I racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata/La Stella del Sud

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La Stella del Sud

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Nel paese degli Zulù Il piccolo guerriero del Transwaal

LA STELLA DEL SUD


La scoperta delle miniere diamantifere della Rodhesia, una delle più vaste e anche più selvagge regioni dell'Africa meridionale, confinante colle repubbliche dell'Orange e del Transwaal, popolata solamente in quell'epoca da tribù di negri sempre in guerra fra di loro, aveva fatto accorrere da tutte le parti del mondo una folla di avventurieri avidi di ricchezze.

Si narravano cose prodigiose e si parlava di raccolte favolose, e si capisce come i minatori non dovessero rimanere indifferenti. Si raccontava che i primi arrivati si erano arricchiti in poche settimane di lavoro, raccogliendo quasi a fior di terra diamanti grossi come noci che non costavano meno di centomila lire. Ecco quindi piombare, sui campi diamantiferi, francesi, inglesi, tedeschi, americani e perfino cinesi.

Uno dei primi ad accorrere era stato Im Setter, un bravo e vigoroso giovane, figlio d'un armatore di Durban, che aveva perdute tutte le sue navi in seguito ad una infinita serie di disgrazie.

Il giovane Im, colla speranza di rifare rapidamente una buona fortuna e di rendere meno tristi gli ultimi giorni del disgraziato vecchio, era dunque partito per la Rodhesia in compagnia di alcuni avventurieri.

Essendo giunti quando non si erano ancora fatte le ripartizioni delle terre, Im ed i suoi compagni si erano appropriati di un vasto campo dove supponevano le preziose pietre abbondassero, e si erano messi animosamente al lavoro, frugando febbrilmente il sottosuolo.

Disgraziatamente le voci sparse erano state esagerate. Che i diamanti esistessero non si poteva negarlo, ma erano scarsissimi, piccoli e di qualità inferiore tanto da non soddisfare i lavoranti che avevano sognato di raccoglierne delle palate con soli pochi colpi di zappa.

Invano il povero Im ed i suoi compagni lavoravano con febbrile accanimento dall'alba al tramonto nelle gallerie che andavano scavando con grandi fatiche, trovandosi ordinariamente i diamanti nascosti nei quarzi, che sono le pietre più dure che si conoscano, tanto anzi da spezzare sovente le zappe meglio temperate e da smussare i picconi più pesanti.

Si trovavano sul campo diamantifero da tre settimane, quando un giorno Im che si era recato a cacciare nelle vicine foreste, essendo scarsi di viveri, trovò sotto una pianta, immerso in un lago di sangue, un cafro. Il poveretto aveva ricevuto due coltellate nel petto ed era svenuto in seguito all'enorme perdita di sangue.

Un altro minatore non si sarebbe scomodato e avrebbe continuato il suo cammino, essendo l'umanità una parola affatto sconosciuta nei campi diamantiferi. E poi si trattava d'un negro, d'una pelle da vendere, come chiamano gli abitanti del sud-Africa, quei poveri diavoli che non sono bianchi. Im invece, che era un bravo giovane, ebbe compassione del povero cafro, tanto più che quel negro era vecchio assai. Lo prese fra le robuste braccia e lo portò nell'accampamento, curandolo amorosamente a dispetto delle risa e delle beffe dei compagni.

Quantunque le ferite fossero gravi ed il sangue perduto moltissimo, il vecchio a poco a poco cominciò a migliorare finché entrò in convalescenza.

Durante la guarigione non aveva mai pronunciato una sola parola, però i suoi occhi si fissavano sempre, con un lampo di riconoscenza, sul bravo giovane a cui doveva la vita.

Tre settimane dopo era in piedi.

– Vuoi tornartene alla tua tribù? – gli chiese Im lieto di vederlo perfettamente ristabilito.

Il cafro scosse la testa dicendo:

– Io sono da ora lo schiavo dell'uomo bianco che mi ha ridata la vita.

