I selvaggi della Papuasia

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Emilio Salgari

1883 S Racconti letteratura I selvaggi della Papuasia Intestazione 9 dicembre 2014 75% Da definire

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I selvaggi della Papuasia

di Emilio Salgari


In sul finir del giugno del 1864, il brigantino olandese l’Haarlem, era partito da porto Selangau nell’isola Mindanao, diretto per la Nuova Zelanda con un carico di farina di segù, sostanza estremamente alimentare, estratta dalla midolla di un albero assai diffuso in tutta la Malesia orientale. Era una bella nave; varata appena da un anno sui cantieri di Batavia, salda di costole, alta di bordo e di alberatura, come si conviene a navi destinate alla navigazione del Pacifico, ben attrezzata, meglio equipaggiata e della stazzatura di un trecento tonnellate.

La montavano sedici uomini, ciurma un po’ numerosa per un legno sì piccolo, ma indispensabile per quei viaggi sempre pericolosi, sedici marinai nel più puro senso della parola, amanti del loro mestiere e della loro nave, il cui coraggio e le cui forze erano state più volte messe a dura prova. La comandavano il capitano Wan Nordhom e il secondo Asten, due galantuomini che contavano più viaggi che capelli, che avevan naufragato tre volte scampando miracolosamente alle onde e più di tutto al dente dei cannibali, due tipi di lupi di mare, che, al contrario degli altri, amavan gli agi della vita e che si davan bello spasso. L’un fatto per l’altro, entrambi sotto la quarantina, nativi di Enkhuizen in Olanda, abbastanza ricchi per non aver mai fretta, erano i migliori comandanti che avessero a desiderarsi i marinai del brigantino. Mai gran fatiche, sempre in vista di terra finché era possibile per sbarcar qua e là a comperar viveri freschi, occupati a pescare o a banchettare, colla scusa di brindare all’Haarlem o a Enkhuizen; e che banchetti! I due comandanti, da veri amatori, avevan sempre un bel posticcino a bordo occupato da una grossa botte e ben piena di vino di Spagna, un altro per un barilotto di rhum che aveva sempre la pretesa di venire dalla Giamaica, una bella provvista di bottiglie del Reno e una dispensa riboccante di viveri, senza dimenticare galli e anitre che ruzzolavan da mane a sera e da sera a mattina sul ponte, sotto il rollio.

Come si disse, l’Haarlem aveva spiegato le vele in sul finir di giugno con buon vento del nord-nord-ovest, prendendo bravamente la via del sud. La navigazione in sul principio era stata alquanto burrascosa pei venti dell’ovest, che toccando l’astro, eran venuti a contrariar un po’ il cammino e a sollevare il non troppo Pacifico oceano, ma a poco a poco tutto erasi calmato, e l’Haarlem a tutte vele spiegate, senza dimenticare coltellacci e scopamari aveva preso una rapida andatura non minore di quattro o cinque nodi all’ora, lasciando agio all’equipaggio e ai due comandanti di spassarsela con frequenti libazioni, bei banchetti e serenate al chiaro di luna.

Il 3 luglio aveva di già lasciato di buon tratto a poppa l’isola Meauges dopo essersi arrestato alcune ore a farvi la compera di una mezza dozzina di piccoli maiali, così abbondanti in quelle terre, e di aver fatto ampia provvista di frutta.

Il 9 anche Salibado era stata cacciata a poppa e il 13 l’Haarlem era giunto a Mortay, isola magnifica del gruppo delle Malucche, situata all’estremità nord-est di Gilolo dove erasi arrestato per rinnovar la dispensa di carne fresca e per completare il carico con certe stoviglie rosse, che il capitano Wan Nordhom contava spacciare con grosso guadagno alla Nuova Zelanda. La navigazione era stata ripresa sempre con buon tempo e mare sufficientemente tranquillo, tanto da non mandare a male le serenate, con rapidità bastevole per giungere sette giorni dopo sotto il 150° meridiano, in vista della Papuasia o Nuova Guinea, come la chiamò l’italiano Renzi nel 1826, una grand’isola di trentottomila leghe geometriche di superficie, vale a dire di un’estensione eguale alla Francia, Belgio e Svizzera unite, malissimo conosciuta, e i cui indigeni hanno la mania di essere un po’ troppo insocievoli, un po’ troppo selvaggi e di pendere a certi gusti, che si direbbero d’antropofaghi.

