Il Baretti - Anno I, n. 1/La scuola della "Voce"

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Umberto Morra di Lavriano

La scuola della “Voce„ ../Resoconto di una sconfitta ../Spiaggia del sud: danzatori IncludiIntestazione 7 luglio 2018 100% Da definire

Resoconto di una sconfitta Spiaggia del sud: danzatori

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LA SCUOLA DELLA “VOCE„

Sebbene le piazze echeggiano di clamori e molta parte della vita si vede oggi sotto una luce cruda, violenta che fa risaltare e fino sanguinare tagli o contrasti, per una certa categoria di gente questa è un’ora di raccoglimento.

Non è una cosa strana. Più si fa rumore intorno, più gli animi naturalmente schivi lo temono, e le persone che ’si credono in qualche maniera ispirate, o credono per lo meno di attingere a ragioni più probanti e definitive di quelle che dominano il volgo, dal rumore voglion distrarre e lo condannano, poiché pongono in sé, come vita ideale, proprio quella che tutti i giorni vien praticamente negata. Un simile ufficio di distacco, di sostituzione, è affidato alla letteratura; le speranze più riposte, che non si potrebbero tradurre nell’azione, si avvalorano ricredendo immediatamente il mondo con la fantasia. Perciò l’opera letteraria non trova riscontri se non nel suo metro e ottiene quella speciale vanità e debolezza onde si contrappone alle forze della vita consueta, e ne è irrisa; ma anche quell’artistica insindacabilità, quella libertà pienamente individuata per cui raggiunge un vigore superiore ai tempi e, se veramente l'autore è invaso, può sopportare accenti di profezia.

Come sempre l’ora del raccoglimento, del ritorno, è un’ora amara. Tanto viaggio, tanto tempo: e le impressioni caotiche sono, una per una, imprecise; perchè nessuna fu totale, nessuna si accettò convinti, a nessuna s'impegnò l'intera forza visiva. Sembrerebbe di poter tornare a un primitivo slancio sincero; sembrerebbe di riesser capaci di alcune gioie e soddisfazioni che furono nuove, appunto perchè nulla di nuovo a quelle successe; e d’una labile, ma non mai consciamente perduta innocenza. In vece, l’uso ci ha consumati; scontentezze, distacchi, continue riserve, che alla memoria stanca parevan quasi atti di fede e ottima custodia dell’entusiasmo, son stati seguo insieme e motivo che la facoltà d’apprendere è scaduta. Ora si può tornare alle sorgenti. Ma la via incerta è difficile da ripercorrere; e ci proveremo di bere con diversa, ormai molto squallida, sete.

Tenteremo di precisare questo discorso, di rivivere oggi le ammirazioni, le pretese, le nostre attenzioni degli anni più giovani, sicuri di trovar solo allora, risalendo lontano, una figura di noi decisa; ma anche ingiusti, perchè il desiderio di poterla riafferrare, e di condannarla a fare da schema, impedirà una piena riconoscenza.

Si ha in mente un tempo di facili entusiasmi, con apertura di cieli e vita esuberante nei petti. Nelle case c’era la pace; c’erano i giorni comodi e ordinati, un’ostinatezza di lavoro senza eroismo, una fiduciosa aspettativa, un modesto ma indiscusso accaparramento del futuro. Crescevano i figli, e sembrava fossero garanzia d’un immancabile progresso, che non sfuggirebbe, non vorrebbe rinnegare l’esempio dei padri. C’era un modello fisso per la loro attività; essi erano osservati e vigilati non senza intenerimento, poichè promettevano bene e per loro si sarebbero avverati i sogni consueti; ma purché non sgarrassero. Si era d’altronde tranquilli che non si sarebbero perduti: gerarchia, ordini, leggi, forze e costumi sociali delimitavano brevissimo il campo della loro libertà.

I giovani non accettavano a parole le costrizioni preventive, e sarebbero stati felici di qualunque catapulta che venisse a abbattere quei muri tanto saldi. Perciò ci furon gli anni del rivoluzionarismo, puramente canoro, non inteso come disciplina ma come ribellione istintiva; con la nuova città sorta per incanto e i propagandisti creati dèspoti in ricompensa della fede. Un atteggiamento che tutt’insieme non rimediava a nulla, perchè imbastito sulle forme che i vecchi pretendevano di conservare, e non si rovesciavano, ma ci s’incastrava dentro, quando si prendeva a maledirle.