– Vuoi rimanere con noi? Il lavoro è faticoso e tu sei molto vecchio – disse Im.

– Voglio rimanere con te per farti ricco. Lasciami solo tre giorni di tempo onde vada a salutare i miei parenti poi ti condurrò in un luogo dove potrai raccogliere dei diamanti in quantità, senza che tu abbia a faticare come un cane.

Ciò detto si allontanò senza aggiungere altro, salutato dalle risa ironiche dei compagni di Im, i quali non credevano affatto nella promessa fatta.

– Ti ha promesso delle ricchezze per andarsene senza dirti grazie – dissero i minatori al giovane.

– Chi sa – rispose Im.

Passarono i tre giorni ma il vecchio non ricomparve. Intanto la produzione dei diamanti era diventata così scarsa nei pozzi, da non coprire più nemmeno le spese giornaliere necessarie al mantenimento.

Im cominciava a dubitare della parola del cafro, quando il quinto giorno lo vide improvvisamente comparire guidando quattro paia di quei giganteschi buoi del Capo che sono quasi due volte più alti dei nostri e carichi di sacchi di pelle che dovevano contenere dei viveri.

– Tu non mi aspettavi più, fratello bianco – disse a Im che era rimasto assai sorpreso della sua venuta.

– Confesso che cominciavo a dubitare – rispose il giovane.

– Non vi erano più buoi presso la mia tribù, – disse il cafro, – ho dovuto procurarmene in una lontana borgata; ecco il motivo del mio ritardo.

– Che cosa vuoi farne di questi animali?

Invece di rispondere, il cafro alzò un braccio e indicando a Im una montagna assai alta, che si profilava in lontananza, disse:

– È dietro quella, dopo il deserto, che noi troveremo quanti diamanti non avrai mai sognato. Vuoi venire? Io conosco una caverna dove tu non avrai da far altro che curvarti per raccogliere delle pietre grosse come noci che servivano ai nostri antenati per traforare le macine del grano.

– E che cos'hai in quei sacchi?

– Dei viveri che ci saranno preziosissimi fra quel deserto. Il viaggio sarà pericoloso e difficile, ma tu sei vigoroso e trionferemo degli ostacoli.

– Potranno venire i miei compagni?

– Fa' come vuoi.

Im chiamò i minatori e narrò a loro quanto aveva detto il cafro. La proposta fu subito accettata inquantoché i pozzi, come abbiamo detto, non rendevano più che una infima quantità di diamantini.

Lo stesso giorno la piccola carovana lasciava il campo facendo spargere la voce che tornava al capo di Buona Speranza per non venire seguìta. Se gli altri minatori avessero potuto indovinare qualche cosa, non avrebbero mancato di seguirla per disputarle poi, magari colle armi alla mano, il tesoro promesso dal vecchio negro.

La Rodhesia era allora pochissimo popolata anche dai negri che distruggevano con accanimento, per saccheggiarsi vicendevolmente, i villaggi ed i campi, sicché i minatori si trovarono ben presto in paese selvaggio, dove non si vedevano che degli avanzi di capanne e qualche muraglia annerita dal fuoco.

Il cafro che asseriva essersi recato più d'una volta, nella sua gioventù, a quella caverna situata al di là dell'immenso deserto di Khama, per prendere i diamanti necessari alla sua tribù per traforare le macine, condusse i minatori attraverso l'alta montagna, facendoli passare per sentieri che mai forse erano stati calcati dal piede d'un uomo bianco e scese nel deserto il quale si svolgeva dinanzi a loro come un mare sconfinato.

Riempiti gli otri e abbeverati i buoi, si avanzarono in mezzo a quelle sabbie ardentissime, decisi più che mai a raggiungere quella caverna che doveva trovarsi in mezzo ad una catena di montagne fiancheggianti il lago Ngami.

