I racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata/I Robinson del Golfo del Messico

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I Robinson del Golfo del Messico

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Un eroe del mare Il corsaro del Fiume Rosso

I ROBINSON DEL GOLFO DEL MESSICO


Robinson Crusoè, il popolare eroe di Daniel de Foë, vissuto veramente sotto il nome di Selkirk, non è stato il solo a vivere lunghi anni in un'isola deserta.

La gente di mare ne conosce parecchi altri che hanno dimostrato maggior ingegno e che hanno anche più lungamente sofferto di quel marinaio abbandonato su un isolotto delle coste del Nilo per la sua pessima condotta.

Uno dei più popolari è senza dubbio Pedro Serrano. Le sue avventure sono conosciutissime dai naviganti del golfo del Messico, sono invece completamente ignorate dagli altri e certamente anche dai lettori di questa simpatica Bibliotechina Aurea. Or dunque voglio narrarvele.

La istoria di questo povero Robinson, il più disgraziato di tutti, rimonta alla metà del XVI secolo, ossia all'epoca in cui non tutte le isole dell'immenso golfo del Messico erano conosciute dai discendenti del nostro grande Colombo e dagli spagnoli.

Questo Pedro Serrano era un povero marinaio, il quale erasi recato in America con la speranza di fare una rapida fortuna.

Bisogna però convenire che non era protetto dalla buona sorte. Invece di diventare ricco come la maggior parte de' suoi compatrioti, a Cuba non aveva trovato che disinganni.

Avendo udito parlare delle favolose ricchezze del Messico, il nostro marinaio s'imbarcò su una di quelle piccole navi chiamate, in quell'epoca, caravelle, per recarsi a Vera-Cruz.

Già abbiamo detto che non aveva fortuna.

Una notte una tremenda tempesta coglie la nave e questa, malgrado le disperate manovre del capitano e dell'equipaggio, va a fracassarsi sulla scogliera di un'isoletta, situata presso le coste meridionali di Cuba, ad una distanza però di parecchie centinaia di miglia.

Le onde, alte come montagne, spazzano via i rottami, ed insieme a loro l'equipaggio. Tutti trovano la morte fra gli abissi del golfo, uno solo eccettuato: il nostro Serrano.

Nuotatore meraviglioso, il marinaio dopo d'aver lottato parecchie ore fra la vita e la morte, riesce finalmente a prendere terra quasi nudo, e non avendo conservato per armi che un semplice coltello che si era appeso alla cintura.

Quell'isola non era abitata da anima umana, e forse mai lo era stata, pel semplice motivo che nessuno avrebbe potuto viverci.

Non vi erano né piante, né corsi d'acqua, né animali. Si componeva di rocce e di sabbie, avvallate capricciosamente e perfettamente aride.

Il povero marinaio, vedendo simile desolazione, si credette inevitabilmente condannato a perire di fame e di sete e rimpianse il momento di essersi salvato. Essendo però uomo di grande energia, volle prima tentare la sorte; cedere senza lottare non era sua intenzione.

Esplora il suo isolotto e riesce a scoprire numerosi granchiolini di mare. Quei crostacei erano così abbondanti all'abbassarsi della marea, da potersene raccogliere in gran quantità.

Pel momento il cibo era assicurato, mancava invece l'acqua e Serrano cominciava a soffrire atrocemente la sete, in causa anche del clima caldissimo che regnava in quei paraggi.

Esplorando le spiagge, un giorno riesce a sorprendere delle grosse testuggini, le quali si erano recate colà per deporre le loro uova fra le sabbie.

Serrano le insegue prima che possano tuffarsi in mare, ne rovescia parecchie, e – orribile a dirsi – si disseta col sangue di quei rettili.

Per parecchie settimane lo sventurato non ha una goccia d'acqua. Il sangue ormai lo nauseava al punto da preferire i tormenti della sete.

Fortunatamente cominciarono a cadere violenti acquazzoni. Serrano, a cui le miserie avevano acuminato l'ingegno in modo straordinario, divide i gusci delle testuggini e se ne serve come di bacini per raccogliere l'acqua e dissetarsi.

Sentiva però ora il bisogno di procurarsi un ricovero, ove mettersi al riparo da quelle piogge torrenziali che lo inondavano giorno e notte, compromettendo la sua salute. E sentiva pure il bisogno di un po' di fuoco, essendo nauseato della carne cruda.

Come fare? Aveva esplorato tutta l'isola senza poter trovare non solo una caverna od un crepaccio, ma nemmeno delle piante che gli procurassero i materiali sufficienti a costruire una capanna, o almeno una tettoia.

