I predoni del gran deserto/5. Le leggende del Sahara

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5. Le leggende del Sahara

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Le leggende del Sahara


William aveva alzati macchinalmente gli occhi, più spinto dalla curiosità che dalla brutale minaccia del capo.

Egli si vide dinanzi una ragazza di quindici anni, di taglia svelta, elegante, flessuosa e di una bellezza veramente sorprendente, quantunque avesse la carnagione leggermente bronzina, con certi riflessi d’oro antico.

Aveva i capelli lunghi, neri, raccolti in due grosse trecce adorne di monete d’oro e di perle di vetro, gli occhi tagliati a mandorla velati da lunghe sopracciglia, languidi, vellutati, un visetto piccino, un nasino perfetto, una boccuccia rotonda secondo l’espressione dei poeti arabi, e mani e piedi piccolissimi. Era un vero tipo di quella razza moresca conservatasi pura ormai solamente nel deserto di Sahara, e sui confini del Marocco e dell’Algeria.

Un fazzoletto di seta rossa le avvolgeva graziosamente il capo come una pezzuola, adorno di monetucce d’oro; una veste lunga, con maniche larghe e cadenti, le copriva il corpo, stretta da una larga cintura di seta ricamata, lasciando vedere i calzoncini che scendevano fino alle babbucce di pelle gialla a punta rialzata.

Né agli orecchi, né al collo, né ai polsi portava alcun oggetto d’oro, ma sopra la noce dei piedi teneva parecchi cerchietti d’argento.

William che si aspettava di vedere qualche brutta negra col viso camuso ed il naso schiacciato, era rimasto tanto sorpreso, che si era perfino dimenticato di salutare la giovane figlia del capo, quantunque ella gli avesse dato, con voce armoniosa il tradizionale:

— Es-sèlam-alekom.

— Sei diventato muto come le sabbie del deserto? — chiese lo scièk, corrucciato.

— Guardo tua figlia — rispose William.

— È bella?

— Bellissima.

— Più bella della figlia del sole?

William esitò, ma vedendo lo scièk stringere l’impugnatura della pesante sciabola che teneva fra le pieghe della fascia, si rammentò della minaccia, e rispose subito:

— Sì, quantunque la figlia del sole che io amo sia bianca e tua figlia sia bruna.

— Allora Afza sarà tua moglie.

— Ma io non l’amo ancora.

— L’amerai: io lo voglio.

Ciò detto, lo scièk uscì, lasciandoli soli.

— Mio signore — disse Afza. — Desideri qualche cosa?

— Non sono tuo signore — rispose William, che si trovava imbarazzatissimo dinanzi a quella giovinetta, e che pensava in cuor suo alla brutta piega che prendevano i casi suoi.

— Se non lo sei, lo diverrai — rispose Afza, sedendosi presso di lui, alla maniera degli orientali. — Sai che io sono felice della scelta di mio padre?... Io avevo sognato un uomo alto, forte, valoroso, un uomo che non fosse come quelli della mia tribù e che m’insegnasse le cose meravigliose che conoscono le donne dei lontani paesi del Nord. Mio padre mi aveva promesso di condurmi un prigioniero dei paesi del Marocco o dell’Algeria, e sono contenta che abbia mantenuta la parola. Ah! Quanto invidio le donne del tuo paese!...

— Cosa ne sai tu? — chiese William, stupito.

— Un uomo bianco, giunto nel deserto molti anni or sono, quando io era ancora piccina, mi ha raccontato tante meraviglie dei paesi abitati dalle donne dalla pelle bianca; e da quel giorno io non ho sognato che d’aver per sposo uno di quegli uomini, perché insegnasse anche a me a fare quelle cose sorprendenti.

— Ma credi davvero che io diventi tuo sposo?

— Lo ha detto mio padre.

— Ma io non ti amo.

— Mi amerai, mio signore.

— Ho lasciato un’altra donna nel mio paese.

— La dimenticherai.

— Io sono cristiano e non mussulmano.

— Diverrò cristiana anch’io.

— Ma io sono di già stanco del deserto.

— Lo lasceremo insieme e mi condurrai nel tuo paese.

— Ma nel mio paese non amano le donne di colore.

— Rimarremo qui e vedrai che ti abituerai ad amare il deserto.

— Al diavolo tu, il deserto, tuo padre, tutti! — esclamò William, che perdeva la pazienza. — L’ho sempre detto io, che le donne sono tutte vipere e che mi farebbero ammattire. Basta!... Lasciatemi andare o mi tornerà lo spleen!...

Si era bruscamente alzato, completamente fuori dei gangheri, e stava per slanciarsi fuori dalla tenda, ma si arrestò subito scorgendo dietro il tessuto l’ombra del fiero scièk.

— Quel furfante è capace di tagliarmi il collo — pensò.

Afza, dinanzi a quell’improvvisa esplosione di collera, era rimasta avvilita e due lagrime le erano spuntate sotto le lunghe ciglia.