S'avanzavano penosamente, sotto una pioggia di fuoco, che disseccava le loro membra, seguendo il vecchio il quale pareva che se ne ridesse di quel calore spaventevole. Alberi non ve n'erano più. Solamente incontravano di quando in quando dei folti cespugli quasi secchi che pullulavano di sciacalli, animali che hanno del lupo e della volpe, che vivono di carogne e che non sono mai pericolosi per gli uomini, anche se in gran numero.

Una vaga inquietudine si era a poco a poco impadronita dei minatori; i quali cominciavano a pentirsi di essersi affidati a quel negro, temendo da parte sua qualche tradimento.

Avevano già udito a raccontare più volte che altri negri avevano attirati dei minatori in mezzo ai loro deserti per poi trucidarli barbaramente ed impossessarsi delle loro armi da fuoco.

Anche Im, quantunque non dubitasse del vecchio che aveva salvato da morte certa e lo ritenesse incapace di pagare il suo debito di riconoscenza con un tradimento, si sentiva un po' sconcertato e avrebbe amato meglio trovarsi sul campo diamantifero dove almeno si vedevano dei volti umani.

Il cafro alle sue interrogazioni rispondeva solo:

– Un giorno tu sarai ricco, perché fra i diamanti troverai anche la Stella del Sud, che è il più grosso che possedessero i miei antenati. Essa brilla sulla tomba di Katifa, il fondatore del regno dei cafri.

Finalmente dopo cinque giorni uscivano da quell'ardente deserto e giungevano dinanzi ad una imponente catena di montagne e così alte che avevano – cosa che sembrerebbe impossibile in Africa – le cime coperte di neve al pari del Kalimagiaro.

– È lassù che troveremo la Stella del Sud? – chiese Im al cafro mentre i suoi compagni guardavano con spavento quei colossi che parevano volessero toccare il cielo colle loro cime.

– Sì – rispose il vecchio.

– Vi potremo giungere?

– Colla pazienza saliremo.

– Conosci la via?

– Saprò ritrovarla.

Dopo essersi fermati la notte in fondo ad una vallata pullulante di sciacalli affamati, incoraggiati dalla speranza di poter diventare presto ricchi, i minatori sempre preceduti dal cafro s'inoltrarono sotto le foreste che coprivano i fianchi delle montagne.

Si avanzavano con grandi stenti, aprendosi faticosamente il passo fra gli sterpi ed i tronchi caduti per decrepitezza e spingendo e tirando i buoi che a nessun costo volevano abbandonare.

Di quando in quando erano costretti a fermarsi per combattere delle jene che rese feroci dalla fame, osavano assalirli e che la sera calavano in gran numero dalle foreste e dalle cime delle montagne.

Per quattro giorni i minatori salirono, rasentando precipizi spaventevoli, attraversando torrenti furiosi dalle acque gelide nonostante il caldo, finché giunsero in mezzo ad una profonda valle incassata fra due montagne tagliate a picco e coperta da sicomori alti quasi cento metri.

Il cafro s'era arrestato dicendo a Im:

– Ci siamo.

– Dov'è la caverna? – gridarono ad una voce tutti i minatori.

– Presso quella cascata che piomba laggiù – rispose il cafro.

– Non t'inganni? – chiese Im.

– Un negro non s'inganna mai. Preparate le armi e seguitemi.

– Dovremo affrontare qualche pericolo?

– Un tempo quella caverna era abitata da una coppia di leoni di statura colossale e possono esservi ancora.

– Chi te lo ha detto?

– Li ho veduti io e sono sfuggito per miracolo alle loro unghie.

– Fossero anche in dieci li uccideremo – dissero i minatori che erano pronti a sfidare qualunque pericolo per impadronirsi del tesoro.

Legarono i buoi ad una pianta, armarono i fucili, e seguirono il cafro il quale s'avanzava con precauzione, guardando il suolo i cui muschi apparivano qua e là strappati.

La caverna si trovava presso una cateratta che precipitava da una altezza di più di cento metri, con un rimbombo assordante che si ripercuoteva incessantemente nella cupa vallata.