Aveva prima sperato di poter pescare qualche rottame della caravella, e invece non aveva trovato più nulla. Le onde tutto avevano spazzato via e trasportato gli avanzi molto lontano.

Il povero Serrano non disperò tuttavia; voleva un ricovero e lo ebbe.

Durante quelle molte settimane aveva preso un gran numero di testuggini ed i gusci formavano dei veri ammassi.

Il marinaio, coll'unico coltello che possiede, lavora pazientemente quelle gigantesche piastre ossee e trova il modo d'incastrarle, le une dentro le altre, formandosi un ricovero. Potete figurarvi che specie di capanna dovette essere; pure Serrano fu immensamente felice quando poté addormentarsi sotto quelle scaglie, al riparo dalle piogge.

Dopo quel ricovero volle procurarsi anche il fuoco. Il problema gli sembrava d'una difficoltà insormontabile, non avendo potuto trovare nell'isola un solo pezzo di selce. E poi cosa bruciare, se non vi erano piante che potessero fornirgli del legname?

Un giorno, essendosi gettato in mare per impadronirsi di alcuni crostacei che aveva veduto passeggiare sotto le acque, strinse casualmente dei ciottoli.

Ne prese alcuni, e osservatili vide che erano selci.

Con dei pezzi della sua camicia, fece delle filacce; poi percosse la lama del coltello con uno di quei sassi ed ebbe finalmente la felicità di veder guizzare una fiammella.

Era scorso un anno dacché il povero marinaio non aveva veduto una semplice fiammella.

Quella fiammella fu il principio d'una combustione che doveva durare per lunghi anni.

Non essendovi piante, Serrano si era rivolto al mare per procurarsi dei combustibili. Avendo scoperto numerosissime alghe, ne aveva tratte a riva moltissime, formando dei fasci che poté mettere al sole perché si seccassero per bene.

Da quel momento il fuoco non mancò più al naufrago. Non possedeva alcun recipiente; ma, bene o male, egli arrostiva pesce e tartarughe.

Chi lo crederebbe? Serrano giunse al punto da credersi felice e da non rimpiangere più il paese natìo.

Per tre lunghissimi anni il marinaio rimase perfettamente solo, ingegnandosi in mille modi per migliorare l'esistenza.

Durante quel periodo di tempo, Serrano aveva veduto passare parecchie volte delle navi, ma ad una distanza così grande da non poterle raggiungere a nuoto. Si era provato anche a richiamare l'attenzione di quegli equipaggi accendendo dei fuochi sulle rocce più elevate dell'isola; senza risultato.

L'isolamento cominciava a pesare al povero marinaio. Quanto avrebbe dato per avere un compagno! Avesse avuto almeno un pappagallo per scambiare qualche parola! Ma no, non poteva avere nemmeno quello, perché su quell'isola tali uccelli mancavano assolutamente.

Un profondo avvilimento si era impadronito del disgraziato marinaio, ritenendosi ormai irremissibilmente condannato a vivere e morir solo, abbandonato da tutto il mondo.

Avesse almeno potuto costruire una zattera, un galleggiante qualunque! Anche se fosse stato certo di dover sfidare nuove tempeste, non avrebbe esitato ad abbandonarsi alle onde ed alla corrente del golfo del Messico, pur di vedere un volto umano o almeno di trovare un'altra isola meno sterile.

Ma no, il legno mancava su quella terra sabbiosa. I soli vegetali che spuntavano fra quelle rocce calcinate dal sole non erano che poche gramigne amare.

Un giorno, mentre percorreva malinconicamente la spiaggia, cercando dei granchiolini di mare per variare un po' i suoi magri pasti, scorge sull'azzurra distesa delle acque un punto nero.

Una vaga speranza balena nel cervello del naufrago. Cosa sarà quel punto nero che spicca nettamente sullo scintillìo del mare? Qualche scialuppa che va a raccoglierlo?

Ma la notte scende e quel punto è ancora lontano.

Serrano non osa ritirarsi nella sua dimora. Raccoglie fasci di alghe secche e accende vari fuochi; poi percorre le spiagge gridando con quanta voce ha in corpo.

L'oscurità gl'impedisce di discernere quel punto nero. È scomparso o la supposta scialuppa è approdata sulle rive meridionali dell'isola?

L'indomani Serrano riprende le sue ricerche, ma non vede più nulla.

Quella scialuppa s'era allontanata dall'isola credendola forse abitata da selvaggi crudeli o era naufragata?

