I predoni del Sahara/Capitolo 6 - Verso il deserto

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo 6 - Verso il deserto

../Capitolo 5 - Il massacro della spedizione Flatters ../Capitolo 7 - Una caccia al re delle foreste IncludiIntestazione 28 aprile 2017 75% Da definire

Capitolo 5 - Il massacro della spedizione Flatters Capitolo 7 - Una caccia al re delle foreste

6 - Verso il deserto


Un'ora dopo, la carovana del marchese e quella di Ben Nartico lasciavano il duar per inoltrarsi nel deserto, le cui sabbie, trasportate da soffi furiosi del simun, cominciavano ad apparire anche su quelle pianure non del tutto incolte.

Si componeva di undici cammelli, carichi di viveri, di oggetti di scambio, di otri gonfi d'acqua, di due asini e di quattro cavalli di razza araba, bellissimi animali, solidi, veloci e focosi.

Il marchese, Rocco e Ben Nartico, vestiti da arabi, con bianchi caic ed i caffettani variopinti ed infioccati, precedevano la carovana insieme col moro che aveva la benedizione del sangue sulle mani. Erano tutti armati di fucili a retrocarica e di rivoltelle che tenevano nascoste nelle fonde delle selle.

Dietro, guidato da uno dei due beduini, s'avanzava un gigantesco cammello, il quale reggeva sulle sue gobbe una specie di baldacchino, chiuso tutto intorno da tende leggere e sormontato da un immenso pennacchio.

Era il cammello di Esther ed in quel grazioso nido, comodamente seduta su un soffice cuscino di seta rossa, regalatole da Hassan, non doveva trovarsi male, poiché era al riparo dai cocentissimi raggi solari.

Aveva però fatto rialzare le tende sul dinanzi, onde poter scambiar qualche parola coi suoi compagni di viaggio e osservare il paese. Dopo il suo cammello venivano gli altri, su una lunga fila, legati l'uno all'altro, sorvegliati dal secondo beduino, il quale cavalcava uno degli asinelli.

La pianura diventava sempre più arida e deserta. Solamente a molta distanza si scorgeva di quando in quando qualche misero duar circondato da bande di montoni e di cammelli pascolanti le poche erbe che crescevano nelle bassure.

Non era però ancora il deserto, anzi verso il sud, su alcune alture, si vedevano giganteggiare folte macchie di palmizi. Solamente dietro a quelle ultime elevazioni, inumidite dalle acque dell'Igiden, dovevano cominciare le sconfinate distese di sabbie.

Mentre la carovana procedeva con passo piuttosto lesto, mercé le urla incessanti dei due beduini e le bastonate che grandinavano sui cammelli, Ben Nartico ed il marchese avevano cominciato una interessante conversazione.

“Mio caro amico,” aveva detto il gentiluomo all'ebreo, “voi non mi avete ancora detto lo scopo del vostro viaggio. Per recarvi a Tombuctu insieme con vostra sorella, vi deve essere un motivo ben forte.”

“Mi reco alla Regina delle Sabbie per raccogliere una grossa eredità,” rispose Ben Nartico.

“Una eredità da raccogliere a Tombuctu!” esclamò il marchese, con stupore.

“Sì, marchese. Mio padre è morto laggiù, dopo aver raccolto una fortuna considerevole.”

“Io so che quella città è inviolabile agli stranieri e anche agli ebrei.”

“È vero, signore, ma mio padre vi si era recato fingendosi un fedele seguace del Profeta e sembra che tutti fossero convinti di ciò perché poté rimanere indisturbato sette anni in quella città di fanatici.

“Due mesi or sono un servo fidato ha attraversato il deserto per venire ad avvertirmi della morte del povero vecchio ed invitarmi ad andare a raccogliere l'eredità.

“Si tratta di parecchie centinaia di migliaia di lire in oro, che sono state nascoste in un pozzo della casa di mio padre, onde sottrarle alla rapacità di quel sultano e dei suoi kissuri.”

“E dov'è ora quel servo?”

“Mi ha preceduto nel deserto e noi lo ritroveremo nell'oasi di Eglíf.”

“Allora noi potremo forse avere delle preziose notizie anche da quel servo, circa la sorte toccata al colonnello Flatters.”