Il cafro s'era accostato all'apertura dell'antro che era così stretta e coperta da piante da non poterla quasi scorgere, poi si era fermato, dicendo ai minatori:

– I leoni non hanno sloggiato e si sono già accorti della nostra presenza. Se non riusciremo a ucciderli non avrete il tesoro raccolto là dentro dai miei antenati.

– Io sarò il primo ad affrontarli – disse Im, con voce soffocata.

– E noi vi seguiremo – dissero i minatori.

– Mio fratello bianco sia prudente – disse il negro. – Non sa quanto siano terribili i leoni che abitano queste regioni.

Im non lo ascoltava più. Risoluto a mettere le mani sul tesoro promesso, si era avanzato verso l'apertura della caverna, smuovendo colla canna della carabina le erbe che pendevano dall'alto formando una specie di cortina.

Stava per entrare, quando un leone enorme, che aveva una criniera foltissima e quasi interamente nera, si precipitò improvvisamente su di lui, mandando un ruggito spaventevole.

Im aveva veduto altri leoni e anche qualcuno lo aveva cacciato, ma mai ne aveva incontrato uno così enorme.

Sorpreso da quell'improvvisa apparizione, il bravo giovane s'era gettato indietro facendo fuoco senza quasi mirare e subito s'era sentito atterrare.

Il leone con un salto improvviso gli si era scagliato addosso, piantandogli le unghie nel dorso e tentando di stritolargli il cranio.

I minatori, non meno spaventati, avevano pure fatto fuoco a casaccio, poi si erano sbandati come un branco di ragazzi, gridando:

– È perduto! È perduto! Fuggiamo!...

Il vecchio cafro invece, vedendo il suo salvatore in pericolo, non aveva esitato un solo istante ad accorrere in suo aiuto.

Quantunque avesse più di sessanta primavere sulle spalle era ancora robustissimo e agile e non era la prima volta che affrontava le fiere delle foreste africane.

Si strappò dalla cintura il largo coltellaccio e si slanciò in difesa di Im gridando ai minatori che continuavano a fuggire:

– Fate fuoco, uomini vili!

Il leone ruggiva spaventosamente e non lasciava la preda.

Il cafro gli si avventò contro a corpo perduto e gli piantò il coltellaccio in gola.

La belva abbandonò Im e si volse contro quel nuovo avversario; questi nel frattempo aveva raccolto da terra la sua zagaglia, colla quale si mise a tempestarlo di colpi disperati, finché lo vide cader esanime al suolo.

– È morto! – gridò ai minatori che finalmente s'erano fermati. – Potete tornare senza paura che vi mangi.

Il cafro se l'era cavata senza ferite; non così invece il povero Im il quale era stato ridotto in pessime condizioni da quel terribile leone.

Le unghie della fiera gli avevano dilaniato in modo orribile le spalle ed il dorso rendendogli impossibile il ritorno attraverso il deserto. Mentre il cafro medicava e lavava le ferite, i minatori, spinti da una brutale sete di ricchezze, si erano precipitati attraverso il foro senza preoccuparsi del loro disgraziato compagno.

Si trovarono in una sala spaziosa, che doveva essere stata scavata nella roccia a forza di scalpello, tutta piena di sarcofaghi d'argilla, che avevano agli angoli delle teste di coccodrillo disseccate.

Nel mezzo ve n'era uno più alto di tutti, sormontato da un leone pure d'argilla, rozzamente modellato e che portava sulla testa un diamante grosso quanto un uovo di piccione, d'un fulgore inaudito.

– La Stella del Sud! – avevano gridato i minatori.

Il diamante fu strappato, osservato, pesato.

– Vale almeno un milione! – esclamò il più vecchio dei minatori.

Poi si erano gettati sui sarcofaghi, demolendoli a colpi di picconi. Parevano impazziti.

Ridevano, cantavano, interrompevano il lavoro per abbracciarsi e gettavano in aria le mummie di re cafri che si trovavano incastonate nelle pareti interne dei sarcofaghi.