Il capitano che l’aveva visitata qua e là, approdando a Dorè e alla baia Geelvinc, contava di fare una gita alla prima calma in sulla costa a dispetto dei papuas, per provvedersi di quei bei frutti d’albero del pane che potevano supplire con vantaggio i biscotti di bordo e i pani di segù e di far ampia messe di noci di cocco dall’acqua fresca e zuccherata, senza dimenticar banani, durion e latanieri, frutta di cui andava ghiotto.

Per quattro giorni l’Haarlem, veleggiò in vista di quelle non troppo ospitali coste, passando di tratto in tratto dinanzi a villaggi, situati su palafitte piantate nell’acqua per difenderne gli abitatori dalle sorprese degli alfuras loro nemici e dalle bestie, accolto ovunque con un gridìo poco rassicurante e da pioggia di fiambole fortunatamente sempre lontane. Il vento continuava a esser propizio; e tutto pareva che dovesse andare a meraviglia, quando il 22 dello stesso mese avvenne un incidente, che doveva finire col riuscire fatale al povero brigantino e al suo intero equipaggio.

Scadeva l’onomastico del capitano Wan Nordhom. Secondo l’abitudine, si era deciso di festeggiare il meglio che fosse possibile un tal giorno, tanto solennemente riguardato dagli olandesi, con un bel banchetto, innaffiarlo con torrenti di generoso vino di Spagna, un barile di rhum e una piramide di bottiglie di vin del Reno, terminando il tutto con una magnifica serenata.

Sin dal mattino, i marinai che già fiutavano fumanti arrosti, sotto la condotta del secondo Asten, si erano messi all’opera per decorare la nave onde riuscissero più imponenti i brindisi che contavano di fare, tanto più che il vento era scemato sensibilmente e che il brigantino batteva a meno di due miglia una costa assolutamente deserta. Frugando qua e là nelle casse, avevan tratto nastri vecchi e tele colorate, qualche fiore artificiale, fasce rosse, che si eran affrettati a stendere sulle griselle, lungo i paterazzi, sulle murate, assieme a una ventina di lanterne che, mancando di vetri, avevan ricoperte di carta rossa, verde e azzurra oliata, e colle quali contavano d’improvvisare una illuminazione. Tutte le bandiere dei segnali, assieme alla gran bandiera olandese sul picco della randa, a mezzodì sventolavano, con effetto magnifico. Il capitano, grandemente soddisfatto di quei preparativi, non si era tenuto indietro, e aperta la dispensa, aveva fatto caricar pentole e ramini di polli, carne fresca di maiale, di pesci, bandendo la carne salata, unendovi frutta secche, pasticci improvvisati alla meglio con tutti i poveri ingredienti di bordo. Preparato alla meglio un tavolone fra il trinchetto e il maistro, nel mezzo del quale faceva bella mostra un grosso barile di vecchio vin di Spagna, alle due si era cominciato allegramente il pranzo, dimenticando l’Haarlem che se ne stava quasi immobile fra una caluria, cominciando con bottiglie di rhum. Non è a dire come si mangiò e si bevette da parte di quei lupi di mare che possedevano indistintamente un appetito colossale da dar dei punti allo stesso Gargantua. Era sera che erano ancor seduti a tavola al chiaro delle venti lanterne, bevendo senza più numerar le tazze, mescendo vino e liquori, brindando al capitano e all’Haarlem, vociando, urlando, dimenandosi in mille guise, più che a metà brilli, mentre che il brigantino, abbandonato a sé stesso, filava senza saper dove, rollando vivamente, minacciando di andare attraverso le scogliere della costa.

A mezzanotte il vento levatosi al cader del sole soffiava con qualche violenza, sbattendo vivamente le vele, mentre il mare si sollevava sbattendo con forza il brigantino che si precipitava da babordo a tribordo. Quei soffi, la presenza della costa che poteva venir improvvisamente sottostante la profonda oscurità, il muggito del mare che frangevasi furiosamente sulle scogliere, richiamavano in sé i meno ubbriachi, fra i quali il capitano Wan Nordhom, che si affrettò ad abbandonare la tavola per slacciar la velatura e correre al timone, la cui ribolla, spezzato il frenello, tempestava le murate.

Non avevano ancor ammainato i pappafichi e i contropappafichi per ridurre la velatura, che un fragore formidabile si udì quasi repentinamente sul tribordo, quasi da credere che lì sotto si trovassero delle scogliere. Il capitano Wan Nordhom, inquieto e pentito di aver abbandonato troppo a sé stesso il brigantino, fu in un salto alla murata curvandosi per cercar di discernere qualche cosa malgrado la fitta tenebrìa, resa maggiore da certi nuvoloni che andavano coprendo il cielo. Wan vide nulla o per lo meno credette di non vedere nulla, solo gli sembrò che la costa si disegnasse a poche gomene dalla nave.