Lo stesso su per giù si può dire per il sogno dannunziano: un mostruoso sogno, di un mondo gonfio, sgargiante, fatto con gl’ingredienti sentimentali e morali del mondo d’ogni giorno. Non erano capaci di tale estensione, verso l’orgiastico e il demente, senza scoppiare. Assai presto accadeva la saturazione delle imagini; nessun uomo sano poteva reggere ai trucchi allucinatorii senz’esserne complice. Si cadeva quindi nella deviazione pratica della fantasia, nel mestiere; ottimo espediente, ricetta, finché la gente abbocca, fruttifera; e rimedio utilissimo alle illusioni giovanili.

Ma queste bisognava che trovassero un altro sfogo; dalla fioritura dei giovani seguaci ed adepti si passò alla stagione dei giovani autoctoni. I quali, poiché non potevano inventare per sé questa dignità, e eran per forza fiduciosi nel verbo d’un maestro, in una parola segnata, impararono appunto questa, che la loro gioventù era fonte di potenza, che l’esercizio della volontà è garanzia dell’opera, che la vita personale è da affermarsi costruendo da sé il proprio modello; che libertà e creazione sono identici frutti dell’autonomia. Così i giovani si sarebbero sottratti in pieno alla tutela dei padri, non edificando altre leggi o inventando altre forme a conchiudere il mondo dove si sentivano segregati, ma negando insieme il mondo e le sue leggi, qualunque forma e ogni apparenza e ogni verità in quanto non fossero conquista intima e costruzione; imponendo sé stessi in luogo della necessità, ricreando la vita secondo lo spirito che abolisce il tempo e tutto consuma e comprende nell'atto con cui pensa. Scuola di pragmatismo e d’idealismo; scuola di lirica libertà e di novità critica, miraggio magnifico, aria prodigiosamente salubre, dove si respira un’assoluta fiducia di sé, poiché si afferma l’identità tra azione e successo, poiché si supera e si relega nella falsa luce del passato l’errore e il male; ipotesi quanto mai consolante, che abolisce, e continuamente vivifica, Dio.

Chi dei giovani avrebbe saputo resistere? chi avversarla? In un punto, in un atto l’universo era risolto. Fugate le ombre e appianate le crisi, resa la fantasia a espressione, a etica il sentimento, dedotta e sorretta la vita economica e la vita fisica quali sue funzioni da quella spirituale — questa era finalmente la celebrazione dell’uomo e di qui cominciava il suo regno, con nulla a lui superiore se non l’ignota ombra d’un pensiero futuro.

Tale, al suo simile, sarebbe potuto essere il senso dell’educazione vociana. Su i contemporanei però essa non operava tanto apertamente; da un’ora all’altra non si poteva desumerne la ragione prima e ricondurla alle premesse ideali che la pratica deve mascherare. I motivi fondamentali restavano poco svolti e poco appariscenti, nell’ombra delle azioni polemiche o delle espressioni più clamorose.

Accanto ai filosofi, mossi un po’ dalle medesime ragioni o sofferenze, altri amici stavano a rappresentare l'esigenza lirica, come sforze verso la libertà pura senza responsabilità nè sottintesi che si esaurisce nel grido. Una volontà rozza e primordiale si gettava così nello schema della composta bellezza a scompigliando; e si compiaceva come d’una vittoria dei segni delle rotture, dei resti e dei frammenti. Si andava a parare senza paura, come a un'estrema perfezione, al singhiozzo e alla risata.

Non era impresa tanto facile accomodare questi elementi di pura volontà in una forma di pensiero. Gli abbozzi di teorie che potevano servire, volta per volta, non avevano importanza maggiore dell’immediata giustificazione, della scusa momentanea. Per ognuna delle licenze pareva opportuno stabilire una regola, che spesso si tramutava in una battuta polemica, negativa e insultante. A poco a poco si combinavano delle litanie d’improperi, che garantivano e corazzavano i nuovi tentativi d’espressione, come se ogni poeta principiante dovesse esser agitato dii uno spirito di vendetta e d’offesa; e non parve a molti lecito altro modo di parlare che quello dei massacri e delle stroncature. Perfino quando si trattava di rivelare i geni ignoti, di portare alle stelle i colleghi e complici stranieri, di scoprire, di testimoniare e d’applaudire, non è raro che l’elogio fosse pieno d’una deviata acrimonia e che, nonostante la solenne pompa dei riti, si scoprisse la vera natura e lo scopo della celebrazione: quello dove s’incensavano i loro santi era palesemente un contraltare. I momenti di serenità erano assai poco frequenti, come si vede dalla breve apertura dei loro canti e dal solo appello d’amore che conobbero: oh, lasciateci divertire!