“Lo spero, signore; anzi ve lo auguro. Ma ne avremo prima da altri.”

“E da chi?”

“Dai miei correligionari del deserto.”

“Come! Forse che nel Sahara troveremo degli ebrei?”

“E più di quello che credete,” rispose Ben Nartico. “Essi vengono chiamati Dagtuma dai Tuareg e vivono in molte oasi disseminate nel grande deserto.

“Sembra che siano fuggiti dal Marocco durante l'invasione araba per non abbracciare il Corano.”

“E che cosa fanno nel deserto?”

“I trafficanti.”

“I Tuareg non li inquietano?”

“No, però li trattano come una razza inferiore ed i matrimoni colle loro figlie sono severamente proibiti.

“Hanno poi la precauzione, questi miei disgraziati correligionari, di scegliersi fra i Tuareg un protettore a cui pagano una somma annuale.”

“Non sono molto coraggiosi a quanto sembra.”

“Non sono nati per la guerra, quantunque i loro protettori sovente li costringano non solo ad impugnare le armi, ma anche a mettersi all'avanguardia per ricevere le prime scariche.”

“Quei predoni sono vere canaglie!” disse Rocco.

“Astuti, cattivi, traditori e ladri,” rispose Ben Nartico. “Non mancheranno le occasioni per studiarli da vicino. Verranno ad inquietarci, siatene certi.”

Verso mezzodì la carovana faceva la sua prima fermata presso un gruppo di superbe palme, onde concedere ai cammelli un po' di riposo e anche per non esporsi a colpi di sole.

Quella macchia, formata da una trentina di piante, era composta di splendide camerope a ventaglio, dal fusto cilindrico e sottile, nudo verso la base e più sopra coperto da grosse squame regolari, formate da avanzi di picciuoli di foglie cadute.

Le cime erano coronate da un immenso ciuffo di trenta o quaranta foglie adorne di grappoli di fiori disposti a pannocchie, che dovevano più tardi produrre delle frutta assai zuccherine, somiglianti per gusto ai datteri, sebbene di qualità inferiore.

Sono alberi che nascono anche nei terreni quasi aridi e sono molto utili, perché oltre le frutta anche le giovani foglie sono mangiabili e la fecola contenuta nel tronco può surrogare la farina dei sagù malesi.

Il marchese aiutò Esther a scendere, poi ordinò che si stendessero dei tappeti sotto l'ombra delle piante, dovendo quella fermata prolungarsi fino alle cinque del pomeriggio.

Un silenzio profondo regnava su quella pianura arsa dagli implacabili raggi del sole, i cui morsi crudeli avevano già fatto appassire le punte delle foglie e inaridire i cespugli.

Non si udiva nemmeno un insetto ronzare, né una cicala gridare. Solamente degli scorpioni, che sono numerosissimi anche nel deserto, fuggivano a battaglioni, nascondendosi fra le sabbie.

Due ore prima del tramonto, dopo la cena, consistente in un pezzo d'agnello freddo ed in alcuni fichi secchi, la carovana riprendeva la marcia per raggiungere i poggi boscosi, dove il moro sapeva trovarsi una fonte.

La traversata di quest'ultimo tratto di pianura fu compiuta felicemente, nonostante il calore eccessivo che pareva sfuggisse attraverso le mille fessure di quel suolo calcinato, e verso le undici il marchese ed i suoi compagni si accampavano sotto la foresta, formata da immense palme, da querce, da acace e da fichi giganteschi già carichi di frutta dolcissime.

“È l'ultima tappa,” disse El-Haggar, la guida mora. “Domani scenderemo nel deserto.”

“E procederemo più rapidamente che ci sarà possibile,” disse il marchese. “Abbiamo molta fretta di giungere a Baramet per unirci ad una grossa carovana che deve attraversare il deserto al pari di noi.

“In molti viaggeremo con maggior sicurezza.”

“Non vi potremo giungere prima di posdomani, signore,” disse il moro. “Le marce fra le sabbie sono faticose assai anche pei cammelli.”

“Forzeremo gli animali, non sono già molto carichi.”

“Proveremo, signore.”

“Dov'è la sorgente che mi dicevi trovarsi in questi dintorni? Sarà prudente provvederci abbondantemente d'acqua.”

“Vi andremo domani mattina, signore.”