Serrano esplorava l'isola, sempre con la speranza di scoprire la scialuppa riparata in qualche seno o dietro a qualche scogliera.

D'improvviso si trova faccia a faccia con un uomo seminudo, villoso come un animale, con lunghi capelli incolti e una barba mostruosa.

Il marinaio, il cui cervello dev'esser alterato in causa di quelle lunghe sofferenze e della solitudine, crede di aver dinanzi il diavolo e fugge disperatamente, facendosi il segno della croce.

Lo sconosciuto lo insegue, gridandogli:

– Sono un cristiano come voi! Non fuggite. Muoio di fame!

Il marinaio, persuaso finalmente di non aver da fare con uno spirito infernale, né con Belzebù, cessò dal fuggire.

– Fratello, datemi da mangiare – gli disse l'uomo villoso.

– Chi siete, voi? – chiese Serrano, vergognandosi della paura provata.

– Un povero naufrago.

– Da dove venite?

– Da un'isola deserta che si trova al sud di questa terra. Sono giunto questa notte a cavalcioni di una trave.

Serrano ebbe compassione di quel povero uomo. Lo condusse nella sua capanna e gli diede da mangiare e da bere abbondantemente.

Quando il naufrago ebbe calmata la fame, gli narrò la sua storia.

Quel disgraziato si era imbarcato quattro anni prima all'Avana diretto alla foce dell'Amazzoni, dove gli spagnoli avevano fondata una colonia.

La sua nave, presso le coste meridionali di Cuba, era stata assalita da un furioso uragano ed il marinaro, sorpreso da un'ondata, mentre stava imbrogliando una vela, era stato trascinato in mare.

Nessuno si era più curato di lui; forse nessuno dell'equipaggio si era nemmeno accorto della sua scomparsa.

Essendo buon nuotatore, aveva lottato tenacemente colle onde per parecchie ore, finché era stato spinto verso un'isoletta rocciosa.

Più fortunato di Serrano v'aveva trovato un po' di vegetazione e anche un po' d'acqua raccoltasi in certe cavità assai basse, un po' salmastra, a dire il vero, ma sufficiente per non morire di sete.

Anche lui dapprima era vissuto di granchiolini di mare; poi aveva trovato delle testuggini e anche parecchi nidi di volatili marini, che aveva saccheggiati per nutrirsi delle uova.

Si era fabbricata una capanna; come Serrano era riuscito a procurarsi del fuoco adoperando il suo coltello e delle selci; pure non era soddisfatto. Anche a lui quell'isolamento aveva finito per rendergli la vita insopportabile.

Un giorno, mentre si arrovellava per cercare un mezzo qualsiasi onde andarsene da quell'isolotto, vede la corrente trascinare una grossa trave con dei rottami di pennoni.

Era qualche avanzo d'un naufragio.

Il marinaio si getta in acqua senza pensare al pericolo a cui si espone e si affida alle onde.

Dei pescicani cercano di assalirlo per mangiargli le gambe, pure riesce ad allontanarli vibrando colpi disperati con un pezzo di pennone; poi una bufera lo sorprende al largo e si vede in procinto di dover abbandonare quella tavola di salvezza.

Resiste però all'impeto delle onde, resiste al sonno e alla fame e finalmente giunge in vista dell'isola abitata da Serrano, che dapprima aveva scambiata per la costa di Cuba.

– Uniremo i nostri sforzi per giungere in luoghi abitati – disse Serrano, dopo d'aver sentito la storia di quel disgraziato. – Ci ameremo come fratelli e ci consoleremo vicendevolmente.

Avevano contato su quei pochi rottami per imbarcarsi e tentare la fortuna.

Quando, invece, andarono per cercarli, non li trovarono più. L'alta marea li aveva rimessi a galla e la corrente del golfo del Messico li aveva portati via.

Fu un colpo terribile per quei disgraziati; si gettarono l'uno nelle braccia dell'altro e piansero lungamente, lamentandosi dell'avversità spietata del destino.

Quell'accasciamento durò poco in quei due uomini. Risoluti a non lasciarsi morire, ripresero animosamente la lotta per l'esistenza.

Ingrandirono la capanna, aggiungendovi scaglie di testuggini, onde ripararsi dai frequenti acquazzoni che si rovesciavano sull'isola con un'abbondanza incredibile; scavarono nelle rupi dei serbatoi per non correre il pericolo di rimanere senz'acqua durante la stagione asciutta e costruirono perfino dei vivai dove allevavano i pesci e le tartarughe.

Un giorno, frugando per certi crepacci, trovarono una specie d'argilla che parve a loro di ottima qualità. Quella scoperta suggerì a loro l'idea di procurarsi delle stoviglie.