Sicché la scuola dell’ idealismo — che fu appunto detto militante — non riuscì mai a un ordine pacato. Sarebbe stato necessario abbandonare i fervorosi, non fidarsi dei credenti più semplici che son privi d’accortezza e di misura. Ma il distacco di Laceria non tolse che alcuni detriti, già compresi fu pectore nell’organismo vociano, e dai quali non gli sarebbe stato aggiunto nulla. Dall’idealismo avevano imparato tutti. Ospite estraneo era stato Croce, più vicino e partecipante Gentile, e la loro polemica. Quella scuola però si può chiamare idealista solo per ragioni eufemistiche; per quel tanto, o magari quel poco, d’agitato e d’eccitante che, come s’è visto, l’idealismo conteneva e per cui veniva a sodisfare la romantica ansia dei giovani; poiché anche a chi dirigeva la Voce, benché se ne proclamasse seguace, mancava il genio e la possibilità d’assumerlo in pieno, e la sua propaganda fermentava d’idealismo, come anche di pragmatismo o di puritanesimo. C’era in lui una spiccata tendenza all’analisi, e un immodesto desiderio di riforme; cosicchè i sommi principi venivano messi in ballo per i più bassi servizi. Si sentì tanto spesso lo scarto tra il tono dei criteri direttivi, assoluto e concludente, sebbene anch’esso polemico, e le proposte pratiche, dall’àmbito breve, dalla risonanza ristretta, così bonarie e borghesi che non ci si riuscì mai a convincere che la fede — o il pensiero — di Prezzolini si fosse fissata. Le sue oscillazioni erano la misura dell’incertezza, della confusione cara al suo spirito così attivo.

Questi difetti si vedono ora; ma come Dio volle non erano palesi alla nostra mente di ragazzi, e anzi, a quel momento, costituivano un pregio. Infatti in un panorama mobile e frastagliato, dove nessuna linea si disegnava precisa e centrale, ma le asprezze e i toni diversi erano accostati e l’uno nell’altro diffusi da una specie di nebbia leggèra, era facile per ognuno di noi riposare l’ occhio e imaginare una forma d’attraente bellezza. Altri allora lamentavano in quell’insegnamento, non tutto disprezzabile anche secondo il parere della gente educata a studi più ponderati, l’abbondare di rappresentazioni crude, di conclusioni sommarie, d’aforismi paradossali; e la palese tendenza a violentare e a conquistare gli animi invece che a persuaderli, il gusto d’eccitare. Lo scandalo però nasceva quando si mettevano a confronto le diverse maniere e si protestava in nome d’un altro sistema pedagogico, non per noi, digiuni e affamati, che si pigliavano le apparenze più rischiose per un segno di mirabile sincerità.

Per apprezzarle a dovere, bisognava infatti intuire la vera natura di quelle crudeltà, che era quanto mai ingenua e gentile; e di ciò noi si era capaci. Il buono delle intemperanze verbali, era la golosa accoratezza che custodivano; la debolezza, quanto dolce, degli animi inquieti e solitari cui i contatti soliti, le carriere, la vita di relazione, forse persino gli studi in comune, le ricerche sistematiche, qualunque minima forma di disciplina che sia vigilati da occhi estranei, suonano insulto. C’erano, dunque, uomini quasi seri che ripetevano e esasperavano con la coscienza le impressioni sottili e perturbanti della nostra vita di ragazzi — quelle che sembrano disfare il mondo sensibile e indurci in una fantastica veglia dove tutte le cose pigliano proporzioni di sogno. Era come se si leggessero tante parole nostre non mai dette; se si ottenesse, nel ricordo e nella imagine altrui, una precisione, delle nostre impressioni primitive, quasi dei nostri istinti, a cui non s’era mai potuti giungere. Una mano, amica benché estranea, veniva a frugarci dentro dove non era penetrato nessun consiglio; non importa se ci faceva un po’ male, poiché ci aveva desti. Si snodava così davanti a noi, febbrile, impreciso, il poema della nostra adolescenza; e non si poteva sognar cosa più inebriante.