“E perché non ora?”

“Di notte è frequentata da animali feroci. I leoni, le iene e le pantere abbondano in questa boscaglia.”

“Bah! Non mi fanno paura. Ho già fatto la conoscenza dei leoni nell'Algeria e poi non credo che qui ve ne siano molti.”

Come se le fiere volessero dargli una pronta smentita, in quello stesso momento echeggiò in lontananza un formidabile ruggito, il quale si propagò lungamente sotto le cupe volte di verzura.

“Ah! Diavolo!” esclamò il marchese. “Il signore della foresta si annuncia già! Le tue parole hanno avuto una fulminea conferma, mio caro El-Haggar.”

“Ve lo avevo detto,” rispose il moro, sorridendo.

“Non verrà ad importunarci questo pericoloso vicino?”

“Accenderemo dei fuochi attorno all'accampamento e raduneremo i cammelli.”

Esther, stanchissima, s'era già ritirata sotto la tenda che suo fratello aveva fatto innalzare in mezzo all'accampamento.

Nel più folto della foresta, il leone di quando in quando lanciava le sue note cavernose e possenti, tenendosi però a molta distanza. Forse aspettava le ore più tarde per avvicinarsi e tentare qualche buon colpo.

Ogni volta che il suo ruggito rintronava sotto le piante, i cammelli si stringevano impauriti gli uni addosso agli altri ed i cavalli e gli asini alzavano gli orecchi e scalpitavano.

“Quel signore comincia a diventare noioso,” disse il marchese. “Si degnasse almeno d'accostarsi a tiro di fucile.”

In quel momento un altro ruggito del leone si fece udire più vicino e così potente, da far sussultare anche il marchese.

“Signore,” disse Rocco. “Quell'animale esige la sua cena.”

“Pare anche a me,” rispose il marchese. “Comincia a diventare minaccioso.”

El-Haggar che vegliava sui fuochi assieme ai due beduini, s'accostò tenendo in pugno il suo lunghissimo moschetto dal calcio ricurvo e abbellito da piastrine d'argento e di madreperla.

“Signore,” disse, “il leone minaccia il nostro campo. Deve essere un vecchio che ha già assaggiato la carne umana.”

“Un animale pericoloso dunque?”

“Si, signor marchese,” disse il moro, il quale pareva molto inquieto. “Quando i leoni hanno cominciato a divorare qualche uomo, sfidano qualunque pericolo per procurarsene altri.”

“Vieni, Rocco,” disse il marchese, alzandosi e prendendo una carabina Martini. “Se quel signore diventa impaziente lo calmeremo con un pò di piombo. Gli farà bene, ne sono certo.”

“Cosa volete fare, signore?” chiese il moro, spaventato.

“Vado ad incontrarlo,” rispose il marchese, con voce tranquilla.

“Non scostatevi dai fuochi. Il leone vi assalirà.”

“E noi assaliremo lui, è vero, Rocco?”

“Lo uccideremo.”

“Vengo anch'io con voi,” disse Ben Nartico. “Non sono un cattivo tiratore.”

“E perché dovrò io rimanere qui inerte?” chiese una voce armoniosa dietro di loro.

Esther era uscita dalla tenda e stava ritta dietro di loro, appoggiata ad una piccola carabina americana, in atteggiamento fiero.

“Voi, signorina!” esclamò il marchese, guardandola con ammirazione.

“E perché no?” chiese la giovane, con voce tranquilla. “So maneggiare il fucile quanto mio fratello, è vero, Ben?”

“Tu anzi tiri meglio di me,” rispose Nartico.

“È un animale pericoloso, signorina,” riprese a dire il corso.

“Non è una caccia nuova per me. Ti ricordi, Ben, di quel leone che ci aveva assalito nelle gole dell'Atlante?”

“Sì, e che tu fulminasti a bruciapelo, mentre invece io lo avevo fallito,” rispose Nartico.

“Un coraggio ammirabile!” esclamò il marchese, stupito. “Le nostre donne d'Europa non ne hanno la centesima parte.”

“Marchese, il leone si impazienta,” disse la giovane. “Udite come rugge?”

“Ebbene, signorina, andiamo a offrirgli la cena di piombo.”

“E di polvere,” aggiunse Rocco.