— Il mio signore è sdegnato contro di me? — disse con voce piangente.

— Non sono sdegnato... ho lo spleen, ecco tutto — rispose William, che era diventato meno acre.

— Non so cosa sia questo spleen, ma se posso discacciarvelo, insegnatemi cosa devo fare.

— È una noia che nessuno può vincere.

— Mi proverò a scacciarla.

— È inutile.

— Vi suonerò la tiorba.

— Io detesto la musica — disse William, ruvidamente.

Due nuove lagrime spuntarono sugli occhi di Afza. Cosa strana: questa volta William si sentì commuovere.

— Chi ha veduto una donna simile! — mormorò. — Le nostre donne d’America invece di piangere s’indispettirebbero.

— Mio signore — disse Afza. — Voi vi annoiate molto adunque presso di me? Lasciate che vi suoni la tiorba.

— Suonala finché vuoi — rispose l’americano, che non sapeva più come levarsela d’attorno.

— Agar!... — chiamò la giovinetta, battendo le mani per la contentezza.

Una vecchia negra, ma schiava senza dubbio, che vegliava nell’altro scompartimento della tenda, accorse recando una specie di mandola a tre corde di seta.

Afza la prese, l’accordò e sdraiatasi sul tappeto cominciò a trarre dei suoni delicati intuonando una canzone monotona, ma che aveva degli strani fascini.

A William pareva di udire talora il cicaleccio d’un uccello e tal altra il dolce mormorìo d’una fontana o d’un torrentello. Dapprima distratto e corrucciato, si era poi fatto attento e provava ora una specie d’estasi mista ad una sonnolenza inesplicabile, affatto nuova per lui.

Quando la giovinetta tacque, egli era rimasto nella posa di un uomo che ascolta ancora. La voce della suonatrice lo scosse.

— Ti annoi ancora, mio signore? — gli chiese.

William, per non confessare che non era più annoiato, alzò le spalle.

— Ti voglio raccontare una delle nostre leggende — continuò Afza. — Quella del tabacco, l’hai già udita?

— Io no.

— Allora mi ascolterai.

— Voglio andarmene, o tu mi addormenterai.

— Se ti addormenterai, Agar ti coprirà col mio mantello bianco ricamato dalle mie mani.

William si sentiva stranamente scosso da tanta gentilezza e da tanta bontà. Egli cominciava a guardare con una certa insistenza quella giovane araba e si dimenticava perfino di Odowna.

Senza sapere il perché, si trovava scombussolato.

Afza si era seduta ai suoi piedi, su di un ricco cuscino, portato da Agar, e dopo d’averlo guardato per alcuni istanti in silenzio, disse:

— Una volta Maometto, il grande Profeta, si era inoltrato tutto solo in un deserto dell’Arabia, per pregare a suo bell’agio.

«Mentre camminava immerso nelle sue preghiere, urtò col piede una vipera che il freddo della notte aveva quasi assiderata.

«Mosso a compassione, il Profeta che amava non solo gli uomini ma anche gli animali di ogni specie, la prese e se la mise nella manica per riscaldarla. Appena il rettile tornò in vita, invece di essere riconoscente, mise fuori la testa dicendo:

«“Profeta, io ti voglio mordere”.

«“Ebbene,” disse Maometto, “dammi una buona ragione del tuo divisamento ed allora sarò contento.”

«“Il tuo popolo uccide sempre il mio popolo, e vi è sempre guerra fra la tua razza e la mia.”

«“Al contrario,” rispose il Profeta, “il tuo popolo morde il mio popolo. La bilancia dei tuoi parenti è ora fra me e te ed è in mio favore, poiché io ti ho fatto del bene.”

«“E perché tu non mi faccia del male, io ti morderò” disse la vipera.

«“Non essere ingrata.”

«“Io lo voglio” disse la vipera. “L’ho giurato pel sommo Iddio.”

«A quel nome il Profeta non si oppose più alla vipera, ma le disse di morderlo nel nome di Dio.

«Il serpente piantò i suoi denti nella mano sacra di Maometto, ma così fortemente, che questi, addolorato, gettò via la ingrata senza però farle male.

«Applicò le labbra alla ferita, ne succhiò il veleno e sputò a terra più volte.

«Da quegli sputi nacque l’erba miracolosa, che ha il gusto dei denti del serpente, mitigato dalla dolce e gustosa saliva del Profeta e che si chiama tabacco.

«Mio signore, ti annoi?»

William non rispose: pareva che ascoltasse sempre come prima aveva ascoltato i dolci suoni della tiorba.

— Mio signore, ti annoi? — ripeté Afza.

— No — rispose questa volta William. — Non provo più lo spleen: la tua voce lo ha discacciato.

— Allora io ti narrerò la leggenda di Mohamed-ben-Abad, il fondatore della Casbah di Tangeri. Me l’ha raccontata un marabuto marocchino molti anni or sono, ma io me la ricordo ancora. Vuoi invece che ti narri la storia di Alì e di Fathima?