Non amando trovarsi sì presso, sapendo quali scogliere circondano quelle terre, paventando quei fragori che nulla avevano di rassicurante, ordinò di tornare al vento tracciando sul tribordo. La manovra non era difficile, malgrado il violento rollio, ma i marinai, che in altri tempi lo avrebbero eseguito in meno di cinque minuti, brilli come erano non ne vennero a capo che dopo mezz’ora e a furia di bestemmie. Quel ritardo fu fatale pel brigantino. Un nuovo fragore si udì questa volta a babordo, uno sbatter di onde, un urlìo, quei fragori ben noti che producono le acque nate sulle scogliere. Non vi era più dubbio. Il brigantino si trovava fra i frangenti trascinatovi durante la baldoria dal flutto e dalle correnti.

Lo sgomento cominciò a impadronirsi di quegli ubriachi che si credettero perduti. L’Haarlem rollava spaventosamente fra la risacca, fra una doppia fila di scogliere che alzavan la testa annerita dalle onde, attorno alle quali urlavan le acque spumeggiando. Il capitano che conservava ancora un po’ di sangue freddo, fra l’ubriachezza, tentò ricondurre la nave al largo, cercando passare fra un varco lasciato dagli scogli, ma non vi riuscì per la poca profondità del mare. Di più, l’equipaggio, perduta la testa alla presenza del pericolo, manovrava confusamente, non comprendendo più i comandi, correndo ai bracci di tribordo anziché a quelli di babordo, imbrogliando un velaccio invece di una gabbia, compromettendo sempre più la sicurezza del brigantino, che viaggiava a dritta e a manca or beccheggiando e or rollando, avanzando e indietreggiando, minacciando cozzarsi sulle scogliere, che parevan moltiplicarsi a prua ed a poppa.

A un’ora dopo mezzanotte l’Haarlem era ancora fra i frangenti. Il capitano invano bestemmiava, comandava, gridava, aiutato dal secondo un po’ meno brillo degli altri, che si adoperava a tutta lena alla ribolla orzando o poggiando. La risacca si faceva maggiormente violenta, le scogliere sempre più numerose. Muggiti, crepitii, urla, comandi affannati, imprecazioni si confondevano in una medesima voce. Alle due il brigantino cozzò all’anca di tribordo, frantumando i pennoni dell’albero di maestra, contro una rupe che cadeva a piombo sul mare da un’altezza di cento piedi. Fu un momento di terribile angoscia, ma fortunatamente un colpo di vento lo tolse di là sospingendolo innanzi.

Errò per mezz’ora fra i frangenti, cercando uno sbocco qualsiasi, scandagliando qua e là, poi avvenne un secondo caso, indi un terzo, finché sollevato da un’onda un quarto più terribile degli altri tre.

L’urto fu sì violento che l’equipaggio fu rovesciato in coperta e che il bompresso si spezzò. Il carico si spostò tanto che l’Haarlem, preso dalle onde, inchinossi crepitando sul babordo, quasi da credere che si rovesciasse tutto, lasciando adito alle acque di invadere da un capo all’altro la coperta.

La confusione a bordo fu al colmo. Ancor mezz’ubriachi, spaventati da quell’inclinazione, da quelle onde che saltavan sopra le murate, da quegli schianti dell’alberatura che pareva fosse lì per ruinar in coperta, i marinai si eran messi a correre qua e là completamente smarriti, affollandosi attorno alle due imbarcazioni, cercando di calarle in acqua, cosa veramente impossibile con una tale oscurità e con una simile risacca. Fortunatamente che i due comandanti eran là. Respingendo gli uni, atterrando gli altri, minacciando, bestemmiando, giunsero a sedare un po’ quella confusione che comprometteva la vita di tutti. L’Haarlem erasi arenato, tuttavia nessuna via d’acqua pareva essersi aperta nei suoi fianchi malgrado la violenza dell’urto, e poteva ancora darsi che si potesse riporlo a galla.

Non è a descrivere come i disgraziati passassero il rimanente della notte. Il mare non cessò un sol istante dal saltare a bordo sul tribordo, spezzando le murate colle sue ondate furiose.