La mescolarono a gusci di conchiglie stritolate e tanto fecero che, qualche mese dopo, possedevano dei piatti, dei vasi e perfino delle pentole!

Immaginatevi quale dovette essere la loro contentezza nell'assaggiare, dopo tanti anni, una buona scodella di brodo di tartaruga!

Eppure non erano felici. Il desiderio di tornare fra i loro simili diventava in loro di giorno in giorno più prepotente. Anche insieme, sentivano di non poter a lungo vivere separati dal mondo.

Invano passavano delle giornate intiere sdraiati sulle rocce più elevate dell'isola, spiando senza posa l'orizzonte.

Nessuna nave era più comparsa dopo la loro unione.

Una sera, mentre Serrano, affranto da una lunga marcia intrapresa nelle parti centrali dell'isola, si era addormentato, viene bruscamente svegliato dal suo compagno di sventura:

– In piedi, amico! – gli grida.

– Chi ci minaccia? – chiese Serrano, ancora mezzo assonnato.

– Ho veduto un punto luminoso brillare sull'orizzonte.

Serrano a quelle parole s'alza precipitosamente e si slancia verso una roccia che domina la spiaggia. Non era possibile ingannarsi: sulla fosca linea dell'orizzonte spiccava nettamente un punto luminoso che non si poteva scambiare per una stella.

– Lo vedi? – gli chiese il compagno.

– Sì – rispose Serrano con voce soffocata. – È un fanale che s'avanza verso quest'isola.

– Una nave?

– Sì, una nave che viene forse da Cuba.

– Facciamo dei segnali!

Corsero a radunare tutti i fasci d'alghe secche che tenevano in serbo e accesero su vari punti della spiaggia dei gran fuochi, alimentandoli incessantemente.

Il fanale era sempre visibile, ma pareva che non si avvicinasse mai. È vero però che col tramonto del sole anche la brezza aveva cessato di soffiare e che sul mare regnava una calma assoluta.

Serrano ed il suo compagno, in preda a una emozione più facile a immaginarsi che a descriversi, non staccavano un solo istante gli sguardi da quel punto luminoso che per loro rappresentava la fine di quell'insopportabile isolamento.

– Si avanza? – chiedeva l'uno.

– No, mi sembra che sia immobile.

– Che l'equipaggio non veda i nostri fuochi?

– Alimentiamoli ancora.

– No, aspetta, mi pare che il fanale si avvicini.

Verso la mezzanotte un solco fiammeggiante s'alza nello spazio proprio al disopra del punto luminoso.

– È un razzo! – grida Serrano, cadendo in ginocchio.

– Sì, hanno veduti i nostri fuochi e rispondono al segnale! – grida il suo compagno.

– Bisogna rispondere o ci crederanno dei selvaggi.

Cogli ultimi fasci d'alghe formano una grande croce poi la incendiano. Dalla nave si risponde con un secondo razzo, poi un colpo di cannone rimbomba cupamente sul mare.

La notte passa in ansie inenarrabili per i due disgraziati.

Finalmente verso le tre del mattino una fresca brezza si alza e vedono il punto luminoso avanzarsi lentamente verso l'isola.

Ai primi albori distinguono una caravella, colle candide vele sciolte al vento, la quale bordeggia a mezzo miglio dall'isolotto.

Una scialuppa venne calata in acqua e dieci marinai, guidati da un ufficiale, si accostarono alla spiaggia.

Quando si videro comparire dinanzi i due naufraghi, li scambiarono per selvaggi.

E difatti i due disgraziati ne avevano bene l'apparenza. Avevano i capelli lunghi, la barba arruffata, le membra ed il petto villosi e la pelle nerastra.

La nave che li raccolse tornava in Spagna.

Durante il tragitto Serrano perdette il compagno che aveva diviso con lui tanti anni di miserie e appena sbarcato in Spagna si vide costretto, per vivere, a mettersi in pubblico seminudo, fingendosi un selvaggio delle foreste americane.

Uno dei cortigiani di Carlo V, saputa l'istoria del naufrago, ne fece parola al suo sovrano.

Serrano ebbe così il favore di essere presentato all'imperatore, il quale, tocco dai casi miserandi di quel povero marinaio, gli concesse una pensione che doveva però essergli pagata a Panama.

Serrano, felice d'aver finalmente terminate le sue peregrinazioni, s'imbarca per andarla a riscuotere e muore nei paraggi dell'isola di Cuba, in vista del suo scoglio, senza aver potuto godere un solo reale della pensione accordatagli!