E quanti ve n'erano! Non ne avevano mai sognati tanti! Per lo più erano greggi, pure alcuni erano stati grossolanamente tagliati e mandavano lampi affascinanti che facevano girare la testa ai minatori.

Quella raccolta prodigiosa durò una mezz'ora. Quando tutte le tombe furono vuotate, i minatori calcolarono la quantità di diamanti raccolta. Ve n'erano almeno per due milioni di lire, forse di più. Una simile fortuna era stata guadagnata in pochi minuti e senza quasi fatica alcuna! Si guardarono l'un l'altro cogli occhi accesi, colle mani appoggiate sui coltelli... Certo il medesimo pensiero turbava quei cervelli esaltati: quello di disfarsi dei compagni per godersi tutta quella fortuna.

Il più vecchio però intervenne:

– Non commettiamo delle sciocchezze – disse. – Qui v'è abbastanza per farci tutti ricchi. Tanto peggio pel ferito e pel cafro.

Nessuno aveva avuto il coraggio di protestare contro quell'infame tradimento.

Divisero i diamanti in quattro parti che rinchiusero in sacchi di pelle, poi allestirono il pranzo senza nemmeno curarsi del loro camerata che d'altronde non desideravano vedere.

Im non era stato ferito così gravemente come i minatori avevano sperato. Le unghie del leone però, come dicemmo, gli avevano prodotto delle profonde lacerature sul dorso, che richiedevano una lunga cura e quindi anche una fermata fra quelle montagne con grave pericolo di rimanere senza viveri. Probabilmente era stato quello un altro motivo per abbandonare il ferito al suo destino.

Alla sera i minatori finsero di addormentarsi presso i buoi per impedire che qualche leone li assalisse durante la notte. Il cafro invece si era coricato nella sala dei morti dove aveva acceso un gran fuoco per tenere caldo il ferito.

Non aveva avuto il più lontano sospetto che i minatori avessero tramato quel tradimento per depredare il loro compagno della parte dei diamanti che gli spettavano. Non aveva mai creduto fino allora che quelle maledette pietre potessero tentare fino a quel punto la coscienza d'un uomo.

All'indomani, quando uscì, dovette constatare con terrore, che i minatori erano scomparsi assieme ai buoi che portavano i viveri e anche le preziose pietre.

Il povero vecchio si sentì prendere da un impeto di furore. Per un momento ebbe l'idea d'inseguirli e di fucilarli; la paura di veder il ferito peggiorare, lo trattenne.

Nondimeno comprese subito tutta l'immensità di quella disgrazia. Che cosa avrebbe potuto fare solo, senza viveri, fra quelle montagne, dove il freddo si faceva sentire acuto tanto erano alte, e con quell'uomo ferito che non avrebbe potuto essergli, almeno per qualche mese, di alcun aiuto? Era la morte certa e quale morte!

Tuttavia si fece animo. Tornò presso il ferito cercando di nascondere le sue angustie, il suo viso però era così alterato dal dolore e dalla disperazione, che Im s'accorse presto che qualche grave avvenimento doveva essere avvenuto.

– Mio povero vecchio – gli disse con voce debole. – Mi sembri inquieto. Hai veduto degli altri leoni aggirarsi nella valle?

– Mio fratello bianco si rassicuri – rispose il cafro. – I leoni non si sono ancora mostrati.

– Ed i miei compagni, che cosa fanno? Perché non vengono a trovarmi?

Il cafro non poté frenare un singhiozzo.

– I vili ci hanno abbandonati! – gridò tendendo le pugna.

– Non lo crederò mai! Il mio fratello negro potrà essersi ingannato.

– Sì, sono fuggiti portandosi via tutto, anche la Stella del Sud.

Im nell'apprendere quella notizia era rimasto come fulminato.

– Siamo allora perduti – disse. – Come faremo a tornare nel campo diamantifero senza un bue? Io non potrò reggermi prima di alcune settimane.