Malgrado ciò, il brigantino, fortemente incagliato sul suo banco di sabbia, non si spezzò, né fu demolito, come a prima vista si era creduto, tanto da sperarne che il mattino, con qualche ancorotto da babordo e colla manovra dell’argano, si avesse ancora a farlo galleggiare.

Vi furono allarmi, paure, ma niente di più. L’equipaggio, man mano sentiva sfumare l’ebbrezza, ripigliava animo e coraggio. Ai primi albori ogni paura era scomparsa, almeno quella di un naufragio imminente.

Il capitano si affrettò a visitare il bastimento e rendersi conto della minuta sua posizione e della situazione. L’Haar­lem erasi arenato su un banco sabbioso a meno di mille passi dalla costa, di fronte a un fiumicello, circondato per ogni dove da scoglietti che si allargavan a mo’ di molteplici corone. Non potevasi credere che fosse perduto. Con un po’ di pazienza, alando al mulinello, dopo aver gettato alcuni ancorotti al babordo e gettato buona parte del carico, approfittando dell’alta marea si poteva ancora scogliarlo. Esaminata la costa che appariva boscosa ma, a quanto pareva deserta, diede il comando di mettersi subito all’opera, non nascondendo un po’ di timore per la vicinanza di quell’isola tutt’altro che ospitale.

L’equipaggio rassicurato non perdette un istante. Si cominciò alacremente a lavorare allo scarico, aprendo il boccaporto e gettando in mare il segù, lavoro faticoso se si pensa fatto sotto un calore torrido, ma di cui nessuno osò lagnarsi. Ufficiali e marinai lavoravano di comune accordo, e già tutto induceva a credere che si sarebbe riusciti a riporre a galla l’Haarlem, quando verso le dieci del mattino il secondo mozzo che si era arrampicato fino alla caffa dell’albero di maestra per ammainare il velaccio, segnalò una flottiglia di sei piroghe che, uscendo dal fiumicello, movevano verso il brigantino.

Una simile visita non poteva essere che pericolosa, conoscendo per di più l’audacia di quei popoli rivieraschi e i loro istinti abbominevoli, sicché, a tale nuova, ognuno si affrettò ad abbandonare momentaneamente lo scarico e a pensare di prepararsi contro qualsiasi sorpresa. Il capitano Wan Nordhom credette bene di prendere serie misure aprendo l’armeria, e portando sul ponte moschetti, sciabole, scuri e coltelli che fortunatamente abbondavano, assieme a un barilotto di polvere e ad una provvista di palle.

Non avevano ancor finito che la flottiglia era già in vista. Come aveva detto il secondo, si componeva di sei piroghe, scavate nel tronco di lunghi alberi, di forma pesanticcia, ornate qua e là di rozze sculture e armate da un buon numero di coste pagaie. Le montavano una sessantina di indigeni dalla faccia piatta, dagli zigomi prominenti, la bocca grande, labbra grosse a somiglianza dei negri, naso schiacciato e dalla tinta bruna oscura.

Non avevan vesti di sorta eccetto i koranos o capi, che portavan certi crinolini vegetali dipinti a colori vivaci, ma eran carichi di ornamenti di penne d’uccelli di paradiso, di collane di denti di cignale, di anelli di rame, di braccialetti, di conchiglie, di scaglie di tartaruga e di lunghi quanto strani pettini cacciati nelle lor folte capigliature. Alla vista del vascello arenato, parvero raddoppiare d’ardore, e più di uno alzò con un gesto tutt’altro che rassicurante il suo coltellaccio che essi chiamano parang, la zagaglia o la spada di rame.

Il loro numero, le loro grida rauche, quel vociar, quell’alzar d’armi e la furia con cui avanzavano, eran cose da impensierire seriamente il capitano Wan Nordhom, che ne aveva udito contar di belle, delle prodezze di quei papuas. Però, temendo che cominciando col prenderli a fucilate potesse esser peggio, si accontentò di raccomandar vigilanza ai suoi e di disporli sulle murate di tribordo, il luogo che poteva offrir più facilmente la scalata, stante l’inclinazione del brigantino.