Contavano forse gli accenti nudi e lo scherno e il disprezzo — talvolta urtanti fino a una sensazione fisica, violenti quasi carnalmente? Quelle illazioni che non capivamo, quelle ripetute interferenze con la vita pratica quale, più o meno, si facevan tutti, con la nostra casa e gl’insegnamenti paterni e la nostra religione? Ma chiunque, s’è detto, a una cert’ora è nemico della casa, e non c’era davvero per noi ragazzi l’assillo della vita logica. Si deve dire che anche negli attacchi più poderosi, o nelle parole oscure (come oscure quand’erano, mettiamo, del limpido Croce e filosofiche noi si trovava molta sodisfazione. Il formato del giornale, la spigliatezza de’ suoi consigli e delle sue note, quell’aria di brevità provvisoria, il suo gusto elastico, la sua caparbietà giovanile (quando non c’era di meglio; e cioè le pagine di lirica e d’autobiografia) ci facevano da ottimo condimento, da appetitoso invito per gli altri scritti più sostanziosi; e c’inducevano in tale spensieratezza d’umore che si sarebbe giurato di capirli. Si camminava, bendati, sull’orlo di caotici abissi, e ci s’illudeva dì veder smagliare, sotto un bel sole d’oro, i prati più freschi. Se, come accadeva, si cominciava a scoprirla, ci si beava di questa contraddizione; in piena avventura spirituale ci si manteneva candidi e allegri.

Sarebbe segno di una molto illusoria saggezza mettersi ora a rimpiangere un’educazione sciupata, e siano forse tratti ormai a sopravalutare, per rancore, la coltura, gl’interessi che ci mancano. Certo il nostro tipo dello scolaro di licèo, che ci rimane in cuore come l’unico tipo che si sia giunti finora a vivere, come una dolce e ilare parte che s’è rappresentata consumandovi tutta il nostro fervore, stacca di molto dai precedenti e dai seguenti. S’era assunta, e per sentimento intimo, non per istigazione dei pedagoghi riformatori di cui non leggevamo le pagine, un’aria da autodidatti, ci si faceva critici e concorrenti dei nostri professori. E’ raro il caso che le loro lezioni trovassero in noi un animo vergine; ci si armava di mille pregiudizi, si sfoggiavano decise opinioni su le materie che non si conoscevano ancóra. Può darsi che qualche volta si riuscisse così a collaborare, che certi argomenti, per un nostro disordinato interesse preventivo, si riuscisse a possederli un po’ meglio che a fil di logica, o di cronologia; ma come spesso si pigliavan le cose sotto gamba, e non si stava nemmeno a ascoltare, perchè ci si sentiva «superiori»! Questa era la fine dei latino, non parliamo di Cicerone, che a ammirarlo ci sarebbe sembrato una colpa morale, ma di Tacito e di Virgilio, e, ahimè, anche del greco — ché le nostre passioni letterarie stavano confinate in una certa «modernità» dove entravano Dante o Leopardi, Michelangiolo e Campanella; ma ne erano banditi Petrarca, Ariosto e Foscolo; non che li considerassimo maestri cattivi e pericolosi, ci parevan soltanto inutili, incapaci di darci un fremito, di rispondere ai nostri bisogni d’espressione.

Eppure, si faceva figura d'essere e ci si stimava buoni scolari. S’era anzi convinti che la vera scuola cominciasse con noi, e che i metodi, la pazienza, la dottrina dei maestri fossero roba superflua e di noi non degna, quasi un impiccio alla nostra voglia e al nostro ardore. Si aveva quindi bisogno di testi differenti da quelli ufficiali, d’un dopo-scuola che fosse un contro-scuola. Anche per questo ufficio la Voce era perfetta. C’insegnava a odiare la gente meticolosa e studiosa, a diventar arroganti con quei, diciamo, scienziati che incuton terrore e stizza ai ragazzi perchè hanno descritta sulla faccia una vita di stenti senza successi e senza nemmeno orgoglio. C’erano davvero già a quell’ora in noi i germi d’un avvenire disastroso; capaci di sognare a occhi aperti e di immaginarci d’esser grandi, soltanto fra di noi si manteneva un tono equilibrato e da bravi figliuoli; di fronte agli altri s’era sempre con l’animo in battaglia, col desiderio della prepotenza. Sdegnavamo i rapporti soliti: non ci si contentava più delle beffe ai professori, degl’immaturi disordini e delle momentanee pazzie; ogni cosa portavamo su un piano tragico, da ogni infantile prodezza volevamo trarre ragione d’orgoglio e di dignità. Alle suggestioni più semplici e più naturali si voleva restar sordi, chissà quale miracolo ci pareva di sentirci inappagati, di, a poco a poco, escludere e svalutare l’azione, come cosa inutile, o quasi a noi ostile. S’era spostato il campo delle difficoltà e degli stimoli per quell’ebbrezza che ci toglieva di vedere le cose rettamente; ci si pasceva di questioni teoriche che quasi non si capivano, o la vita pratica ci affliggeva con fantastiche imaginarie ombre paurose. Di qui anche nasceva il desiderio delle riforme, sebbene in questo si andasse un po’ cauti; e uno fede tutta astratta nell’avvenire, come un’attesa di cosa straordinarie.