– Mio fratello non si spaventi – disse il cafro. – La caverna ci servirà di rifugio e rimarremo qui fino al ritorno della buona stagione. Quando tu avrai ricuperate le tue forze, a piccole tappe torneremo presso la mia tribù e guai allora se troverò i tuoi vili compagni. Mato-Okne avrà la loro capigliatura, lo giuro sul gran Gantah protettore dei cafri!

Il cafro, che era un uomo di grande energia come tutti quelli della sua razza, fece i preparativi per passare alla meglio l'inverno che s'aspettava rigidissimo, cadendo nel novembre, dicembre e gennaio una quantità immensa di neve sulle altissime montagne, quantunque così prossime al deserto.

I minatori nella loro fuga precipitosa, non avevano avuto il coraggio di privare delle armi i due disgraziati.

Mato-Okne che possedeva ancora la sua scure di guerra oltre la carabina, innanzi a tutto andò a fare raccolta di legna. I sicomori abbondavano nelle vallate inferiori ed i loro rami erano così secchi da bruciare meglio degli zolfanelli.

Riempì una cavità della sala dei morti, poi preparò con muschi secchi due comodi giacigli ed un fornello con delle grosse pietre, quindi otturò parte dell'entrata onde il vento non s'ingolfasse.

Rimaneva da risolvere la questione dei viveri, la più grave, ma il cafro era buon cacciatore e il leone, che gli animali carnivori non avevano osato assalire durante la notte, era lì a fornirne in notevole quantità, sebbene non molto saporita.

Mato-Okne lo spogliò della sua pelle che intendeva preparare pel ferito, poi tagliò la carne in lunghe fette per trasformarla in carne secca mediante l'affumicazione.

Aveva già compiuto quei diversi lavori, quando le prime nevicate cominciarono a cadere nelle vallate della grande catena, accumulandosi nei burroni in quantità enormi.

Il freddo era diventato d'un subito intenso e sulle alte vette la tormenta si udiva ad imperversare senza posa con mille ruggiti.

Nella sala dei morti, dove il fuoco bruciava senza posa, i due abbandonati non si trovavano male e si sentivano in grado di sfidare i freddi più intensi.

Quelli che li preoccupavano erano certe specie di sciacalli somiglianti ai lupi.

Quegli arrabbiati animali, cacciati dalle alte cime delle colline nevose, e resi audaci dalla fame, ogni notte scendevano nel vallone come se avessero fiutato la vicinanza della carne umana e si radunavano dinanzi l'apertura della caverna, ululando fino all'alba, e cercando di introdurvisi.

Il cafro era così costretto a vegliare tutte le notti per mantenere acceso il fuoco dinanzi alla caverna e far anche sovente uso del fucile per respingere i più audaci.

Meno male che la carne di quegli animali, quantunque coriacea, serviva ad ingrossare la provvista dei viveri.

Intanto le ferite di Im a poco a poco si rimarginavano. In capo a tre settimane aveva potuto alzarsi e fare il giro intorno alla caverna, raccogliendo nelle tombe rimaste asciutte pel congelamento qualche piccolo diamante che era sfuggito alle ricerche febbrili dei minatori.

Finalmente l'inverno cessò. Le nevi si sciolsero, le piante cominciarono a rifiorire e la temperatura si fece più mite.

Im, completamente rimesso, un giorno disse al cafro:

– Partiamo e scendiamo nel deserto.

– Mio fratello si sente capace di scendere le montagne? – chiese il negro.

– Le mie gambe hanno riacquistata la primiera robustezza – rispose Im. – Ho fretta di giungere nei paesi abitati dagli uomini bianchi.

– Ed anch'io – disse il cafro con voce cupa. – Desidero ritrovare i ladri della Stella del Sud.

Avevano conservato un po' di carne affumicata e avevano raccolto delle bacche. Rinchiusero in un sacco di pelle le loro provviste e quei pochi diamanti che avevano raccolti e si misero animosamente in viaggio.