La flottiglia non tardò a capitare. In sulle prime quei sessanta o settanta guerrieri si accontentavano di mostrar archi, frecce, coltellacci, spadacce e zagaglie, vociando e scalmanandosi, girando e rigirando attorno al vascello, per nulla spaventati dall’equipaggio che si sforzava allontanarli minacciando coi moschetti. Poi, incoraggiati da quell’inutile gridar dei bianchi, si fecero più arditi. Qualche fronda colpì qualche marinaio, poi qualche freccia e finirono col raccogliersi sotto il tribordo del vascello tentandone audacemente la salita. Il capitano arrischiò un colpo di moschetto che fece capitombolare uno dei capi, ma era troppo tardi. I selvaggi anziché spaventarsi, parvero prender più audacia. Arrampicandosi lungo le sartie, aggrappandosi alle bancacce, sostenendosi con nembi di frecce e una pioggia di fionde, urlando spaventosamente, digrignando i denti, agitando le armi, in un baleno furon sul ponte malgrado l’ostinata difesa dell’equipaggio che faceva strage a colpi di scure e di moschetto. In men che non si dica, sessanta guerrieri sono a bordo dell’Haarlem, pronti a fare un massacro dell’equipaggio, che ridotto a tredici uomini, guidati dal capitano Wan Nordhom, respinto a poppa, stava per aprirsi un varco cercando salvarsi nelle imbarcazioni.

Si ode un urlo formidabile cui rispondono le detonazioni dei moschetti e la tonante voce dei due comandanti, che con una sciabola nella dritta e una pistola nella sinistra gridano: «Avanti per mille tuoni! Giù tutti a scure alzata! Animo per Dio! Animo!».

I marinai irrompono con slancio disperato fra la massa urlante dei papuasi, che gli accolgono sulla punta delle zagaglie e a colpi di parang. I primi cadono sventrati, ma gli altri saltano innanzi martellando a colpi di scure a dritta e a manca, urlando come una legione di demoni spaccando teste lanute dalle quali schizzan le cervella assieme a torrenti di sangue, fendendo petti, smozzando braccia, troncando gambe, cacciando le armi nella massa carnosa, tirando pistolettate sul muso dei più furiosi, cadendo e rialzandosi, incoraggiandosi colla voce e coll’esempio.

Ne succedette un macello.

D’ambo le parti bianchi e papuasi si battevano con egual furia, soffocando con urla le disperate invocazioni dei morenti, aggrappandosi l’un l’altro, tentando rovesciarsi, facendo uso dei denti, dei pugni, delle unghie, quando le armi tornavano inutili, ondeggiando qua e là a seconda degli attacchi, calpestando orribilmente i feriti, che andavano con un ultimo sforzo troncando le gambe del nemico. La lotta in breve istante divenne terribile e colla peggio dei bianchi; il secondo Asten cadde colla testa spaccata da un colpo di parang, il mastro col volto fracassato da un colpo di mazza, due a destra, tre a manca sventrati a colpi di zagaglia. Non era più possibile sostenersi. Ammazzavano, ma ce n’eran sempre di freschi dietro i caduti, che si facevan sotto mugolando come tigri, menando disperatamente le mani; i marinai si difendevano colle scure, coi coltelli, colle baionette, da gente animosa che vende cara la vita, ma cadevano ad uno ad uno.

Il capitano Wan Nordhom, dopo aver fatto prodigi di valore, ed essersi battuto per due, respinto dall’onda dei combattenti, aveva finito col ridursi sul cassero, circondato da tre papuasi che l’assordavano, tempestandolo a colpi di parang. Munito di un sciabolone d’arrembaggio e di una pistola, vedendo che la era finita se non trovava modo di nascondersi o di prendere il largo, e che nessuno, eccetto i tre, badavan a lui, raccogliendo le forze si scagliò sugli urlatori. Spacca la gola al primo, tira un colpo di pistola al secondo che rotola a gambe levate sul ponte, riceve un colpo di lancia che gli lacera lievemente la pelle del volto, e caccia dieci pollici di lama nel ventre del terzo. L’ultimo non era ancor caduto che si getta nella cabina, mentre i suoi, stretti per ogni dove, cadevan sotto il ferro dei selvaggi. Non ebbe nemmen l’idea di chiudere il boccaporto e già si credeva alla sua volta perduto preparandosi a una disperata difesa, quando gli balenò un pensiero. Sollevò in fretta e furia il paiuolato, che lasciava un ripostiglio appena appena sufficiente per riceverlo, ingombro di pomi di terra e di cipolle, e approfittando dell’occasione, vi si nascose, seco portando un paio di pistole onde servirsene per ogni evento.

Aveva appena posto sopra di sé il paiuolato accomodandolo il meglio che fosse possibile, che udì i selvaggi scendere vociferando nella cabina, sollevando i coperchi delle casse e trarne vestimenta, colle quali contavan sicuramente di far bella mostra al ritorno, sfondar barili e barilotti, trar cassetti e manipolar l’oro e l’argento, spezzar scatole, bottiglie, e tracannar avidamente, oli, vini e liquori non sospettando certo che sotto di loro ne stava il capitano.