Nè la nostra giovinezza, nè l’esperienza dei vociani — due belle cose perdute che avevan tante ragioni comuni — sarebbero potute durare su quel tono. La vendetta della nostra generazione su quella dei padri, sul mondo borghese da cui in buona fede ci si credeva diversi, era già consumata; col risultato, per i vociani d'essere saliti di fama e d'aver ottenuto un riconoscimento proprio dai loro supposti nemici, per noi d'esserci in fin dei conti angustati senza profitto avanti l'ora.

In tanto s'era arrivati al 1914: è proprio in quell'anno che la Voce tenta di pigliare un indirizzo esclusivo e s’intitola «Rivista d’idealismo militante» - cerca un’unità nel nome non potendola ottenere nello spirito. A rileggere ora quell’annata, ci si accorge che ottenne solo di esagerare i suoi difetti, d’instaurare una specie di dogmatismo fortemente riformistico che avrebbe allontanato le persone desiderose d’aria libera e aliene dall’impegnarsi nella creazione di nuovi decaloghi. In buon punto dunque avvenne il portento.

Senza la guerra non avrebbero avuto ragione; se la vita doveva continuare pacifica e anche a noi si addiceva un avvenite modesto, che avrebbe poco per volta logorato i nostri sogni, se non c’era la possibilità d’arrivare, o di credersi maturi, appena usciti di puerizia, i bei ragionamenti, gli audaci pensieri, le vivide affermazioni ci sarebbero poi pesati come un gran frullare a vuoto. La guerra non doveva mutar nulla — ce l’aveva detto anche Serra ch’era uno al quale di solito si credeva; ma noi non ci si poteva più contentare dei giudizi, non si poteva più star quieti. Per noi la guerra mutava tutto; e se no l’interventismo non si spiega.

Mutava tutto secondo una variazione che credevamo fosse già nel nostro spirito; secondo un presentimento di cui s’era stati gli assertori, seguendo con amore le battaglie, infiammandoci per le ideali conquiste dei nostri maestri confessati. S’era imparato a metter tutto in scompiglio, e già lo scompiglio ci si faceva nell’intimo tragedia; ma con quella nostra esaltazione si dava uno spettacolo molto buffo e forse non ci sarebbe stata via di salvarsi se non pigliando tutto in ridere, diventando improvvisamente funamboli e fumisti.

In vece, la tragedia pregustata e tutta aerea veniva a toccarci da vicino, a esser pane per tutti i denti e sciagura comune. Non son certo da ricordarsi le commozioni retoriche; ma se negli sproloqui d’allora si cercavano argomenti «realistici» e si faceva perfino a gara a nascondere le ragioni sentimentali che ci movevano, spesso era per pudore. I cortei vocianti, gli entusiasmi popolari, erano per noi un modo di tornare tra la gente, di rifare un passo a rovescio di quei tanti a cui ci aveva indotti la nostra impudente albagia. I pochissimi fortunati (che poi erano di molti), stanchi del loro Eliso, ritrovavano il contatto coi loro simili; e pareva che l’allontanamento e l’assidua cura li avesse fatti capaci di guidarne le schiere e d’additargli il futuro.

Oltre questo punto, quando si trattò di fare per davvero, ci fu qualche cosa che si ruppe. Per tutti venne un momento di distacco, come se l’attiva ansia non fosse più opportuna e ci si fosse troppo persi ai preparativi; si sentiva che per cominciar le cose serie bisognava trovar un’altra ispirazione. Prezzolini, il 28 novembre 1914, si congeda dalla Voce con un documento patetico; da una simile ondata di stanchezza, prima o dopo, secondo i nervi e l’intelligenza, tutti furono presi. Non si era soli a questo mondo; non si era destinati, quasi per privilegio, a dirigere e ad ammaestrare.

Se, prese le cose all’ingrosso, si può anche dire che l'educazione vociana fu quella degli ufficiali di complemento, o dei migliori tra essi, si capisce che un mancamento generale, un fallimento, che appunto i migliori avevano già da sé previsto e scontato, era necessario. Non è davvero da far maraviglia che il disastro di Caporetto sia accaduto, ma piuttosto come noi, gente cosi fantasiosa e avvezza ai facili orgogli e al giuoco delle imagini lusingatrici si sia retto fino a quel giorno.

Allora si prese tutti una lezione di umiltà, che poteva esser la nostra salute; ma poi le cose tornarono a esser facili, e tanti se ne dimenticarono.

Umberto Morra di Lavriano