Impiegarono quattro giorni ad attraversare la grande catena e al quinto giungevano felicemente nel deserto. In una settimana potevano giungere al campo diamantifero della Rodhesia. Si arrestarono qualche giorno nella foresta per rinnovare le loro provviste già consumate, quindi ripartirono di buon passo dirigendosi verso oriente.

Entrambi erano impazienti di giungere nel campo diamantifero. Speravano di ritrovare i vili che li avevano abbandonati sulla montagna, ancora occupati a scialare la favolosa raccolta di diamanti.

Non fu che dopo undici giorni e molte peripezie trascorse nel deserto e anche molte sofferenze che scorsero le tende dei minatori. Nel campo regnava una viva confusione, come se un grande avvenimento avesse turbato il duro lavoro dei pozzi. Si vedevano uomini armati di fucili e di rivoltelle accorrere da tutte le parti urlando a squarciagola:

– A morte gli assassini!

– A morte gli antropofaghi!

– Linciamoli!

In mezzo alla folla due uomini pallidi, disfatti, cogli abiti a brandelli, le barbe ed i capelli arruffati, venivano trascinati brutalmente verso un grosso albero dai cui rami pendevano già due funi.

I due miserabili, che parevano inebetiti dallo spavento, non opponevano la menoma resistenza. D'altronde nulla avrebbero potuto fare contro quelle tre o quattro centinaia di minatori che parevano furibondi e che erano armati di fucili, di rivoltelle, di coltelli e di picconi. Im che era d'istinto generoso stava per gettarsi fra la folla e strappare a quei furibondi i due miseri, quando il cafro lo trattenne violentemente.

– Mio fratello bianco lasci che la giustizia abbia il suo corso – disse con voce cupa.

– Quei due uomini possono essere innocenti – rispose il giovane.

– Lo sapremo dopo – disse il negro, con un crudele sorriso.

I due malfattori erano stati spinti verso l'albero. Venti braccia li innalzarono fino alle due funi e pochi istanti dopo danzavano disperatamente col laccio al collo.

– Mio fratello bianco li riconosce ora? – chiese il cafro.

Im aveva mandato un grido d'orrore. Nei due miserabili che si agitavano fra le ultime convulsioni dell'agonia aveva riconosciuto Ben Harset e Harris Moor, due dei minatori che lo avevano abbandonato sulla montagna dopo averlo derubato del tesoro.

– Siamo vendicati – disse il cafro.

I due miserabili erano tornati al campo due settimane innanzi carichi di diamanti ed avevano subito sparsa la voce della morte di Im e dei loro compagni, poi si erano abbandonati a orge fenomenali.

Come avviene sovente agli uomini ubriachi, dopo una sbornia colossale avevano raccontato a dei minatori che avevano invitati a bere, come si erano arricchiti e quali atroci miserie avevano sopportate dopo l'abbandono di Im e del cafro. Smarriti fra le montagne, quei miserabili avevano trascorso l'inverno fra le boscaglie, soffrendo privazioni inenarrabili. Divorati i buoi, quegli sciagurati, stretti dalla fame, avevano assassinati i loro compagni e, orribile a dirsi, li avevano mangiati!

I minatori, inorriditi, l'indomani avevano narrati quegli atroci particolari ai capi delle miniere, i quali non avevano indugiato ad impadronirsi dei due antropofaghi. Messi alle strette, Harris e Ben Harset avevano confessato ogni cosa, ripetendo il racconto fatto la sera innanzi.

A tale annunzio, i minatori, indignati, si erano levati in armi, decretando la pena di morte che era stata puntualmente eseguita.

Im poté così avere gran parte dei diamanti, compresa la Stella del Sud non avendone i minatori consumati che pochissimi in quelle due settimane e poté così tornare a Durban ricchissimo, assieme al cafro che aveva giurato di non più abbandonarlo.

Dalla sola Stella del Sud, ora proprietà dell'arcimilionario Cornelio Wanderbilt, il giovane aveva ricavato la bagattella di un milione di dollari!...