Non è a descrivere le ansie, i timori, le paure del povero Wan Nordhom, rannicchiato nell’angusto e oscuro nascondiglio, tutto tremante dalla tema di venir scoperto, soffocato, acciecato dai liquori che gli piovevano addosso, che i bruti di già ubbriachi lasciavan cadere. Li udiva pestar i piedi, lì, proprio sopra la sua testa, piegando le tavole a segno da schiacciarlo, li udiva urlare ingollando le bevande spiritose, spezzare, frantumare, tutto saccheggiare, disperdendo giornali, note, penne, calamai, bussole, viveri, e sopra coperta udiva il grosso dei saccheggiatori vociferare, capitombolare nella stiva, dimostrando con insensati clamori la loro gioia alla vista di tanta massa di segù e alla vista di tanto ferro buono per i loro arnesi da guerra.

Il supplizio durò fino al calar delle tenebre, senza che osasse muoversi e rattenendo spesso il respiro, fino a che tutti quei clamori andarono gradatamente facendosi più fiochi, fino a cessare del tutto. Il disgraziato capitano Wan Nordhom, non sapendo che succedesse, in sulle prime non ardì sollevare il paiuolato, ma poi assicurato del silenzio che regnava a bordo, rotto solamente dal monotono sbatter dell’onda contro i fianchi del vascello, si decise uscirne e prendere la fuga prima che venissero a snidarlo. Armò le pistole, si munì di una scure, e a passo silenzioso, piano piano, si spinse fino al ponte ove arrestossi soffocando a stento una bestemmia.

A prua, vegliavano attorno a un fuoco sei o sette selvaggi briachi, istupiditi, assonnati, sostenendosi a mala pena sulle zagaglie, e per ogni dove gli altri papuasi, non meno ubbriachi, rimpinzati di carne e, orribile a dirsi, di carne umana, ammucchiati gli uni sugli altri, mescolati, confusamente coi cadaveri, guazzanti nel sangue coagolato; in mezzo teste umane rosicchiate, vuotate, braccia arrotolate, gambe sanguinolenti o carbonizzate, femori, intestini, polmoni, costole ammucchiate o disperse e ossami spezzati e succiati, avanzi di un abbominevole banchetto, era tutto quello che restava del disgraziato equipaggio dell’Haarlem.

Il capitano Wan Nordhom, inorridito, non fu che a gran stento che frenò l’ira e l’indignazione, per non dare l’all’arme. Scivolò lungo le murate e approfittando delle tenebre si calò in una delle imbarcazioni di bordo galleggianti ai fianchi del vascello, munita d’albero, vela e remi e carica di ogni ben di Dio, che i selvaggi contavano di spedire per la prima al villaggio. Possedeva una bottaletta, il vento era propizio; spiegata la randa abbandonò la povera nave allontanandosi al nord, troppo felice ancora di averla scampata bella.

All’indomani aveva perduto di vista l’Haarlem e il suo abbominevole equipaggio, navigando al nord-est cercando di raggiungere le isole Vaigiù o Salviati, le sole che potessero offrirgli un rifugio. Navigò un mese, lottando con energia sovrumana, da solo a solo, costretto a valersi del solo vento, e vegliare dì e notte, finché gli fu dato di vedere un’isola che credette Misory situata all’imboccatura della baia di Geelvine ma non ardì che approdare per poche ore. Ricominciò intrepidamente la navigazione, e sette giorni dopo, dopo di esser scampato venti volte alle tempeste, agli scogli, ai pesci cani, sfinito, morente di fame e di sete, giunse alla sospirata Vaigiù. Fu ancor tanto fortunato da trovare un vascello olandese, occupato alla pesca del trepang, i cui marinai l’accolsero a braccia aperte, cercando far di tutto per rimetterlo in forze. Egli rimase all’isola fino al termine della pesca, dopo di che, imbarcato a bordo del legno, dopo un viaggio dei più felici, giunse sano e salvo e completamente ristabilito a Batavia.

Oggi il capitano Wan Nordhom ha abbandonato per sempre la via del mare, e ricco pei denari dell’assicurazione, vive tranquillamente in una vasta fattoria, situata sulle rive del Tijliwong, occupandosi esclusivamente delle piantagioni di caffè che lo arricchiscono ogni giorno di più.