verrò a raggiungervi. Domani sera potremo lasciare questi luoghi per sempre. Va’, amico, va’.

Il maharatto non se lo fece dire due volte. Impugnò la pistola e scomparve sotto gli alberi colla rapidità di un daino.