— Narrami quello che vuoi, purché oda ancora la tua voce.

— Ti racconterò quella di Mohamed-ben-Abad, ti darà una idea più esatta dei nostri costumi.

«Narrasi che quel califfo aveva fatto fabbricare a Tangeri un palazzo grandioso chiamato Casbah, di cui sussistono ancora le rovine.

«Mohamed-ben-Abad era califfo di Cordova e quando le guerre contro gli spagnoli lo lasciavano tranquillo, amava ritirarsi per alcuni mesi in quel palazzo, per godere un po’ di sole africano.

«La sera dell’inaugurazione della Casbah aveva dato un grande banchetto, invitando i più insigni guerrieri della sua Corte.

«Malgrado il divieto del Profeta, i mori amavano bere assai, ed anche Mohamed-ben-Abad aveva libato più del solito.

«A notte inoltrata, mezzo ebbro, salì a cavallo seguìto da un solo servo e prese la strada di El-Kacar-Kebir, la cui fortezza era abitata da Mahmud-ben-Nadir, suo nemico personale. Pare che il troppo vino bevuto gli avesse fatto dimenticare quella circostanza cotanto importante e che poteva costargli la vita.

«Presentatosi alla porta della fortezza, si fece annunciare per quello che era.

«Le sentinelle, stupite, avvertirono tosto Ben-Nadir, il quale in quel momento trovavasi a tavola coi principali signori della città.

«Non meno stupito dei suoi soldati, dopo una breve esitazione corre incontro al suo nemico, lo conduce nel proprio palazzo, gli cede il posto d’onore e lo colma di gentilezze.

«Quando i fumi del vino si dileguarono, il califfo di Cordova si meravigliò nel trovarsi in mezzo ai suoi più crudeli nemici; ma era un uomo valoroso e dissimulò le proprie angosce, mostrandosi anzi più allegro di tutti.

«Poco dopo si lasciava cadere contro la spalliera della sedia, fingendosi vinto da un sonno irresistibile.

«Gl’invitati approfittarono per eccitare Ben-Nadir a ucciderlo, ma uno dei principali signori, Yussuf-ben-Tasfin, lungi dall’aderire a quei feroci consigli, li combatteva con calore, invocando i sacri diritti dell’ospitalità.

«Mentre discutevano il califfo di Cordova finse di svegliarsi, s’alzò congedandosi, ma prima d’andarsene pregò i grandi signori di recarsi l’indomani a visitarlo in Tangeri per ricevere i regali che aveva destinato a loro.

«Il califfo mantenne la parola. I grandi signori furono ricevuti cortesemente e tutti ricevettero ricchi doni di schiavi, di cavalli e di oggetti d’oro.

«Trascorse un anno. Mohamed-ben-Abad era tornato in Spagna, dove lo chiamavano le continue guerre contro gli spagnoli. Ma un giorno ricomparve in Tangeri ed invitò i grandi signori di El-Kacar-Kebir a banchettare in sua compagnia nella Casbah.

«Vi si recarono in numero di sessanta, ed il califfo fece a loro dimostrazioni cortesi, anzi affettuose.

«Secondo l’uso del paese, prima di mettersi a tavola, li pregò di prendere un bagno in una vasta e magnifica piscina che aveva fatta costruire nel suo meraviglioso palazzo.

«Appena quei disgraziati si trovarono in acqua, alcuni operai s’affrettarono a murare la porta, sicché quando vollero uscire si trovarono come rinchiusi in una tomba.

«Nessuno sopravvisse: perirono tutti di fame dopo un’atroce agonia.

«Narrasi che tutti i giorni Mohamed salisse sulla terrazza del suo palazzo, lanciando verso di loro le terribili parole che sono passate in proverbio anche fra le tribù del Sahara:

«“Colui che tradisce l’ospitalità sarà mangiato dai cani!”

«Quaranta giorni dopo faceva rovinare gran parte di quel meraviglioso palazzo, e si ritirava per sempre a Cordova.»

— E Yussuf-ben-Tasfin? — chiese William.

— Con un pretesto qualunque il califfo gli aveva impedito di prendere il bagno fatale — disse Afza, ridendo.

— Perché ridi? — chiese William, sorpreso.

— Perché, se vi interessate dei personaggi di questa leggenda, ciò indica che non vi siete annoiato.

— È vero — confessò ingenuamente l’americano.

In quell’istante sulla soglia della tenda apparve lo scièk. Un sorriso malizioso errava sulle sue labbra.

— Cos’hai deciso? — gli chiese.

— Cosa vuoi dire? — domandò William.

— Sarai lo sposo di mia figlia, sì, o no?...

— Tu corri troppo: io l’ho appena veduta.

— Basta: tu farai parte della mia famiglia.

— Ma...

— Fra due lune (due mesi) Afza sarà tua moglie: così voglio.

William non rispose, ma in fondo al cuore pensava che quella figlia del deserto valeva più di Odowna, e confessava che mai si era tanto divertito come in quelle ore passate sotto quella tenda.